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martedì 25 aprile 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 aprile.
Il 25 aprile 1926 va in scena alla Scala di Milano la prima assoluta della Turandot, l'ultima opera di Giacomo Puccini.
L'idea di ispirarsi per il soggetto ad una delle fiabe teatrali più celebri di Carlo Gozzi, drammaturgo veneziano del Settecento contemporaneo e rivale di Carlo Goldoni, nacque da un incontro a Milano durante l'inverno del 1920 fra Puccini e i librettisti Adami e Simoni.
Puccini mise subito al lavoro i suoi collaboratori e già nell'agosto del 1920 erano state apportate le principali modifiche rispetto allo schema originale. Adami e Simoni, il primo versificatore e il secondo ideatore della trama, scrissero il libretto e lo dovettero adattare molte volte rispettando le richieste del compositore.
Le difficoltà principali furono quelle causate soprattutto dal carattere favoloso dei personaggi gozziani, privi di quel pathos che Puccini tanto ricercava. Le maschere nella versione originale della fiaba vennero trasformate dagli autori nel terzetto dei ministri Ping, Pang e Pong che rappresentano la gran parte del materiale musicale cinese nell'opera. La protagonista Turandot diventa invece un ostacolo nella costruzione dell'opera a causa della forte mutevolezza del personaggio. Infine lo spessore eroico del Principe Calaf e l'introduzione della figura di Liù, con il suo sacrificio d'amore, sono elementi innovativi e tipici dello stile pucciniano.
All'inizio del 1921 Puccini aveva già iniziato la composizione musicale con l'aiuto di un carillon cinese appartenente alla collezione d'arte dell'amico Fassani e grazie all'ispirazione ad alcuni brani di musica folk forniti dalla Ricordi.
Tuttavia la strumentazione dei primi due atti venne conclusa solo nel febbraio del 1924. Il terzo atto invece rimaneva incompiuto, poiché l'autore non riusciva a vederne il logico sbocco drammatico, specialmente per il gran duo finale fra Calaf e Turandot, già rivisto ben quattro volte.
Da questo momento in poi Puccini continuò a lavorare freneticamente sull'opera, interrompendosi solo per soggiorni all'estero o per correggere altre partiture.
All'inizio del 1924, mentre il lavoro sulla partitura procedeva tra alti e bassi, il compositore ebbe i primi sintomi della malattia che l'avrebbe portato alla morte in quello stesso anno. Cercò di sottoporsi ad alcune cure, ma senza risultati visibili. Cominciò allora a deperire, ma nonostante ciò prese accordi sulla data della prima di Turandot, sebbene l'opera non fosse ancora ultimata.
Gli fu diagnosticato un papilloma, che in realtà era un cancro alla gola senza alcuna possibilità di guarigione. L'unico modo per prolungare un po' la vita del malato era di sottoporlo ad un intervento chirurgico immediato e alla cura del radio presso "L'Institut de la Couronne" di Bruxelles. Il 24 novembre fu sottoposto con successo all'intervento. Quattro giorni dopo però il cuore del compositore cedette improvvisamente, portandolo alla morte, che avvenne il 29 novembre 1924.
Alla sua partenza per Bruxelles, Puccini aveva portato con sé le trentasei pagine di abbozzo di partitura delle due ultime scene di Turandot ossia il duetto d'amore e il finale del terzo atto, nella speranza di terminarli, ma non vi riuscì.
Chi conosceva meglio di tutti la partitura dell'opera era Arturo Toscanini e fu proprio lui ad incaricarsi di presentare l'opera rimasta incompiuta. Era un problema grave sia dal punto di vista pratico e sia della responsabilità artistica. Puccini aveva infatti lasciato una partitura completa solo fino al suicidio di Liù e al corteo funebre che segue. La scelta di chi avrebbe dovuto completare l'opera non fu semplice. Toscanini propose alla famiglia Puccini e alla casa Ricordi di affidare l'incarico a Franco Alfano il quale completò la partitura dell'ultimo episodio dove la principessa Turandot è scossa e trasformata dall'amore sulla base dei fogli lasciati da Puccini.
La prima dell'opera fu quindi rappresentata alla Scala di Milano il 25 aprile 1926 sotto la direzione di Toscanini. Giunti al terzo atto, terminata l'aria di Liù "Tu che di gel sei cinta" il maestro depone la bacchetta e rivolgendosi al pubblico interruppe l'esecuzione commosso: "Qui il maestro è morto" e abbandona quindi l'esecuzione là nel punto in cui il suo compositore si era fermato.

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