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mercoledì 24 febbraio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 febbraio.
Il 24 febbraio 1946 viene eletto in Argentina Peròn, dando il via al cosiddetto "peronismo".
Sono passati quarant'anni dalla morte di Juan Domingo Peron. La scomparsa dell’uomo politico più importante della storia argentina (1° luglio 1974) fu il colpo di grazia a un Paese straziato da una crisi politica che di lì a due anni sarebbe sfociata in una delle dittature più sanguinose e insensate del XX secolo.
A rileggere la storia salta agli occhi un dato sorprendente: Peron governa per poco più di dieci anni (1945-55 e poi dal 1973 al 1974), ma il peronismo condiziona la storia argentina da oltre mezzo secolo. Ancora nel 2003 la sfida per la Casa Rosada si risolse in una corsa a tre fra i candidati di diverse fazioni del Partito giustizialista. Ma cos’è esattamente il peronismo?
Definirlo un’ideologia sarebbe un’esagerazione, ma ridurlo a semplice movimento “populista” non spiegherebbe il suo peso. Juan Domingo Peron è stato, nel bene e nel male, l’uomo che ha saputo “cavalcare la storia”, interpretando i bisogni e le aspettative di un Paese diversissimo per storia e composizione sociale dal resto dell’America Latina. Un Paese sempre in bilico tra “sviluppo da primer mundo” (espressione di Menem) e bancarotta, tra democrazia e tentazioni autoritarie.
Quando nel febbraio 1946 Peron viene eletto per la prima volta presidente dell’Argentina, sono in pochi a scommettere su di lui. E’ un colonnello che nel 1930 ha aderito senza riserve al golpe con cui il generale José Evaristo Uriburu ha posto fine alla presidenza di Hipólito Yrigoyen. Nel 1943 Peron fa parte del Grupo de Oficiales Unidos (Gou), la loggia massonica che organizza il golpe del 4 giugno 1943 che impedisce l’elezione a presidente del filo-britannico Robustiano Patrón Costas.
L’Argentina è un Paese in pieno fermento. I governi occidentali premono perché entri in guerra contro l’Asse, ma l’esercito nicchia. Sono molti gli ufficiali, tra cui lo stesso Peron, che guardano con simpatia alla Germania di Hitler e ancora di più all’Italia di Mussolini. Peron, in particolare, è affascinato dall’esperimento dello stato corporativista. L’Argentina di quegli anni è un Paese in piena crescita economica. L’Europa sconvolta dalla guerra ricorre per necessità al grano e al petrolio argentino. Nel 1945 Buenos Aires è la sesta potenza economica mondiale. Vede la luce un proletariato urbano con le prime rivendicazioni sociali e le prime lotte sindacali organizzate. Lo Stato argentino non è attrezzato alla nuova situazione. Come reagire? Con la forza o aprendo ai lavoratori?
Peron sceglie una via tutta sua. Stupendo i colleghi della loggia, assume la direzione del Departamento Nacional del Trabajo, una sorta di ministero del lavoro. Sembra una posizione defilata, è il trampolino per il successo. Da lì crea la sua base sociale. La strategia è: per il popolo, ma non attraverso il popolo. Riesce a interpretare gli umori più autentici delle masse argentine e in pochissimo tempo ne diviene il leader naturale.
Sua moglie Evita Duarte diventa la bandiera dei “descamisados”, dei lavoratori che reclamano condizioni di vita migliori. I suoi discorsi sono un distillato di buoni sentimenti e di demagogia, a cui seguono grandi distribuzioni di pacchi nei quartieri più poveri. “Peron cumple, Evita dignifica”, si dice a Baires. La Fondazione “Eva Peron” svolge anche un ruolo fondamentale nell’ingresso delle donne alla vita politica. Nel 1947 è finalmente concesso loro il diritto di voto.
Peron fonda il Partito giustizialista. Il nucleo ideologico è la “giustizia sociale”, una terza via tra capitalismo e comunismo. Lo Stato, secondo Peron, deve dare ordine al capitalismo e assicurare condizioni di vita più umane ai salariati. Nel primo piano quinquennale argentino viene creato l’Istituto di promozione e intercambio (Iapi), si nazionalizzano il Banco centrale, le imprese dei servizi pubblici (ferrovie, acqua gas, telefoni) e si dà impulso all’edilizia popolare e all’alfabetizzazione delle classi più povere.
Peron è tanto amato quanto odiato. Il popolo lo adora. Molti suoi comizi in Plaza de Mayo terminano con la folla che urla: “Domani San Peron!”. Al che il presidente proclama per l’indomani festa nazionale, mandando tutti a casa contenti. I nemici di Peron sono gli intellettuali, le università, la stampa e la chiesa cattolica. La nuova costituzione, promulgata nel 1949, riconosce il diritto di sciopero e il diritto alla salute e all’istruzione. Lo Stato detiene il monopolio del commercio estero. La borghesia non può amarlo. Borges lo ricorderà sempre come un “uomo malvagio e violento”.
I primi dieci anni di governo di Peron sono caratterizzati da una gestione autoritaria del potere, ma anche da una sostanziale integrazione sociale e da un’effettiva redistribuzione del reddito. Tra mille contraddizioni, l’Argentina diventa il Paese più democratico del subcontinente. Certo, Peron tende a considerare l’Argentina una cosa sua. In un’intervista a una rivista inglese dichiara: “Gli argentini sono al 30 per cento socialisti, al 20 per cento conservatori, un altro 30 per cento è di radicali..”. Al che il giornalista lo interrompe: “E i peronisti?”. “No, no, peronisti sono tutti quanti”, taglia corto il presidente.
Fino al 1952 le cose vanno bene. Poi le riserve internazionali accumulate durante la Seconda Guerra Mondiale si esauriscono. Peron inasprisce la repressione contro l’opposizione e contro la stampa in particolare. Chiude La Vanguardia, La Prensa e La Nación.
Evita muore nel 1952, mentre crescono disoccupazione e violenze. Si susseguono gli attentati alle manifestazioni peroniste. L’approvazione della legge sul divorzio scatena le ire del Vaticano.
La fine arriva nel 1955. Quando Peron firma un precontratto con la californiana Standard Oil per lo sfruttamento del petrolio argentino. In molti sostengono che si tratta di un accordo lesivo della sovranità nazionale. La processione per il Corpus Christi, l’8 giugno 1955, si trasforma in una manifestazione contro il governo. La Marina si solleva armi in pugno il 16 giugno. Bombarda la Casa Rosada per assassinare Peron, che però sopravvive. I mitragliamenti uccidono trecento civili riuniti in Plaza de Mayo. Per vendetta, gruppi peronisti assaltano la Curia e diverse chiese della capitale. Il Vaticano scomunica Peron. Il 18 giugno Peron è costretto all’esilio: Paraguay e poi Spagna. Quando la tv inglese gli chiede cosa intende fare per tornare in Argentina, Peron risponde: “Nulla. Faranno tutto i miei nemici”.
Comincia così il “peronismo della resistenza”. Metodi di lotta e slogan si radicalizzano. Peron diventa per molti giovani argentini un leader rivoluzionario da far tornare in patria per la salvezza della nazione. “Se siente, se siente, Perón está presente”, si grida nei cortei.
Il 20 settembre 1955, il maggiore Eduardo Lonardi assume le funzioni di presidente provvisorio e avvia la restaurazione della democrazia. Ma Lonardi cade in due mesi, vittima a sua volta di un colpo di stato guidato dal generale maggiore Pedro Eugenio Aramburu. Un tentativo di rivolta peronista è stroncato nel giugno del 1956, con migliaia di arresti e l'esecuzione di 38 simpatizzanti dell'ex presidente.
Nel luglio 1956 viene eletta un'Assemblea Costituente che riporta in auge la costituzione liberale del 1853. Le elezioni presidenziali del febbraio 1958 sono vinte da Frondizi, sorretto anche da peronisti e comunisti, mentre i radicali intransigenti si assicurano la maggioranza dei seggi in Parlamento.
La popolarità di Frondizi cala nelle elezioni del marzo 1962. I peronisti, nuovamente ammessi alle elezioni, ottengono il 35 per cento. Il presidente, accusato di scarsa fermezza contro i peronisti, viene destituito dai vertici delle forze armate. Gli succede il presidente del Senato José María Guido, che lascia di fatto il potere ai militari. Peronisti e comunisti sono messi nuovamente al bando. Nel luglio 1963 viene eletto presidente il moderato Arturo Illía.
Nasce il gruppo armato dei “montoneros “ che si rifanno esplicitamente a Peron che dall’esilio applaude ai sequestri e agli attentati. La vita politica argentina si militarizza e si succedono colpi di stato e ondate repressive.
Nelle elezioni del 1965 le liste peroniste ottengono ottimi risultati. Nel giugno 1966 una giunta militare prende il potere. Dopo Juan Carlos Onganía e Roberto Marcelo Levingston, è il generale Alejandro Augustín Lanusse ad avviare il rientro nel regime civile nel 1971. Nel 1972, l'Argentina è colpita da una nuova ondata di violenze, scioperi, rivolte studentesche e atti di terrorismo, alimentati dall'ulteriore aggravarsi della crisi economica. I peronisti vincono largamente le elezioni del marzo 1973, e il loro candidato presidenziale Héctor Cámpora assume l'incarico il 25 maggio successivo. Immediatamente si intensificano gli atti di terrorismo di matrice fascista.
Il giorno del rientro di Perón a Buenos Aires (20 giugno), una manifestazione all’aeroporto di Ezeiza degenera provocando 380 vittime. Un mese più tardi Cámpora si dimette e in settembre le nuove elezioni riportano Perón alla presidenza con più del 61 per cento. La terza moglie Isabelita Perón viene eletta vicepresidente. Il 1° luglio 1974 Peron muore ed Isabelita va al potere. Il suo è l'ultimo governo civile prima del golpe militare del 1976.
Il peronismo governa ancora l’Argentina al ritorno della democrazia con Menem prima e con Kirchner. Col passare degli anni, diventa sinonimo di governabilità e di legalità. Seppure con molti limiti, rimane l’esperienza democratica più duratura e robusta. Lo stesso Peron diede una spiegazione molto semplice del successo della sua politica: Non è che noi siamo bravi, è che quelli che sono venuti dopo sono stati peggiori.

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