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giovedì 31 dicembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 31 dicembre.
Il 31 dicembre 1995 Bill Watterson, autore del fumetto Calvin & Hobbes, pubblica l'ultima sua tavola; a causa dei contrasti con la United Press Sindycate per le sue pressioni su formato e dimensioni delle strisce da pubblicare, decide definitamente di sospendere il fumetto.
Calvin è un normale bambino pestifero: sei anni, figlio unico, vive con i suoi genitori in un tranquillo quartiere di una qualsiasi città americana. Tuttavia, Calvin si distingue per la sua sfrenata fantasia, grazie alla quale dà vita al tigrotto di peluche Hobbes. Watterson disegna il personaggio di Hobbes in due modi diversi: con Calvin è un personaggio che vive, parla, agisce e gioca; con gli altri - che non lo vedono attraverso la fantasia di Calvin - è una normalissima tigre di pezza inanimata. Per chiunque, Hobbes è solo un pupazzo che Calvin si trascina sempre dietro, però per Calvin rappresenta l'amico più fidato, il compagno di avventure, l'unica persona alla quale confidare le proprie perplessità e i propri sogni. Diversamente da Charlie Brown o dalla Mafalda di Quino, bambini impegnati nell'analizzare se stessi o il mondo, Calvin è un bambino infantile: disubbidisce a sua mamma, prende voti bassi, è dispettoso e capriccioso. Però Calvin è soprattutto un creatore di storie e un esploratore: con la sua mente compie viaggi incredibili, è ottimista, è vivace, è spinto a cambiare il mondo. Il suo mondo, un pò megalomane, un pò fantascientifico: Calvin è in grado di scrivere il suo nome sulla Luna con un dune buggy, è il sovrano dei suoi mondi immaginari, ma anche l'audace astronauta Spiff, un critico d'arte, un progettista, un dinosauro del Giurassico, un guerriero di palle di neve e tanto altro ancora. Calvin è un bambino alle prese con la sua infanzia, da riempire di giochi e immaginazione. Hobbes, paradossalmente, è il suo legame con la realtà: come i suoi genitori, partecipa alle sue sfrenate finzioni, ma con ironia, smontando gli eccessi e prendendo in giro Calvin, che però sa sempre come reagire: tutto quello che lo circonda è vivo, persino il pasticcio di spinaci, capace di recitare l'Amleto. Calvino e Hobbes erano due filosofi con opposte teorie e visioni di vita: allo stesso modo, Calvin e Hobbes rappresentano due modi opposti e complementari di approcciarsi al mondo, con fantasia e pragmaticità allo stesso tempo.
Il mondo di Calvin è un mondo ricco, dove tutto è possibile, dove la politica non entra per lasciar spazio a mondi incredibili, di cui Calvin è sempre sovrano. Si passa da pianeti persi nella galassia ad epoche storiche del passato, ma sempre partendo dalla casa di Calvin: il suo giardino, la vasca da bagno, la cucina sono le fonti, gli stimoli dai quali il nostro bambino geniale parte per incredibili viaggi. I suoi genitori, l'amica Siusi (in orig. Susie Derkins), la maestra Vermoni (in orig. Miss Wormwood), il bullo Sancio (in orig. Moe), la babysitter Rosalyn sono personaggi di entrambi i mondi: da un banale dialogo con sua madre nasce un conflitto interplanetario, da un brutto voto un terremoto immane. I genitori di Calvin sono personaggi senza nome, afflitti dall'avere un figlio come lui. Sono figure che bilanciano gli eccessi di Calvin, sprovvisti della fantasia esplosiva del loro bambino, ma dotati di quel pizzico di sarcasmo che bilancia le grandiosità di Calvin. Un discorso simile vale per la signora Vermoni: amica/nemica di Calvin, affezionata a lui ma obbligata dal suo ruolo a rappresentare quasi sempre un nemico nelle fantasie di Calvin. Siusi è la piccola fiamma di Calvin: i due bambini si punzecchiano in continuazione, come ci si aspetta da un maschietto e da una femminuccia, però in realtà sono decisamente legati, anche se non lo ammettono mai ad alta voce; come sempre, è Hobbes a ironizzare sulla situazione, inviando finte lettere d'amore e prendendo in giro Calvin.
Le uniche due figure che il nostro bambino teme sono Rosalyn e Sancio, odiosi personaggi che fanno valere la loro forza bruta per smontare le proposte di Calvin. Ne risulta un quadro completo: un mondo in miniatura, capace però di espandersi fino a luoghi inimmaginabili, partendo da qualsiasi pretesto. Il dono di Calvin è quello di viaggiare e far viaggiare, senza stancarsi mai, perchè ogni aspetto del mondo può regalare qualcosa di nuovo. Come dice uno dei titoli delle raccolte di Watterson...c'è un tesoro in ogni dove!
La striscia è stata pubblicata sui quotidiani statunitensi dal 18 novembre 1985 al 31 dicembre 1995 comparendo nel momento di massima popolarità su 2.400 pubblicazioni diverse. Alla pubblicazione di The Complete Calvin and Hobbes, i 17 volumi dedicati a questa striscia hanno venduto più di 30 milioni di copie.
In Italia la striscia è stata pubblicata dal mensile di fumetti Linus. È presente in parte nei diari della Comix.

mercoledì 30 dicembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 dicembre.
Il 30 dicembre 2006, alle 6 ora locale, veniva giustiziato mediante impiccagione Saddam Hussein.
Nato ad Auja il 28 aprile 1937 si dedica molto presto alla politica, unendosi al ramo iracheno del partito socialista arabo (il "Bath"). Condannato a morte per un attentato al leader politico Qasim nel 1959, ripara in Siria, poi al Cairo.
Rientrato in Iraq nel 1963, viene eletto vicesegretario del Bath nel 1964 e, grazie alle sue carismatiche doti di trascinatore di folle e di organizzatore politico, diventa il protagonista della rivoluzione del 1968, tesa a rovesciare il governo allora in carica. I tentativi per rovesciare lo "status quo" sono molteplici ma, in particolare, Saddam prende parte a due colpi di stato, assumendo il ruolo di responsabile della sicurezza.
Collaboratore del presidente Ahmed Hasan al Bakr, gli succede appunto nel 1979 come presidente della Repubblica e segretario del Bath. Il 22 settembre del 1980, dietro sua forte pressione politica, esplode la guerra contro l'Iran, causata dall'occupazione, avvenuta nel 1973, di alcuni territori da parte dell'Iran. Il conflitto è aspro e cruento e causerà, durante i quindici anni della sua durata (la guerra finisce nell'88), migliaia di morti. Tuttavia, malgrado l'estenuante guerra per il territorio, nessuna della due parti in causa ne uscirà in realtà vincitrice. Dopo questo duro contraccolpo che piega la popolazione irachena, non si ferma però la sete di potere che Saddam cova dentro di sè da lungo tempo. Infatti, appena due anni dopo, con una mossa a sorpresa e senza nessuna ragione apparente invade il Kuwait. L'azione, com'è comprensibile, anche per via della grande importanza strategica ed economica del Kuwait, ha una forte ripercussione internazionale; allerta nazioni occidentali e gli Stati Uniti e preoccupa fortemente i vicini stati arabi, già pressati da una situazione geo-politica esplosiva.
Dopo numerose minacce, puntualmente ignorate da parte del Rais arabo, un contingente alleato (a cui aderiscono più di trenta paesi) interviene il 17 gennaio 1991 provocando la cosiddetta "Guerra del Golfo". L'Iraq rapidamente si trova costretto al ritiro e subisce una pesante sconfitta. Nonostante ciò, il dittatore riesce a mantenersi saldamente al potere. Anzi, approfittando del caos internazionale e dell'apparente debolezza che il suo Paese esprime agli occhi della comunità internazionale, scatena una campagna di sterminio nei confronti delle popolazioni curde, da sempre fortemente osteggiate ed emarginate dall'Iraq e invise in particolar modo al dittatore. Fortunatamente, anche in questo caso l'intervento delle forze occidentali lo costringe ad una drastica limitazione dell'aviazione irachena all'interno dello stesso spazio aereo del Paese.
Ad ogni modo, Saddam non smette di prodursi in una serie di piccole e grandi provocazioni, che vanno dal tentativo di impedire le ispezioni Onu agli impianti sospettati di produrre armamenti non convenzionali, agli sconfinamenti in territorio kuwaitiano, ai movimenti di missili. Nel febbraio del 1998 provoca una nuova crisi a livello internazionale, minacciando di ricorrere a oscure "nuove strategie" se le sanzioni non verranno sospese (in realtà, la minaccia è quella di utilizzare armi chimiche). Atteggiamenti che portano a nuovi interventi compreso un parziale bombardamento della stessa capitale, mentre l'Onu promuove un altro e più rigido embargo nei confronti dell'Iraq. Le sanzioni portano ad un rapido declino dell'economia irachena: cibo insufficiente, peggioramento dei servizi sanitari pubblici. Tutto ciò, però, non sembra al momento indebolire il radicato potere di Saddam.
Isolato sul piano internazionale, Saddam riesce infatti a mantenere la sua leadership anche grazie a una forte repressione interna e a continui rimescolamenti all'interno delle posizioni di potere. Si susseguono epurazioni e uccisioni, anche a tradimento, addirittura ai danni dei suoi stessi familiari, come quando il suo primogenito viene fatto oggetto di un attentato mai ben chiarito. Per non saper nè leggere nè scrivere, Saddam fa arrestare la propria moglie Sajida accusandola del complotto.
Com'è facilmente comprensibile, nel protrarsi degli anni, l'embargo internazionale a cui è stato soggetto l'Iraq ha fortemente prostrato la popolazione civile, l'unica a pagare le conseguenze della scellerata politica del despota. Eppure, il paese arabo poteva contare sugli introiti derivanti dalla vendita di petrolio, di cui è abbondantemente fornito; fonti governative di vari paesi, però, hanno dimostrato come in realtà Saddam Hussein intascasse buona parte dei milioni derivanti dalla vendita del cosiddetto "oro nero", per spenderli  per un uso "personale" (e per mantenere il vasto apparato burocratico e difensivo di cui si era circondato). Negli anni del suo massimo potere, poi, come ulteriore sfregio alla miseria in cui versavano le masse, ordinò la costruzione di un monumento a Baghdad per celebrare la guerra del Golfo, chiedendo non contento la composizione di un nuovo inno nazionale.
Fortunatamente, come ormai è ben noto, la storia recente ha visto la fine di questo satrapo mediorientale, grazie all'entrata delle truppe americane a Baghdad, in seguito alla guerra scatenata contro di lui dal presidente americano Bush. Indipendentemente dalla legittimazione che questa guerra ha raccolto e alle numerose critiche si è trascinata dietro, nessuno può dirsi indifferente alle scene di giubilo del popolo iracheno che, con la caduta di Saddam (simbolicamente rappresentata dall'abbattimento delle statue precedentemente erette in suo onore), ha festeggiato la fine di un incubo e l'aprirsi di uno spiraglio per una nuova storia nazionale tutta da costruire.
Dopo la caduta di Bagdad (9 aprile 2003) Saddam fugge e di lui non si hanno più notizie, se non alcuni messaggi audio registrati.
Il giorno 1 maggio George W. Bush proclama finita la guerra.
I figli Uday e Qusay vengono uccisi in uno scontro a fuoco il 22 luglio. Ma la caccia a Saddam Hussein finisce solo il 13 dicembre 2003 in modo poco glorioso, quando viene catturato in un buco scavato nella terra in una fattoria vicino a Tikrit, sua città natale, con la barba lunga, stanco e demoralizzato, senza opporre alcuna resistenza.
Viene processato da un tribunale iracheno per la strage di Dujail del 1982 (148 sciiti uccisi); il 5 novembre 2006 viene proclamata la sua condanna a morte per impiccagione: l'esecuzione avviene il 30 dicembre.
In Iraq la sentenza ha provocato reazioni contrastanti: curdi e sciiti si sono rallegrati (il primo ministro Nūrī al-Mālikī avrebbe dichiarato che "La condanna a morte segna la fine di un periodo nero della storia di questo paese e ne apre un altro, quello di un Iraq democratico e libero"), mentre i sunniti hanno reagito manifestando contro il verdetto. Anche in Vicino Oriente le reazioni sono state contrastanti: i tradizionali nemici di Saddam (Iran e Kuwait) hanno accolto la sentenza con favore, mentre i governi del mondo sunnita hanno tenuto un basso profilo, cercando di non dispiacere né agli Stati Uniti, né alle proprie opinioni pubbliche, eccezion fatta per la Libia.
In Occidente la notizia della condanna a morte dell'ex-raʾīs di Baghdad è stata oggetto di giudizi fortemente contrastanti. L'Amministrazione degli Stati Uniti ha espresso la sua completa soddisfazione (Una pietra miliare sulla strada della democrazia, G.W. Bush). Invece i governi dei Paesi dell'Unione Europea, incluso quello italiano (siamo contro la pena di morte sia come italiani che come europei, Massimo D'Alema), pur approvando il verdetto di colpevolezza, hanno ribadito la loro contrarietà di principio alla pena capitale. Molti di essi si sono spinti a suggerire all'Iraq di non eseguire la sentenza, una posizione non lontana da quella russa.
Numerose e autorevoli organizzazioni umanitarie (tra le quali Amnesty International e Human Rights Watch) hanno criticato non solo la condanna a morte, ma anche lo svolgimento del processo, in cui non sarebbero stati sufficientemente tutelati i diritti della difesa e il cui svolgimento sarebbe stato sottoposto a forti pressioni da parte del governo iracheno e, indirettamente, da parte dell'Amministrazione statunitense.
Il 31 dicembre, giorno successivo all'esecuzione, il corpo di Saddam Hussein è stato consegnato al capo della tribù cui apparteneva e il suo cadavere, lavato ritualmente da un imam sunnita ed avvolto nel sudario e deposto in una bara coperta dalla bandiera irachena, è stato sepolto nella tomba di famiglia nei pressi del villaggio natale, accanto ai figli dell'ex dittatore, ʿUday e Qusay e al nipote quattordicenne Muṣṭafà (figlio di Qusay), uccisi dalle forze americane il 22 luglio del 2003 a Mossul.

martedì 29 dicembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 dicembre.
Il 29 dicembre 1721 nasceva a Parigi Jeanne-Antoniette Poisson, la futura marchesa di Pompadour.
Suo padre, accusato di appropriazione indebita, fu costretto a fuggire dal paese, lasciando la figlia alle cure di Lenormant de Tournehem, un ricco finanziere che la volle destinare ad un brillante futuro di corte, e perciò impostò la sua educazione in chiave mondana, artistica e letteraria.
Nel 1741 Jeanne-Antoinette sposò il nipote del tutore, Guglielmo Lenormant.
Nel 1745 fu presentata a corte, ad un ballo mascherato dato a Versailles, dove incontrò il re Luigi XV, nipote del Re Sole e, da quel momento, cominciò ad avverarsi il suo sogno, alimentato dalla madre fin da piccola, di divenirne l'amante, e lo splendido avvenire preconizzato dal tutore.
Raffinata ed elegante, piacque subito al re che, essendo morta da poco la sua giovane amante, ed avendo una moglie che, per le fatiche dei numerosi parti, disertava l'alcova, era più che disposto ad intrecciare una nuova relazione.
Jeanne- Antoniette non era solo bella, era anche abile nella conversazione, brava nel canto e nella recitazione, ed amante delle arti, sicché ben presto il re ne fu completamente conquistato.
Madame d'Etoiles lo iniziò ai piaceri della letteratura, delle arti, dell'architettura e del giardinaggio, mentre invece prima il passatempo preferito del re era costituito esclusivamente dalla caccia al cervo.
Nel maggio del 1745, quando aveva solo ventitre anni, fu nominata dal re marchesa di Pompadour; e così Jeanne- Antoinette, acquisito il titolo nobiliare di marchesa per volere del re, ottenne la separazione dal marito e si trasferì a Versailles, in un appartamento collegato alle stanze reali da una scala segreta.
Trasformatasi da borghese a vera aristocratica, riuscì per un ventennio ad esercitare una benefica influenza sulle arti e sulla letteratura, accordando protezione ad artisti, scrittori e filosofi come Montesquieu, Rousseau e Voltaire (quest'ultimo, uomo dal carattere difficile, ma che le fu sempre riconoscente, sinteticamente così la descrisse: Sincera e tenera Pompadour), adoprandosi affinchè fosse portata a termine l’Enciclopedia , nonostante il decreto di soppressione, ed anche a svolgere un ruolo di rilievo nella diplomazia internazionale dell'epoca.
Pur essendo innamorata del re, ben presto la Pompadour si scoprì impossibilitata a placarne gli ardori, ed a nulla valse l'aiuto di cibi afrodisiaci come l'aragosta, il tartufo e la vainiglia; nonostante il re rivolgesse le sue attenzioni ad altre giovinette, procurategli dal gentiluomo di camera, riuscì tuttavia a serbarne i favori, divenendone confidente e saggia consigliera.
Nell'ottobre del 1755, in seguito alla morte della figlia, e al riavvicinamento alla fede cattolica, la Pompadour smise di frequentare l'alcova del re, e la regina, che era al corrente della sua situazione, acconsentì che fosse nominata dama di corte; il re aggiunse poi il titolo di duchessa.
Nonostante tutto, però, restò sempre invisa al popolo, che la riteneva responsabile della cattiva situazione politica del regno con l'ingerenza nella politica estera; era stata lei, infatti, a suggerire l’alleanza franco-austriaca contro la Prussia, che aveva portato alla guerra dei Sette anni, e proprio il suo boudoir era stata la base di coordinamento delle operazioni politiche e militari della guerra così tragicamente conclusasi e, quando nel 1757 il re fu accoltellato, le venne addossata la colpa, ma, appena il sovrano si riprese, si riconciliò.
In realtà non fu mai la Pompadour a governare il paese, il re con lei si confidava e a lei affidava l'esecuzione della maggior parte delle sue decisioni, sicché i suoi protetti (come il duca di Choiseul) finirono per occupare posizioni di rilievo che crearono l'impressione che fosse lei a governare.
Trascorse gli ultimi anni ritirata nei suoi appartamenti, conservando intatti grazia, fascino, vivacità intellettuale e lucidità, consapevole che la corona versava in una condizione drammatica e che la gloria che aveva desiderato per il re e per la Francia non ci sarebbe stata (Après nous le déluge, "Dopo di noi il diluvio").
La Pompadour soleva dire: Quando morirò, sarà di crepacuore. Si spense nel 1764, non di crepacuore, però, probabilmente di cancro; il re non le fu accanto nell'agonia, ma le concesse di morire a Versailles, un privilegio accordato solo ai membri della famiglia reale.
Così commentò Voltaire: Sincera per natura, amò il re per se stesso; aveva rettitudine nell'anima e giustizia nel cuore, doti che non capita di incontrare tutti i giorni...E' la fine di un sogno.

lunedì 28 dicembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 dicembre.
Il 28 dicembre 1943 vengono fucilati a Reggio Emilia i sette fratelli Cervi.
Alcide Cervi con la moglie Genoveffa Cocconi, alleva, nella prima metà del secolo, 9 figli: 7 maschi e 2 femmine. Li educano ai valori semplici della giustizia, della carità cristiana, quella vera, concreta, che si misura in un immenso amore per l’umanità tutta, senza risparmio, del lavoro nei campi, della cultura, quello dei libri che mamma Genoveffa leggeva nell’aia la sera, mentre mangiavano pane e verza, i Promessi Sposi o la Divina Commedia, mica storielle da ridere. Alcide Cervi è un mezzadro che si ribella alla voce grossa dei padroni che non sanno distinguere il granoturco dal trifoglio, ma sono puntuali a riscuotere i loro soldi "pochi, maledetti e subito". Lui, invece, è un progressista e ama quella terra come fosse sua. Con i figli studia libri di agronomia, si informa sulle novità tecnologiche, vuole migliorare il terreno e la produttività, anche a costo di grandi sacrifici. Nessuno lo ascolta e con la numerosa famiglia, che nel frattempo si allarga con nuore e nipotini, fa San Martino, come dice lui, trasloca in diversi fondi fino a prenderne uno tutto suo: i Campi Rossi. Il terreno emiliano è tutto una montagna russa di buche e collinette. Gli 8 Cervi, padre e figli, riescono livellarlo, a nutrirlo, a farlo germogliare, ad aumentare la produzione. Da pazzi incoscienti, per i vicini diventano un esempio da seguire ... e non solo in agricoltura.
Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore sono cresciuti. Vanno in balera, amoreggiano nei paesi vicini, partono per il militare ... e si scontrano con il potere fascista. Un po’ per indole, un po’ per educazione, stanno sulla riva opposta. Aldo fa propaganda antifascista con i suoi commilitoni. Gli ufficiali ubbidiscono al duce e il ragazzo si fa qualche anno a Gaeta. Per lui è come essere andato all’università, un ateneo un po’ particolare, l’università del carcere: lì capisce, comprende, si istruisce e passa all’azione. E si trascina dietro tutta la famiglia. Così una famiglia di contadini come tante passa dalla religione cristiana a quella civile del socialismo prampoliniano prima (Alcide in gioventù aveva assistito a dei comizi che l’avevano scosso nel profondo), che predica l’organizzazione di tanti nel rispetto di tutti contro lo strapotere di uno nel rispetto di nessuno, al comunismo della Resistenza e della liberazione dal fascismo poi, nel sogno di un’Italia libera e democratica dove l’unico monito è quello di costruire.
Aldo apre una biblioteca a Campegine, poco distante da Gattatico, dove si trova il fondo dei Campi Rossi: qui spaccia libri "sovversivi" in barba ai fascisti, i sonnacchioni come li chiama papà Alcide, e tiene riunioni clandestine con chi, attraverso la sua paziente propaganda fatta di chiacchiere informali e discussioni accese, è passato dall’altra parte. Qualcuno ha i genitori fascisti, qualcun altro ci rimetterà la vita. I contatti si allargano, la rete si espande. Volantini e giornali clandestini. Aldo non lascia in giro copie, va direttamente dalle famiglie a leggere e commentare i fatti, come faceva la sua mamma con i Promessi Sposi, cha da tempo non legge più. Imbrogliano l’Annonaria sulle quote dell’ammasso. Il paese li segue.
Il 25 luglio 1943 cade il governo fascista. L’incubo è finito. La famiglia Cervi offre pastasciutta a tutta Gattatico. Ci sono anche i carabinieri e i soldati fascisti di stanza nel paese, che si sono tolti la camicia nera. Ma l’8 settembre arriva presto. I campi Rossi diventano il quartier generale delle azioni partigiane nella zona. Ospitano soldati alleati dispersi, ex prigionieri, disertori: li lavano, li nutrono, li vestono, li rimettono in piedi. Russi, inglesi, neozelandesi, francesi ... Aldo va in montagna, gli altri continuano ad agire in pianura. Collaborano con i GAP (Gruppi di azione patriottica), recuperano armi, producono cibo...
Il 25 novembre 1943, alle 6.30 del mattino un plotone di 150 camicie nere circonda la casa dei Cervi e dà fuoco al fienile. Combattono per un po’ poi la famiglia si arrende. Alcide e i suoi 7 figli vengono arrestati. Torturati e interrogati i ragazzi non rispondono. Gelindo e Aldo si assumono la responsabilità di tutto nell’estremo tentativo di salvare il padre e gli altri fratelli. Gli offrono di salvarsi la vita entrando nella Guardia Repubblicana di Salò. Il rifiuto è netto: "crederemmo di sporcarci". Simpatizzano con una guardia e programmano la loro evasione. Vengono tradotti al carcere di San Tommaso e il piano sfuma. I compagni preparano una nuova evasione. La notte di Natale. Ci sono degli intoppi e viene rimandata alla notte di Capodanno, quando i secondini in servizio scarseggiano. Il 27 dicembre, un’azione mai rivendicata, porta alla morte del segretario fascista di Bagnolo in Piano. Gli altri maggiorenti del posto giurano vendetta. All’alba del 28 dicembre vengono prelevati i 7 fratelli più Quarto Cimurri, loro compagno di battaglia: devono andare a Parma per il processo. Per molto tempo il padre crederà, o vorrà credere, a questa bugia. I ragazzi sono in fila al Poligono di tiro di Reggio Emilia. Molti i volontari che ambiscono all’onore di farli fuori. Una scarica e li seppelliscono clandestinamente senza firmarne i certificati di morte. Nemmeno i caporioni fascisti hanno il coraggio di prendersi la responsabilità di quell’eccidio. Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore Cervi fanno paura anche da morti.
Il carcere di San Tommaso viene bombardato il 7 gennaio 1944. Alcide scappa tra le mura che crollano e le guardie che gridano. A casa, in preda a un ulcera terribile, viene assistito dalla moglie e dalle nuore. Loro sanno la verità ma la tacciono per lungo tempo nonostante il vecchio padre continui a credere di riabbracciare i figli da un giorno all’altro. Ristabilitosi Genoveffa gli racconta la verità. Alcide non si rassegna: "i nostri morti ispirino i vivi". Al posto di 7 figli ci sono 11 nipoti. Si ricomincia da capo un’altra volta. Le attività partigiane della famiglia continuano. A ottobre i fascisti appiccano un nuovo incendio ai Campi Rossi. Il ricordo doloroso di quello precedente e lo strazio per la morte dei figli è troppo forte e Genoveffa Cocconi muore di crepacuore il 10 ottobre 1944.
L’8 maggio 1945 la Germania firma la resa. La guerra è finita. Questa volta sul serio. Nell’ottobre dello stesso anno vengono riesumate le spoglie dei 7 fratelli Cervi: funerali solenni a Reggio Emilia il 28 ottobre 1945, tumulazione accanto alla madre nel cimitero di Campegine.
Tutti e 7 i fratelli sono stati decorati con Medaglia d'argento al valor militare. Ai fratelli Cervi sono state dedicate molte vie in varie città italiane, a Collegno (TO) è loro dedicata una scuola e una via. A Macerata sono intitolate ai fratelli Cervi sia una via sia la scuola primaria e dell'infanzia che vi è situata.
Per il suo impegno partigiano e per quello dei suoi figli, ad Alcide Cervi fu consegnata una medaglia d'oro creata dallo scultore Marino Mazzacurati. La medaglia reca da un lato la sua effigie e dall'altro un tronco di quercia tra i cui rami spezzati compaiono le 7 stelle dell'orsa. Durante la consegna, Alcide pronunciò un discorso di cui sono ancora ricordate queste parole: "Mi hanno sempre detto… tu sei una quercia che ha cresciuto sette rami, e quelli sono stati falciati, e la quercia non è morta… la figura è bella e qualche volta piango… ma guardate il seme, perché la quercia morirà, e non sarà buona nemmeno per il fuoco. Se volete capire la mia famiglia, guardate il seme. Il nostro seme è l'ideale nella testa dell'uomo."
Il 27 marzo 1970, all'età di 95 anni si spegne Alcide Cervi. Oltre 200.000 persone si riuniranno a Reggio Emilia per salutarlo per l'ultima volta.

domenica 27 dicembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 dicembre
Il 27 dicembre 1831 Charles Darwin s'imbarcò come naturalista sul brigantino Beagle, che divenne in seguito famoso grazie a lui, attrezzato per compiere ricerche scientifiche e rilevazioni geografiche: il viaggio intorno al mondo durerà fino al 2 ottobre 1836. Nel corso di questo viaggio Charles raccolse un'ingente quantità di materiale e compì numerose osservazioni: a ogni tappa scendeva a terra e conduceva esplorazioni all'interno, raccoglieva e catalogava campioni di specie animali e vegetali, di cui descriveva le abitudini. Nel 1839 pubblicherà, con il titolo Viaggio di un naturalista intorno al mondo, il diario di queste esplorazioni; ma già al ritorno in Inghilterra i resoconti che aveva inviato ai suoi corrispondenti lo avevano fatto conoscere negli ambienti scientifici.
Fu nel corso del viaggio sul Beagle e negli anni immediatamente successivi che Darwin, sulla base delle osservazioni compiute, giunse alla conclusione che le specie si modificano gradualmente; gli anni successivi saranno dedicati all'elaborazione della teoria dell'evoluzione, con un intenso lavoro di riflessioni e osservazioni. Particolare rilievo ebbe l'attività di raccolta di dati, tesa alla documentazione dei diversi aspetti della teoria, quali la distribuzione geografica delle specie, le leggi della variazione, la divergenza dei caratteri, l'estinzione delle specie meno adatte, e così via. Darwin dedicò otto anni al lavoro sistematico ai cirripedi, una classe di organismi ancora poco studiata; realizzò anche un allevamento di colombi, con razze provenienti da diverse parti del mondo, per studiarne somiglianze e differenze e condurre esperimenti di selezione artificiale.
L'accettazione della teoria dell'evoluzione aveva infatti posto un problema: se le specie non sono state create così come le conosciamo da un Creatore divino, come spiegare il loro adattamento all'ambiente in cui vivono, che a volte è veramente mirabile? La soluzione venne dall'analogia tra la selezione operata dall'uomo per migliorare le razze domestiche e quella che avviene in natura. La lettura del Saggio sul principio di popolazione di Thomas Robert Maltus gli suggerì il meccanismo attraverso cui la selezione agisce in natura: la lotta per la sopravvivenza.
Nel 1859, dopo oltre vent'anni di elaborazione, uscì On the Origin of Species by Means of Natural Selection; seguiranno anni di discussioni accanite e decise prese di posizione, con una sostanziale accettazione, nell'ambito scientifico, dell'idea di evoluzione, mentre maggiori resistenze incontrò il concetto di "selezione naturale". Molto più decisa fu l'opposizione degli ambienti religiosi, che restavano legati all'interpretazione letterale della Bibbia.
Darwin non si limitò a fornire innumerevoli prove dell'evoluzione come principio coordinante della storia della vita e a sviluppare la teoria della selezione naturale, ma diede contributi altrettanto importanti con i concetti di evoluzione ramificata, che implica la discendenza da un'origine comune di tutte le specie viventi, e di evoluzione graduale, contrapposta a quella a salti (mutazionismo).
In seguito Darwin affrontò anche il tema dell'origine dell'uomo: in Descent of Men and Selection in Relation to Sex formulò la concezione naturalistica dell'uomo e illustrò il principio di continuità con gli animali. Si chiese anche quale fosse il valore da attribuire alle razze umane e giunse alla conclusione della discendenza da un unico ceppo comune, con successiva diversificazione: da qui l'introduzione del concetto di popolazione, che rende conto della variazione delle caratteristiche umane.
L'autore dell'Origine delle specie si preoccupò di elaborare una metodologia per la scienza della vita, che non può essere ridotta alle leggi della chimica e della fisica; egli può essere considerato il fondatore di un nuovo ramo della filosofia della scienza, la filosofia della biologia, che ha avuto una profonda influenza nello sviluppo del metodo scientifico in diverse discipline come la biologia evoluzionistica, la paleontologia, la geologia e la cosmologia.

sabato 26 dicembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 dicembre.
ATTENZIONE COMUNICAZIONE IMPORTANTE
L'almanacco di oggi contiene informazioni particolarmente cruente e violente.
Alle persone sensibili e/o facilmente impressionabili è VIVAMENTE SCONSIGLIATA la lettura.
Il 26 dicembre 1610 furono scoperti i terribili delitti di Erzsébet Báthory, la più agghiacciante serial killer della storia.
Erzsébet Bathory nasce ai piedi dei Carpazi, nel 1560, da Gyrögy e Anna Báthory. In questo periodo l'Ungheria e la Romania sono sconvolte da sanguinose guerre: da una parte gli Asburgo e, dall'altra parte, i turchi ottomani, spingono per conquistare i territori di queste due nazioni.
I Báthory decidono quindi di trasferirsi in Transilvania, dove lo zio della neonata, un uomo violento e selvaggio, è il Principe. Il Principe Transilvano non è l'unico Báthory fuori dal comune: il fratello di Erzsébet è un maniaco sessuale inarrestabile, nessuna donna o bambina è al sicuro nei suoi pressi; sua zia è stata incarcerata perché strega e lesbica, un altro zio è un alchimista e un adoratore del demonio. Come se non bastasse, la balia, alla quale viene affidata la Contessina, è dedita alla magia nera, e si dice utilizzi sangue e ossa di bambini per fare degli incantesimi.
Erzsébet non è una bambina facile, né la vita è facile per lei: la giovane soffre di convulsioni, di scatti d'ira e di attacchi di epilessia. Con l'adolescenza si dimostrerà anche promiscua, tanto che, a 14 anni, resta incinta di un contadino.
Tutti questi sintomi, considerato il fatto che la malattia mentale non è una rarità tra i Báthory, portano facilmente a presupporre che Erzsébet sia nata già con qualche disturbo al cervello.
All'età di 15 anni, Erzsébet è costretta a sposare il Conte Ferencz Nádasdy, il più grande guerriero nazionale, spesso costretto a stare via di casa.
Durante una delle tante assenze del marito, su consiglio della sua balia, la giovane Contessa si avvicina alla magia nera. Tanto per iniziare, si procura subito una pergamena fatta di amnio (= la membrana che protegge i bambini nell'addome della madre), sulla quale c'è scritto con il sangue un incantesimo del dio Isten. L'incantesimo promette salute, lunga vita e protezione: i nemici del seguace di Isten verranno aggrediti e uccisi da un "esercito" di 99 gatti. Erzsébet non si separerà mai da questa pergamena.
Poco tempo dopo, la Contessa si trasferisce al castello di Sarvar, nel quale sfoga i propri impulsi violenti sui propri servitori. Nel 1600, non è cosa rara che gli aristocratici prendano a bastonate o addirittura uccidano i servi che hanno sbagliato. Molto probabilmente questa cosa non è stata molto d'aiuto per la sanità mentale di Erzsébet.
Da brava aristocratica, la Báthoryè narcisista e vanitosa, cambia abbigliamento anche sei volte al giorno, e passa ore ad ammirare la propria bellezza in numerosi specchi.
Utilizza ogni tipo di unguento e preparato che possa mantenere giovane e pallida la sua pelle. Esige che, chiunque la incroci, faccia un elogio alla sua bellezza.
Non si sa bene se Nádasdy fosse complice della moglie o se tollerasse le sue stranezze, ma è sicuro che sia stato lui a insegnarle molti trucchi del "mestiere".
Anche Nádasdy, come ogni aristocratico, è molto violento con la servitù: il suo metodo punitivo preferito è quello di cospargere i servi di miele, e di lasciarli legati a un muro, mentre vengono mangiati dalle api. Ma non è l'unico tipo di tortura che l'uomo insegnerà alla moglie: le spiega anche come far morire congelata una persona, tenendola nuda all'aperto, d'inverno, versandogli continuamente dell'acqua fredda addosso.
Nel 1601 Nádasdy si ammala, perde una gamba per cancrena e, dopo 3 anni passati nel proprio letto, muore, lasciando vedova la Contessa 44enne. La donna si trasferisce nei possedimenti di Vienna ma, colta dalla noia, decide di tornare alle sue torture in Ungheria.
In questo periodo, donne giovani e bambini cominciano a scomparire dai villaggi. I parenti non sanno cosa fare, né a chi rivolgersi: tutti hanno notato lo stemma di Nádasdy sulla carrozza che si è portata via i loro cari, ma puntare il dito contro un nobile potrebbe causargli molti guai.
Anno dopo anno, continuano i rapimenti e i villici sono costretti a stare a guardare: è ancora vivo il ricordo di una rivolta del 1524, sedata con il sangue dai nobili. Ahimè il loro destino è subire in silenzio il voleri dei nobili, anche di quelli pazzi.
Erzsébet adesca le ragazze con la scusa di prenderle in servitù al castello, poi le sbatte nelle celle dei sotterranei. Le sventurate vengono picchiate ripetutamente, fino a che i loro corpi non si gonfiano. Spesso la Contessa non si limita ad assistere, ma è lei stessa a infierire sulle giovani vittime. Ogni volta che i vestiti si sporcano troppo di sangue, le fa cambiare, poi ricomincia con le botte. I corpi gonfi vengono poi tagliati con dei rasoi e lasciati sanguinare a morte. Alle più sfortunate vengono cicatrizzate le ferite con il fuoco, allungando così le loro sofferenze per molti altri giorni.
Ad alcune vittime viene cucita la bocca, altre vengono costrette a mangiare la propria carne, ad altre ancora viene dato fuoco ai genitali.
Quando la Contessa deve viaggiare, esige che una delle sue prigioniere segga al suo fianco sulla carrozza, sopra un sedile di aghi, mentre, quando è costretta a letto da una malattia, le vittime sono costrette a prendersi cura di lei. In cambio ricevono morsi, sputi e pugni.
Comunemente a tutti i serial killer, anche Erzsébet Báthory, con il tempo diventa più stupida e arrogante: assalita da delirio di onnipotenza e senso di sfida, comincia a osare di più, incombendo ben presto in errori madornali che le saranno letali.
Erzsébet comincia infatti a rapire le figlie di altre famiglie nobili, la maggior parte delle quali non passa i 12 anni di età.
La Contessa si offre di insegnare la grazie e l'educazione alle giovani nobili e, quando queste arrivano al castello, sceglie quali rinchiudere e quali rimandare a casa.
Dopo un omicidio che la Báthory cerca di far passare come suicidio, le autorità decidono di muoversi.
Gli "investigatori" del Re devono agire con la massima discrezione, di notte, cercando di non farsi scoprire. La squadra è composta da molti soldati, al capo dei quali sono il Primo Ministro, un sacerdote e il Governatore della regione.
È una notte fredda, e le torce non illuminano abbastanza il loro cammino.
La scalata della collina, sulla quale si erge la fortezza di pietra, è lunga e faticosa: sono tante le pause per riprendere fiato e per assicurarsi che nessuno li segua, ma finalmente conquistano la cima. La finestre del castello sono immerse nel buio, non ci sono tracce di guardie nei paraggi e il portone d'entrata è ormai in vista: la "squadra speciale" del Re è pronta a irrompere all'interno del maniero.
L'atrio è pieno di gatti, alcuni saltano addosso agli intrusi, altri soffiano e graffiano, ma niente di più.
Qualche metro più avanti, sul gelido pavimento di pietra di una grande sala, gli emissari del Re trovano finalmente quello per cui sono venuti: una ragazza molto giovane, pallida, non del tutto vestita, è sdraiata per terra, immobile. Alcuni soldati si avvicinano, e sono costretti a constatare che le dicerie erano veritiere: la ragazza è morta ed è completamente dissanguata.
Sempre nella stessa sala, dall'altra parte, trovano un'altra ragazza. Questa è ancora viva, si lamenta, ma qualcuno le ha provocato diversi fori su tutto il corpo, tanto che ormai non c'è più niente da fare per poterla salvare.
La truppa allora procede nel proprio cammino attraverso il castello, seguendo l'odore della decomposizione che aleggia nell'aria.
Contro un pilastro, la squadra trova un'altra donna, incatenata. Qualcuno l'ha frustata a sangue, l'ha bastonata, le ha tagliato i seni e le ha provocato delle gravi ustioni su tutto il corpo.
Nei sotterranei ci sono diverse prigioni, nelle quali sono rinchiusi donne e bambini, la maggior parte dei quali porta i segni e le cicatrici di numerose emorragie. Oggi però è il giorno fortunato di quei pochi prigionieri sani, perché i soldati aprono le celle senza fatica e li conducono fuori dal castello, verso la libertà.
Temprata dall'azione di salvataggio, la squadra del Re torna all'interno del maniero, sale ai piani alti, e si lancia alla ricerca della donna responsabile di queste atrocità.
La Contessa però non c'è, ha scoperto tutto ed è fuggita, ma la sua cattura sarà questione di pochi giorni.
In attesa del processo, Erzsébet Báthory viene rinchiusa in una sua residenza, controllata da un piccolo esercito. Non presenzierà nemmeno al processo, dichiarando che quelle avvenute nel castello sono tutte morti naturali, e che lei non può essere responsabile di azioni della natura.
Qualche giorno dopo la cattura, gli ufficiali giudiziari si presentano al castello di Csejthe per fare i sopralluoghi del caso, e per raccogliere tutte le prove che potrebbero risultare utili in sede di processo.
Non sarà un'ispezione difficile: in diverse stanze vengono ritrovate ossa e resti umani, nella camera della Contessa ci sono i vestiti e gli effetti personali di alcune ragazze scomparse. Nei sotterranei ci sono cadaveri ovunque, privati degli occhi e delle braccia, nel camino c'è un corpo annerito e non completamente bruciato. Nei dintorni del castello vengono disseppelliti molti corpi. In giardino, nel recinto dei cani, vengono trovati altri resti umani, con i quali gli animali si nutrivano.
Il processo comincia il 2 gennaio 1611, presieduto da ventuno giudici. Si susseguono moltissimi testimoni, anche 35 al giorno, soprattutto parenti delle vittime.
A tutti i servitori di Erzsébet vengono poste le stesse 11 domande, riguardo alla provenienza delle vittime, ai metodi di tortura e al coinvolgimento della Contessa.
Ficzko, un nano che lavora per la Báthory da 16 anni, dichiara di essere stato assunto con la forza. L'uomo non ricorda il numero preciso delle donne che ha contribuito ad uccidere, ma ricorda il numero delle ragazzine: 37. Cinque seppellite in una fossa, due in giardino, due in una chiesa, le altre chissà dove. Erano state adescate in paese con la scusa di un lavoro al castello e, se per caso rifiutavano, venivano prese con la forza. La Contessa le faceva legare e le pugnalava con aghi e forbici. Il nano racconta le più agghiaccianti torture, come le donne uccise a frustate, a volte ne servivano fino a 200, se non di più, o le donne uccise tagliando loro le dita e le vene con delle cesoie.
Ilona Joo, la balia di Erzsébet Báthory, ammette di aver ucciso circa 50 ragazze, infilando degli attizzatoi incandescenti nella loro bocca e nel loro naso. La "padrona" invece preferiva infilare le dita nella bocca delle ragazze e tirare, fino allo strappo della pelle, oppure dare fuoco alle loro gambe dopo averle cosparse di olio, oppure ancora tagliare con delle cesoie la pelle fra le dita. Se una ragazza moriva prima di quando la Contessa desiderasse, i servitori maschi erano costretti a mangiarla.
Darko, un altro servitore di fiducia, confessa che la Báthory usava anche applicare alle vittime delle scarpe di ferro bollente. Alcune delle ragazze rapite venivano messe all'ingrasso, perché la Contessa era convinta che in questo modo il loro sangue sarebbe aumentato. C'erano anche le favorite di Erzsébet, costrette ai trattamenti peggiori: tagliarsi da sole le braccia, essere rinchiuse in una cassa piena di spunzoni..e via dicendo.
Le testimonianze continuano, una dopo l'altra, sempre più sconvolgenti e mostruose, soprattutto quelle raccontate dai superstiti, molti dei quali segnati a vita.
Non si sa per certo a quanto ammonti il conto delle vittime della Contessa Sanguinaria. Il Re in una lettera al Primo Ministro dice 300, sui diari di Erzsébet Báthory sono annotati i nomi di circa 650 persone, ma sembra incredibile che la Contessa abbia annotato una per una le proprie vittime. I Giudici, basandosi sui resti umani trovati al castello, decidono di condannare lei e i suoi complici "solo" per 80 omicidi.
Per la "legge del taglione", molto in voga fino al ‘700, i complici della Contessa vengono sottoposti a torture, non molto differenti da quelle inflitte alle giovani vittime: ad alcuni vengono strappati gli occhi, ad altri le dita, alcuni vengono seppelliti vivi, altri ancora vengono decapitati o bruciati vivi.
Ben più difficoltosa sarà la scelta della pena per la Contessa: essa ha amicizie molto importanti che premono per gli arresti domiciliari, inoltre gode dell'immunità regia, essendo di sangue reale. Il Primo Ministro Thurzo che, come già detto, è anche il cugino di Erzsébet, insiste nel sostenere che la donna non fosse capace di intendere e di volere, che non avesse la capacità di controllare la propria rabbia.
Così, salvata dalle sue origini nobiliari, Erzsébet Báthory viene imprigionata a vita in un'ala del suo castello a Cahtice. Confinata nelle sue stanze, privata della sua magica pergamena di Isten e di tutti gli incantesimi, con gli ingressi e le finestre murate, salvo piccole fenditure per il cibo e l'aria, la Contessa dura ben poco. Tre anni dopo il confino, nell'estate del 1614, la 54enne Erzsébet muore, le guardie se ne accorgono il giorno dopo, notando che i piatti della cena non sono stati toccati.
Attualmente non si sa per certo se Erzébet Bathóry bevesse sangue o addirittura lo utilizzasse per fare dei bagni. Grazie però ai documenti dell'epoca, che testimoniano il numero delle sue vittime e le torture che infliggeva loro, possiamo affermare con sicurezza che la Contessa Sanguinaria è stata il serial killer più violento, più prolifico e più mostruoso della storia umana.

venerdì 25 dicembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 dicembre.
Il 25 dicembre è tradizionalmente indicata come la data in cui è nato Gesù.
La data tradizionale del 25 dicembre è documentata a partire dal III e dal IV secolo. Oggi sull'origine di questa data vi sono diverse ipotesi, che possono essere raggruppate in due categorie: secondo la prima, la data è stata scelta in base a considerazioni interne al Cristianesimo, mentre la seconda prende in considerazione la derivazione da festività celebrate in altre religioni praticate contemporaneamente al Cristianesimo di allora. Le due categorie di ipotesi possono coesistere.
Il primo gruppo di ipotesi spiega la data del 25 dicembre come "interna" al Cristianesimo, senza apporti da altre religioni, derivante da ipotesi cristiane sulla data di nascita di Gesù.
Un'ipotesi piuttosto recente asserisce che la data del Natale corrisponda alla vera data di nascita di Gesù. L'ipotesi si basa sull'analisi dei testi presenti nella biblioteca essena di Qumran e su alcune informazioni fornite dal Vangelo secondo Luca. Secondo Luca, San Giovanni Battista fu concepito sei mesi prima di Gesù (e quindici mesi prima del Natale), e l'annuncio del suo concepimento fu dato al padre San Zaccaria mentre questi officiava il culto nel Tempio di Gerusalemme. Dai rotoli di Qumran si è potuto ricostruire il calendario dei turni che le vari classi sacerdotali seguivano per tali offici, ed è stato possibile stabilire che il turno della classe di Abia (a cui apparteneva Zaccaria) cadeva due volte l'anno. Uno dei due turni corrispondeva all'ultima settimana di settembre, ossia proprio quindici mesi prima della settimana del Natale.
Un'ipotesi afferma che la data del Natale si fonda sulla data della morte di Gesù o Venerdì Santo. Dato che la data esatta della morte di Gesù nei Vangeli si colloca tra il 25 marzo e il 6 aprile del nostro calendario, per calcolare la data di nascita di Gesù si sarebbe seguita la credenza che i profeti siano morti nell'anniversario della loro nascita. Secondo questa ipotesi, si calcolò che Gesù fosse morto nell'anniversario della sua Incarnazione o concezione (non della sua nascita), e così si pensò che la sua data di nascita dovesse cadere nove mesi dopo la data del Venerdì Santo, tra il 25 dicembre e il 6 gennaio.
Il sorgere del sole e la luce sono simboli usati nel Cristianesimo e nella Bibbia. Per esempio nel vangelo di Luca, Zaccaria, il padre di Giovanni Battista, descrive la futura nascita di Cristo, con queste parole: "verrà a visitarci dall'alto un sole che sorge". Il Natale, nel periodo dell'anno in cui il giorno comincia a allungarsi, potrebbe essere legato a questo simbolismo.
Il secondo gruppo di ipotesi spiega la data del 25 dicembre come "esterna" al Cristianesimo, come un tentativo di assorbimento di culti precedenti al Cristianesimo con la sovrapposizione di festività cristiane a feste di altre religioni antiche.
La festa si sovrappone approssimativamente alle celebrazioni per il solstizio d'inverno (tipiche del nord Europa) e alle feste dei saturnali romani (dal 17 al 23 dicembre). Già nel calendario romano il termine Natalis veniva infatti impiegato per molte festività, come il Natalis Romae (21 aprile) che commemorava la nascita dell'Urbe, e il Dies Natalis Solis Invicti, la festa dedicata alla nascita del Sole (Mitra), introdotta a Roma da Eliogabalo (imperatore dal 218 al 222) e ufficializzato per la prima volta da Aureliano nel 273 d.C., e poi spostata al 25 dicembre. Ancora durante il regno di Licinio (imperatore dal 308 al 324 d.C.) il culto al dio solare veniva comunque celebrato il 19 dicembre, e non il 25. Alla luce delle fonti, si ipotizza in particolare che i cristiani avrebbero "ribattezzato" la festa pagana del Sole Invitto come "Festa della nascita di Cristo", spostando la data dal 21 al 25 dicembre, per soppiantare quella pagana, largamente diffusa tra la popolazione.

giovedì 24 dicembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi


Buongiorno, oggi è il 24 dicembre.
Il 24 dicembre 2009, durante la solenne messa di Natale in Vaticano, l'allora venticinquenne italo-svizzera Susanna Maiolo saltò con un balzo felino le transenne che dividevano il pubblico dall'area in cui stava passando il Papa, e si gettò verso di lui. Le guardie riuscirono a fermarla, ma gettandola a terra essa riuscì ad aggrapparsi ai vestiti di Benedetto XVI facendolo cadere, insieme al cardinale Roger Echegaray che era al suo fianco. Il papa non si fece nulla, mentre il cardinale ebbe la peggio fratturandosi un femore nella caduta.
La ragazza, che anche l'anno prima aveva tentato di avvicinarsi al papa ma era stata fermata, è stata trattenuta in una clinica di Subiaco per un trattamento sanitario obbligatorio, durante il quale si è appreso che è una persona mentalmente instabile, e che già due anni prima era stata ricoverata per un anno e mezzo in una struttura svizzera per le malattie mentali. A suo dire non aveva intenzioni cattive, bensì la volontà di chiedere a Ratzinger maggiore impegno della Chiesa per la povertà nel mondo.
Il 1 Gennaio 2010 il segretario del papa Monsignor Georg Gaenswein è andato a trovarla in clinica portandole i saluti del pontefice, il quale ha manifestato la sua preoccupazione per lei e, credendo nelle sue buone intenzioni, il suo totale perdono.
Successivamente il 13 Gennaio, dopo l'udienza generale, il Papa ha incontrato personalmente la Maiolo e i suoi genitori in una saletta adiacente la sala Paolo VI, e in tale incontro la ragazza si è scusata per l'incidente ed ha ricevuto la benedizione del Papa e i suoi auguri per la salute. Nessun'altra iniziativa è stata presa da parte della magistratura vaticana, che ha preferito chiudere l'incidente senza processo.
Il maggiore scalpore in Italia si è avuto successivamente, quando su Facebook sono nati alcuni gruppi che inneggiavano alla Maiolo come un'eroina, sulla falsariga di quelli a Tartaglia in occasione dell'aggressione a Berlusconi.
Diverse interrogazioni parlamentari da parte di deputati vicini al mondo cattolico hanno chiesto ripetutamente la censura su Facebook e la chiusura dei gruppi blasfemi e inneggianti alla violenza. Poi, come sempre accade, una volta sceso l'interesse mediatico sulla vicenda, tutto è tornato nell'oblio.
Oggi Susanna Maiolo vive in Svizzera nel suo paese, ed è seguita periodicamente dall'istituto che l'ha avuta in cura in passato.

mercoledì 23 dicembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 dicembre.
Il 23 dicembre 1984, alle 19.08, una bomba esplose sul rapido 904 in servizio da Napoli a Milano all'interno della galleria della direttissima tra Vernio e San Benedetto Val di Sambro, nell'appennino bolognese, circa nello stesso punto in cui dieci anni prima fu compiuto l'attentato dell'Italicus.
Al contrario del caso dell'Italicus, questa volta gli attentatori attesero che il veicolo penetrasse nel tunnel, per massimizzare l'effetto della detonazione: lo scoppio, avvenuto a quasi metà della galleria, provocò un violento spostamento d'aria che frantumò tutti i finestrini e le porte. L'esplosione causò 15 morti e 267 feriti. In seguito, i morti sarebbero saliti a 17 per le conseguenze dei traumi.
Venne attivato il freno di emergenza, e il treno si fermò a circa 8 chilometri dall'ingresso sud e 10 da quello nord. I passeggeri erano spaventati, e a questo si affiancava il freddo dell'inverno appenninico. Il controllore Gian Claudio Bianconcini, al suo ultimo viaggio in servizio, chiamò i soccorsi da un telefono di servizio presente in galleria e, sebbene ferito, sopravvisse all'esplosione.
I soccorsi ebbero difficoltà ad arrivare, dato che l'esplosione aveva danneggiato la linea elettrica e parte della tratta era isolata, inoltre il fumo dell'esplosione bloccava l'accesso dall'ingresso sud dove si erano concentrati inizialmente i soccorsi, per cui ci impiegarono oltre un'ora e mezza. I primi veicoli di servizio arrivarono tra le venti e trenta e le ventuno: non sapevano cosa fosse successo, non avevano un contatto radio con il veicolo fermo e non disponevano di un ponte radio con le centrali operative periferiche o quella di Bologna. I soccorsi una volta sul posto parlarono di un "fortissimo odore di polvere da sparo".
Venne impiegata una locomotiva diesel-elettrica, guidata a vista nel tunnel, che fu per prima cosa usata per agganciare le carrozze di testa rimaste intatte, su cui furono caricati i feriti. Un solo dottore era stato assegnato alla spedizione.
Con l'aiuto della macchina di soccorso i feriti vennero portati alla stazione di San Benedetto Val di Sambro, seguiti subito dopo dagli altri passeggeri. L'uso della motrice Diesel però rese l'aria del tunnel irrespirabile, per cui servirono bombole di ossigeno per i passeggeri in attesa di soccorsi.
Uno dei feriti, una donna, venne trovata in stato di choc in una nicchia della galleria, e fu portata a braccia fino alla stazione di Ca' di Landino.
Arrivati alla stazione di San Benedetto, ai feriti vennero offerte le prime cure, e quelli più gravi furono portati a Bologna da una quindicina di ambulanze predisposte per il compito, che viaggiavano scortate da polizia e carabinieri. Le cure ai feriti leggeri durarono fino alle cinque di mattina.
Venne allestito rapidamente un ponte radio, e la Società Autostrade fece in modo di mettere a disposizione un casello riservato al servizio di emergenza. I feriti vennero portati all'Ospedale Maggiore di Bologna, facendosi largo nel traffico cittadino grazie ad una razionalizzazione delle vie di accesso studiata proprio per i casi di emergenza. Per ultimi furono trasportati i morti: fortunatamente la neve cominciò a cadere solo durante questa ultima fase.
Il piano di emergenza era frutto delle misure predisposte dopo la Strage del 2 agosto 1980, e questa operazione fu la prima sperimentazione del sistema centralizzato di gestione emergenze costituito a Bologna.
Nonostante le condizioni ambientali estremamente avverse, l'opera di soccorso e l'operato dei soccorritori furono ammirevoli per l'efficienza dimostrata, tanto che poco dopo il servizio centralizzato di Bologna Soccorso sarebbe diventato il primo nucleo attivo del servizio di emergenza 118.
Dopo lunghe vicissitudini giudiziarie la quinta sezione penale della cassazione confermò la condanna all'ergastolo di Pippo Calò e Guido Cercola come esecutori della strage, 24 anni a Franco D'Agostino e 22 a Friedrich Shaumann per detenzione di armi; Alfonso Galeota e Giulio Pirozzi, che in secondo grado erano anch'essi stati condannati all'ergastolo per la strage, furono vittime di un attentato di mafia durante un viaggio in autostrada lo stesso giorno della sentenza.
Guido Cercola si è suicidato in carcere con dei lacci di scarpe il 3 gennaio 2005.

Il prefetto di Firenze consegnò personalmente al Gruppo Radioamatori Coroncina un onoreficenza, conservata in originale nell'archivio della sezione ARI di Bologna, in quanto nelle ore sucessive all'attentato l'unico ponte radio in grado di mantenere le comunicazioni tra le prefetture di Bologna e Firenze fu proprio il R2A 145.662.5 VHF FM. Il ponte radio fu messo immediatamente a disposizione delle autorità assieme a un gruppo di radioamatori che si dislocarono all'entrata e all'uscita della galleria nei minuti immediatamente sucessivi all'attentato, esiste anche una registrazione dei contatti radio tra S. Benedetto e Vernio, dalla quale si evince chiaramente che in quei momenti non era nemmeno chiaro cosa fosse esattamente successo. Il ponte radio è ancora attivo ed è stato il primo ponte radio amatoriale ad abbattere la barriera dell'appennino tra Emilia e Toscana, sorge a 1000 slm sopra a Roncobilaccio sullo spartiacque tra le 2 regioni è inoltre uno dei pochissimi in Italia ad avere la proprietà dei locali apparecchiature, del traliccio di 20 m e la locazione della cima, su terreno demaniale, a titolo gratuito per 100 anni . Anche Il Gruppo Radiomatori Coroncina è ancora attivo e raggruppa un centinaio di soci.

martedì 22 dicembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 dicembre.
Il 22 dicembre 1947 l'Assemblea Costituente approva la Costituzione della Repubblica Italiana.
Dopo i sei anni della seconda guerra mondiale e i venti anni della dittatura, il 2 giugno 1946 si svolsero contemporaneamente il referendum istituzionale e l’elezione dell’Assemblea Costituente, con la partecipazione dell’89% degli aventi diritto. Il 54% dei voti (più di 12 milioni) fu per lo stato repubblicano, superando di 2 milioni i voti a favore dei monarchici (che contestarono l’esito).
L’Assemblea fu eletta con un sistema proporzionale e furono assegnati 556 seggi, distribuiti in 31 collegi elettorali.
Dominarono le elezioni tre grandi formazioni: la Democrazia Cristiana, che ottenne il 35,2% dei voti e 207 seggi; il Partito socialista, 20,7% dei voti e 115 seggi; il Partito comunista, 18,9% e 104 seggi. La tradizione liberale (riunita nella coalizione Unione Democratica Nazionale), protagonista della politica italiana nel periodo precedente la dittatura fascista, ottenne 41 deputati, con quindi il 6,8% dei consensi; il Partito repubblicano, anch’esso d’ispirazione liberale ma con un approccio differente nei temi sociali, 23 seggi, pari al 4,4%. Mentre il Partito d’Azione, nonostante un ruolo di primo piano nella Resistenza, ebbe solo l’1,5% corrispondente a 7 seggi. Fuori dal coro, in opposizione alla politica del CLN, raccogliente voti dei fautori rimasti del precedente regime, c’è la formazione dell’Uomo qualunque, che prese il 5,3%, con 30 seggi assegnati.
L’intesa che permise la realizzazione della costituzione è stata più volte definita «compromesso costituzionale», consistente in una commistione di concezioni politiche diverse, risultato di reciproche rinunce e successi. Le forze in seno all’assemblea, infatti, tendenzialmente, non avendo sicure idee sul possibile prosieguo della vita politica italiana, piuttosto che tentare di ostacolare le altre parti politiche, spinsero per l’approvazione di norme che rispecchiassero i rispettivi principi base.
Nelle linee guida della Carta è ben visibile la tendenza all’intesa e al compromesso dialettico tra gli autori. La Costituzione mette l’accento sui diritti economici e sociali e sulla loro garanzia effettiva. Si ispira anche ad una concezione antiautoritaria dello Stato con una chiara diffidenza verso un potere esecutivo forte e una fiducia nel funzionamento del sistema parlamentare, sebbene già nell’Ordine del giorno Perassi (con cui appunto si optò per una forma di governo parlamentare) venne prevista la necessità di inserire meccanismi idonei a tutelare le esigenze di stabilità governativa evitando ogni degenerazione del parlamentarismo. Non mancano importanti riconoscimenti alle libertà individuali e sociali, rafforzate da una tendenza solidaristica di base. Fu possibile, anche, grazie alla moderazione dei marxisti, ratificare gli accordi Lateranensi e permettere di accordare una autonomia regionale tanto più marcata nelle isole e nelle regioni con forti minoranze linguistiche (aree in cui la sovranità italiana era stata messa in forte discussione durante l’ultima parte della guerra, e in parte lo era ancora durante i lavori costituenti).
I primi dodici articoli della costituzione pongono i cosiddetti principi fondamentali, e non possono essere oggetto di modifica attraverso il procedimento di revisione costituzionale previsto dai successivi articoli 138 e 139.

Principio personalista: La Costituzione coglie la tradizione liberale e giusnaturalista nel testo dell’art. 2: in esso infatti si dice che “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”. Tali diritti sono considerati diritti naturali, non creati giuridicamente dallo Stato ma ad esso preesistenti. Tale interpretazione è agevolmente rinvenibile nella parola “riconoscere” che implica la preesistenza di un qualcosa. Tale impostazione, stimolata dalla componente d’ispirazione cattolica dell’assemblea costituente, fu il frutto di una sentita reazione al totalitarismo e alla concezione hegeliana dello Stato che in esso si propugnava.

Principio di laicità: La Costituzione all’art. 7 sancisce che Stato italiano e Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, sovrani e indipendenti. Il principio di laicità, che non ha nella Costituzione italiana un richiamo diretto e letterale, così come avviene in altre Carte costituzionali, è stato ricostruito dalla Corte costituzionale sulla base di quanto espresso nell’articolo 7 e degli altri articoli.
«Il principio di laicità, quale emerge dagli artt. 2, 3, 7, 8, 19 e 20 della Costituzione, implica non indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni ma garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in regime di pluralismo confessionale e culturale».

Principio pluralista: È tipico degli stati democratici. Pur se la Repubblica è dichiarata una ed indivisibile, è riconosciuto e tutelato il pluralismo delle formazioni sociali (art. 2), degli enti politici territoriali (art. 5), delle minoranze linguistiche (art. 6), delle confessioni religiose (art. 8), delle associazioni (art. 18), di idee ed espressioni (art. 21), della cultura (art. 33, com. 1), delle scuole (art. 33, com. 3), delle istituzioni universitarie e di alta cultura (art. 33, com. 6), dei sindacati (art. 39) e dei partiti politici (art. 49). È riconosciuta altresì anche la libertà delle stesse organizzazioni intermedie, e non solo degli individui che le compongono, in quanto le formazioni sociali meritano un ambito di tutela loro proprio. In ipotesi di contrasto fra il singolo e la formazione sociale cui egli è membro, lo Stato non dovrebbe intervenire. Il singolo, tuttavia, deve essere lasciato libero di uscirne.

Principio lavorista: Ci sono riferimenti già agli art. 1, com. 1 ed all’art. 4, com. 2. Il lavoro non è solo un rapporto economico, ma anche un valore sociale.

Principio democratico: Già gli altri tre principi sono tipici degli stati democratici, ma ci sono anche altri elementi a caratterizzarli: la preponderanza di organi elettivi e rappresentativi; il principio di maggioranza ma con tutela della minoranze (anche politiche); processi decisionali (politici e giudiziari) trasparenti e aperti a tutti; ma soprattutto il principio di sovranità popolare (art. 1, com. 2).

Principio di uguaglianza: Come è affermato con chiarezza nell’art.3, tutti i cittadini, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni sociali e personali, sono uguali davanti alla legge (uguaglianza formale, comma 1). Lo Stato rimuove gli ostacoli che di fatto limitano l’eguaglianza e quindi gli individui di sviluppare pienamente la loro personalità sul piano economico, sociale e culturale (uguaglianza sostanziale, comma 2) Riguardo al principio di uguaglianza in materia religiosa, l’art. 8 dichiara che tutte le confessioni religiose, diverse da quella cattolica, sono egualmente libere davanti alla legge.

Principio solidarista: Esistono doveri civici di solidarietà politica, sociale ed economica tra i cittadini. Il principale riferimento è l’art. 2, com. 2; essi rappresentano l’interpretazione che la Costituzione ha dato al concetto di stato sociale.

Principio internazionalista: Come viene sancito dall’art. 10, l’ordinamento italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute; ciò comporta un “rinvio mobile” ovvero un adattamento automatico di tali norme nel nostro ordinamento. Inoltre l’art. 11 consente, in condizioni di parità con gli altri stati, limitazioni alla sovranità nazionale, necessarie per assicurare una pacifica coesistenza tra le Nazioni.

Principio pacifista: Come viene sancito all’art. 11, la Repubblica italiana ripudia la guerra come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali (ovvero consente l’uso di forze militari per la difesa del territorio in caso di attacco militare da parte di altri paesi, ma non con intenti espansionisti) e accetta una limitazione alla propria sovranità (ad esempio accetta di ospitare sul proprio territorio forze armate straniere) nell’intento di promuovere gli organismi internazionali per assicurare il mantenimento della pace e della giustizia fra le Nazioni.
Si intende comunemente che questa seconda parte consenta all’Italia di partecipare ad una guerra in difesa di altre nazioni con le quali siano state instaurate alleanze (ad esempio in caso di attacco armato ad un paese membro della NATO).
Appare invece di controversa interpretazione il fatto se sia rispettoso di questo principio costituzionale il partecipare ad azioni di peace-enforcing o guerre che non rispondono ad azioni di offesa esplicita (vedasi il caso della guerra d’Iraq del 2003).

lunedì 21 dicembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 dicembre.
Il 21 dicembre 1898 Marie Curie insieme al marito Pierre, scopre l'elemento del radio.
La scienziata nasce a Varsavia nel 1867, e già alle scuole di base si distingue per una forte passione per le scienze e un’ottima memoria. In quegli anni in Polonia le donne non possono accedere agli studi universitari e Marie Sklodowka decide di trasferirsi con una delle sorelle a Parigi per studiare alla Sorbona.
All’università conosce il futuro marito e “compagno di laboratorio” Pierre che sposa nel 1895. I due novelli sposi, invece delle fedi, si scambiano due biciclette che useranno per il loro viaggio di nozze, un tour dalle coste della Bretagna alle montagne dell’Auvergne.
Nel laboratorio improvvisato di Rue Lohmond, con pochi mezzi e senza collaboratori, i coniugi Curie iniziano a studiare la “radiazione”, il fenomeno da poco scoperto dal fisico Henri Becquerel. Alla capacità di emettere energia che hanno solo alcuni atomi i due scienziati danno un nome: radioattività.
Durante i loro esperimenti si trovano davanti a un mistero: alcuni minerali hanno una radioattività più forte di altri. Decidono di concentrarsi su due minerali in particolare, la torbernite e la pechblenda, entrambi ricchi di uranio. I campioni studiati risultano più radioattivi di quanto dovrebbero essere sulla base della quantità di uranio presente. Ipotizzano che oltre l’uranio in questi minerali debba esserci un altro elemento più radioattivo dell’uranio stesso e iniziano un lungo lavoro per tentare di isolarlo.
Marie e Pierre ci riescono nel 1898 e lo annunciano in una pubblicazione: «Crediamo che la sostanza che abbiamo tratto dalla pechblenda contenga un metallo non ancora segnalato, vicino al bismuto. Se l’esistenza di questo metallo verrà confermata noi proponiamo di chiamarlo Polonio».
Però qualche cosa non torna: i campioni sono ancora troppo radioattivi, e la sola presenza del polonio e dell’uranio non spiega il fenomeno. C’è soltanto una possibilità: l’esistenza di un altro elemento. Il 28 marzo del 1902 Marie Curie annota nel suo quaderno «RA = 225,93. Peso atomico di Radio».
La scoperta del polonio e del radio vale ai Curie e al fisico Henri Becquerel il Nobel per la fisica nel 1903.
La fama e la notorietà acquisita non intaccano l’etica dei coniugi Curie che intenzionalmente non depositato il brevetto del processo di isolamento del radio. Così facendo vogliono permettere alla comunità scientifica di effettuare liberamente ricerche nel campo della radioattività.
Dopo la tragica morte di Pierre, investito nel 1906 da un carro, Marie lo sostituisce nell’insegnamento universitario di fisica generale e diventa la prima donna a occupare una cattedra alla Sorbona.
La scienziata, ormai considerata una vera autorità della fisica in un ambiente scientifico dove le donne erano, e rimarranno ancora per molto tempo, mal tollerate, nel 1909 fonda a Parigi l’Institut du Radium. Più tardi la struttura è diretta dalla figlia che nel 1935 vincerà il Nobel per la chimica con il marito Fedéric Joliot per la scoperta della radioattività artificiale.
Nel 1910 Marie Curie ha una breve relazione con un uomo già sposato e padre di quattro figli, il fisico Paul Langevin. Lo scandalo, amplificato dalla stampa sessuofoba, scatena una forma di odio nei confronti della donna. Quella che fino a otto anni prima era stata descritta come una madre devota e un’aiutante solerte, era diventata per l’opinione pubblica “la polacca”, “la ladra di mariti”.
Il minuzioso lavoro della studiosa non si ferma: riesce a isolare il polonio e il radio puro e nel 1911 viene insignita del Nobel per la chimica.
Durante la Prima Guerra Mondiale decide di attrezzare con apparecchiature a raggi X delle automobili, le Petit Curie. Insieme alla figlia Irène si reca sul fronte di battaglia della Marna per insegnare personalmente ai medici e agli infermieri come usare i nuovi strumenti che permettono di individuare le pallottole nei corpi dei soldati feriti.
Provata da un’anemia perniciosa, dovuta alle lunghe esposizioni alle sostanze radioattive, Marie Sklodowka Curie muore il 4 luglio 1934. Sulla tomba, come ultimo saluto, i fratelli depongono una manciata di terra della sua amata Polonia.

domenica 20 dicembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 dicembre.
Il 20 dicembre 2006 Piergiorgio Welby si fece staccare il respiratore che lo teneva in vita e, una volta sedato, spirò alle 23,45.
Welby era affetto da distrofia muscolare progressiva dall'età di 16 anni, una malattia che nel tempo ridusse la sua autonomia fino a quando nel 97, all'età di 52 anni, lo costrinse definitivamente a letto con un respiratore automatico a seguito di una tracheotomia.
Nel 2002 Welby iniziò la sua battaglia perchè gli fosse riconosciuto il diritto di interrompere il trattamento e lasciarsi morire, aprendo un forum sull'eutanasia e un blog sull'argomento. Ne nacque un caso mediatico e l'opinione pubblica si divise sull'argomento. Da un lato la Chiesa assolutamente contraria all'eutanasia, dall'altro il mondo laico che considerava un accanimento terapeutico costringere Welby a restare in vita grazie al respiratore.
Welby scrisse una lettera aperta nel 2006 al presidente della Repubblica Napolitano, il quale auspicò un confronto politico sull'argomento.
Il 16 dicembre 2006 il tribunale di Roma respinse la richiesta di Welby di porre fine all'accanimento terapeutico, poichè a causa di un vuoto normativo essa era inammissibile. Infine, proprio mentre la polemica politica ed etica infuriava, Welby mise in atto la sua morte, coadiuvato dal Dott. Marco Riccio, anestesista.
Il vicariato di Roma negò l'autorizzazione a funerali religiosi, poichè Welby si era suicidato. Fu lo stesso vicario di Roma, il cardinal Ruini, a dichiarare di aver preso personalmente la decisione, asserendo "Io spero che Dio abbia accolto Welby per sempre, ma concedere il funerale sarebbe stato come dire "il suicidio è ammesso"".
In funerale si svolse in piazza Don Bosco a Roma, davanti alla chiesa che i familiari avevano scelto per quelli religiosi (chiesa in cui nel 2015 fu invece autorizzato il funerale del Boss mafioso Vittorio Casamonica), alla presenza di circa un migliaio di persone.
L'8 giugno 2007 il Dott. Marco Riccio è stato incriminato per omicidio del consenziente, e rinviato a giudizio. Il 27 Luglio dello stesso anno il GUP di Roma, Zaira Secchi, lo ha prosciolto perchè il fatto non costituisce reato.
Il dibattito politico si è lentamente spento, il vuoto normativo è ancora lì.

sabato 19 dicembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 dicembre.
Il 19 dicembre 1997 esce nelle sale americane il film "Titanic", diretto da James Cameron con Leonardo di Caprio e Kate Winslet.
Fu il film più costoso mai realizzato fino ad allora (200 milioni di dollari) e quello con il più alto incasso mondiale di tutti i tempi (1 miliardo e 800 milioni di dollari), superato successivamente solo da Avatar, dello stesso Cameron, nel 2010.
Ricevette la nomination per 14 premi Oscar, come Eva contro Eva del 1950, vincendone 11, inclusi Miglior Film e Miglior Regista, diventando così il film più premiato dalla Academy insieme a Ben Hur (1959) e successivamente al Signore degli Anelli, Il ritorno del Re (2003).
Non esistendo teatri di posa sufficientemente grandi, la 20th Century Fox acquistò 16 milioni di metri quadrati di costa lungo la spiaggia di Rosarito in Messico, dove venne allestita una cisterna esagonale di circa 37.000 metri quadrati contenente 76 milioni di litri d'acqua, in cui fu ricostruito a grandezza naturale (scala 1:1) il 90% del Titanic (fu tralasciata una porzione di 27 metri, pari al 10%). Inoltre i 4 fumaioli furono ridotti del 10%.
Tralasciando la trama, nota a tutti, ci piace segnalare alcune incongruenze sfuggite al regista:
Molti dei personaggi fumano sigarette col filtro, ma il filtro fu inventato e applicato alle sigarette in commercio solo a partire dagli anni '40.
La cartina nella sala radio del Titanic, pur apparendo antica, riporta i confini del mondo aggiornati al 1997.
Il protagonista Jack Dawson, in una scena, afferma di essere andato a pescare al Lago Wissota, che però nel 1912 non esisteva. Si tratta di un lago artificiale, creato nel 1917 per fornire di acqua un bacino idrico di una centrale elettrica.
Il dipinto Ninfee di Claude Monet che compare nel film, fu cominciato nel 1916 e completato nel 1923, mentre il Titanic è affondato nel 1912.
In una scena si può notare che un uomo indossa un orologio digitale, inventato sessant'anni dopo.
Il 6 aprile del 2012, per il centesimo anniversario dell'affondamento del Titanic, è uscita nelle sale una speciale versione in 3D del film.

venerdì 18 dicembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 dicembre.
Il 18 dicembre 1912, presso la Geological Society of London, Charles Dawson presentò alla comunità scientifica i frammenti di un cranio rinvevuto quattro anni prima, e gli studi da lui compiuti su di esso. Secondo tali studi il cranio appariva come molto simile all'uomo moderno, ad eccezione dell'occipite e per le dimensioni del cervello, che sembrava essere pari a due terzi rispetto a quello dell'homo sapiens. Fatta eccezione per due molari identici a quelli umani, la mandibola sembrava indistinguibile da quella di un giovane scimpanzé moderno. In base alla ricostruzione fatta al British Museum, propose l'Uomo di Piltdown, dal nome della cava in cui era stato trovato il cranio, come anello mancante dell'evoluzione della specie umana, in grado di congiungere le scimmie all'uomo moderno, in linea con la teoria allora prevalente in Inghilterra che voleva l'evoluzione iniziata con la parte riguardante il cervello.
La notizia fece molto scalpore sia perchè sembrava davvero portare le teorie evoluzionistiche verso una nuova direzione, sia perchè molti furono gli studiosi assai scettici e che misero in dubbio la teoria e i resti stessi.
Ma fu soltanto nel 1953, cioè ben 41 anni dopo, che furono pubblicate le prove che il cranio di Piltdown era solo una clamorosa truffa, la più grande truffa archeologica che la storia ricordi. L'esame al fluoro dimostrò che il cranio non aveva affatto 500 mila anni come teorizzato, bensì che si trattava del teschio di un uomo medievale, insieme a una mandibola di orango e alcuni denti di scimpanzè, il tutto opportunamente contraffatto per risultare antico.
La beffa di Piltdown ebbe un tale successo perché all'epoca della presentazione la comunità scientifica era convinta che il cervello umano attuale si fosse evoluto precedentemente alla dieta onnivora moderna, e i falsari avevano riprodotto esattamente le caratteristiche che la teoria prevalente in quel momento richiedeva. È inoltre probabile che nell'accettare frettolosamente come genuina la scoperta abbiano avuto un ruolo chiave una sorta di orgoglio nazionalista e i pregiudizi culturali inglesi. Il reperto soddisfava le aspettative di trovare i primi segni di evoluzione verso l'uomo moderno nell'Eurasia, e gli inglesi volevano un "primo britannico" da contrapporre ai ritrovamenti fossili di ominidi in altre parti d'Europa, come in Francia e in Germania.
L'Uomo di Piltdown ebbe un notevole impatto negativo sullo studio dell'evoluzione umana, portando i ricercatori in un vicolo cieco (tra l'altro errato) che prevedeva le dimensioni del cervello cresciute prima dell'adattamento della mandibola a nuovi tipi di cibo. La scoperta di fossili di australopitechi in Sudafrica non ricevette la giusta attenzione per studiare il ramo evolutivo dell'Uomo di Piltdown. I dibattiti e le ricerche attorno al falso consumarono un'enorme quantità di risorse, stimate in centinaia di pubblicazioni a riguardo.

giovedì 17 dicembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 dicembre
Il 17 dicembre 1989 andava in onda per la prima volta, sulla tv americana FOX, la prima puntata di mezz'ora dei Simpson, un cartone animato inventato da Matt Groening.
I Simpson (in inglese The Simpsons) è una popolare sitcom animata creata dal fumettista statunitense Matt Groening a fine degli anni ottanta per la Fox Broadcasting Company. È una parodia satirica della società e dello stile di vita statunitensi, personificati dalla famiglia protagonista, di cui fanno parte Homer, Marge e i loro tre figli Bart, Lisa e Maggie
Ambientato in una cittadina statunitense chiamata Springfield, lo show tratta in chiave umoristica molti aspetti della condizione umana, così come la cultura, la società in generale e la stessa televisione.
La famiglia fu ideata da Matt Groening e James L. Brooks in una serie di corti animati di un minuto, da mandare in onda durante il Tracey Ullman Show. La loro prima apparizione nel talk show si ebbe il 19 aprile 1987 in un corto intitolato "Good Night". Da quel momento, per due anni, I Simpson andarono in onda durante gli intermezzi pubblicitari dello show ottenendo un buon successo. Lo show debuttò sotto forma di episodi di mezz'ora in prima serata il 17 dicembre 1989.
I Simpson furono subito uno show di punta della FOX, grande casa produttrice di film; nel corso degli anni ha vinto numerosi e importanti premi televisivi. Il numero del magazine Time del 31 dicembre 1999 lo ha acclamato come "miglior serie televisiva del secolo". Il 14 gennaio 2000 lo show ha ottenuto una stella nella Hollywood Walk of Fame. È, a tutt'oggi, la più lunga sitcom e serie animata statunitense mai trasmessa. Come prova dell'influenza che lo show ha avuto nella cultura popolare, l'esclamazione contrariata di Homer Simpson, "D'oh!", è stata introdotta nell'Oxford English Dictionary. I Simpson hanno inoltre influenzato diverse altre serie animate per adulti prodotte da metà anni novanta in poi. Nel 2002, la rivista TV Guide ha classificato I Simpson all'8° posto tra I migliori 50 spettacoli televisivi di tutti i tempi, miglior posizione tra le serie animate.
Nel 2007 è stato tratto un lungometraggio dalla serie, intitolato I Simpson - Il film (titolo originale The Simpsons Movie), uscito in quasi tutto il mondo il 27 luglio 2007, mentre in Italia il 14 settembre.
Nelle intenzioni di Groening, lo show avrebbe dovuto rappresentare una novità fin dalla prima apparizione. La scelta del colore giallo come colore della pelle dei personaggi animati ne è un esempio. Matt Selman, sceneggiatore della serie fin dai primi anni, ha affermato in un'intervista che «l'idea è stata di Matt Groening. Voleva che una volta accesi i televisori, il pubblico pensasse che il colore giallo fosse legato ad un problema tecnico. Si sarebbe domandato "Oh, perché sono gialli?" ed avrebbe provato a sintonizzare il canale senza peraltro riuscirci, perché il giallo era reale. Era un tentativo innovativo per far cadere in inganno i telespettatori; è una cosa che facciamo spesso nel mondo dello spettacolo».
Lo show fu anche coinvolto in una polemica a causa della personalità di Bart Simpson – un ribelle ai dettami familiari da cui frequentemente scappava senza alcuna punizione – che spinse alcune associazioni di genitori e portavoce "conservatrici" a sostenere che Bart fosse un pessimo modello per i bambini. George Bush senior, all'epoca presidente degli Stati Uniti, accusò: «stiamo provando a rafforzare la famiglia americana, in modo da farla assomigliare di più ai Waltons e di meno ai Simpsons».

mercoledì 16 dicembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 dicembre.
Il 16 dicembre 1944, si svolse la famosa battaglia delle Ardenne, in Belgio. A partire dalle 5.30 del 16 dicembre 1944 l'artiglieria tedesca martellò incessantemente per circa un'ora e mezza le postazioni della 1ª Armata Statunitense, cogliendola assolutamente di sorpresa; subito dopo entrarono in azione le divisioni corazzate guidate dai potenti panzer che travolsero le prime linee statunitensi. Nei giorni successivi l'avanzata delle 3 armate tedesche sotto il comando del feldmaresciallo Model sembrò non conoscere ostacoli: le truppe germaniche penetrarono in tutti i settori per diversi chilometri, favorite anche dal maltempo che, secondo le aspettative del Fuhrer, non consentì agli alleati l'utilizzo dell'aviazione. L'audace e apparentemente irrealistico piano di Hitler sembrava essere riuscito.

Il piano tedesco ( originariamente denominato in codice Wacht am Rhein ,"Guardia sul Reno", e successivamente Herbstnebel , 'Nebbia autunnale') della cosi detta Offensiva Von Rundstedt ( come divenne nota nella pubblicistica e nei comandi alleati, anche se in realtà la parte giocata dal prestigioso feldmaresciallo nell'offensiva fu assolutamente minima e la battaglia fu condotta principalmente da Model e Manteuffel, con i costanti interventi di Hitler) prevedeva di squarciare a metà lo schieramento alleato , penetrando attraverso le Ardenne per poi raggiungere in pochissimi giorni la Mosa, attraversarla, e quindi progredire rapidamente verso nord per raggiungere e conquistare il fondamentale porto di Anversa (centro logistico principale per l'afflusso dei rinforzi e dei mezzi e materiali alleati) .In questo modo (secondo i mirabolanti piani di Hitler) sarebbe stato isolato e poi distrutto l'intero 21°Gruppo d'Armate del maresciallo Montgomery e due delle tre armate del 12°Gruppo d'Armate del generale Bradley (1^ Armata di Hodges e 9^ di Simpson) capovolgendo completamente il rapporto di forze sul fronte Occidentale e permettendo alla Germania di guadagnare tempo per sviluppare altre wunderwaffen (le famose armi segrete) e per ristabilire con opportuni trasferimenti di truppe la situazione sul precario fronte Orientale.

Poiché il territorio era montagnoso e coperto da foreste, e quindi apparentemente poco adatto per un attacco corazzato in forze, Hitler contava su un decisivo effetto sorpresa per ottenere alcuni clamorosi successi iniziali che, nelle sue aspettative, avrebbero dovuto creare il caos nella lenta e macchinosa catena di comando alleato e scuotere il debole (secondo Hitler) morale delle truppe americane abituate a facili avanzate e quindi assolutamente impreparate a sopportare anche moralmente l'urto di un massiccio attacco corazzato delle migliori (e più spietate) truppe tedesche.

Indubbiamente le truppe scelte tedesche (specialmente le Waffen-SS) furono anche troppo pronte a mettere in pratica sul terreno le concezioni hitleriane a favore di una offensiva rapida, spericolata e spietatamente diretta a scuotere il morale alleato anche con l'uso di mezzi di condotta bellica terroristici. Tipica in questo senso la puntata-lampo del colonnello Joachim Peiper, pericolosissima per gli Alleati e che effettivamente per un attimo seminò il panico sul terreno e nei comandi americani, ma anche costellata di episodi brutali contro civili belgi e soldati americani catturati, che nell'aspettative di Hitler avrebbero dovuto costituire il modello della condotta offensiva tedesca nelle Ardenne.

Il caos tra gli statunitensi fu accresciuto anche dall'azione di piccoli gruppi di commandos tedeschi travestiti da statunitensi (denominata operazione "Greif") che, interrompendo le comunicazioni, alterando la segnaletica stradale e compiendo azioni di sabotaggio di ogni genere provocarono gravi ritardi nei trasporti di truppe e un serpeggiante sospetto tra i soldati alleati. Dietro suggerimento di Hitler, trentatré soldati tedeschi che parlavano bene la lingua inglese si infiltrarono guidati da Otto Skorzeny (lo stesso ufficiale che liberò Mussolini dal Gran Sasso). I primi tre di questi guastatori catturati dagli statunitensi vennero giustiziati da un plotone di esecuzione statunitense il 23 dicembre. In seguito altri quindici di loro avrebbero subito la stessa sorte mentre gli altri quindici sarebbero tornati nelle linee tedesche.

I primi giorni furono vitali e, anche se molte truppe statunitensi furono superate o si arresero, una resistenza inaspettatamente forte in alcune zone rallentò notevolmente l'avanzata tedesca. L'avanzata iniziale fu un perfetto esempio dell'efficacia del fattore sorpresa. Gli Alleati angloamericani consideravano la guerra oramai finita e non presero in minima considerazione le avvisaglie di un possibile "colpo di coda" di Hitler. Il Generale tedesco in carica dell'offensiva, Von Rundstedt inviò tutti i suoi ordini per la preparazione dell'attacco con staffette in motocicletta, e non via radio o tramite la macchina cifrante Enigma.

Il piano iniziale tedesco prevedeva che l'attacco principale fosse svolto dalla 6ª Armata Corazzata delle SS di Sepp Dietrich (1ª Divisione Panzer SS "Leibstandarte Adolf Hitler", 2ª Divisione Panzer SS "Das Reich", 9ª Divisione Panzer SS "Hohenstaufen", 12ª Divisione Panzer SS "Hitlerjugend") e supportato da unità commandos travestite da soldati statunitensi guidate da Otto Skorzeny. Il 16 dicembre, inizio dell'offensiva, l'impraticabilità delle strade e gli ingorghi bloccarono sulle basi di partenza a nord ovest di Losheim molte unità della 6ª Armata e solo un distaccamento corazzato della "Leibstandarte" guidato dal tenente colonnello (Obersturmbannführer) Joachim Peiper riuscì a spingersi in profondità per rimanere però, dopo alcuni giorni, tagliato fuori dai rifornimenti e costretto a ripiegare dopo aver abbandonato tutti i veicoli per mancanza di benzina.

Un successo ben maggiore lo ottenne invece la 5ª Armata Corazzata della Wehrmacht di Hasso von Manteuffel, che in origine era destinata a svolgere solo un compito di copertura e supporto all'attacco delle unità SS di Sepp Dietrich a nord. Dalle sue basi di partenza sullo Schnee Eifel le unità della 5ª Armata tedesca sbaragliarono due divisioni di fanteria statunitensi, la 28ª e la 106ª Divisione di fanteria, catturando migliaia di prigionieri e puntando verso ovest. Alcuni disperati tentativi delle limitate riserve corazzate americane disponibili (elementi della 9^ e della 10^ divisione corazzata americana) vennero abbastanza facilmente superati dalle colonne dei Panzer convergenti da tutte le direzioni sui più importanti incroci stradali. Furono le aspre battaglie dei blocchi stradali che, anche se costarono dure perdite di carri armati e di uomini agli americani (circa 300 carri americani furono distrutti nei primi tre giorni dai panzer della 2^Panzerdivision e della Panzerdivision 'Lehr' ), ottennero almeno l'effetto di rallentare la progressione delle colonne tedesche in direzione dei centri nevralgici di St.Vith e sopratutto Bastogne.
Su ordine del Comandante in capo alleato, gen. Eisenhower, tutte le forze disponibili vennero fatte convergere nella zona per supportare il settore attaccato, mentre anche l'82ª e la 101ª Divisione Aviotrasportata si mobilitarono e raggiunsero rispettivamente Houffalize (al centro del fronte d'attacco tedesco) e Bastogne, fondamentale nodo stradale della regione.

Nel frattempo però l'avanzata tedesca continuava. Nel periodo 19 - 22 dicembre, la 5ª Armata Corazzata della Wehrmacht di Hasso von Manteuffel conquistò Houffalize a scapito della 82ª Divisione Aviotrasportata statunitense.
Il 21 dicembre le forze tedesche circondarono completamente anche Bastogne, difesa dalla 101ª Divisione Aviotrasportata. Quando il Generale Anthony McAuliffe comandante della 101ª, venne svegliato dall'invito tedesco ad arrendersi, pronunciò in risposta un monosillabo che è stato variamente interpretato e che era probabilmente irripetibile. Ad ogni modo, non c'è disaccordo su quello che scrisse sul foglio consegnato ai tedeschi: "NUTS!" ("BALLE!") che dovette essere spiegato sia ai tedeschi sia agli alleati non statunitensi.

La pressione tedesca su Bastogne continuava, il perimetro difensivo statunitense si restringeva sempre di più e i rinforzi alleati tardavano ad arrivare. Fu allora che il generale Patton comandante della 3ª Armata statunitense propose di far ruotare due corpi della sua armata di 90° gradi (in quel momento era schierata nel settore sud del fronte a fronteggiare la 7ª Armata tedesca) per giungere a dar supporto agli assediati di Bastogne da sud entro quattro giorni. Sembrava un piano irrealizzabile alla luce delle difficoltà logistiche e climatiche , ma alla fine, anche grazie alla straordinaria disponibilità di mezzi meccanici da parte alleata e all'energia di Patton, ebbe successo.

Per il 24 dicembre l'avanzata tedesca si era effettivamente fermata a breve distanza dalla Mosa, le truppe erano a corto di rifornimento e la scarsità di carburante e munizioni iniziarono ad essere critiche, anche per la 5ª Armata come era successo per la 6ª Armata Panzer SS di Sepp Dietrich. Il 26 dicembre, unità della 3a armata corazzata di Patton ruppero, dopo giorni di scontri continui, l'accerchiamento permettendo l'evacuazione dei feriti e l'arrivo di rifornimenti. La storia della cosi detta 'battaglia della sacca' (battle of the bulge nella storiografia americana) racconta di Patton che arriva in soccorso della 101ª Divisione Aviotrasportata; i membri di quest'ultima però non sono mai stati d'accordo sul fatto che la divisione richiedesse rinforzi. I tedeschi comunque continuarono ad avanzare arrivando fino a raggiungere la Mosa e Dinant.

Il miglioramento delle condizioni atmosferiche riportò in gioco la massiccia superiorità aerea degli Alleati. Stormi di cacciabombardieri alleati falcidiarono le unità nemiche che furono costrette ad indietreggiare. I tedeschi si ritirarono da Bastogne il 13 gennaio. Una volta che l'offensiva era iniziata i tedeschi dovettero affidarsi nuovamente alle loro radio, e l'Intelligence ebbe grande influenza nel permettere agli alleati di individuare e distruggere le unità tedesche.

La battaglia finì ufficialmente il 27 gennaio 1945. Gli statunitensi persero 75.522 uomini (uccisi, feriti, dispersi o catturati), i britannici ne persero 1.408 e i tedeschi 67.675.

Le perdite tedesche furono critiche: uomini e materiali vitali ed insostituibili erano stati sprecati in poche settimane. Von Rundsted stesso, interrogato più tardi definì la controffensiva "una seconda Stalingrado" (anche se questa frase non è accertata e sembra sopratutto adatta a compiacere e lusingare i suoi interlocutori anglosassoni). Comunque rimane un dato di fatto che, se utilizzate bene, le truppe tedesche sapevano mettere gli anglo-americani sull'orlo della disfatta anche alla vigilia della fine della guerra e che contro gli 8.600 morti tedeschi ve ne furono oltre 17.000 anglo-americani. Inoltre le perdite di mezzi meccanici furono nettamente superiori da parte Alleata ( rapporto di almeno 2 a 1 nelle perdite di mezzi corazzati a favore dei tedeschi) il che conferma l'abilità e il coraggio delle Panzerdivisionen anche nell'ultimo anno di guerra (dimostrato ripetutamente sia all'Ovest che all'Est) anche di fronte alle meglio equipaggiate divisioni corazzate americane.

martedì 15 dicembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiono, oggi è il 15 dicembre.
Il 15 dicembre 1995 fu emessa una sentenza storica per il mondo del calcio, da parte della corte di giustizia europea, la cosiddetta Sentenza Bosman.
Jean-Marc Bosman era un giocatore di calcio belga, che militava nel RFG Liegi. Il suo contratto era scaduto, ed egli aveva ricevuto un'offerta per trasferirsi nella squadra francese del Dunkerque, tuttavia le due società non si erano accordate sulla cifra da versare alle casse del Liegi per il trasferimento, e l'affare sfumò.
Bosman decise di ricorrere alla corte di giustizia europea, la quale dopo una lunga battaglia legale gli diede ragione, stabilendo che i giocatori di calcio sono lavoratori comunitari come gli altri, e dunque non è possibile limitarne la circolazione nell'ambito della comunità a fine contratto. Allo stesso modo la corte sancì che le limitazioni che alcune federazioni nazionali ponevano nel numero di stranieri che potevano essere tesserate dalle squadre erano anch'esse illegittime, contrarie allo stesso spirito di libera circolazione e discriminanti nei confronti dei cittadini europei.
La sentenza portò a una vera e propria rivoluzione nel mondo del calcio europeo, aumentando a dismisura gli introiti dei giocatori. Infatti, avendo ciascun giocatore la facoltà di trasferirsi "a parametro zero" da una squadra all'altra a fine contratto, ciò portò necessariamente le società a siglare contratti molto lunghi, in caso di forte interesse per il giocatore, per poterli vendere ad altre squadre senza che essi se ne potessero semplicemente andare; inoltre costrinse le società ad aumentare fortemente gli ingaggi, per rendersi più appetibili ai giocatori.
Paradossalmente tutti i giocatori di calcio attuali devono i loro forti guadagni proprio a Bosman, il quale al contrario fu l'unico a non beneficiarne. Dopo la sentenza infatti, nessuna squadra volle più ingaggiarlo, a suo dire per ostracismo, se non piccole squadrette belghe di serie minori. Bosman cadde in depressione e si diede all'alcool, dal quale uscì dopo una disintossicazione nel 2007. Nel 2012 fu condannato a un anno di carcere per violenze sulla compagna e la figlia di lei, scontato ai servizi sociali.
Oggi, a 51 anni, vive a Liegi con un piccolo sussidio statale.

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