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giovedì 29 marzo 2012

#Economia #Giorgio Ruffolo #Paolo Sylos Labini #Capitalismo è morto


http://espresso.repubblica.it
Ma questo capitalismo è morto
di Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini

Il sistema basato sulla finanza ha dimostrato di essere insostenibile. E' la fine dell'epoca iniziata con Reagan e Thatcher, che ha creato un enorme divario tra profitti e salari, costringendo tutti a contrarre debiti da far pagare ai posteri. E ora i posteri siamo noi
(26 marzo 2012)
Si riparla molto, in giro, di capitalismo. Per quanto strano possa sembrare Marx non usò mai questo nome. Di capitale sì, parlò molto. E la madre se ne doleva: ah, se Karl avesse parlato un po' meno di capitale e se ne fosse messo un po' da parte!

Ne parlano i grandi organi dell'informazione capitalistica come "the Economist" e il "Financial Times", che gli ha dedicato una serie di articoli. Per chiedersi se la grande crisi economica che ancora ci sovrasta non lo stia mettendo in pericolo.

Continuiamo a credere che il capitalismo ha i secoli contati. Per mancanza di alternative. La più possente, quella comunista, è disastrosamente fallita. Ma crediamo anche che la sua fase storica più recente, del capitalismo finanziario, abbia dimostrato la sua insostenibilità.

Siamo ben consapevoli del ruolo prezioso della finanza non solo nel convogliare i risparmi verso gli investimenti, ma anche nel facilitare il passaggio da un ciclo di investimenti all'altro, dando luogo a una fase di "accantonamenti" finanziari. Ma si tratta in questo caso di una stagione transitoria (Braudel la chiama l'autunno del capitalismo). Oggi quella stagione è diventata permanente e dominante. E l'antica accusa teologica che non si debba produrre moneta con moneta (ancheSchumpeter la riteneva fondata) riacquista credito.

Il predominio attuale della finanza ha una causa e una data determinate: la liberalizzazione dei movimenti internazionali di capitale promossa dai due dioscuri del capitalismo finanziario,Thatcher e Reagan, agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso. Questa ha rovesciato i rapporti di forza tra capitale e lavoro, determinando un enorme divario tra profitti e salari che si sarebbe tradotto in una crisi di sottoconsumo se non si fosse ricorsi a un gigantesco indebitamento. Anziché sfruttare il lavoro, come il vecchio capitalismo, quello nuovo sfrutta i posteri, impegnandone i redditi. Non è corretto? Ma, Woody Allen, che hanno fatto i posteri per noi?

Non solo: quell'indebitamento, promosso dalle banche e da nuovi aggressivi intermediari finanziari è stato continuamente rinnovato, trasformando il capitalismo, come è stato detto, in un regime in cui i debiti non si pagano mai (ricordate Totò? Il cameriere gli dice: ieri mi avete promesso di pagarmi domani. E te lo confermo: ti pagherò domani. Ma domani è oggi. Non scherziamo giovanotto: oggi è oggi e domani è domani).

Non solo, il credito, ingigantendosi, prolifera mutando natura: non più un rapporto personale, ma una compravendita. Si monetizza in titoli. E i titoli proliferano. Generano titoli "derivati" da titoli, in una catena di Sant'Antonio che inonda l'economia di liquidità.

Proprio alla vigilia dell'esplosione della crisi, in America, la liquidità, espressa in svariate forme di moneta, raggiungeva un livello dodici volte superiore a quello del prodotto reale.

Dice: ma come mai questo mostruoso divario non si traduce in inflazione?
Il fatto è che l'espansione della liquidità ha effetti diversi nel settore dei beni reali e in quello delle attività finanziarie. In linea generale, un aumento del prezzo dei beni reali ne frena la domanda mentre un aumento del prezzo dei titoli l'aumenta a causa dei guadagni speculativi che se ne traggono. In linea di fatto, poi, non vi è stato un aumento della domanda di beni reali così rilevante, anche a causa del ristagno dei salari, mentre c'è stato un eccesso di capacità produttiva a causa della comparsa di nuove grandi aree produttive come la Cina, l'India e il Brasile. Ciò ha provocato una contrazione dei rendimenti del settore produttivo rispetto a quelli del settore finanziario e quindi un massiccio spostamento degli investimenti dal primo al secondo.

Non è che questo spostamento sia privo di conseguenze negative. Le ondate successive di debiti che si accavallano le une alle altre finiscono prima o poi per infrangersi sulla riva: ed è crisi, generale e violenta come quella che ci ha colpito. Nella quale, come diceva Galbraith, i più sciocchi perdono il loro denaro ma anche i più incolpevoli il loro lavoro.

Dalla Rassegna Stampa del 29.3.2012, curata da Manlio Lo Presti

mercoledì 14 marzo 2012

#Economia #Massimo Giannini #Grecia #Europa #default


LA GRECIA È SALVA, L’EUROPA NON ANCORA

MASSIMO GIANNINI
Alla fine, le tanto esecrate «tecnocrazie» hanno fatto quello che dovevano. Ci hanno messo tre anni. Ma alla fine la Grecia l’hanno quasi salvata. Il grande successo dell’operazione swap sui titoli del debito pubblico di Atene scongiura il pericolo di un default incontrollato, che avrebbe finito per travolgere l’intera Eurozona. Banche e istituzioni finanziarie, dopo aver bellamente lucrato aiuti pubblici e plusvalenze private, si sono convinte che è meglio portare a casa un’entrata certa oggi, sia pure svalutata del 53,5%, piuttosto che inseguire una scommessa incerta, che avrebbe finito per azzerare i guadagni di tutti. Dunque, cinici e opportunisti quanto si vuole, ma alla fine i creditori privati hanno fatto la loro parte.
La stessa cosa si può dire per la Bce. Stretta tra l’ortodossia monetaria della Bundesbank e la schizofrenia comunitaria dei governi, l’Eurotower è riuscita a fare almeno l’unica cosa sensata. Con la duplice maxioperazione di rifinanziamento da 1.000 miliardi, Mario Draghi ha messo in sicurezza il sistema bancario di Eurolandia per un triennio. Un’iniezione di liquidità fin troppo generosa con le banche, visto lo spread enorme tra l’interesse sul prestito contratto e quello sull’impiego in titoli. Ma insomma: è il prezzo da pagare per evitare il fallimento di qualche dozzina di istituti di credito grandi e piccoli. Siamo sempre nella logica della «riduzione del danno». Semmai la Bce ora deve vigilare sulla quantità di denaro che attraverso il doppio «Ltro» rifluisce sul sistema produttivo, e non resta chiuso nei caveau delle banche, come troppo spesso è accaduto.
A questo punto, per uscire davvero dalla «zona pericolo», serve che anche l’Europa politica faccia quel che deve. In tre direzioni. La prima è il famoso «Firewall»: il Fondo SalvaStati va decisamente rimpinguato, per evitare che altri Paesi periferici contraggano la sindrome ateniese. La seconda è lo strumento degli eurobond: piaccia o no alla Cancelliera di ferro in campagna elettorale, anche questa è un’arma di cui l’Eurozona si deve dotare, per trasformare il debito dei singoli nel debito di una «comunità di destino». La terza è la convergenza delle politiche fiscali. Molto di più del «Fiscal compact», perché non si può limitare al pur necessario rispetto dei vincoli di bilancio, ma si deve estendere alle strategie sulla crescita. Il solco l’ha tracciato la lettera dei Dodici, di cui Monti è stato tra i primi firmatari.
Si riparta da lì. A questo punto, senza se e senza ma. È un’urgenza e un’emergenza per tutti. E soprattutto per l’Italia, che sconta il crollo della produzione industriale a gennaio, il nuovo boom della Cassa Integrazione, l’ulteriore caduta dei consumi di beni durevoli. Se la Grecia forse è salva, l’Europa non lo è ancora. E l’Italia meno che mai.
Dalla rassegna stampa del 14.3.2012, curata da Manlio Lo Presti

martedì 6 marzo 2012

#Economia #lavoro domenicale #riposo


LAVORO DOMENICALE
Titolo Articolo
«Io, mamma e cassiera, chiedo tregua»
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L’incubo di Monica Olivari è l’orario “9-24”. L’ha sperimentato per i primi tre giorni dei saldi 2012 e non le è piaciuto affatto. «Adesso i capi stanno pensando di istituzionalizzarlo – dice la 35enne commessa dell’Orio Center di Bergamo – ma speriamo ci ripensino. Per noi donne sarebbe un impegno veramente pesante, soprattutto per quelle con figli».
Monica, al momento, ancora non ne ha anche se desidererebbe tanto allargare la famiglia. «Ma come si fa?», sbotta la lavoratrice, che considera un evento riuscire a stare a casa dal lavoro due giorni consecutivi. «Lavorando a tempo pieno anche la domenica – prosegue a raccontare – capita che i giorni di riposo siano, per esempio, il mercoledì e il venerdì. Anche i turni di lavoro cambiano continuamente. Una settimana puoi cominciare alle 7 e quella dopo alle 9. Ci sono turni che prevedono 4 ore alla mattina presto e altre tre la sera tardi. In queste condizioni è difficile organizzare la propria vita e riuscire a conciliare i tempi di lavoro con quelli riservati alla famiglia».
Alla fine quasi non riesci nemmeno più a incrociare i familiari, perché esci quando ancora dormono e torni che sono già a letto. E tutto questo per 365 giorni l’anno, domeniche e feste comandate comprese.
«Da cinque anni lavoro all’Orio Center – aggiunge Monica – ma, a volte, rimpiango i miei dieci anni da operaia in una piccola fabbrica del bergamasco. Anche lì il lavoro era tanto ma i ritmi erano più umani. E a sera ero meno stanca e soprattutto non dovevo lavorare alla domenica, che, per inciso, porta sì tanta gente al centro commerciale ma non fa aumentare i guadagni».
Totalmente contraria al lavoro domenicale è Paola Ravelli, 40 anni, da 20 cassiera all’Iper di Seriate (Bergamo). Dagli anni ’90 ad oggi ha visto l’evoluzione della grande distribuzione, passata dalle prime, timide aperture festive sotto Natale, alla totale deregolamentazione di oggi.
«Vent’anni fa – racconta – le domeniche di apertura erano veramente poche. Allora lavoravo anche alla festa ma poi, quando le aperture sono aumentate sempre di più ho avuto una vera e propria crisi di rigetto. Mi veniva la nausea al solo pensiero di andare al lavoro anche di domenica. Così ho smesso».
Da una decina d’anni, Paola alla domenica non lavora più e, a maggior ragione, da tre anni a questa parte, da quando cioè è diventata mamma. Fino ai tre anni del bambino, che li compirà a settembre, è esentata dal lavoro festivo, ma poi dovrà prepararsi a far fronte alle nuove richieste dei superiori.
«Avendo un part time – ricorda Paola – non dovrei lavorare la domenica perché il contratto prevede sia facoltativo. So che i sindacati si stanno muovendo perché sia così, ma mi aspetto che vengano a chiedermelo. Cercherò di tenere duro per mantenere la mia libertà e poter stare con il mio bambino. Spero che ci sia un accordo sindacale in questo senso perché sono tante le colleghe mamme che, come me, già sono costrette a fare i salti mortali per conciliare lavoro e famiglia. Che almeno la domenica sia preservata».

Paolo Ferrario 

Dalla rassegna stampa del 6.3.2012, curata da Manlio Lo Presti

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