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mercoledì 21 febbraio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 febbraio.
Il 21 febbraio 2012 l'Eurogruppo concede alla Grecia ulteriori 130 miliardi di euro in aiuti, scongiurando così il default dell'economia ellenica.
Nel 2009, la Grecia ha dato il via alla crisi annunciando che il suo deficit di bilancio sarebbe stato del 12,9 per cento del PIL, che è più di quattro volte il limite del 3 per cento imposto dall’UE. Le agenzie di rating Fitch, Moody’s e Standard & Poor hanno subito tagliato il rating della Grecia, spaventando gli investitori e aumentando il costo dei prestiti futuri. Il tutto ha reso sempre più difficile che la Grecia potesse trovare i fondi per rimborsare i suoi titoli di Stato.
Nel 2010, la Grecia ha annunciato un pacchetto di austerità per abbassare il deficit al 3 per cento del PIL in due anni, progettato per rassicurare le agenzie e i mercati. Appena quattro mesi dopo, la Grecia ha avvertito che sarebbe andata in default, lo stesso.
L’UE e il FMI hanno fornito 240 miliardi di euro in fondi di emergenza in cambio di ulteriori misure di austerità. Questo ha dato alla Grecia abbastanza soldi solo per pagare gli interessi sul proprio debito già esistente e mantenere le banche capitalizzate.
Le misure di austerità hanno rallentato ulteriormente l’economia greca riducendo le entrate fiscali necessarie per ripagare il debito. La disoccupazione è salita al 25 per cento e numerose rivolte sono esplose per le strade. Il sistema politico greco è entrato in un periodo di profonda crisi.
Nel 2011, l’European Financial Stability Facility (EFSF), un altro strumento di prestito finanziato dai paesi dell’UE, ha aggiunto altri 190 miliardi di euro al piano di salvataggio. Nel 2012, il rapporto debito-PIL della Grecia era salito al 175 per cento, quasi tre volte il limite del 60 per cento indicato dall’UE. Gli obbligazionisti finalmente accettano un taglio sull’investimento, accettando una svalutazione del 75 per cento sui 77 miliardi di dollari del valore del debito.
Ma come è stato possibile arrivare fino a questo punto?
I semi della crisi greca sono stati piantati nel 2001, quando la Grecia ha adottato l’euro come moneta. La Grecia era un membro dell’Unione Europea dal 1981, ma non poteva entrare nella zona euro. Il suo deficit di bilancio era stato troppo alto per i criteri di Maastricht.
Tutto è andato bene per i primi anni. Come altri paesi della zona euro, la Grecia ha beneficiato del potere della moneta unica, che permetteva tassi di interesse più bassi e un afflusso di capitali di investimento e prestiti.
Nel 2004, la Grecia ha annunciato di aver mentito per poter aggirare i criteri di Maastricht. L’UE, tuttavia, non ha imposto delle sanzioni. Perché no?
Per tre cause principali:
1. Anche Francia e Germania stavano spendendo di sopra del limite nello stesso momento, sarebbe stato ipocrita sanzionare la Grecia.
2. C’era forte incertezza su quali sanzioni esattamente applicare. Potevano espellere la Grecia, ma sarebbe stata una decisione dirompente che avrebbe indebolito l’euro.
3. L’UE era impegnata a rafforzare il potere della moneta unica sui mercati valutari internazionali. Un euro forte avrebbe potuto convincere altri paesi dell’UE, come il Regno Unito, Danimarca e Svezia, ad adottare l’euro.
Di conseguenza, il debito greco ha continuato a crescere fino a quando la crisi è scoppiata nel 2009. Ora, l’UE deve stare dietro alla Grecia. In caso contrario, dovrà affrontare le conseguenze della Grexit, e non solo.
La Grecia è diventata l’epicentro della crisi del debito in Europa dopo l’implosione di Wall Street nel 2008. Con i mercati finanziari globali ancora in ripresa, la Grecia ha annunciato nell’ottobre 2009 di aver rivisto al rialzo le cifre del deficit per anni, sollevando allarmismi circa la solidità del sistema finanziario greco.
Improvvisamente, la Grecia è rimasta fuori dai prestiti sui mercati finanziari. Dalla primavera del 2010, ha iniziato ad avvicinarsi alla bancarotta che minacciava di scatenare una nuova crisi finanziaria.
Per scongiurare una simile calamità, la cosiddetta Troika - il FMI, la Banca centrale europea e la Commissione europea - ha messo in campo il primo dei due piani di salvataggio internazionali per la Grecia, per un totale di più di 240 miliardi di euro. Naturalmente, il piano di salvataggio aveva delle sue condizioni.
Le istituzioni creditrici hanno imposto condizioni di austerità che hanno richiesto tagli drastici e aumenti sulle tasse. Quest’ultime hanno inoltre spinto la Grecia a rivedere la conformazioni della propria economia, semplificando le dinamiche di governo, dando fine all’evasione fiscale e rendendo la Grecia un Paese più attraente per gli investimenti dall’estero.
I finanziamenti avrebbero dovuto far guadagnare tempo alla Grecia per stabilizzare le proprie finanze e sedare i timori del mercato su una possibile rottura nell’Unione.
Nonostante il piano di salvataggio abbia aiutato, i problemi economici della Grecia non sono scomparsi. La crescita economica si è ridotta di un quarto in cinque anni e la disoccupazione è al di sopra del 25 per cento.
I fondi di salvataggio servivano - e servono tutt’ora - soprattutto a ripagare i prestiti internazionali della Grecia piuttosto che a sostenere la sua economia. E il governo ha ancora una carico di debito sconcertante che non sarà in grado di ripagare senza una ripresa nel Paese.
Molti economisti e molti greci danno la colpa alle misure di austerità per gran parte dei problemi del paese. Il partito di sinistra Syriza ha vinto di nuovo le elezioni promettendo di rinegoziare il piano di salvataggio; Tsipras infatti sosteneva già che l’austerità aveva creato una «crisi umanitaria» in Grecia.
Ma anche i creditori hanno di che rimproverare alla Grecia: Atene non ha condotto le revisioni economiche necessarie e previste dal piano di salvataggio.
Mentre il dibattito infuria, l’unico punto su cui tutti concordano è che la Grecia è ancora una volta andata a corto di liquidità.
Il 20 agosto 2022, dopo 12 anni, si è conclusa la sorveglianza europea nei confronti della Grecia. Alla fine di giugno la Commissione europea ha deciso che lo stretto controllo imposto nei confronti di Atene dal 2010 non è più giustificato, dopo che a fine aprile il governo ha restituito in anticipo al Fondo monetario internazionale (Fmi) l’ultima tranche (1,58 miliardi di dollari) del prestito ricevuto. “Dopo dodici anni […] si chiude un capitolo difficile per il nostro paese”, ha dichiarato il ministro delle finanze Christos Staikouras. “La Grecia torna a una normalità europea e non sarà più un’eccezione nell’eurozona”.
Nonostante le rassicurazioni offerte dal primo ministro di destra Kyriakos Mitsotakis, i greci non credono a un ritorno alla normalità e non riescono a cancellare dalla memoria un decennio che per loro è sinonimo di crollo, impoverimento, regressione e umiliazione. Ci vorranno decenni prima che il paese si riprenda dalla terapia d’urto che gli è stata imposta e che ha portato danni colossali.
La Commissione europea, dal canto suo, si limita a ignorare il problema. In una lettera firmata dal vicepresidente Valdis Dombrovskis e dal commissario all’economia Paolo Gentiloni, Bruxelles sottolinea che il governo greco ha rispettato la maggior parte degli impegni presi. Questo è l’elemento essenziale per l’Europa, che per quanto riguarda tutto il resto non ha voglia di dilungarsi sull’argomento.

domenica 7 maggio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 maggio.
Il 7 maggio 1832 durante la Convenzione di Londra, Gran Bretagna, Russia, Francia e Baviera dettano le condizioni per l'indipendenza della Grecia, al termine di una guerra durata più di 10 anni.
 Dal 1821 al 1832 la Grecia combatte la sua guerra di liberazione contro il giogo Ottomano, iniziato 4 secoli prima con la caduta di Costantinopoli e la progressiva conquista dei turchi Ottomani di tutto il territorio greco.
Nel 1453 cade infatti Costantinopoli, la capitale dell'impero bizantino, conquistata dopo un lunghissimo assedio dal sultano Maometto II. Atene, che era la capitale culturale dell'impero medievale resistette fino al 1456, prima di soccombere alle armate ottomane.
L'ultimo stato a cadere fu l'erede legittimo dell'impero, cioè il despotato di Morea, nel Peloponneso, che cadde nel 1460, ben 7 anni dopo Costantinopoli.
Da quella data la Grecia cessò di esistere e divenne una delle tante province del sultanato di Maometto II. I greci però non sopportarono mai il dominio ottomano, e molti fuggirono in Occidente, specialmente nelle città di Roma e Firenze, dando così vita all'umanesimo.
A Roma fuggirono pure gli eredi alla corona di Bisanzio, che conservarono lo stemma e il vessillo imperiale fino al matrimonio di una principessa bizantina con l'erede al trono russo Ivan, che poté così fregiarsi del titolo di Zar, e cioè Cesare, in perfetta continuità con la corona di Costantinopoli.
Diversi cittadini rimasti in territorio ellenico crearono però un'accanita resistenza verso il sultano, resistenza che fu soffocata nel sangue con violentissime rappresaglie. I greci 'liberi' però non scomparvero, ma si rifugiarono sulle montagne, agendo come partigiani attaccando i convogli turchi. Questi miliziani furono chiamati Clefti, cioè ladri, dal greco κλέπτω, ma in realtà per gran parte della popolazione erano degli eroi, e furono una spina nel fianco per l'esercito turco per tutti i secoli che durò l'occupazione.
Per contrastare tali patrioti, che godevano il favore delle popolazioni locali, specialmente quelle montane che non si abituarono mai al dominio turco, venne istituita la milizia greca degli armatoli, battaglioni irregolari di greci cristiani fedeli al sultano che avrebbero dovuto entrare nel cuore dei greci sostituendo i partigiani e contrastandoli sia ideologicamente che con le armi. Clefti e armatoli finirono però per collaborare e formare, nel seno del sultanato, un forte movimento armato di resistenza, che sarà determinante per riacquistare l'indipendenza.
L'embrione dell'indipendenza si sviluppò nell'Europa libera dall'Impero Ottomano, dove risiedevano molti greci che auspicavano un loro ritorno in patria come cittadini liberi e cristiani.
Nel 1814 fu fondata ad Odessa, sul Mar Morto, la Filiki Etairia, società segreta con lo scopo di riportare la penisola ellenica all'indipendenza, cacciando i turchi dal territorio che era stato di Alessandro Magno e degli imperatori bizantini.
A capo dell'Etairia vi era Alexandros Ypsilanti, greco fanariota, cioè del quartiere greco di Costantinopoli, dove risiedeva anche la guida spirituale suprema dell'Ortodossia, ossia l'erede al soglio di sant'Andrea il Patriarca di Costantinopoli.
Alexandros, che diverrà l'eroe nazionale greco, era cresciuto militarmente alla corte dello Zar Alessandro I di Russia, dove ricoprì la carica di aiutante di campo dello Zar durante la guerra contro Napoleone condotta vittoriosamente dal generale Kutuzov.
Il 6 marzo 1821 marciò con militanti dell'esercito russo e miliziani dell'Etairia contro Iasi, capitale del principato danubiano della Moldavia, che fu facilmente liberata. L'attacco a Iasi doveva favorire l'affrancamento delle popolazioni cristiano ortodosse dal giogo islamico rappresentato dall'impero Ottomano.
Le popolazioni cristiane dell'impero infatti insorsero, ma l'appoggio russo venne sempre meno fino a sparire in virtù degli accordi della Santa Alleanza che non volevano che moti rivoluzionari e liberali si propagassero in tutta Europa contro i legittimi sovrani stabiliti dopo il Congresso di Vienna.
Alexandros si trovò quindi solo a combattere, senza più l'aiuto della Russia che aveva fedelmente servito per anni.
Questo non fece demordere lo spirito di libertà né del condottiero né della sua armata volontaria, che fu battezzata con il nome di 'battaglione sacro' appunto per la sacralità dello scopo per cui combattevano, quasi come se fossero dei crociati che devono liberare le terre cristiane dagli infedeli islamici.
In Grecia la popolazione iniziò ad armarsi contro i turchi, aiutata dalle forze militari rappresentate dai Klefis e dagli armatoli comandanti dal Theodoros Kolokotronis. Alì Pascià, che governava sull'Epiro, grazie ad un accordo con Ypsilanti non marciò contro gli insorti in Grecia ma proclamò l'indipendenza dell'Epiro dall'Impero Ottomano.
Il tumulto doveva così scoppiare in tre luoghi, nei principati danubiani, nel Peloponneso e in Albania, in modo da trovare impreparato il Sultano a reprimerli tutti contemporaneamente.
L'impero della 'Sublime Porta', non era infatti militarmente così forte come si credeva, al contrario iniziava, al suo interno, a crollare. Non tutti i comandanti militari e i Pascià erano ormai fedeli al sultanato, e questo i membri dell'Eterìa lo sapevano bene e proprio su questo volevano lanciare il loro attacco per avere successo.
In Grecia la popolazione come anche le forze militari reclutate tra gli ortodossi, erano, come si è visto, a favore dell'indipendenza, creando le basi della riuscita dell'impresa.
 Il 1821 è l'anno degli scontri in Grecia. L'arcivescovo di Patrasso, la terza città greca dopo Atene e Salonicco, Germanos, benedice gli insorti quasi in ricordo delle crociate contro turchi e arabi. In effetti una crociata lo era, la croce doveva risplendere nuovamente sulle terre sottomesse dagli eserciti di Maometto.
L'Oriente, sede di 4 degli arcivescovati più importanti della cristianità, era ora sotto il dominio islamico, e Gerusalemme, Antiochia, Alessandria e Costantinopoli non godevano più del favore di Cristo ma di Maometto.
Il popolo greco più di quello egiziano e anatolico mal sopportava questo giogo, e la popolazione rimase sempre fortemente legata alle tradizioni ortodosse, respingendo quelle islamiche nonostante i quasi 400 anni di occupazione.
Il comandante Kolokotronis guidava gli insorti in Acaia e nel territorio ellenico, contando su circa 100000 volontari che si contrapposero ai 400000 coscritti turchi. Alì Pascià in Epiro intanto proclamava la sua indipendenza dall'impero, secondo l'accordo con il comandante dell'Etairia Ysilanti, creando un principato autonomo.
La reazione Ottomana fu però tremenda e sanguinosissima. Durante i primi mesi del 1822 ripresero il controllo dell'Epiro e ristabilirono l'ordine con il terrore.
Nell'isola di Chio, che aveva fortemente appoggiato la rivolta, la popolazione fu quasi interamente sterminata. Un atto tremendo che serviva per far desistere i Greci dal tentare nuovamente un'insurrezione. Ma ormai il fuoco della rivolta non si poteva spegnere, ed ogni atto di rappresaglia faceva accorrere sempre più volontari a favore degli insorti.
Il Patriarca di Costantinopoli, Eugenio II, che guidava la chiesa ortodossa dal quartiere greco del Fanar situato a Costantinopoli fu accusato di tradimento dal Sultano e pagò con la vita l'insurrezione del suo popolo.
Questi violentissimi atti fecero scalpore in tutta l'Europa cristiana, e migliaia di volontari accorsero ad infoltire le file di Kolokotronis che resistevano nel Peloponneso nonostante le numerosissime forze militari turche.
Tra questi vale la pena di ricordare il poeta inglese Byron e gli italiani Santorre di Santarosa e Giuseppe Rosaroll, che si sentirono vicini al popolo ellenico che combatteva per sottrarsi e secoli e secoli di occupazione islamica.
Lo spirito di crociata stava così risorgendo, e sarà proprio questo spirito che sancirà il ritorno della Grecia all'indipendenza.
Dal 1825 al 1827, la flotta egiziana alle dipendenze degli ottomani riconquistò tutte le principali città greche che si erano ribellate. La capitale Atene cadde nel 1827.
Quando ormai la resistenza sembrava sconfitta, intervennero le potenze europee di Francia, Inghilterra e soprattutto Russia, che più di chiunque altra si sentiva vicina al popolo greco per la fede religiosa comune e per i numerosissimi esuli greci accorsi nelle loro città.
In primis le potenze europee cercarono un compromesso con il Sultano per spingerlo a porre fine al conflitto. Vista l'ostilità degli islamici la flotta anglo-francese intervenne e distrusse quella egiziana, che era stata determinante per la riconquista dei territori insorti, a Navarino.
Nel 1828 la Morea era libera dai Turchi grazie alle flotte occidentali. Nel 1829 il trattato di Adrianopoli stabilì l 'autonomia della Grecia dall'impero Ottomano sotto il protettorato delle potenze Francia, Inghilterra e Russia.
Nel 1830 a Londra fu stabilità l'indipendenza della Grecia, che però era priva dei territori di Creta, della Tessaglia, della Macedonia e dell'Epiro, che rimanevano annessi all'impero turco. L'ordinamento fu repubblicano, con il presidente Giovanni Capodistria, che seguì una politica di favore nei confronti degli storici alleati rappresentati dalla Russia zarista.
Questo governo non piacque a molti greci che nel 1831 assassinarono il presidente, gettando la Grecia in una sorta di anarchia.
Francia ed Inghilterra ne approfittarono allora per sottrarre il neo stato ellenico dal protettorato russo, stabilendo come monarca il principe ereditario di Baviera, Ottone di Wittelsbach, eletto re dei greci a Nauplia nell'Agosto del 1832.
Alessandro Ypsilanti fu invece imprigionato in Austria, secondo la politica delle grandi potenze che non appoggiarono la società segreta Eteria, considerandola troppo pericolosa per l'ordine ricostituito dal Congresso di Vienna.
La Russia dovette così tradire un comandante che aveva perso un braccio per difenderla da Napoleone. Purtroppo a volte la ragion di stato impone scelte dolorose.
Lo Zar però non si dimenticò di Alessandro, che fu in fine liberato ma non poté tornare nella sua amata Grecia, terra per la quale aveva combattuto e in cui avrebbe desiderato vivere.

martedì 26 luglio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 luglio.
Il 26 luglio 1974 nasce in Grecia il governo di Konstantinos Karamanlis, ponendo definitivamente fine ai sette anni della cosiddetta "dittatura dei colonnelli".
Nella notte fra il 20 e il 21 aprile 1967, alle 2.30, un reggimento di paracadutisti con a capo il maggiore Gheorghios Konstantopoulos occupò il ministero della Difesa. Quasi contemporaneamente, nell’oscurità della notte, una lunga colonna di mezzi corazzati alla luce delle fotoelettriche, guidata dal comandante di brigata Stylianos Pattakos, si assicurò il controllo della radio e dei centri di comunicazione, del Parlamento e del Palazzo reale. Le unità della polizia militare, sulla base di liste già predisposte dal loro comandante Ioannis Ladas, arrestarono nello spazio di cinque ore più di diecimila persone, poi trasferite in “centri di raccolta”. Tra loro anche il primo ministro Panagiotis Kannellopoulos. Quattro carri armati bloccarono l’accesso di via Xenokratus, dove abitava insieme alla moglie. Immediatamente un commando con il mitra spianato irruppe nel suo appartamento trascinandolo in strada ancora in pigiama.
Gheorghios Papandreu, l’anziano leader dell’Unione di centro, all’epoca il maggior partito greco, fu invece prelevato nella sua casa a Kastri, appena fuori la capitale. Suo figlio Andreas, in un’altra abitazione, tentò la fuga salendo sul tetto. Un soldato, minacciando con una pistola alla tempia il figlio quattordicenne, lo costrinse ad arrendersi. Sfuggirono alla cattura solo quelli che si spostavano di continuo, come Mikis Theodorakis, il capo della Gioventù Lambrakis. Atene dormiva ancora, anche se quella fu una notte diversa dalle altre, piena di colpi alla porta, di ordini concitati e grida soffocate.
La popolazione al mattino si accorse che i telefoni non funzionavano e che i militari occupavano il Paese. Solo alle 6 il colonnello Gheorghios Papadopoulos dichiarò di aver preso il potere per difendere la “democrazia” e la “libertà”. Non c’era stata alcuna resistenza. La Grecia era finita in mano ai colonnelli.
Il golpe venne attuato applicando il piano Prometeo, predisposto, come in tutti i paesi aderenti alla Nato, per fronteggiare l’eventualità di una “sollevazione comunista”. Non giunse così inaspettatamente. Sorprese che ad attuarlo fossero stati i colonnelli e non i generali fedeli alla corona. Era infatti cosa nota ad Atene che il re stesse progettando un proprio colpo militare, per evitare che nelle elezioni, fissate per il 28 maggio, trionfasse nuovamente l’Unione di centro, fondata nel 1961 da Gheorghios Papandreu, capace in pochi anni di raccogliere e rappresentare le forze sparse dell’opposizione non comunista. La Grecia aveva visto modificarsi radicalmente i propri equilibri politici. La svolta fu l’assassinio del parlamentare di sinistra Grigoris Lambrakis, picchiato con spranghe di ferro da alcuni fascisti protetti dalla gendarmeria locale, la sera del 22 maggio 1963 a Salonicco, dopo una manifestazione promossa dalla Lega per la pace e il disarmo nucleare. Al suo funerale ad Atene parteciparono almeno 500 mila persone al grido di “Lambrakis Zei!”, “Lambrakis Vive!”. La vicenda ispirò il famoso romanzo di Vassilis Vassilikos, non a caso intitolato “Z”, dallo slogan e dai segni tracciati di nascosto sui muri indicanti la lettera iniziale della parola greca “vive”, successivamente trasportato sullo schermo da Costa Gavras nel 1969.
Le reazioni popolari non solo isolarono ma costrinsero alle dimissioni il governo di Konstantinos Karamanlis. Nelle elezioni del novembre 1963 l’Unione di centro vinse superando la destra. L’Eda, la sinistra democratica unificata, costituitasi nell’agosto del 1951 dopo la messa fuori legge nel 1949 del Partito comunista greco, e da esso sostenuta, con i suoi 28 seggi si affermò come la terza grande forza del Paese. Quasi una rivoluzione. L’ex primo ministro lasciò la Grecia ritirandosi in esilio volontario a Parigi. Gheorghios Papandreu, per evitare ogni condizionamento, chiese subito nuove elezioni, puntando alla maggioranza assoluta. Le ottenne e nel febbraio del 1964 sbaragliò definitivamente l’Ere, il partito conservatore, conquistando il 53% dei voti. Re Paolo morì di lì a poco. Sembrava l’inizio di un nuova epoca.
La Grecia aveva conosciuto una sanguinosa guerra civile seguita all’occupazione nazista. Gli accordi fra Unione Sovietica, Gran Bretagna e Stati Uniti, avevano assegnato il Paese alla sfera d’influenza inglese. In questo quadro Winston Churchill riuscì a concordare, nell’ottobre 1944, l’ingresso delle truppe britanniche ad Atene contestualmente alla ritirata tedesca, escludendo dalla capitale i partigiani dell’Elas (Esercito nazionale popolare di liberazione), forte di almeno 45 mila uomini, in preponderanza comunisti, installandovi un governo di coalizione. Quando il 3 dicembre del 1944, ad Atene, le sinistre proclamarono lo sciopero generale per opporsi alla politica del governo e alle interferenze degli inglesi, la polizia sparò sui manifestanti facendo 28 morti. Ai successivi funerali gruppi di ex collaborazionisti tirarono a loro volta al bersaglio dall’alto delle case sulla folla. I morti questa volta furono più di cento. Cominciò così la guerra civile. La sconfitta delle sinistre in armi si consumò nell’estate del 1949. Già dal febbraio del 1948, lo stesso Stalin aveva dichiarato che l’insurrezione greca “doveva rientrare”. La successiva rottura fra Tito e l’Unione Sovietica segnò la fine delle speranze. Anche le frontiere meridionali della Jugoslavia vennero chiuse.
I morti ufficialmente riconosciuti furono 40 mila, anche se in realtà se ne contarono molti di più. Tra gli otto e i diecimila i combattenti comunisti che fuggirono dalla Grecia in Bulgaria, Albania o verso l’Unione Sovietica. Nel frattempo era intervenuta una modifica sostanziale: all’Inghilterra, in fase calante come grande potenza mondiale, era subentrata l’America di Henry Truman. Solo tra il 1947 e il 1948 il governo di Washington sostenne Atene con quasi 200 milioni di dollari in aiuti militari. Successivamente, tra il 1949 e il 1952, gli Stati Uniti riversarono nelle casse della Grecia la cifra record di un miliardo e trenta milioni di dollari, di cui 323 milioni per la difesa. Erano ormai diventati loro i nuovi padroni.
Governata dalla destra e sottomessa agli Stati Uniti andò a formarsi in quegli anni in Grecia non una vera classe imprenditoriale ma una borghesia speculativa e parassitaria. Mano libera venne data a grandi armatori e affaristi grecoamericani. Il capitale straniero divenne uno dei pilastri del sistema economico. Fortissimo fu il tasso di emigrazione. Si stabilizzò nel 1960 attorno alle centomila unità annue, un’enormità per un paese di otto milioni di abitanti. Parallelamente continuò ad essere assoluto il controllo di esercito, magistratura, gendarmeria e burocrazia. Quasi senza soluzione di continuità si perpetuò lo stato di polizia imposto con la fine della guerra civile. Le norme d’emergenza furono mantenute fino al 1963. I non residenti per poter entrare in altre regioni erano costretti a richiedere speciali autorizzazioni concesse solo dall’esercito. Ad esse dovevano sottostare perfino i parlamentari o i candidati della sinistra durante le tornate elettorali. Nelle campagne spadroneggiavano le squadre dei paramilitari (Tea), il cui scopo era di terrorizzare gli avversari politici.
I dati delle elezioni, in compenso, furono regolarmente manipolati. A quel tempo, si diceva, anche gli alberi votavano per il governo. In questo contesto la Grecia aderì alla Nato e si modellarono gli apparati militari. Il Kyp, il servizio segreto greco, fu direttamente creato e finanziato dalla Cia. Gli uomini scelti dovevano essere di gradimento statunitense. Le stesse apparecchiature erano americane. Praticamente una filiale. La Cia sovrintese anche alla costituzione della Gladio greca. Gli accordi furono siglati negli anni Cinquanta. Una forza di circa 3.500 uomini, reclutata anche fra gli ex collaborazionisti dei nazisti, fu addestrata in centri allestiti vicino al monte Olimpo. Più di ottocento, poi si seppe, i nascondigli segreti di armi ed esplosivi sparsi per il Paese. Tutto ciò stava alle spalle di Gheorghios Papandreu quando assunse il governo.
Nel breve tempo della sua esistenza il governo di Papandreu riuscì a riformare la scuola, rendendola accessibile alle classi povere, e varò una legge in favore di una reale autonomia e rappresentatività dei sindacati. Incrementò gli investimenti e facilitò il ricorso al credito per gli agricoltori.
Ma quando diede il via a un’inchiesta sul Kyp, svelandone trame e complotti, si aprì un conflitto politico e istituzionale. Con il pretesto della scoperta, montata ad arte, di una contro-cospirazione di sinistra all’interno dell’esercito, si arrivò alla crisi del governo. Il re Costantino, nel luglio 1965, rifiutò che ad assumere l’incarico di ministro della difesa fosse lo stesso Papandreu. Si giunse in questo modo, dopo un lungo scontro e il vano tentativo da parte della destra di stabilizzare nuovi governi, alla decisione di fissare le elezioni per il 28 maggio del 1967.
Al vertice dell’esercito operava da sempre una sorta di società segreta: l’Idea, ovvero la Sacra lega degli ufficiali greci. Nel suo seno, fondata da Gheorghios Papadopoulos, si era nel frattempo costituita, sotto i buoni auspici della Cia, un’altra organizzazione ancora più segreta: l’Eena, l’Unione dei giovani ufficiali greci. Papadopoulos durante la guerra aveva fatto parte dei Battaglioni di sicurezza che avevano combattuto a fianco dei nazisti, raggiungendo il grado di capitano rastrellando i partigiani nel Peloponneso. Passato, come molti altri, alle dipendenze degli inglesi, riuscì a distinguersi anche nella repressione contro le sinistre. Successivamente reclutato dal Kyp fu mandato ad addestrarsi negli Stati Uniti. Divenne nei fatti l’agente numero uno della Cia. Con lui nell’Eena: Ioannis Ladas, Dimitrios Ioannidis, Nikolaos Makarezos e Stylianos Pattakos.
Questo gruppo di ufficiali decise di entrare in azione per conto proprio il 21 aprile del 1967. Quando i capi dell’esercito si ritrovarono ad Atene per una riunione compresero che era giunto il momento. Trasmisero alle unità dislocate nel Paese l’ordine di eseguire il piano Prometeo, facendo loro credere che fosse emanato dal capo di stato maggiore. Tutti gli ufficiali lo eseguirono senza protestare. L’interruzione delle comunicazioni telefoniche facilitò la riuscita delle operazioni. Tutto il piano sarebbe comunque andato all’aria se il re si fosse opposto. Ma Costantino, dopo qualche tentennamento, fu convinto dalla Cia ad avallare il golpe. Opporvisi avrebbe significato rischiare la sollevazione. Gli inglesi, dal canto loro, si limitarono solo a consigliare al sovrano di inserire alcune persone di fiducia nella nuova giunta alla guida del Paese.
Fu in realtà la Cia ad orchestrare il tutto. Gli americani, a conoscenza dell’influenza britannica sui generali ed il re, oltre che del progetto di un loro colpo di Stato, previsto per il 13 maggio, decisero di bruciare tutti sul tempo. Per farlo si servirono del colonnello Papadopoulos e dell’Eena. Gli Stati Uniti si garantirono in questo modo un sostegno decisivo nel Mediterraneo orientale. La soluzione “dittatura militare” non fu certo in quel periodo un’eccezione. In soli quattro anni la Cia aveva operato per sbocchi analoghi in diverse parti del mondo: in Turchia (1960), nel Vietnam (1963), in Brasile (1964), e a Santo Domingo (1965).
Per la prima volta dal dopoguerra un paese europeo passava da un regime parlamentare ad una dittatura. Giocoforza a questa esperienza guardarono tutte le forze dell’estrema destra, in particolare i neofascisti italiani. Pino Rauti, il fondatore di Ordine nuovo, si recò in Grecia appena un mese dopo, tornandovi a più riprese. Visite non certo di piacere. In alcune testimonianze di fonte locale si parlò anche di addestramenti ad Atene all’uso di esplosivi e sulle tecniche della guerriglia urbana a neofascisti italiani. Particolarmente significativo fu in questo ambito un viaggio di ben 49 esponenti di Ordine nuovo, Avanguardia nazionale, Europa civiltà e Nuova caravella, l’organizzazione universitaria del Msi, compiuto tra il 18 e il 25 aprile del 1968, nel primo anniversario del golpe. Tra loro, oltre a Pino Rauti, Adriano Tilgher, Mario Merlino e Giulio Maceratini. Furono ricevuti da Stylianos Pattakos, con tanto di foto a celebrare l’evento. Di molti di loro si sentirà ancora parlare negli anni successivi. La “strategia della tensione” che di lì a pochi anni si svilupperà in Italia, fu sperimentata con successo in Grecia, tra la primavera del 1964 e il 1967.
Si iniziò con una strage di manifestanti, nel novembre 1964, in occasione di una celebrazione organizzata unitariamente dai reduci della resistenza greca al ponte di Gorgopotamos. Cinque i morti e più di un centinaio i feriti. La destra accusò gli stessi partecipanti di aver portato al raduno l’ordigno che poi esplose. Si passò poi agli attentati alle caserme, al confine con la Turchia, per creare agitazione nelle forze armate. Ma la provocazione più grossa fu imbastita ad Atene, il 20 agosto 1965, quando nella stessa notte scoppiarono a breve distanza diversi ordigni e gruppi organizzati attaccarono poliziotti isolati. Si accusarono subito gli anarchici e gli studenti di sinistra. Si scoprì in seguito che ad operare furono agenti di polizia spalleggiati dal movimento neofascista “4 agosto”, costituito nel 1964 da Costantino Plevris, teorico della tattica della provocazione, strettamente collegato al Kyp e agli ufficiali dell’Eena. La Grecia aveva fatto scuola.
Il regime crollò nell’estate del 1974. Papadopoulos aveva già dovuto passare la mano da qualche mese, dopo la rivolta, nel novembre del 1973, degli studenti universitari al Politecnico di Atene, a cui si erano uniti migliaia di lavoratori, repressa con i carri armati. Negli scontri rimasero uccise 24 persone. Il generale Dimitros Ioannidis rimosse Papadopoulos ritenendolo troppo debole e accondiscendente. Ioannidis tentò anche di rovesciare l’arcivescovo Makarios, presidente di Cipro, attraverso un colpo di Stato condotto dall’organizzazione filo-ellenica Eoka-B.
La reazione della Turchia che invase la parte nord dell’isola portò la Grecia sull’orlo della guerra. Fu la fine. I membri della giunta militare tolsero il loro appoggio a Ioannidis e nominarono presidente il generale Phaedon Ghizikis. Constatata la bancarotta richiamarono in patria il vecchio Kostantinos Karamanlis con l’obiettivo di formare un governo di unità nazionale e portare il Paese alle elezioni. Nel novembre del 1974 si tornò a votare. Il regime dei colonnelli era caduto. Tra le sue tante vittime, una anche in Italia, il giovane studente greco Kostas Georgakis, che il 19 settembre del 1970, alle 3 di notte, si immolò, per protestare contro la dittatura, dandosi fuoco nella sua Fiat 500, in piazza Matteotti a Genova. Doveroso ricordarlo.

mercoledì 14 marzo 2012

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LA GRECIA È SALVA, L’EUROPA NON ANCORA

MASSIMO GIANNINI
Alla fine, le tanto esecrate «tecnocrazie» hanno fatto quello che dovevano. Ci hanno messo tre anni. Ma alla fine la Grecia l’hanno quasi salvata. Il grande successo dell’operazione swap sui titoli del debito pubblico di Atene scongiura il pericolo di un default incontrollato, che avrebbe finito per travolgere l’intera Eurozona. Banche e istituzioni finanziarie, dopo aver bellamente lucrato aiuti pubblici e plusvalenze private, si sono convinte che è meglio portare a casa un’entrata certa oggi, sia pure svalutata del 53,5%, piuttosto che inseguire una scommessa incerta, che avrebbe finito per azzerare i guadagni di tutti. Dunque, cinici e opportunisti quanto si vuole, ma alla fine i creditori privati hanno fatto la loro parte.
La stessa cosa si può dire per la Bce. Stretta tra l’ortodossia monetaria della Bundesbank e la schizofrenia comunitaria dei governi, l’Eurotower è riuscita a fare almeno l’unica cosa sensata. Con la duplice maxioperazione di rifinanziamento da 1.000 miliardi, Mario Draghi ha messo in sicurezza il sistema bancario di Eurolandia per un triennio. Un’iniezione di liquidità fin troppo generosa con le banche, visto lo spread enorme tra l’interesse sul prestito contratto e quello sull’impiego in titoli. Ma insomma: è il prezzo da pagare per evitare il fallimento di qualche dozzina di istituti di credito grandi e piccoli. Siamo sempre nella logica della «riduzione del danno». Semmai la Bce ora deve vigilare sulla quantità di denaro che attraverso il doppio «Ltro» rifluisce sul sistema produttivo, e non resta chiuso nei caveau delle banche, come troppo spesso è accaduto.
A questo punto, per uscire davvero dalla «zona pericolo», serve che anche l’Europa politica faccia quel che deve. In tre direzioni. La prima è il famoso «Firewall»: il Fondo SalvaStati va decisamente rimpinguato, per evitare che altri Paesi periferici contraggano la sindrome ateniese. La seconda è lo strumento degli eurobond: piaccia o no alla Cancelliera di ferro in campagna elettorale, anche questa è un’arma di cui l’Eurozona si deve dotare, per trasformare il debito dei singoli nel debito di una «comunità di destino». La terza è la convergenza delle politiche fiscali. Molto di più del «Fiscal compact», perché non si può limitare al pur necessario rispetto dei vincoli di bilancio, ma si deve estendere alle strategie sulla crescita. Il solco l’ha tracciato la lettera dei Dodici, di cui Monti è stato tra i primi firmatari.
Si riparta da lì. A questo punto, senza se e senza ma. È un’urgenza e un’emergenza per tutti. E soprattutto per l’Italia, che sconta il crollo della produzione industriale a gennaio, il nuovo boom della Cassa Integrazione, l’ulteriore caduta dei consumi di beni durevoli. Se la Grecia forse è salva, l’Europa non lo è ancora. E l’Italia meno che mai.
Dalla rassegna stampa del 14.3.2012, curata da Manlio Lo Presti

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