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venerdì 29 maggio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 maggio.
Il 29 maggio 1985 Bruxelles ospita per la quarta volta la finale della Coppa dei Campioni, il più importante torneo calcistico in Europa, dopo le edizioni del 1958, 1966 e 1974. A contendersi il trofeo sono il Liverpool, che intende riconfermare il titolo conquistato  nella stagione precedente, e la Juventus alla quale ancora manca un'affermazione in questa competizione. Entrambe le squadre possono vantare un imponente seguito di fedelissimi tifosi, che hanno accompagnato i propri beniamini durante i vittoriosi gironi attraverso il continente; ai già numerosi sostenitori della Juventus si aggiungono i tanti italiani emigrati in Belgio, mentre i supporters inglesi sbarcano eccitatissimi in un numero quasi altrettanto considerevole e forse carichi di rancore per gli incidenti che avevano segnato la pur fortunata finale del 1984, disputata allo stadio Olimpico contro la Roma. Voci in seguito smentite vorrebbero agguerriti gruppi ultras di altre squadre inglesi, lasciate da parte le tradizionali divergenze, giungere a Bruxelles per cercare insieme una vendetta.
L'organizzazione dell'evento lascia però a desiderare, dato che alcune rimostranze si manifestano ancora prima dell'incontro: sia i due club che i delegati UEFA si lamentano delle condizioni fatiscenti dell'impianto, dove pietre, travi e calcinacci sono disseminati per le curve e le tribune, e per la decisione presa dalle autorità belghe di lasciare la vendita di un cospicuo pacchetto di biglietti libera e non regolamentata, quindi non controllabile; se agli italiani sono riservati i settori N, M, O, e agli inglesi le opposte zone X e Y, l'assegnazione del settore Z ad un pubblico neutrale (nei fatti vanificata dai circuiti di vendita non ufficiali) lascia presagire il pericolo che un eventuale contatto tra le tifoserie avverse possa degenerare in scontri violenti.
La giornata trascorre in un clima di euforia, ma la tensione aumenta all'avvicinarsi del fischio d'inizio: già fuori dei cancelli dello stadio una folla si ammassa per accedere alle opposte tribune, nella coda non tutti possiedono un regolare biglietto. Circa venticinquemila persone per ognuna delle due squadre vanno ad assieparsi sui gradini.
Quando un gruppo di tifosi inglesi abbatte le fragili recinzioni di protezione per assaltare l'area del settore Z occupata dal pubblico italiano, la polizia si mostra incapace di intervenire; mentre continua il lancio di pietre tra gli spalti, gli juventini (che non sono accaniti ultras, ma perlopiù famiglie) si riversano terrorizzati contro un muro di recinzione in cerca di una via d'uscita. Solo in pochi riescono a scavalcare e mettersi in salvo, mentre la pressione della folla nel panico trasforma la tribuna in una trappola, dove chi non si getta nel vuoto è calpestato o schiacciato contro il muro. Quando infine il muro crolla, dopo interminabili e terribili minuti, si apre un varco che consente al pubblico di riversarsi in campo per sfuggire al massacro, ma le forze dell'ordine tentano addirittura di respingerlo. Sono appena passate le 19.30: in breve tempo perdono la vita 39 persone ed oltre 600 vengono ferite, ma nel resto degli spalti e negli spogliatoi è difficile realizzare le tragiche dimensioni dell'accaduto.
Circa un'ora prima dell'inizio della partita, prevista per le 21.30, le autorità trovandosi davanti ad uno scenario apocalittico decidono di rispettare il programma e far giocare ugualmente le squadre per evitare ulteriori disordini e compromettere irrimediabilmente la sicurezza dei sessantamila presenti. Le pur contrastanti testimonianze di giocatori e dirigenti juventini confermano la loro riluttanza ad una regolare discesa in campo: la confusione che regna nel rincorrersi delle notizie li convince però ad accettare la decisione degli organizzatori e del Liverpool, per cui le squadre si presentano sul terreno di gioco immerse in un'atmosfera quasi irreale.
E' solo un rigore di Platini, assegnato per un dubbio fallo su Boniek al sedicesimo minuto della ripresa, a decidere il risultato allontanando così l'incognita dei tempi supplementari che possono aggravare la sciagura. Dopo il triplice fischio finale, il disastro sembra già dimenticato: i festeggiamenti dei bianconeri, costretti probabilmente a rispettare la parte per non innervosire i tifosi, innescheranno nei mesi successivi un'accesa critica perché sono poi accompagnate da altrettanta esultanza al momento del ritorno a Torino con la coppa, tanto agognata e così amaramente conquistata. Ancora oggi non è chiaro cosa sapessero i giocatori circa le proporzioni della catastrofe.
Stilato un bilancio definitivo delle vittime, dopo una intera notte di soccorsi, non rimangono più scuse per gli hooligans, che sono ritenuti responsabili dell'ennesima brutalità, l'ultima di una lunga serie: la UEFA e poi la FIFA decidono così di bandire per cinque anni le squadre inglesi dalle competizioni internazionali, ed il Liverpool ne sconterà effettivamente sei.
La giustizia belga sembra però trascurare le necessarie indagini e solo nel 1989 si arriva ad un processo che condanna quattordici dei ventisette imputati; verranno sollevati numerosi dubbi sull'arbitrarietà di una tale selezione. Lo stadio Heysel viene riservato all'atletica e dopo una decennale chiusura alle competizioni calcistiche viene demolito per lasciare posto al nuovo impianto intitolato al Re Baldovino, inaugurato nel 1996, che ospiterà anche le partite del campionato europeo del 2000. Se il Belgio vuole dimenticare, Juventus e Liverpool non possono: le squadre, trascorsi dieci anni di contatti e collaborazione reciproca, si incontrano per la prima volta dopo la finale maledetta nell'aprile 2005 e le tifoserie si scambiano gesti di conciliazione.

giovedì 13 marzo 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 13 marzo.

Il 13 marzo 1996 nel Regno Unito ebbe luogo il massacro di Dunblane.

Il massacro della scuola di Dunblane fu una strage avvenuta il 13 marzo 1996 alla Primary School di Dunblane, in Scozia, dove un uomo armato, Thomas Watt Hamilton, uccise a colpi di pistola 16 scolari di età compresa tra i 5 e i 6 anni e la loro insegnante, prima di suicidarsi. Si tratta di uno dei peggiori massacri di questo genere avvenuti nel Regno Unito.

Alle 9.30 del mattino di mercoledì 13 marzo 1996, un uomo di 42 anni, Thomas Watt Hamilton, armato di quattro pistole e munito di paraorecchie, fece irruzione nella palestra della Primary School di Dunblane, dove 29 bambini della prima elementare avevano da poco cominciato l'ora di ginnastica. Hamilton estrasse una dopo l'altra le pistole che aveva in dotazione, iniziando a sparare quasi immediatamente e facendo fuoco sui bimbi e sul personale docente: la mattanza durò circa due-tre minuti. Compiuta la strage, l'uomo rivolse la pistola contro di sé e si tolse la vita. Si calcola che Hamilton usò in tutto 105 proiettili.

Nel pomeriggio, il portavoce della polizia Louis Mann comunicò che i morti, oltre all'assassino, erano 17, 16 bambini e la loro maestra, Gwen Mayor. L'insegnante, che fu uccisa con sei pallottole (di cui una le aveva sfondato l'occhio destro), e 15 bambini erano morti sul colpo, mentre un altro bambino era deceduto dopo il ricovero in ospedale. I corpi dei bambini morti nel massacro furono portati nella Royal Infirmery di Stirling per il riconoscimento da parte dei genitori. La dozzina di altre persone (in gran parte bambini) rimaste ferite, tre delle quali in gravi condizioni, furono invece condotte all'ospedale di Stirling.

Per questo massacro la regina Elisabetta II d'Inghilterra proclamò il lutto nazionale.

L'esecutore della strage, Thomas Watt Hamilton, covava l'idea di vendicarsi dal 1975, anno in cui, ventunenne, fu cacciato dalla Stirling Scout Group, dov'era capo scout, per il sospetto di "attenzioni particolari" nei confronti dei bambini. Da allora, Hamilton iniziò ad odiare la società  e a dedicarsi all'hobby delle armi da fuoco, anche se in questo passatempo incontrò spesso la diffidenza delle società di tiro, che sovente gli negarono la tessera. Dalla testimonianza di una vicina, che era entrata nella casa dell'assassino, si apprese che nella stanza di quest'ultimo stavano appese foto di ragazzini seminudi. Altri vicini raccontarono di aver visto molti giovani entrare ed uscire ogni giorno dalla casa di Hamilton.

Un vicino, dopo la strage disse:

«Voleva sempre fotografare i ragazzi, a molti diceva di togliersi la camicia o la maglietta perché le foto venissero meglio »

Un altro vicino sottolineò invece il carattere solitario e la passione di Hamilton per le armi da fuoco:

«Viveva solitario, come un lupo. Aveva la passione per le pistole, un giorno ha voluto a tutti i costi mostrarmele »

Lo stesso Hamilton, cinque giorni prima della strage, aveva inviato un messaggio alla regina Elisabetta II, in cui c'era scritto: "Odio il mondo".

Oltre all'assassino suicida, le vittime furono: 

Gwen Mayor (45 anni, insegnante)

Victoria Elizabeth Clydesdale (5 anni)

Emma Elizabeth Crozier (5 anni)

Melissa Helen Currie (5 anni)

Charlotte Louise Dunn (5 anni)

Kevin Allan Hasell (5 anni)

Ross William Irvine (5 anni)

David Charles Kerr (5 anni)

Mhairi Isabel MacBeath (5 anni)

Brett McKinnon (6 anni)

Abigail Joanne McLennan (5 anni)

Emily Morton (5 anni)

Sophie Jane Lockwood North (5 anni)

John Petrie (5 anni)

Joanna Caroline Ross (5 anni)

Hannah Louise Scott (5 anni)

Megan Turner (5 anni)

Il ferito più grave fu un bambino di nome Coll, che rimase a lungo in coma, e che a seguito delle ferite riportate, perse la vista e l'udito all'orecchio destro.

Tra i superstiti della strage, vi furono anche due future star del tennis, i fratelli Andy e Jamie Murray, all'epoca rispettivamente di otto e nove anni. I due fratelli Murray al momento della sparatoria si trovavano in palestra, ma riuscirono a salvarsi, nascondendosi sotto una cattedra. Nel 2004, Andy Murray dedicò la sua vittoria nel torneo juniores di Flushing Meadows proprio alle vittime della strage, che accomunò ai bambini caduti nella strage di Beslan. Il tennista dichiarò:

«Di quel giorno ricordo poco. So che ho realmente capito l'enormità di quello che era successo - ha raccontato - solo tre o quattro anni dopo, quando il peggio era passato, la gente cominciava pian piano a riprendersi e la vita a tornare alla normalità »

Andy Murray tornò a parlare del massacro di Dunblane nella sua autobiografia Hitting Back, pubblicata nel 2009. Parlò dell'omicida in questi termini:

«La cosa più orrenda è che conoscevamo tutti quel ragazzo. Mia madre gli dava spesso un passaggio. È stato nella sua auto. È ovviamente qualcosa di terribile sapere che hai avuto un omicida seduto nella tua auto. Accanto a tua madre »

Andy Murray decise però di raccontare in pubblico quanto successo il 13 marzo 1996 per la prima volta soltanto nel 2013, in un documentario della BBC.

Una messa in ricordo delle vittime fu tenuta nell'ottobre del 1996, mentre all'interno della Cattedrale di Dunblane fu eretta una stele che ricorda il massacro. 

L'anno successivo fu interamente demolita la palestra dove avvenne la strage, in seguito alla richiesta unanime dei genitori delle vittime e del corpo insegnanti. 

Inoltre, nel settembre del 2004, fu aperto un centro sportivo intitolato alle vittime della strage. 

giovedì 8 agosto 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 agosto.
L'8 agosto 1956 si ebbe in Belgio la terribile strage di Marcinelle.
Una delle più gravi tragedie minerarie della storia si verificò l’8 agosto 1956, nella miniera di carbone di Bois du Cazier (appena fuori la cittadina belga di Marcinelle) dove si sviluppò un incendio che causò una strage.
262 minatori morirono, per le ustioni, il fumo e i gas tossici. 136 erano italiani. Causa dell’incidente fu un malinteso sui tempi di avvio degli ascensori. Si disse che all’origine del disastro fu un’incomprensione tra i minatori, che dal fondo del pozzo caricavano sul montacarichi i vagoncini con il carbone, e i manovratori in superficie. Il montacarichi, avviato al momento sbagliato, urtò contro una trave d’acciaio, tranciando un cavo dell’alta tensione, una conduttura dell’olio e un tubo dell’aria compressa.
Erano le 8 e 10 quando le scintille causate dal corto circuito fecero incendiare 800 litri di olio in polvere e le strutture in legno del pozzo. L’incendio si estese alle gallerie superiori, mentre sotto, a 1.035 metri sottoterra, i minatori venivano soffocati dal fumo. Solo sette operai riuscirono a risalire. In totale si salvarono in 12.
Il 22 agosto, dopo due settimane di ricerche, mentre una fumata nera e acre continuava a uscire dal pozzo sinistrato, uno dei soccorritori che tornava dalle viscere della miniera non poté che lanciare un grido di orrore: «Tutti cadaveri!».
Ci furono due processi, che portarono nel 1964 alla condanna di un ingegnere (a 6 mesi con la condizionale). In ricordo della tragedia, oggi la miniera Bois du Cazier è patrimonio Unesco.
La tragedia della miniera di carbone di Marcienelle è soprattutto una tragedia degli italiani immigrati in Belgio nel dopoguerra.
 Tra il 1946 e il 1956 più di 140mila italiani varcarono le Alpi per andare a lavorare nelle miniere di carbone della Vallonia. Era il prezzo di un accordo tra Italia e Belgio che prevedeva un gigantesco baratto: l’Italia doveva inviare in Belgio 2mila uomini a settimana e, in cambio dell’afflusso di braccia, Bruxelles si impegnava a fornire a Roma 200 chilogrammi di carbone al giorno per ogni minatore.
 Il nostro Paese a quell’epoca soffriva ancora degli strascichi della guerra: 2 milioni di disoccupati e grandi zone ridotte in miseria. Nella parte francofona del Belgio, invece, la mancanza di manodopera nelle miniere di carbone frenava la produzione. Così si arrivò al durissimo accordo italo-belga.
Integrazione difficile. Gli italiani trovarono innumerevoli difficoltà di integrazione con la comunità belga, almeno fino a quell'8 agosto 1956.
 «Il nostro vicino, che non la smetteva mai di insultare mio padre, è entrato da noi piangendo» racconta il figlio di un minatore. “La comunità italiana del Belgio ha pagato con il sangue il prezzo del suo riconoscimento” scrisse Patrick Baragiola sul quotidiano Le Monde.

mercoledì 17 aprile 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 aprile.
Il 17 aprile 1944 Berceto, in Toscana, fu teatro di una tragica strage nazifascista.
Gli abitanti della piccola frazione di Berceto, nell’aprile 1944, aspettavano come tanti Italiani la fine della guerra, che ormai andava avanti da quasi quattro anni: dopo lo sbarco alleato in Sicilia, anche la penisola era teatro di scontri e battaglie furiose tra gli Anglo-Americani in risalita e le forze tedesche della Wermacht, con le truppe della Repubblica Sociale Italiana, che tentavano una strenua resistenza. Sfondata la Linea Gustav, l’avanzata degli Alleati raggiunse il 6 giugno 1944 (lo stesso giorno dello sbarco in Normandia) la città di Roma e, nell’agosto seguente, Firenze. A questo punto, le truppe alleate vennero bloccate dalla nuova linea difensiva, la Gotica, che correva dalla Versilia, si snodava lungo la Valle della Garfagnana, per raggiungere il settore adriatico tra Rimini e Forlì. Anche le forze partigiane, nelle retrovie, cominciarono ad intensificare gli attacchi e gli agguati agli avamposti tedeschi e italiani più isolati, spesso causando, come unico risultato, feroci rappresaglie che colpivano la popolazione civile. Come se non bastasse, dal cielo piovevano tonnellate e tonnellate di bombe sganciate dai bombardieri inglesi e americani. Un triste destino colpì anche Berceto, piccolo agglomerato del Comune di Rufina, alle porte di Firenze.
Il 16 aprile 1944, un gruppo di quattro partigiani scese verso le abitazioni cercando un riparo per la notte, trovandolo presso alcune case di contadini: per evitare eventuali rappresaglie, visti i movimenti delle truppe tedesche nelle vallate circostanti, i quattro rassicurarono le famiglie che li ospitavano che sarebbero ripartiti l’indomani mattina, alle prime luci dell’alba. Venne il giorno dopo e i partigiani indugiarono a partire, fino a mattina inoltrata: improvvisamente, un reparto tedesco fece irruzione nell’abitazione, catturando subito due dei partigiani presenti, mentre i rimanenti fuggirono; fu poi appurato che i due che riuscirono ad allontanarsi erano due informatori delle autorità tedesche. A questo punto, dopo aver fucilato i due ricercati, le truppe tedesche si rivalsero su quei civili che avevano dato ospitalità e riparo ai due partigiani: nella rappresaglia che ne seguì, vennero uccise nove persone (cinque donne, due bambine di pochi anni e due anziani): Alessandro e Isola Ebicci, di 78 anni e 49 anni; Fabio e Iolanda Soldeti, di 81 anni e 19 anni; Giulia Vangelisti, di 46 anni, e le sue quattro figlie, Bruna (23 anni), Angelina (22 anni), Anna Maria (3 anni) e Iole (9 anni), unitamente ai due partigiani, Gugliemo Tesi e Mauro Chiti. Come segno di riconoscenza per il tributo di sangue offerto dalla piccola Berceto, è stata conferita la Medaglia di Bronzo al Merito Civile alla frazione: “Nel corso del secondo conflitto mondiale, la popolazione della cittadina toscana, animata da fiera ostilità nei confronti del regime fascista, per aver favorito la lotta partigiana, venne fatta oggetto di una feroce rappresaglia. La Frazione di Berceto fu teatro di una atroce strage, nella quale furono uccisi undici civili, fra cui donne, bambini ed anziani. Nobile esempio di sacrificio ed amor patrio. Berceto, Frazione di Rufina, Firenze, 17 aprile 1944”.

martedì 13 febbraio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 febbraio.
Il 13 febbraio 1692 passa alla storia per il massacro di Glencoe.
La valle di Glencoe, chiamata anche valle delle lacrime, offre uno dei panorami più belli dell’intera Scozia. Quello che proverete addentrandovi a Glencoe è una di quelle sensazioni impossibili da spiegare, un senso di piccolezza e smarrimento come solo pochi luoghi al mondo sanno fare. Questa valle di origine glaciale è una brughiera interrotta solo da cascate, ruscelli, erica in fiore e svettanti rilievi montuosi come le celebri Three Sisters.
Ma la bellezza di questo luogo è resa ancor più drammatica se pensiamo alla storia che si cela dietro le montagne, i ruscelli e le vallate di questi 15 chilometri di natura selvaggia.
Facciamo quindi un passo indietro nel tempo.
E’ il 1688 e Guglielmo III d’Inghilterra è il nuovo sovrano che deve destreggiarsi tra le rivolte scozzesi dei giacobiti. Infatti i giacobiti, per lo più cattolici, trovano molto difficile giurare fedeltà ad un sovrano anti – cattolico, anti – Stuart e anti – Francesi e desiderano invece il ritorno al trono di Giacomo che era esiliato in Francia.
Le rivolte giacobite sono numerose ma vedono sempre la vittoria dell’esercito inglese: Killiencrankie, Dunkeld ed infine Cromdale.
Guglielmo però, sapendo di dover tentare una pacificazione nel territorio delle Highland, offre una possibilità agli scozzesi di essere perdonati per le loro rivolte.
Entro il 1 Gennaio 1692 i Clan avrebbero dovuto fare un giuramento di fedeltà davanti ad un magistrato. Chi si fosse rifiutato ne avrebbe pagato le conseguenze.
Alcuni Clan accettarono di giurare fedeltà mentre altri presero tempo e ci pensarono fino all’ultimo. Uno di questi fu Alexander MacDonald di Glencoe che arrivò all’ultimo fino a Fort William per prestare il giuramento di fronte al Colonnello Hill che però non aveva il titolo per accettare il Giuramento. L’highlander quindi dovette arrivare fino ad Inverness per giurare arrivando però il 6 Gennaio, oltre la data limite che era il 1 Gennaio.
A questo punto – con il pretesto di dover dare un esempio a chi non aveva giurato fedeltà al nuovo reggente – si mise in moto un vero e proprio complotto ai danni dei MacDonald.
Alla fine di Gennaio 120 uomini appartenenti alla fanteria di Argylle capeggiati da Robert Campbell- con la scusa di dover riscuotere un contributo – si fecero ospitare nella tenuta dei MacDonald a Glencoe. Nonostante i Campbell fossero storicamente nemici dei MacDonald, questi ultimi li ospitarono per 2 settimane secondo le tradizioni delle Highland. Il 12 Febbraio però arrivò un chiaro ordine:
Signore, vi si ordina con la seguente di catturare i Ribelli, i MacDonald di Glencoe, e di passare a fil di spada tutti coloro di età inferiore ai 70 anni. Avrete particolare attenzione affinché la vecchia Volpe ed i suoi Figli non riescano a fuggire e a fare in modo di tagliare ogni via di fuga. Questo ordine dovrà essere eseguito entro le cinque del mattino, quando io arriverò da voi con dei rinforzi. Se non sarò arrivato per quell’ora eseguite gli ordini senza di me. Questo è un ordine Speciale del Re per il bene e la salvezza del paese, affinché a questi miscredenti vengano tagliate radici e rami.
E così durante la notte tra il 12 e il 13 Febbraio vennero bruciati gli alloggi e barbaramente uccise circa 40 persone, violando il tradizionale codice di ospitalità delle Highland. In molti morirono per il freddo di una valle invernale che di certo non aiutò i fuggitivi. Solo in 12 sfuggirono al massacro che ancora oggi viene ricordato come tra i più vili nella storia di Scozia.
Oggi, una targa all’ingresso di uno storico locale della valle, il Clacaigh Inn, ricorda l’evento con una frase tagliente:
“Vietato l’ingresso ai venditori ambulanti e ai Campbell”.

domenica 7 gennaio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 gennaio. Il 7 gennaio 2015 ha luogo la strage al giornale satirico "Charlie Hebdo".
Due terroristi, "nel nome di Allah", hanno aperto il fuoco e ucciso dodici persone facendo irruzione nella sede del giornale satirico Charlie Hebdo, a qualche centinaio di metri dalla Bastiglia. I killer Said e Cherif, due fratelli jihadisti franco-algerini di 32 e 34 anni, erano tornati in Francia dalla Siria. Con loro un complice, Amid, di appena 18 anni.
La Francia è sconvolta, il presidente Francois Hollande - subito accorso sul posto - è apparso sotto shock. Ha definito le vittime "i nostri eroi", caduti per l'idea che si erano fatti della Francia, "la libertà". Sono caduti sotto i colpi del commando di terroristi Charb, il direttore, e i popolarissimi disegnatori satirici Wolinski, Cabu e Tignous. Li hanno cercati, uno per uno, in particolare Charb, autore di un'ultima vignetta tragicamente profetica, in cui scherzava su possibili attacchi terroristici imminenti in Francia. I testimoni parlano invece di un periodo di difese stranamente un po' allentate al giornale, da anni nel mirino del fanatismo per le sue provocazioni contro gli estremismi religiosi di ogni tipo. "Allah Akbar", hanno gridato i terroristi uscendo, filmati dall'alto in un video che - a partire da Le Monde - i media francesi si sono  impegnati a non diffondere o a pubblicare depurato delle scene più crude.
"Abbiamo vendicato il profeta", "abbiamo ucciso Charlie Hebdo, siamo di Al Qaida": queste le altre urla deliranti dei terroristi, i quali durante alcuni interminabili minuti hanno compiuto una mattanza scientifica, chiedendo ai giornalisti il loro nome prima di giustiziarli. Sotto i colpi, sono caduti anche l'economista Bernard Maris, che aveva una rubrica su Charlie Hebdo, con lo pseudonimo di Oncle Bernard, un addetto alla portineria, un poliziotto accorso in bicicletta dal commissariato vicino e un altro che era di guardia all'interno della redazione. I killer sono fuggiti su un'auto, poi l'hanno dovuta abbandonare dopo uno scontro con un veicolo guidato da una donna, hanno minacciato un altro automobilista e si sono allontanati con la sua auto. E proprio nell'auto gli agenti hanno trovato le loro carte d'identità. Nella banlieue nord di Parigi si è subito scatenata una caccia all'uomo senza precedenti.
Si concludono con altro sangue i tre giorni più lunghi per la Francia, cominciati con la strage in redazione a Charlie Hebdo e finiti con un doppio, simultaneo assalto dei reparti speciali francesi. Morti i tre terroristi, che hanno inneggiato ad al Qaida e all'Isis, morto un loro probabile fiancheggiatore. Morte anche quattro persone, ostaggio in un supermercato di prodotti kosher. "Usciremo da questa prova ancora più forti", ha detto il presidente Francois Hollande in tv, provando a risollevare i francesi atterriti da un incubo interminabile. Ma poi ha subito aggiunto che "per la Francia le minacce non sono finite".
Il terribile attacco ai vignettisti di Charlie Hebdo, poi il crudele assassinio di una giovane poliziotta, infine la fuga dei tre terroristi braccati come animali, i due fratelli integralisti Cherif e Said Kouachi e l'ultrà islamico di origine maliana Amedy Coulibaly. Nella fuga i due Kouachi avevano tentato di rubare un'auto, si sono scontrati con la polizia e, infine, si sono asserragliati in una tipografia della zona industriale della Seine-et-Marne, a est di Parigi, a ridosso dell'aeroporto Charles de Gaulle di Roissy. Contemporaneamente, si stringeva il cerchio attorno a Coulibaly, del quale non si era saputo più nulla dopo l'assassinio della giovane agente: fermati i genitori, un mandato veniva spiccato nei confronti suoi e della sua compagna, Hayat Boumeddiene.
I fratelli Kouachi non si erano resi conto di avere con loro un ostaggio. Dopo ore, sentendosi perduti e privi di potere di scambio con la polizia che li assediava, sono usciti dallo stabilimento sparando contro la polizia, alle 16.57. Seguendo gli ordini impartiti direttamente dal presidente Hollande, i reparti speciali hanno risposto al fuoco e hanno "neutralizzato" la minaccia. I due fratelli, che avevano fatto sapere di voler morire "da martiri", sono stati uccisi nello scontro a fuoco. Nel primo pomeriggio, intanto, era riemerso Coulibaly, di cui non si avevano notizie da ore. Era braccato, ha saputo dei suoi genitori fermati, ha sentito che era arrivato alla fine ed è passato al gesto estremo: kalashnikov in pugno, è entrato in un supermercato di prodotti kosher a Vincennes, periferia residenziale di Parigi, prendendo in ostaggio una decina di persone, fra cui donne e bambini, e gridando ai primi poliziotti arrivati: "sapete chi sono, sapete chi sono!".
Le ricostruzioni dicono che abbia ucciso subito quattro degli ostaggi, minacciando poi un massacro se fossero stati toccati i fratelli Kouachi. Ha avuto la calma e la concentrazione di telefonare alla redazione di BFMTV per mettere in chiaro che la sua azione era coordinata con i fratelli terroristi, che avrebbero dovuto occuparsi "loro di Charlie Hebdo, io dei poliziotti". Dopo essersi detto appartenente allo Stato islamico, si è preparato alla fine cominciando a pregare (i redattori di BFMTV hanno ascoltato le sue preghiere dal cellulare rimasto staccato). Anche a Vincennes, per ordine di Hollande, le teste di cuoio sono passate all'azione, esattamente tre minuti dopo Dammartin-en-Goele: fuoco e granate lacrimogene sul supermercato, irruzione ed esplosioni, poi il silenzio. Lentamente sono usciti i superstiti, mentre i soccorritori si dedicavano ai feriti. Cinque i morti accertati: Coulibaly e quattro ostaggi. Alcuni riferiscono però che tra le quattro vittime ci potrebbe essere un possibile complice del killer.

domenica 18 dicembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 dicembre.
Il 18 Dicembre del 1922 inizia quella che viene ricordata come "La strage di Torino": nelle giornate tra il 18 ed il 20, le squadre fasciste aggrediscono diversi militanti delle organizzazioni popolari, uccidendo 11 antifascisti e causando decine di feriti.
 A partire dalla marcia su Roma di un paio di mesi prima, a Torino la violenza squadrista si era già manifestata più volte con particolare ferocia.
Ad essere colpiti nelle tre giornate di Dicembre sono operai, sindacalisti, militanti comunisti.
 Tutto ha inizio la sera del 17, quando l'operaio e militante comunista Francesco Prato subisce un agguato da parte di un gruppo di tre fascisti che gli sparano ad una gamba; Prato si difende prontamente e uccide due degli squadristi, mentre il terzo riesce a mettersi in fuga.
 La rappresaglia fascista non tarda a farsi sentire: la mattina del 18 Dicembre una cinquantina di camicie nere, capitanate dal federale Pietro Brandimarte, fa irruzione all'interno della Camera di Lavoro di Torino, dove il deputato socialista Vincenzo Pagella, il ferroviere Arturo Cozza e il segretario della Federazione dei metalmeccanici, Pietro Ferrero, vengono picchiati dagli squadristi e poi lasciati andare.
 Di qui ha inizio una serie di incursioni (sia nelle strade che nelle abitazioni) a danno di diversi personaggi "scomodi". Ora i fascisti attaccano con il chiaro intento di uccidere, forti della garanzia di non intervento che le autorità cittadine hanno deciso di adottare in un vertice in Prefettura che si conclude poche ore prima dell'inizio degli eccidi.
 Il primo ad essere colpito è Carlo Berruti, segretario del Sindacato ferrovieri e consigliere comunale comunista, che viene caricato in una macchina e portato in aperta campagna, dove viene fatto incamminare lungo un sentiero per essere poi colpito alla schiena da diversi proiettili.
 Nel primo pomeriggio un gruppo di squadristi fa irruzione in un'osteria di via Nizza, perquisendo ed identificando tutti i presenti: Ernesto Ventura, trovato in possesso della tessera del partito Socialista, viene colpito con una revolverata, mentre il gestore del locale, Leone Mazzola, dopo aver tentato di opporsi all'attacco dei fascisti, viene colpito a coltellate e poi freddato da un colpo di pistola. Nel frattempo l'operaio Giovanni Massaro scappa dal locale ma viene rincorso fin dentro la sua abitazione e ucciso.
 In serata è il turno di Matteo Chiolero, fattorino e comunista, che, rientrato a casa propria dopo il lavoro, sente bussare alla porta, apre e viene freddato senza una parola da tre colpi alla testa, sotto gli occhi terrorizzati della moglie e della figlia di due anni.
 Il comunista Andrea Chiomo viene prelevato poco dopo da sette fascisti, trascinato in strada e massacrato di botte; con le ultime energie rimastegli riesce a scappare per pochi metri ma viene raggiunto da una fucilata alla schiena.
 Pietro Ferrero, già vittima della violenza fascista consumatasi durante la mattinata, aveva deciso di lasciare la città la mattina successiva, ma viene scoperto mentre passa di fronte alla Camera del Lavoro, assediata ormai da ore dalle camicie nere, che lo portano in una stanza dell'edificio adibita a prigione e lo picchiano selvaggiamente. Verso mezzanotte il corpo di Ferrero, incapace di muoversi ma ancora vivo, viene legato ad un camion e trascinato sull'asfalto per diversi metri per essere poi abbandonato in mezzo alla strada.
 Le ultime due vittime di quella giornata di terribile violenza sono Emilio Andreoni e Matteo Tarizzo.
 Il primo, operaio di 24 anni, viene prelevato dalla sua abitazione e ucciso poco fuori Torino; successivamente gli squadristi tornano a casa di Andreoni e, con la moglie e il figlio di un anno presenti, la devastano.
 Matteo Tarizzo, 34 anni, viene sorpreso nel sonno dall'irruzione dei fascisti, prelevato e ucciso a bastonate poco lontano da casa sua.
 Durante la giornata del 18 Dicembre molte altre persone vengono ferite, anche in modo grave.
 I vili attacchi squadristi proseguirono ancora per tutti e due i giorni successivi.
 Fu chiaro da subito che l'omicidio dei due fascisti ad opera di Francesco Prato era stato solo un pretesto per mettere in atto un piano preordinato che vedeva la connivenza delle autorità cittadine e delle forze dell'ordine, che durante diversi attacchi squadristi consumatisi nei tre giorni rimasero impassibili a guardare.
 L'obiettivo era quello di dare un segnale a tutta la città di Torino, che da subito si distinse per la sua forte resistenza al fascismo.
 Lo stesso Brandimarte dichiarerà due anni dopo che l'operazione era stata «ufficialmente comandata e da me organizzata [...] noi possediamo l'elenco di oltre tremila nomi sovversivi. Tra questi tremila ne abbiamo scelto 24 e i loro nomi li abbiamo affidati alle nostre migliori squadre, perché facessero giustizia».
 Alle vittime di quei tre giorni è stata intitolata la piazza XVIII Dicembre su cui si affaccia la stazione ferroviaria di Porta Susa di Torino.

mercoledì 14 dicembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 dicembre.
Il 14 dicembre 2012 nel Connecticut, Adam Lanza, un ragazzo di 20 anni con forti disturbi mentali, compì il massacro della Sandy Hook Elementary School.
Prima ha ucciso la madre in casa, poi ha raggiunto la scuola elementare ‘Sandy Hook’ facendo una strage di bambini. America sotto choc all’indomani del massacro di Newtown, nel Connecticut, dove sono rimaste uccise 26 persone, di cui 20 bimbi.
Per la strage Adam Lanza, 20 anni, ha usato le armi regolarmente acquistate dalla madre, insegnante proprio presso la ‘Sandy Hook’. Le stesse armi che poi ha rivolto contro se stesso.
“Tutte le vittime della strage sono state identificate” ha detto il tenente Paul Vance, della polizia del Connecticut, che ha chiesto ai giornalisti di “rispettare la privacy” delle famiglie delle vittime.
Sono tre le armi di cui era in possesso il giovane che ha compiuto l’assalto: sul posto infatti sono state trovate una semiautomatica 223 Bushmaster, che stava all’interno di un’auto nel parcheggio, oltre a una Glock e una Sig Sauer che Lanza aveva addosso.
Lanza aveva reagito molto male alla separazione dei genitori, Nancy e Peter, una decina di anni prima. E’ la testimonianza di un ex vicino di casa, Ryan Kraft, che di tanto in tanto faceva da baby sitter ad Adam e al fratello Ryan e in quelle occasioni li trovava troppo ”turbolenti”. ”I ragazzi – ricorda – sembravano davvero depressi”, Adam prendeva farmaci.
Un’altra vicina, Beth Israel descrive invece Adam solo come un ragazzo introverso, ma non aggressivo. ”Posso solo dire che era un po’ strano socialmente, timido e silenzioso, non ti guardava negli occhi, ma non riesco a pensare ad alcun incidente specifico”, ha raccontato in un’intervista al Washington Post. Il padre di Adam, Peter, è vicepresidente e specialista fiscale per la GE Financial Services, si è risposato e vive a Stamford, sempre nel Connecticut.
Lanza veniva descritto dai suoi compagni di scuola timido e introverso, desideroso di non attrarre in alcun modo l’attenzione, al punto da non voler comparire nell’annuario del suo liceo, quello della classe del 2010. I ragazzi ricordano quanto fosse a disagio nelle situazioni sociali. Diversi di loro hanno anche detto di ricordare che soffrisse di un problema di disturbo dello sviluppo. Stando a quanto era stato loro riferito, si trattava della sindrome di Asperger.
”Si vedeva che si sentiva a disagio quando stava al centro dell’attenzione – ha raccontato una sua ex compagna, citata dal New York Times – Credo che forse non avesse ricevuto il giusto tipo di attenzione o di aiuto. Credo che si notasse così poco che le persone neanche si rendevano conto che forse c’era qualcosa di più, che forse aveva bisogno di parlare o ricevere una qualche forma di assistenza”.
“Il male è stato qui nella nostra comunità. E’ un momento terribile. Lo supereremo” ha detto il governatore del Connecticut, Dan Malloy, al quale il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon ha fatto pervenire un messaggio di cordoglio. Attaccare i bambini è “aberrante ed impensabile”, ha dichiarato Ban, che ha espresso cordoglio alle famiglie delle vittime e a tutti coloro che sono rimasti “traumatizzati da questo terribile crimine”.
”Ogni genitore in America ha il cuore colmo di dolore” ha detto nel suo intervento del sabato l'allora presidente americano, Barack Obama. “La maggior parte delle persone che sono morte erano bambini piccoli, con un’intera vita davanti a sé. Tra le persone uccise anche insegnanti – uomini e donne – che hanno dedicato la loro vita ad aiutare i nostri figli a realizzare i loro sogni”.
Obama ha poi esortato gli americani a tendere la mano alle famiglie delle vittime. “I nostri cuori sono infranti oggi. Siamo addolorati per le famiglie di quanti ci sono venuti a mancare”, ha dichiarato esortando gli americani ad unirsi per fare in modo che “siano adottate azioni significative per prevenire il ripetersi di tragedie come queste. Senza tener conto della politica”.
I messaggi di cordoglio e gli appelli a discutere finalmente di controllo delle armi si sono moltiplicati negli Stati Uniti dopo la notizia del massacro: dal governatore di New York Andrew Cuomo, che si è detto “scioccato e addolorato” e che ha chiesto che la società unita “combatta la diffusione delle armi” al sindaco di New York Michael Bloomberg, che ha parlato della necessità di “un’azione immediata”, a Nancy Pelosi, leader dei Democratici alla Camera dei Rappresentanti, per la quale “non ci sono parole in grado di consolare i genitori dei bambini assassinati alla Sandy Hook”, tutti hanno espresso il loro sgomento e dolore per la strage.
Mark Kelly, marito di Gabrielle Giffords, la ex parlamentare gravemente ferita da un uomo armato a Tucson nel 2011, è intervenuto su Facebook: “I bambini della scuola elementare Sandy Hook e tutte le vittime della violenza delle armi meritano leader che abbiano il coraggio di prendere parte ad un dibattito significativo sulle leggi sulle armi, su come possano essere riformate e meglio attuate per impedire la violenza e le morti in America”.
Il governatore del Colorado John Hickenlooper, nel cui Stato ci sono state sia la strage della High School di Columbine, nel 1999 sia la sparatoria di Aurora quest’anno, ha espresso appoggio e cordoglio: “Sappiamo fin troppo bene quale impatto questo tipo di violenza produca su una comunità e sulla nostra nazione. I nostri pensieri e le nostre preghiere vanno alle famiglie delle persone uccise. Possiamo fornire il nostro appoggio, ma sappiamo che il dolore resterà per sempre”.
Il regista americano Michael Moore è intervenuto più volte su Twitter dopo aver appreso la notizia, commentando fin da subito quanto accaduto e denunciando con forza l’assenza di un dibattito e di decisioni sul controllo delle armi negli Stati Uniti.
“Tra pochi minuti esperti e politici diranno che ‘questo non è il momento di parlare di controllo delle armi’. Davvero? Quando è questo momento?”, chiede Moore ricordando che dalla strage nella Columbine High School nel 1999 in cui furono uccisi 12 studenti ed un insegnante, ci sono state almeno 31 sparatorie nelle scuole. Per Moore “il modo di onorare quei bambini morti è chiedere un rigido controllo sulle armi e un’assistenza psichiatrica gratuita”.
Moore poi se l’è presa direttamente con la principale lobby che si batte per il diritto al possesso delle armi, la National Rifle Association, (NRA): “La NRA odia la libertà – ha scritto su Twitter – Non vogliono che abbiate la libertà di mandare i vostri bambini a scuola aspettandovi che tornino a casa vivi”.
Non appena si è diffusa la notizia della sparatoria a Newtown, un gruppo di manifestanti è tornato a riunirsi davanti alla Casa Bianca per chiedere un maggiore controllo sull’accesso alle armi negli Stati Uniti. Tra loro anche Linda Finkel-Talvadkar, che ogni lunedì dalla strage in Colorado a luglio manifesta a Washington sulla Pennsylvania Avenue per chiedere una legislazione più rigida sulle armi da fuoco.
“Credo che esprimere la necessità di un regolamento sulle armi sia lavorare a nome delle famiglie che oggi hanno perso i loro cari”, ha dichiarato la donna parlando con la Dpa. “Non possiamo lasciare che questo continui”, ha aggiunto. Con lei un centinaio di persone, tra cui famiglie con bambini piccoli e insegnanti. Barbara Elsas, maestra della scuola materna che da 27 settimane manifesta con Finkel-Talvadkar si è detta frustrata per la mancanza totale di passi avanti su questo terreno. “Succedono cose orribili, andiamo in strada, sfiliamo con le candele, cantiamo, poi ciascuno torna a casa”, ha detto, lamentando la mancanza di azioni politiche.
“Oggi è il giorno” si leggeva sui cartelli che i manifestanti esibivano a Washington, con riferimento alla necessità di avviare immediatamente un dibattito sulle armi. Il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, pur sottolineando la necessità che questo avvenga, ha detto commentando il massacro di non credere “che questo possa essere oggi”.
Profondo dolore ha espresso il Papa per “una tragedia insensata”. Lo sottolinea Benedetto XVI, riferisce il sito della Radio Vaticana, in un messaggio a firma del cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone. ”Un evento scioccante” che ha toccato molte famiglie. Benedetto XVI invoca la consolazione della preghiera per sostenere la comunità ”con la forza dello spirito che trionfa sulla violenza” e ”con il potere del perdono, della speranza e dell’amore che riconcilia”.
Ad oggi, nessuna legge federale ha ridotto le possibilità per gli americani di possedere armi.

martedì 6 dicembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 dicembre.
Il 6 dicembre 1989 a Montréal ebbe luogo il "massacro del politecnico".
Poco dopo le 4 del pomeriggio del 6 dicembre 1989 Marc Lépine, un giovane di 25 anni, giunse all'edificio che ospita il politecnico di Montréal, armato di un fucile semiautomatico e un coltello da caccia. Aveva acquistato il fucile il 21 novembre in un negozio di articoli sportivi di Montréal, dicendo al commesso che intendeva usarlo per praticare la caccia a piccoli animali. Lépine conosceva bene l'edificio, avendolo ispezionato nei dettagli almeno sette volte nelle settimane precedenti il massacro.
Lépine sedette per un po' alla reception del secondo piano, senza parlare con nessuno, nemmeno quando un membro dello staff gli chiese se aveva bisogno di qualcosa. Uscito dall'ufficio, fu visto in altre parti dell'edificio prima di entrare intorno alle 17 e 10  in una classe di ingegneria meccanica del secondo piano, con all'interno circa sessanta studenti. Dopo essersi presentato, ordinò ai presenti di smettere di fare quel che stavano facendo, e che le donne e gli uomini si disponessero su lati opposti della classe. Inizialmente nessuno si mosse, pensando a uno scherzo, fino a che Marc sparò un colpo al soffitto.
Lépine quindi separò le nove donne dai circa cinquanta uomini ed ordinò a quest'ultimi di lasciare l'aula. Quindi chiese in francese alle donne se sapevano perché erano lì, e quando una studentessa rispose di no, lui replicò dicendo "sto combattendo il femminismo". Una delle studentesse, Nathalie Provost, disse "Guarda, noi siamo solo donne che studiano ingegneria, non significa che siamo femministe pronte a marciare in strada gridando che siamo contro gli uomini, siamo solo studentesse che intendono fare una vita normale". Lépine rispose "voi siete donne, diventerete ingegneri, siete tutte un branco di femministe. Io odio le femministe". Quindi aprì il fuoco da sinistra a destra, uccidendo 6 ragazze e ferendone 3, inclusa la Provost. Prima di uscire scrisse la parola "merda" due volte sopra un quaderno di uno studente.
Lépine si incamminò nel corridoio del secondo piano ferendo tre studenti prima di entrare un un'altra aula dove tentò due volte di sparare a una studentessa. L'arma si inceppò e fu visto infilarsi nelle scale di emergenza e ricaricare il fucile. Tornò verso la stanza da cui era uscito, ma gli studenti si erano chiusi dentro. Lungo il corridoio sparò allora ad altri, ferendone uno, prima di andare verso l'ufficio dei servizi finanziari dove sparò e uccise una donna attraverso il vetro della porta.
Si diresse verso la caffetteria del primo piano, all'interno della quale vi erano un centinaio di persone. La folla impazzì dopo che ebbe sparato a una donna vicino alla cucina e ferito un altro studente. Entrò nel magazzino della cucina dove sparò e uccise altre due donne che si nascondevano lì. Ordinò a un ragazzo e una ragazza di venire fuori da sotto un tavolo; quelli lo fecero e li risparmiò.
Quindi Lépine salì al terzo piano dove ferì due maschi e una femmina nel corridoio. Entrò in un'aula ed uccise e ferì diverse ragazze e ragazzi sparando in ogni direzione. Ferì anche una ragazza di nome Maryse Leclair. Questa, accasciatasi al suolo, urlò chiedendo aiuto e Lépine, tirando fuori il coltello, la pugnalò tre volte uccidendola. Quindi si tolse il berretto, avvolse il cappotto intorno al fucile, esclamò "merda" e si uccise sparandosi in testa, venti minuti dopo aver iniziato il suo attacco. Sessanta proiettili erano rimasti nelle scatole che aveva con sé. Aveva ucciso quattordici donne (tredici studentesse e una impiegata) e ferito altre quattordici persone, di cui quattro uomini.
Dopo aver tenuto una conferenza stampa all'esterno del politecnico, il direttore della Polizia di Montréal Pierre Lecrair entrò nell'edificio e trovò il corpo senza vita di sua figlia Maryse.
La tasca interna della giacca di Marc Lépine conteneva una lettera d'addio e due lettere ad amici, tutte con la data del massacro. Il testo completo della lettera d'addio non fu mai rivelata dalla polizia.
Nella lettera Lépine spiegava di ritenersi in pieno possesso delle sue facoltà e che condannava le femministe per avergli rovinato la vita. L'attacco era motivato dalla sua rabbia contro le femministe che volevano cambiamenti sociali volti ad ottenere vantaggi per il fatto di essere donne, a scapito di quelli degli uomini. Inoltre menzionava e inneggiava a Denis Lortie, un soldato delle forze canadesi che aveva ucciso 3 impiegati governativi e ferito altri 13 durante un attacco armato all'Assemblea Nazionale del Quebec il 7 maggio 1984.
Il massacro scosse profondamente i canadesi. Si temeva che le polemiche e le discussioni pubbliche potessero causare dolore ai familiari e portare a violenza antifemminista. Pertanto non fu tenuto alcun processo pubblico, e non venne reso pubblico il testo integrale della lettera di Lépine. Allo stesso modo non furono resi pubblici né i risultati autoptici né i rapporti dell'inchiesta, nonostante le proteste dei media, delle organizzazioni femminili e dei familiari delle vittime.
I feriti e i testimoni tra gli studenti e gli impiegati dell'università ebbero una quantità di problemi di carattere fisico, sociale, esistenziale, finanziario e psicologico, incluso lo stress post-traumatico. Alcuni studenti si suicidarono. Almeno un paio di essi scrissero che la ragione del suicidio era dovuta all'inguaribile angoscia che li attanagliava dal giorno del massacro. Nove anni dopo l'evento, quasi tutti i sopravvissuti lamentavano di non aver ancora superato interamente lo stress di quell'esperienza.
La risposta della polizia alla sparatoria fu fortemente criticata dai media, per il tempo che fu lasciato a Lépine di compiere il massacro. I primi poliziotti giunti sul posto stabilirono un perimetro attorno all'edificio e attesero prima di entrare. Durante questa operazione Lépine ebbe il tempo di uccidere molte donne. Successivamente furono radicalmente cambiati i protocolli per questo tipo di emergenze e ciò consentì un'azione efficace nella sparatoria del Dawson College del 2006, dove la perdita di vite umane fu minima.
Un'ulteriore conseguenza del massacro fu una spinta al movimento canadese per il controllo delle armi. Una sopravvissuta, Heidi Rathjen, che era in un'aula in cui Lépine non era entrato, fondò la Coalizione per il Controllo delle Armi insieme a Wendy Cukier. La loro attività, insieme a quella di altri, consentì la promulgazione di una legge che includeva l'obbligo di corsi di formazione per i possessori di armi, la loro schedatura, regole per la conservazione di pistole e munizioni e la registrazione di qualsiasi arma da fuoco.
Tra il 2009 e il 2012 i sopravvissuti al massacro e i familiari delle vittime si opposero fortemente ai tentativi del governo conservatore di Stephen Harper di abolire il registro delle armi a canna lunga. Tuttavia la schiacciante vittoria di Harper alle elezioni del 2011 portò all'abolizione del registro nel 2012. Il Quebec si oppose in tribunale ed ottenne una vittoria, pertanto quel registro continua ad esistere nel solo Quebec.

lunedì 6 dicembre 2021

#Almanaccouotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 dicembre.
Nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007 un incendio nella Thyssenkrupp di Torino provoca la morte di 7 operai.
Poco dopo l’una di notte, sulla linea 5 dell’acciaieria di Torino, sette operai vengono investiti da una fuoriuscita di olio bollente, che prende fuoco. I colleghi chiamano i vigili del fuoco, all’1.15 arrivano le ambulanze del 118, i feriti vengono trasferiti in ospedale. Alle 4 del mattino muore il primo operaio, si chiama Antonio Schiavone. Nei giorni che seguiranno, dal 7 al 30 dicembre 2007, moriranno le altre sei persone ferite in modo gravissimo dall’olio bollente: si chiamavano Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo e Bruno Santino. Degli operai coinvolti nell’incidente, l’unico superstite e testimone oculare si chiama Antonio Boccuzzi: lavora nella Thyssen da 13 anni, è un sindacalista della UILM, il suo ruolo sarà centrale nella denuncia delle colpe dell’azienda.
I sindacati denunciano immediatamente l’inadeguatezza delle misure di sicurezza nello stabilimento. Le testimonianze di Boccuzzi e degli altri operai accorsi sul posto dell’incidente parlano di estintori scarichi, telefoni isolati, idranti malfunzionanti, assenza di personale specializzato. Non solo: alcuni degli operai coinvolti nell’incidente lavoravano ininterrottamente da dodici ore, avendo accumulato quattro ore di straordinario. Lo stabilimento Thyssen di Torino era in via di dismissione: emerge che da tempo l’azienda non investiva adeguatamente nelle misure di sicurezza, nei corsi di formazione.
La ThyssenKrupp nega di avere alcuna responsabilità e mostra fin dal primo momento un atteggiamento piuttosto ostile alla magistratura e all’opinione pubblica, scossa dalla gravità dell’incidente. Accusa gli operai morti di avere provocato l’incidente con delle loro distrazioni e addirittura con “colpe”, poi si corregge e parla di “errori dovuti a circostanze sfavorevoli”. Nel corso delle indagini, la Guardia di Finanza sequestra ad Harald Hespenhahn, amministratore delegato, un documento riservato in cui si legge che Antonio Boccuzzi – che intanto continua a raccontare quanto ha visto sui giornali e in tv – “va fermato con azioni legali”. Il documento critica pesantemente il pm di Torino, Raffaele Guariniello, e l’allora ministro del Lavoro Cesare Damiano, sul quale non poter fare affidamento perché schierato dalla parte dei lavoratori.
Le indagini si chiudono in un tempo relativamente breve, la procura chiede il rinvio a giudizio per sei dirigenti dell’azienda tedesca e il giudice dell’udienza preliminare accoglie le tesi dell’accusa: il presunto reato è omicidio volontario con dolo eventuale e incendio doloso. Incendio doloso e omicidio colposo con colpa cosciente per gli altri imputati, dirigenti dello stabilimento di Torino. Questo perché, si leggeva nel dispositivo, “pur rappresentandosi la concreta possibilità del verificarsi di infortuni anche mortali, in quanto a conoscenza di più fatti e documenti” e “accettando il rischio del verificarsi di infortuni anche mortali sulla linea 5″, i dirigenti avrebbero “cagionato” la morte dei sette operai omettendo “di adottare misure tecniche, organizzative, procedurali, di prevenzione e protezione contro gli incendi”. Si va a processo a gennaio del 2009. Durante le udienze emergono altri particolari del funzionamento dello stabilimento. Un operaio racconta che la fabbrica veniva pulita solo in corrispondenza alle visite della ASL. Un altro operaio racconta che l’impianto si fermava solo in caso di problemi alla produzione, se no si interveniva con la linea in movimento. Altri testimoni raccontano che gli incendi sulla linea 5 erano molto frequenti ma gli operai venivano invitati a usare il meno possibile il pulsante di allarme.
Il primo luglio del 2008 la ThyssenKrupp ha versato quasi 13 milioni di euro alle famiglie dei sette operai uccisi, e queste si sono impegnate a non costituirsi parte civile. Il 15 aprile 2011 la sentenza di primo grado della seconda corte d’assise di Torino:  l’amministratore delegato della ThyssenKrupp, Harald Espenhahn, accusato di omicidio volontario, è stato condannato a 16 anni e mezzo di reclusione. Cosimo Cafueri, responsabile della sicurezza, Giuseppe Salerno, responsabile dello stabilimento di Torino, Gerald Priegnitz e Marco Pucci, membri del comitato esecutivo dell’azienda, sono stati condannati a 13 anni e 6 mesi per omicidio e incendio colposi (con colpa cosciente) e omissione delle cautele antinfortunistiche. Daniele Moroni, membro del comitato esecutivo dell’azienda, è stato condannato a 10 anni e 10 mesi.


Il 28 febbraio 2013 la Corte d'assise d'appello modifica il giudizio di primo grado, non riconoscendo l'omicidio volontario, ma l'omicidio colposo, riducendo anche le pene ai manager dell'azienda: 10 anni a Herald Espenhahn, 7 anni per Gerald Priegnitz e Marco Pucci, 8 anni per Raffaele Salerno e Cosimo Cafueri, 9 per Daniele Moroni.
Nella notte del 24 aprile 2014 la Suprema Corte di Cassazione ha confermato le colpe dei sei imputati e dell'azienda, ma ha ordinato un nuovo processo d'appello per ridefinire le pene. Queste non potranno aumentare rispetto quelle definite nel 2013.
La Corte d'Appello di Torino ha così ridefinito le pene il 29 maggio 2015: 9 anni ed 8 mesi a Espennahn, 7 anni e 6 mesi a Moroni, 7 anni e 2 mesi a Salerno, 6 anni e 8 mesi a Cafueri, 6 anni e 3 mesi a Pucci e Priegnitz.
Il 13 maggio 2016 la Cassazione ha confermato tutte le condanne ridefinite in Appello, non accogliendo le richieste del sostituto Procuratore Generale, Paola Filippi, la quale aveva chiesto di annullare la sentenza del 9 maggio 2015 per rimandare il procedimento in corte d'assise.
Oggi lo stabilimento di Torino della ThyssenKrupp non esiste più. È stato chiuso nel marzo del 2008 con un accordo tra la ThyssenKrupp, i sindacati, le istituzioni locali e i ministeri del Lavoro e dello Sviluppo economico, in anticipo sulla data prevista.

lunedì 29 novembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 novembre.
Il 29 novembre 1864 un gruppo di 100 volontari del Colorado massacrò diverse centinaia di indiani inermi in quello che in America è ricordato come "il massacro di Sand Creek".
Nel 1864 tra la popolazione della frontiera americana si creò un clima di paura e di tensione, la causa era la sommossa iniziata dai Sioux nel 1862 in Minnesota. Nella primavera di quello stesso anno nel Colorado alcune bande di Sioux, di Cheyenne e di Arapaho effettuarono delle rapine e dei saccheggi, dando molto filo da torcere ai bianchi, facendo iniziare così le prime scaramucce tra la Cavalleria dei Volontari del Colorado e i cacciatori Cheyenne.
In autunno i capi Cheyenne risposero favorevolmente ai “sondaggi di pace” del governatore John Evans, mettendosi sotto la protezione del maggiore Wynkoop (Uomo Bianco Alto) a Fort Lyon.
Uomo Bianco Alto aveva rapporti amichevoli con i Cheyenne , procurando la disapprovazione di alcuni ufficiali militari del Colorado. Così dopo essere stato accusato e rimproverato di far ”comandare gli indiani”, fu sostituito dal maggiore Scott J.Anthony, un ufficiale dei Volontari del Colorado.
Il governatore Evans affidò a John Chivington la “campagna di pacificazione”.
Chivington era un protestante metodista, alto quasi 2 metri e molto robusto, un tipo spaccone e arrogante; ogni qualvolta incontrava un bianco, lo esortava a uccidere tutti gli indiani sia piccoli che grandi; era poi un personaggio molto conosciuto nella frontiera,famoso tra i cercatori d’oro e gli allevatori .
Il governo, impegnato nella Guerra di Secessione, non aveva modo di occuparsi della frontiera , ed erano quindi gli uomini del calibro di Chivington a rappresentare la legge e il governo nei sperduti territori del lontano West.
Le autorità locali per tutelare pionieri, cercatori d’oro, coloni, agricoltori dalle scorrerie degli indiani che stavano diventando “sempre più fastidiosi”, non sentendosi sicuri con l’esercito, fecero ricorso ai reparti dei volontari, vigilantes reclutati sul posto, milizie improvvisate, avventurieri, disertori fuggiti dal fronte della guerra che stava imperversando.
Nel frattempo Chivington rifiutò indignato il brevetto di ufficiale cappellano che il governo gli offrì, così chiese ed ottenne il grado di capitano, che in poco tempo trasformò in colonnello, diventando il comandante dell’intero reggimento.
Fu per il suo odio sviscerato che provava contro gli uomini dalla pelle rossa che Chivington si fece la nomea di “cacciatore di indiani “.
Così quando gli attacchi e le scorrerie di alcuni indiani ostili divennero più frequenti contro pionieri e carovane che percorrevano il sentiero delle Smoky Hills, fu al colonnello Chivington con il suo 3° reggimento di Volontari che il governatore Evans si rivolse.
Evans emanò un decreto promettendo terre e denaro a chiunque uccideva un indiano: questo era un invito che Chivington ed i suoi non si fecero certo ripetere.
Nel forte c’era una piccola guarnigione di soldati, tra cui alcuni ufficiali regolari. Questi fecero notare a Chivington che non tutti gli indiani erano nemici, in particolar modo la tribù Cheyenne di Motavato (Pentola Nera) che si trovava accampata a circa 60 km dal forte.
Pentola Nera era un capo pacifico e credeva molto nella parola dell’uomo bianco, aveva anche firmato la pace pochi mesi prima con l’esercito, consentendo così il transito dei carri che passavano attraverso il suo territorio. Ma questo a Chivington non interessava più di tanto, ed iniziò ad infuriarsi e ad accusare ufficiali e soldati che non erano d’accordo con lui dicendo che erano dei codardi e dei traditori. In particolar modo inveì contro il capitano Silas Soule , il tenente Joseph Cramer e il tenente James Condor. Agitando il pugno vicino alla faccia del tenente Cramer disse:
"Odio tutti coloro che simpatizzano per gli indiani, bisogna sterminarli tutti, è il dovere di ogni patriota americano". Tutto questo tra gli applausi dei suoi volontari.
Per non ritrovarsi davanti ad una corte marziale i tre ufficiali dovettero partecipare loro malgrado alla spedizione. Essi comunque ordinarono ai loro uomini di sparare solo per difendersi.
Era la sera del 28 novembre 1864 quando l’ex predicatore metodista con più di 700 uomini al suo seguito uscì da Fort Lyon per andare a “ caccia di indiani”. Chivington dando la carica ai suoi uomini disse : “uccidete qualsiasi indiano che incontrate sulla vostra strada”.
Il villaggio di Pentola Nera si trovava in un ansa del Sand Creek, il suo tipì era situato quasi al centro, ad ovest c’erano Antilope Bianca e Copricapo di Guerra con la loro gente. Sull’altro versante , quello orientale, c’era il campo arapaho di Mano Sinistra. Complessivamente vi si trovavano quasi 600 persone, la maggior parte di loro erano donne, bambini ed anziani.
Quasi tutti i guerrieri si trovavano lontani , a caccia di bisonti, come gli era stato suggerito dal maggiore Anthony.
Alle prime luci dell’alba la colonna raggiunse il villaggio, nell’accampamento nessuno si immaginava che cosa stesse per accadere; d’improvviso i Cheyenne si svegliarono con il rumore dei cavalli al galoppo. Si scorsero i primi soldati e tra la gente si diffuse subito il panico.
Donna Sacra, moglie di Pentola Nera fu una delle prime persone ad avvistare i soldati; iniziò così ad urlare fortemente per dare l’allarme al villaggio. Pentola Nera si trovava nel suo tipì , sentendo la moglie urlare uscì all’aperto e vide i soldati che avanzavano; fermamente convinto delle rassicurazioni avute dal magg. Anthony, cercò di calmare la sua gente e innalzò la bandiera americana , lo stesso vessillo che gli era stato offerto in segno di amicizia dai soldati al momento della firma.
Pentola Nera attendeva protezione, ma invece udì esplodere i primi colpi di fucile. Quando gli fu chiaro che i soldati erano venuti per uccidere, si scagliò contro di loro a mani nude, ma alcuni suoi guerrieri riuscirono a metterlo fortunatamente in salvo.
Un vecchio settantenne, Antilope Bianca , anche lui disarmato , invece di fuggire disse ai pochi guerrieri rimasti che tutto ciò era colpa loro , di loro vecchi che si erano fidati della parola dell’uomo bianco. Andò incontro al comandante dei soldati (testimonianza di Beckwourth, la guida che si trovava al fianco di Chivington), tenendo bene le mani alzate e dicendo chiaramente in lingua americana: fermatevi, fermatevi…egli si fermò e incrociò le braccia . Una pallottola lo prese in faccia; prima di spirare intonò il suo canto di morte: niente vive per sempre, solo la terra e i monti sono eterni…
Nel frattempo anche Mano Sinistra e gli Arapaho cercarono di raggiungere la bandiera di Pentola Nera; fermandosi davanti ai soldati con le braccia incrociate egli disse che non voleva combattere contro i suoi amici bianchi.
Morì fucilato anche lui sotto i colpi dei volontari.
Ci furono molte scene raccapriccianti in tutto il campo, la maggior parte degli uomini di Chivington erano completamente ubriachi e si lasciarono andare in una frenesia omicida, massacrando barbaramente tutti gli indiani che capitavano a tiro.
Non risparmiarono nessuno, si accanirono anche sui cadaveri mutilandoli e scotennandoli.
Coperta Grigia (John Smith l’interprete di Fort Lyon) riferì che dei soldati catturarono tre bambini e li condussero davanti a un gruppo di ufficiali. Il più grande aveva 8 anni, gli altri due avevano 4 e 5 anni; il tenente Harry Richmond disse: "abbiamo l’ordine di ucciderli tutti"; ne uccise uno sparandogli un colpo di pistola alla testa. Uccise anche gli altri due nonostante i pianti e le suppliche.
Robert Bent , figlio maggiore di William Bent (che prese in moglie una donna Cheyenne),  si trovò suo malgrado insieme a Chivington, vide cinque donne nascoste dietro un cumulo di sabbia,  i soldati avanzarono verso di loro, uscirono fuori tirandosi su i vestiti per far capire che erano donne, chiesero pietà: i soldati le fucilarono.
Altre 30-40 donne si misero al riparo di un anfratto, mandarono fuori una bambina di 6 anni con una bandiera bianca attaccata a un bastoncino, fece pochi passi e un colpo di fucile la uccise. Poi uccisero anche tutte le donne che si erano nascoste nell’anfratto, senza che queste opponessero alcuna resistenza.
Tutti i morti che vide Robert Bent erano stati scotennati. Vide anche un certo numero di neonati uccisi con le loro mamme…
Il vecchio Tre Dita (uno dei sopravvissuti) raccontò che sua madre si mise sulle spalle il figlio più piccolo e corse verso il torrente tenendo per mano lo stesso Tre Dita; i soldati continuarono a sparare ugualmente, un proiettile la colpì alla spalla, nonostante fosse ferita riuscì a mettersi in salvo. Quando prese il bambino piccolo che portava sulle spalle si accorse che era morto, colpito da un proiettile. Anche suo marito venne ucciso quel giorno. In seguito lei andò a vivere con i Cheyenne del Nord e rimase con loro molti anni. Il vecchio Tre Dita non dimenticò mai quello che successe a lui ed a sua madre quel giorno al Torrente della Sabbia.
Un'altra donna, la moglie di Orso Nero, portava una cicatrice nel posto in cui era stata colpita, per questo motivo la chiamavano "Un Occhio Andato Insieme". Raccontò cose atroci sui soldati che uccidevano i bambini, portavano via le donne trattandole male. Ne uccisero la maggior parte, ma qualcuna riuscì a salvarsi e raccontò quello che successe.
Queste ed altre atrocità ancora furono commesse quella volta sul Torrente della Sabbia.
Nessun Cheyenne che riuscì a salvarsi dimenticò quello che vide laggiù quel giorno.
La descrizione di Robert Bent su quello che fecero Chivington ed i suoi volontari venne confermato dal tenente James Connor. Il giorno dopo quando tornarono sul campo di battaglia ( se battaglia si vuole chiamare) non vi era un solo corpo di uomo, donna o bambino a cui non fosse stato tolto lo scalpo, ed in molti casi i cadaveri erano mutilati in modo orrendo.
Un reggimento ben addestrato e disciplinato avrebbe potuto annientare sicuramente tutti gli indiani che quel giorno si trovavano sul Sand Creek. Fu grazie alla mancanza di disciplina, alle abbondanti bevute di whisky, ed alla scarsa precisione di tiro da parte dei volontari che quel giorno molti indiani riuscirono a mettersi in salvo.
Quando tutto fu finito sul campo vi erano 105 morti tra donne e bambini e 28 uomini.
Nel suo rapporto ufficiale Chivington disse di aver ucciso 400-500 guerrieri .
Tra le sue file vi furono 9 morti e 38 feriti, questo non per la reazione da parte indiana , ma a causa del tiro disordinato dei suoi volontari.
Rimasero uccisi i capi Antilope Bianca, Occhio Solo e Copricapo di Guerra. Mano Sinistra fu ferito da una pallottola ma riuscì a scamparla. Pentola Nera riuscì a salvarsi trovando un rifugio in un burrone, sua moglie Donna Sacra nonostante avesse 7 pallottole addosso riuscì a sopravvivere. Tra i cadaveri che i becchini bianchi andarono a seppellire nelle fosse comuni scavate accanto al Torrente della Sabbia (1 dollaro per ogni cadavere) c’era anche il corpo di Donna Gialla , la donna Cheyenne che il giovane Cavallo Pazzo salvò nel massacro di Blue Water Creek .
Dopo pochi giorni a Denver in ogni locale della città in cui c’era uno spettacolo, c’era una presentazione al pubblico di uno degli “eroi”, uno dei reduci del Sand Creek , accompagnato da alcuni trofei di guerra, una lancia, una freccia, uno scalpo ancora completo di trecce da esibire, tra gli applausi ed i toni ironici dei signori e delle signore .Nei locali più malfamati erano riservati i trofei più raccapriccianti, i genitali maschili e femminili amputati ai cadaveri dei Cheyenne uccisi.
Per molti giorni dopo l’eccidio, le prostitute della città avevano promesso amore gratis a chi le avrebbe ricompensate con le capigliature sanguinanti dei selvaggi ed a tutti i reduci del Sand Creek che si fossero presentati nei bordelli esibendo lo scalpo con il pube tagliato via a una donna Cheyenne.
Ci volle diverso tempo, per far tornare Denver alla “normalità”.
Nel frattempo a Washington iniziarono a nascere dei forti dubbi sull’”impresa militare“ compiuta da Chivington, e quando alcune testimonianze del massacro giunsero ad alcuni giornalisti dell’est, fu nominata una corte marziale per giudicare il “Colonnello”.
Per sfuggire alla giustizia militare Chivington rassegnò le dimissioni dall’incarico paramilitare.
Il governo allora nominò una commissione d’inchiesta civile presieduta da Kit Carson .
Ascoltarono i testimoni oculari, gli ufficiali di Fort Lyon che visitarono il villaggio dopo la strage, e i medici militari che esaminarono i cadaveri e soccorsero i feriti ancora vivi .
Tutti i rapporti militari sostennero chiaramente che non erano ferite da combattimento quelle trovate sui cadaveri, bensì colpi dati a vecchi inermi, a donne e bambini in fuga o riversi a terra già agonizzanti.
Per la commissione non ci furono dubbi.
Nel suo rapporto finale Carson scrisse che quello che successe a Sand Creek fu una strage premeditata, un massacro compiuto da vigliacchi.
Nessuna punizione fu inflitta a Chivington ed i suoi eroi.
Lui e il suo 3° reggimento di volontari si trasformarono in una vergogna nazionale.
Il colonnello se ne tornò nel suo nativo Ohio tentando la fortuna con la carriera politica, si fece eleggere assessore all’ordine pubblico.
In quanto a Pentola Nera, che teneva tanto alle relazioni amichevoli e che rispose favorevolmente ai sondaggi di pace, dopo aver visto quello che successe quel giorno al Sand Creek si rese conto che dell’uomo bianco non ci si poteva più fidare. Non gli fu concesso nessun risarcimento da parte del governo e fu ripudiato dai suoi guerrieri.
Pentola Nera insieme a sua moglie Donna Sacra , morirono 4 anni più tardi nella battaglia sul fiume Washita.
Sotto la presidenza Clinton  il Congresso degli Stati Uniti si è pronunciato nuovamente sull’eccidio del Sand Creek e sono state presentate le scuse ufficiali alla nazione indiana. Lo ha preteso Ben “ Cavallo della Notte “ Campbell, senatore indiano del Colorado. Tutto il Congresso si è schierato con lui. Erano presenti anche Colo, il delegato agli Indian Affairs ed il senatore Daniel Inonye nell’ufficio di Bill Clinton quando lo stesso presidente firmò il decreto legge che assegnava un fondo monetario per organizzare un gruppo di studio per trovare la zona precisa dove avvenne il massacro.
Oltre a diventare parco nazionale venne prevista anche la costruzione di un monumento alla memoria.
Per la ricerca furono incaricati indiani Cheyennes ed Arapaho. Il luogo si trova a circa 40 miglia a nord di Lamar.
Nella canzone "Fiume Sand Creek" Fabrizio De Andrè volle ricordare quello che successe quel 29 novembre 1864.


domenica 21 novembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 novembre.
Il 21 Novembre 1943 ha luogo l'eccidio di Pietransieri.
Pietransieri è una frazione del comune di Roccaraso che è situato tra il Parco Nazionale d’Abruzzo e il Parco della Maiella. Dopo che gli alleati sono sbarcati in Sicilia e avanzano verso nord nelle penisola, Hitler ordina alle forze tedesche presenti nell'Italia centrale di difendere le proprie posizioni fino alla primavera del 1944. La zona comprendente il comune di Roccaraso è proprio situata nella linea difensiva chiamata Gustav che i tedeschi hanno formato per tentare di fermare gli alleati; l'ordine di Hitler impone anche di fare terra bruciata nelle zone dove operano le forze dei partigiani, e in base a questo ordine il maresciallo Albert Kesselring, comandante tedesco delle armate presenti in zona fa affiggere un manifesto nelle località di Rivisondoli, Pescocostanzo, Roccaraso e Pietransieri. Ma la popolazione evidentemente ignora l'avvertimento, e i tedeschi compiono un efferata rappresaglia, agli ordini del tenente Schulemburg, senza alcun motivazione documentata, bensì solo sul sospetto che la popolazione civile sostenesse i partigiani: prima fanno razzia del bestiame uccidendolo e lasciandolo abbandonato nei boschi prossimi alle località, poi raggruppano i civili, li portano nel bosco di Limmari dove li massacrano; le vittime sono 128, e comprendono 34 bambini con meno di 10 anni e un neonato di un mese. I cadaveri vengono abbandonati nel bosco,  sepolti dalla neve e rinvenuti solo nella primavera del 1944. Scampò alla strage una sola superstite, Virginia, una bambina di sei anni che fu occultata e protetta dalle vesti della mamma.
 A Pietransieri è stato edificato un Sacrario dedicato alle 128 vittime della barbarie nazista. Sulle pareti del tempio sono incisi i nomi e l'età delle 128 vittime della strage. Per ricordare i Martiri a partire dal 1945, il 20 novembre nel paese si svolge una fiaccolata notturna che partendo dal bosco di Limmari giunge in paese. Il 25 luglio del 1967 il capo dello stato italiano Giuseppe Saragat, in memoria della terribile strage. consegna al comune di Roccaraso la Medaglia d'Oro al Valor Militare che viene appuntata sul gonfalone del comune.
Tra il 2008 e il 2009 i registi Anna Cavasinni e Fabrizio Franceschelli hanno realizzato con gli abitanti di Pietransieri il film sulla memoria dell'eccidio "Il sangue dei Limmari". Testimoni oculari, fra i quali l'unica superstite della strage, Virginia Macerelli, e una gran parte della comunità locale hanno ricostruito il dramma dell'evacuazione e poi del terrore sparso tra i casolari dalle truppe tedesche.

venerdì 3 settembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 settembre.
Il 3 settembre 2004 si concluse nel peggiore dei modi il sequestro di Beslan iniziato il primo settembre nella scuola Numero 1 di Beslan, nell'Ossezia del Nord, una repubblica autonoma nella regione del Caucaso nella federazione russa, dove un gruppo di 32 ribelli fondamentalisti islamici e separatisti ceceni occupò l'edificio scolastico sequestrando circa 1200 persone fra adulti e bambini.
Tre giorni di tragedia conclusi con un massacro: 332 persone uccise fra cui 186 bambini. E un'eredità pesante: tra gli 800 scampati ci sono tanti orfani, tanti mutilati, ragazzini segnati per sempre dal fuoco e dalla crudeltà.
Era il giorno di riapertura delle scuole in Russia, quella mattina riuniti nel cortile c'erano famiglie, bambini, insegnanti, 1.200 persone in tutto. Che di lì a poco sarebbero state assalite da un commando di 32 uomini armati. Estremisti islamici, separatisti ceceni, si disse. Di certo belve feroci che per due giorni tennero in ostaggio adulti e bambini nella palestra, una stanza di 25 metri per 10.  Senza acqua nè cibo, vittime di violenze di ogni genere e ogni tanto di arbitrarie uccisioni. Che cosa volessero ottenere i sequestratori non si è mai capito, dato che l'indipendenza della Cecenia pare un obiettivo un tantino ambizioso e poco realistico, anche per il sequestro di un'intera scuola. Com'è finita la vicenda è storia: un'esplosione, anzi due, l'intervento delle forze di sicurezza russe, una strage senza nè capo nè coda.
La scuola non è stata ricostruita: le rovine sono il monumento ai morti e la meta ogni anno di un pellegrinaggio di parenti e paesani che portano in ricordo fiori, giocattoli, candele. Ma anche bottiglie d'acqua e cibo. Per le anime, che forse soffrono ancora per le privazioni di quei giorni, chissà. I racconti dei sopravvissuti descrivono l'inferno. Chi era scampato alle privazioni e alle esecuzioni arbitrarie morì nel rogo finale. Chi ne uscì vivo spesso ne porta segni indelebili.
La ricostruzione dell'accaduto dice  che il 3 settembre i terroristi permisero infine a quattro medici di entrare nella scuola, almeno per portare via i cadaveri. Ma quando i dottori si avvicinarono, aprirono il fuoco. Seguirono due esplosioni che demolirono un muro e permisero ai più intraprendenti tra gli ostaggi di uscire. Solo per trovarsi in mezzo al fuoco incrociato delle forze speciali e dei sequestratori.
Ma restano degli interrogativi sull'accaduto. Tanti, troppi secondo i parenti delle vittime che da allora chiedono, inutilmente, delle risposte. L’associazione «Voce di Beslan» ha inviato una lettera all'allora presidente russo Dmitry Medvedev insistendo per un incontro, tornando a chiedere un’indagine indipendente sulla vicenda, nella quale potrebbero essere coinvolti anche i servizi segreti.
Quella cioè che non è mai stata concessa da Mosca. Finora c'è stata solo un’indagine parlamentare, che ha messo in luce le responsabilità dei militari russi, che durante l’irruzione nella scuola ignorarono ogni criterio di sicurezza degli ostaggi. Un rapporto finito nel silenzio, lo stesso del presidente Medvedev, che ha evitato qualsiasi riferimento a Beslan nel discorso per l’apertura dell’anno accademico.
«Nessuno di noi è un eroe da solo» ha scritto il poeta Evgenij Evtushenko. «Ma dinanzi alla nuda verità siamo nudi tutti. Io sto insieme ai bambini bruciati. Sono anch’io uno di loro, uno della scuola di Beslan».

giovedì 10 giugno 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 giugno.
Il 10 giugno 1944 viene messo in atto il cosiddetto "massacro di Oradour", allorchè la terza compagnia del primo battaglione tedesco "Der Fuhrer" mette a ferro e fuoco Oradour Sur Glane in Francia uccidendo 642 civili innocenti.
Siamo ai primi di giugno del 1944. Il 6 gli Alleati sono sbarcati sulle coste della Normandia dando inizio all’invasione dell’Europa.
Dopo i primi tentennamenti dell’alto comando tedesco, convinto che quella in Normandia fosse solo una diversione in attesa del reale attacco a Calais, arrivano gli ordini di trasferimento di alcune grandi unità della Wehrmacht e delle Waffen SS. L’imperativo è: portarsi verso la zona di invasione e ributtare a mare le truppe anglo-americane. Ma in contemporanea a ciò, il movimento di Resistenza francese riceve l’ordine da Londra di avviare una serie di attacchi contro le truppe tedesche, tesi a rallentarne l’afflusso al fronte.
Il 7 giugno l’FTP (una delle sigle dei partigiani francesi) attaccò e prese il controllo del presidio tedesco di Tulle (nel dipartimento di Corrèze) infliggendo 122 perdite ai militari.
Dopo l’attacco, ma questo è tutto ancora da verificare, pare che circa 40 soldati tedeschi presi prigionieri furono fucilati dai partigiani. Tale fatto, come era prevedibile, provocò la violenta reazione delle Waffen SS.
Il giorno dopo la “Das Reich” iniziò il suo lungo viaggio verso il fronte di Normandia e alcuni suoi reparti giunsero a Tulle il giorno seguente: impiccarono subito agli alberi della città 99 dei suoi cittadini e ne deportarono 200 in Germania.
Durante questa azione però, l’SS Sturmbannführer Helmut Kampfer, comandante della 3. Kompanie, I battaglione del Reggimento “Der Fuhrer”, cadde vittima di un’imboscata dei partigiani, che lo presero prima prigioniero, dopodichè lo uccisero.
Il 10 giugno la 3. Kompanie del I Battaglione del Reggimento “Der Fuhrer” circondò il villaggio di Oradour, 22 km a nord-est di Limoges e ordinò a tutti gli abitanti di radunarsi in un parco dei divertimenti pubblico, vicino al centro del villaggio, apparentemente per controllare i documenti degli abitanti. Tutte le donne e i bambini vennero rinchiusi nella chiesa, mentre il villaggio veniva saccheggiato. Nel frattempo gli uomini vennero portati in sei granai, dove dei nidi di mitragliatrici erano già stati predisposti. Secondo il resoconto di un sopravvissuto, i soldati iniziarono a sparare agli uomini, mirando alle gambe, in modo che morissero più lentamente. Una volta che le vittime non furono più in grado di muoversi le SS coprirono i loro corpi con delle frasche e diedero fuoco ai granai. Solo cinque persone si salvarono.
Donne e bambini furono radunati invece nella chiesa, alla quale diedero poi fuoco.
Immediatamente dopo stessa sorte toccò all’intero villaggio. Nel massacro perirono 642 persone; alcune delle vittime non erano nemmeno di Oradour, ma bambini sfollati da Parigi e tutti i passeggeri di un treno che sostava nelle vicinanze. Nessuno di loro, in ogni caso, faceva parte della Resistenza francese.
Tra l’altro, le SS scelsero l’Oradour sbagliato: di fatto, il comandante della Compagnia di cui stavano vendicando a modo loro la morte ( l’SS Sturmbannführer Kämpfe) era stato ucciso a Oradour sur Vayres, a circa 25km di distanza.
Nel suo cammino verso il fronte, la divisione SS “Das Reich” fu spesso ostacolata da piccoli nuclei della Resistenza e questo accrebbe di certo la loro rabbia, tanto più che per arrivare in Normandia impiegò ben 17 giorni a causa delle distruzioni dei ponti operati dai partigiani e degli attacchi aerei ad opera dell’aviazione Alleata.
Dopo la guerra, il Generale Charles de Gaulle decise che il villaggio non sarebbe mai più stato ricostruito. Invece, sarebbe rimasto come memoriale della sofferenza francese sotto l'occupazione Nazista. Nel 1999, il presidente Jacques Chirac dedicò un centro visitatori a Oradour-sur-Glane e ribattezzò il luogo come Villaggio Martire. Una via al paese è dedicata nella città di Reggio Emilia.
Nei fatti del massacro di Oradour emerge una figura che di certo “stona” con l’idea classica della SS assassina.
Nella strage era fortemente implicato l’SS Sturmbannfuhrer  Adolf Otto Diekmann, comandante del I Battaglione da cui la 3 Kompanie proveniva.
Saputo dell’accaduto e dei 642 morti civili di Oradour,  il comandante del Reggimento “Der Fuhrer”, l’ SS Obersturmbannführer Sylvester Stadler, fece rapporto al comandante della divisione, l’SS Brigadeführer  Heinz Lammerding, chiedendo che Diekmann fosse avviato alla Corte Marziale per non aver atteso l’esito delle ricerche di Kampfer prima di mettere in atto la repressione.
La cosa prese effettivamente il suo percorso, ma Diekmann cadde in combattimento meno di due settimane dopo, per cui il caso fu archiviato dalle SS.
Sulla Rivista "Focus" del maggio 2005 viene citata una teoria, secondo la quale il paese fu devastato in realtà perchè i tedeschi pensavano che qui vi si trovasse nientemeno che il Santo Graal, la coppa del Re dei Re, che secondo teorie esoteriche avrebbe assicurato l'invulnerabilità a chi la detenesse.
Sulla vicenda di Oradour pesano ancora oggi alcuni aspetti che non tornano: due giorni prima, come già scritto, le SS della stessa divisione riprendono possesso della città di Tulle, scacciando via i partigiani che se ne erano impossessati provocando 122 morti tra i militari nazisti.
A Tulle furono però eseguite 99 condanne a morte tra la popolazione francese (più i 200 deportati), quindi una proporzione di meno di un francese per ogni soldato tedesco ucciso. A Oradour, si massacrano 642 civili per un solo militare tedesco (sia pure un ufficiale) che, tra l'altro, era dato ancora come disperso...perchè?
Dagli atti dei processi e degli interrogatori del dopoguerra, salta fuori anche un fantomatico deposito di armi e munizioni scoperto dalle SS all'interno del paese...fu questo a scatenare la rabbia dei soldati della "Das Reich"?
Altre fonti riportano il rinvenimento, durante la perquisizione del paese, dei resti di alcuni soldati tedeschi uccisi dai partigiani nei giorni precedenti, ma anche questa vicenda non ha mai avuto una prova certa.
Certo è che l'efferatezza nel compimento della strage di Oradour presenta tratti difficilmente giustificabili con la sola morte di un singolo ufficiale tedesco, anche mettendo in conto lo stress degli uomini della "Das Reich", continuamente punzecchiati da piccoli attacchi di partigiani nel loro viaggio di trasferimento verso il fronte di Normandia (dove arriveranno solo 17 giorni dopo).
Agli inizi del 1954 parte a Bordeaux l'iter di incriminazione per i fatti di Oradour. In totale vengono messi sotto accusa 22 uomini del Reggimento "Der Fuhrer" sopravvissuti al conflitto, più 46 in contumacia. Nessuno dei presenti in aula era all'epoca dei fatti ufficiale, anzi, il grado più elevato ricoperto nel 1944 era quello di Sergente (SS Hauptscharfuhrer).
Di questi 22 uomini, ben 14 provenivano dall'Alsazia, una regione di confine tra Francia e Germania spesso origine di dispute territoriali e che, nel 1940, era tornata sotto l'ala del Reich.
I 14 alsaziani furono criticati per aver preso parte al massacro; essendo comunque ex-francesi, avrebbero dovuto rifiutarsi di sparare, ma gli avvocati della difesa eressero la tesi del "Non si poteva fare altro, se non avessi sparato avrebbero sparato a me".
Di fatto, 13 di questi 14 ex SS erano in libertà ancor prima dell'inizio del processo. Uno di loro era divenuto nel frattempo un Ispettore di Polizia e un altro aveva conseguito la "Croix de Guerre" durante la guerra di Indocina nelle file dell'esercito francese.
Il processo si svolse in un clima di malumore all'interno della Francia e, alla fine, solo due degli imputati vennero condannati a morte; le altre condanne variavano dai 2 ai 18 anni di prigione.
Tale verdetto provocò malumori e proteste sia in Alsazia che nel resto della Francia: i primi pensavano che le condanne fossero state troppo dure; gli altri che fossero troppo indulgenti.
Infine, tutti gli imputati furono messi in libertà nel 1958, cinque anni dopo il processo.


venerdì 4 giugno 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 giugno.
Il 4 giugno 1989 avvenne il massacro di Piazza Tienammen, allorchè i militari spararono e uccisero gli studenti che dimostravano per una maggiore libertà nel paese. Ancora oggi la censura cinese omette e vieta qualsiasi commemorazione di quella strage.
Le proteste erano iniziate il 15 aprile 1989 dopo la morte del segretario del partito comunista cinese Hu Yaobang, considerato un riformatore liberale. Mezzo milione di studenti, intellettuali e operai marciò fino alla piazza principale di Pechino per chiedere maggiori libertà politiche, libertà di stampa, riforme economiche e la fine della corruzione, molto diffusa allora come adesso. Ci furono proteste pacifiche anche in altre città della Cina, come Shanghai e Wuhan. Il governo si dimostrò inizialmente incerto se dialogare o meno con i manifestanti, decisi a occupare la piazza fino a quando le loro richieste fossero state soddisfatte. Il 13 maggio gli studenti iniziarono uno sciopero della fame che diede nuovo vigore alle proteste e conquistò nuovi sostenitori al movimento in tutto il Paese.
Il governo decise allora di agire e il 20 maggio impose la legge marziale nel Paese. Nella notte tra il 3 e il 4 giugno i convogli militari entrarono a Pechino facendosi strada tra le barricate dei manifestanti, che reagirono lanciando sassi e bombe molotov contro i soldati. L’esercito ricevette l’ordine di sgomberare la piazza entro l’alba e verso le 4:30 del mattino iniziò a sparare contro i civili, mentre i carri armati travolgevano barricate e i manifestanti che, secondo i giornalisti stranieri che hanno raccontato la vicenda, gridavano «perché ci state uccidendo»? Alle 5:40 la piazza era stata sgomberata. Il numero dei civili uccisi non è mai stato stabilito. Secondo il governo cinese i morti – soldati inclusi – sarebbero 241 e i feriti 7 mila. La NATO parla invece di 7 mila morti mentre un funzionario cinese della Croce Rossa ha detto che i morti sono stati 5 mila e i feriti 30 mila. Molte delle persone non furono uccise in piazza ma nei dintorni. La repressione continuò nei giorni seguenti: persone sospettate di sostenere i manifestanti vennero arrestate in tutta la Cina, i funzionari del partito che simpatizzavano per le proteste vennero rimossi dai loro incarichi, i giornalisti stranieri furono espulsi dal Paese mentre la stampa nazionale venne fortemente censurata per controllare la copertura del massacro.
Le immagini della strage furono diffuse dalle televisioni di tutto il mondo, le cui troupes stazionavano sulla piazza Tienanmen. Per ostacolare la diffusione di notizie il governo attuò un severissimo controllo sugli organi di stampa cinesi e vietò l'ingresso nel paese ai giornalisti stranieri.
La brutalità della repressione provocò l'isolamento internazionale del regime cinese; alcuni partners commerciali decisero misure di embargo economico (allentate e rimosse in seguito, con la normalizzazione della situazione interna da parte del regime di Deng). L’intero processo delle riforme sembrò subire una battuta d’arresto.
Dopo questo episodio, per tutti gli anni novanta la Cina ha intrapreso a tappe forzate la via del capitalismo attraverso uno sviluppo rapidissimo, supportato sia dai massicci investimenti statali, specialmente nei settori dell’energia e delle materie prime, sia dagli investimenti sempre maggiori da parte delle multinazionali di tutto il mondo, le quali vedevano e vedono tuttora nell’apertura del mercato cinese un immenso serbatoio di occasioni per produrre a basso costo e con estreme semplificazioni dal lato del mercato del lavoro. Tutto questo è avvenuto e avviene ancora con tassi di incremento del PIL compresi fra il 7 e il 10% e, ad oggi, la Cina è la seconda economia del mondo, avendo già superato Italia, Francia, Regno unito, Germania e Giappone.
Sebbene la protesta di piazza Tienanmen venga ricordata principalmente per il movimento studentesco pro-democratico e la carneficina perpetrata dallo stesso governo cinese, essa segna in realtà un punto di svolta nella storia economica e politica della Cina, poiché alla tragedia si susseguì non solo il passaggio (definitivo) all'economia di mercato, ma anche il consolidamento dei poteri del PCC, che ha causato il crescente autoritarismo che assoggetta i cittadini cinesi e la continua differenziazione tra le classi sociali, creando un paese di "super ricchi" e di "super poveri" dominato dalla corruzione e dalla censura.

venerdì 16 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 aprile.
Il 16 aprile 2007 ha luogo presso il Virginia Polytechnic Institute una vera e propria mattanza.
Dopo i fatti l'America è sotto shock. Un uomo spara in due fasi, prima ammazza una persona: poi cambia aula, fa almeno sette minuti a piedi senza essere intercettato dalla polizia, entra in una classe -forse quella della ex fidanzata - e fa fuoco all'impazzata. Il bilancio, dopo ore di allarme e di panico -  è di 33 morti e 29 feriti.
Il killer si è ucciso, era un ventenne di origine asiatica, Cho Seung-hui. Era armato con due armi corte calibro 9, probabilmente da guerra. Il movente pare sia passionale, ma non se ne ha la certezza: cercava la fidanzata. La Virginia Tech, situata in un'area agricola della Virginia, ha oltre 26 mila studenti ed è rinomata per i suoi corsi scientifici.
La prima sparatoria è avvenuta intorno alle sette e trenta. L'uomo ha cominciato a sparare in uno dei dormitori e poi nelle classi del glorioso e famoso complesso della Virginia tech university occupato da circa novecento studenti e tutti del primo anno. I primi testimoni parlano di "un uomo armato in modo pesante che ha cominciato a sparare mentre attraversava la Norris Hall", uno dei complessi dell'università.
Alle sette e mezzo il campus è già in piena attività. Gli studenti stanno per raggiungere le classi e sono in giro per il complesso. Fondamentale è stato, in quel momento, raggiungere il numero più alto di studenti e raccomandare di non lasciare nè le stanze nè le classi. L'università ha così deciso di dare l'allarme via web facendo lampeggiare l'allerta sui numerosi video sparsi nel campus. Tutte le lezioni sono state cancellate e agli studenti è stato chiesto di restare chiusi nei loro edifici e comunque lontani dalle finestre. Questa prima sparatoria è avvenuta nella West Ambler Johnston Hall, nella camera 4040 di un dormitorio per circa novecento studenti che è stato subito circondato dalle auto della polizia e da uomini dei reparti speciali dell'Fbi. Le operazioni però sono state ostacolate dal cattivo tempo, vento e neve. Le vittime sono state Emily J. Hilscher, studentessa residente a Woodville, in Virginia, e un assistente interno, Ryan Clark of Martinez, originario della Georgia, accorso per aiutare Emily Hilscher. Non è chiaro come Cho abbia avuto accesso al dormitorio visto che generalmente la struttura rimaneva chiusa fino alle 10 del mattino.
La seconda sparatoria è quella con il bilancio più pesante. L'uomo armato ha raggiunto dopo circa due ore e nonostante il campus fosse blindato il Dipartimento di ingegneria, la Norris hall, distante almeno sette minuti a piedi dalla West Ambler. Qui è entrato nelle classi, cercando la fidanzata. In una classe avrebbe messo in fila gli studenti e avrebbe fatto fuoco. Una sorta di esecuzione.
La seconda sparatoria, durata circa 9 minuti, ha permesso a Cho di uccidere 25 studenti e 5 professori suddivisi in quattro classi, esplodendo in totale circa 170 colpi. Quando la polizia, dopo essere riuscita a fare irruzione nell'edificio, raggiunse il secondo piano riuscì soltanto ad udire l'ultimo colpo, quello che Cho utilizzò contro di sé per togliersi la vita. Le classi protagoniste della seconda sparatoria furono la 204 (Solid Mechanics), la 206 (Advanced Hydrology), la 207 (Elementary German) e la 211 (Intermediate French).
"La nostra università è stata colpita da una tragedia di monumentali proporzioni - ha detto il presidente della Virginia Tech, Charles Steger - La nostra università è sotto shock per questo orrore". Il presidente degli Stati Uniti George W.Bush si è detto assalito dall' "orrore" per la strage di studenti. La portavoce della Casa Bianca Dana Perino ha precisato che "resta intatto il diritto al porto d'armi ma tutte le leggi in materia devono essere rispettate".


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