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venerdì 9 maggio 2014

#Affrontare il #Dolore



 imm. imblog.aufeminin.com/

L'uomo dovrebbe imparare ad affrontare il dolore perché non è tutto da gettare via.
C'è un dolore che tormenta e uno che matura. Un dolore che distrugge e un altro che avvisa per tempo di ciò che occorre fare.


  Romano Battaglia, La strada di Sin


lunedì 24 febbraio 2014

#TreTipiDi #Lacrime



http://digilander.libero.it/kokkala/lacrime1.jpgAggiungi didascalia

Ciò che invece ignorava era che l’occhio umano produce ben tre tipi di lacrime.
Le basali, che umidificano e nutrono continuamente il bulbo oculare.
Le riflesse, che vengono prodotte quando un elemento estraneo penetra nell'occhio. E le lacrime emotive, che si associano al dolore.
Queste ultime hanno una composizione chimica diversa:
contengono percentuali molto elevate di manganese e di un ormone, la prolattina.
Nel mondo dei fenomeni naturali ogni singola cosa può essere ridotta a una
formula, ma spiegare perché le lacrime di dolore siano fisiologicamente
diverse dalle altre è praticamente impossibile.


Donato Carrisi, Il suggeritore

domenica 5 gennaio 2014

#Temere #Ardire #Desiderare


http://digiphotostatic.libero.it/


 Temere, ardire, desiderare, adirarsi, aver pietà, e in generale provar piacere e dolore è possibile in maggiore o minore misura, e in entrambi i casi non bene. Al contrario, provare queste passioni quando è il momento, per motivi convenienti, verso le persone giuste, per il fine e nel modo che si deve, questo è il mezzo e perciò l’ottimo, il che è proprio della virtù.

 Aristotele, Etica Nicomachea

martedì 3 dicembre 2013

#IlDolore é #Passato


 imm. da photos-b.ak.fbcdn.net

Il dolore è passato. La vita lo ha trasformato in qualcos'altro; dopo averlo provato, dopo aver singhiozzato, lo si nasconde agli occhi del mondo come una mummia da custodire nel padiglione funerario dei ricordi. Passa anche il dolore provocato dall'amore, non credere. Rimane il lutto, una specie di cerimonia ufficiale della memoria. Il dolore era altro: era urlo animalesco, anche quando stava in silenzio. È così che urlano le bestie selvatiche quando non comprendono qualcosa nel mondo – la luce delle stelle o gli odori estranei – e cominciano ad avere paura e ululare. Il lutto è già un dare senso, una ragione e una pratica. Ma il dolore un giorno si trasforma, la vanità e il risentimento insiti nella mancanza si prosciugano al fuoco purgatoriale della sofferenza, e rimane il ricordo, che può essere maneggiato, addomesticato, riposto da qualche parte. È quel che accade ad ogni idea e passione umane.
 Sandor Marai, Il gabbiano

mercoledì 6 novembre 2013

#Frasi #DalLibro:La Cripta dei Cappuccini di Joseph Roth


http://1.bp.blogspot.com/
 La variopinta allegrezza della città capitale e residenza imperiale si nutriva molto chiaramente - mio padre l'aveva detto tante volte - del tragico amore dei paesi della Corona per l'Austria: tragico, perché eternamente non ricambiato. Gli zigani della puszta, gli huculi subcarpatici, i vetturini ebrei della Galizia, i miei parenti stessi, i caldarrostai sloveni di Sipolje, i piantatori di tabacco svevi della Bàcska, gli allevatori di cavalli della steppa, i sibersna osmanici, quelli della Bosnia-Erzegovina, i mercanti di cavalli della Hanà in Moravia, i tessitori dei Monti Metalliferi, i mugnai e i mercanti di corallo della Podolia, tutti costoro erano i munifici sostentatori dell'Austria; quanto più poveri, tanto più munifici. Tanta pena c'era voluta, tanto dolore, spontaneamente offerti quasi fosse cosa naturale, perché il centro della monarchia avesse fama nel mondo di patria del bel garbo, della letizia, della genialità. La grazia di cui godevamo cresceva e fioriva, ma il suo terreno era ingrassato dal dolore e dal lutto. 


Joseph Roth - La Cripta dei Cappuccini

lunedì 29 aprile 2013

#Ingiustizia #Dolore e Delusione

http://4.bp.blogspot.com/


Niente ferisce, avvelena, ammala, quanto la delusione.
Perché la delusione è un dolore che deriva sempre da una speranza svanita, una sconfitta che nasce sempre da una fiducia tradita cioè dal voltafaccia di qualcuno o qualcosa in cui credevamo. E a subirla ti senti ingannato, beffato, umiliato. La vittima d'una ingiustizia che non t'aspettavi, d'un fallimento che non meritavi. Ti senti anche offeso, ridicolo, sicché a volte cerchi la vendetta. Scelta che può dare un po' di sollievo, ammettiamolo, ma che di rado s'accompagna alla gioia e che spesso costa più del perdono.
 Oriana Fallaci, Un cappello pieno di ciliege
da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/aforismi/libri/frase-111431?f=w:4127>

lunedì 16 aprile 2012

#Citazione #Seneca #Lettere a Lucilio #dolore #pregiudizio #infelicità


Non renderti i tuoi mali più gravosi di quello che sono
e non caricarti di lamentele: il dolore è lieve
se nulla vi ha aggiunto l'opinione personale.
<......>
Tutto dipende dal pregiudizio: non solo l'ambizione e l'eccessiva raffinatezza e l'avidità stanno in rapporto con questo atteggiamento, perché la nostra sofferenza è in funzione delle nostre valutazioni soggettive.
Ognuno è infelice tanto quanto si è convinto di esserlo.

SENECA, Lettere morali a Lucilio, Mondadori, 2007, p. 473

Scelta da  Manlio Lo Presti




venerdì 30 marzo 2012

Interamente privo di #sensazione, ignorava l'esperienza del #dolore #Andrew Miller #Il talento del dolore #apatia #autoanalgesia #autoanestesia #autopsia #citazione

Adesso apprende che il tempo bracca gli uomini come un sicario, determinato, cieco, raccogliendo gli indizi degli anni. Nulla va perduto. Era tutto arroganza e ignoranza. Nulla è andato perduto, e il silenzio non era silenzio bensì solo la sua sordità.



[…]

1772

In un afoso e nuvoloso pomeriggio d'agosto, tre uomini attraversano un cortile di stalla nei pressi del villaggio di Cow, nel Devon. Il drappello è bizzarramente solenne; con sussiego da araldi o da guardiani i due più giovani precedono il loro ospite, o forse, più probabilmente, lo conducono - la sua sagoma nerovestita, la sua faccia rossa - tramite le redini di un invisibile giogo. Uno dei due reca in mano una borsa di pelle da cui, mentre si avvicina alla soglia della stalla, proviene una sorta di soffocato acciottolio.



È l'uomo più anziano, dopo un breve indugio, ad aprire l'uscio e a farsi da parte per lasciar entrare gli altri. Essi lo fanno, lenti contro il buio. La stalla è stata pulita a fondo. Il lezzo di cavalli, di fieno, di cuoio e sterco è mischiato all'odore di lavanda bruciata. Nonostante la stagione, il cadavere non sprigiona alcun sentore sgradevole. Il Reverendo si domanda se Mary conosca i segreti per preservare la carne. Nei tempi antichi gli dèi mantenevano fresche le salme degli eroi sino alla conclusione dei ludi funerari, sino all'accensione delle pire. E non v'è dubbio che tuttora esistano sistemi per farlo. Unguenti, formule, preghiere specifiche. Era seduta per mungere accanto al tavolo, su uno sgabello: al loro ingresso si alza, figura schietta, tozza, ombreggiata di buio. "Bene," dice il Reverendo, "eccoci qua. Questi gentiluomini" - e indica gli altri due - "sono il dottor Ross e il dottor Burke. Dottori, Mary."


Rembrandt, La lezione di anatomia (particolare)

Mary guarda alle spalle del Reverendo, attenta non a Burke né a Ross bensì alla valigetta che Ross ha in mano.
"Dottori" ripete lui, con voce soffocata. Vorrebbe chiamarla "fanciulla", eppure, a considerarne lo sguardo, benché sia più giovane di lui, sembra incommensurabilmente più anziana, e non semplicemente più anziana bensì appartenente a una differente epoca, a un differente regno; una parente di pietre, di alberi venerandi.
Mary si allontana, in un silenzio che è totale assenza di suono che sia udibile. Burke guarda Ross, sillaba la parola "strega". Si segnano con discrezione, come sistemando qualche bottone del panciotto. Dice Burke: "Converrà sbrigarci, altrimenti ci toccherà tornare indietro in piena tormenta. Avete una lanterna, Reverendo?"
Ecco la lanterna, portata quando avevano spostato il corpo. Il Reverendo cava di tasca l'astuccio delle esche e, accesa la lanterna - tac, tac; scintilla su acciaio -, la passa a Ross. Ross e Burke si avvicinano al tavolo dov'è disteso James, vestito con una camicia da notte di lana. I suoi capelli, quasi bianchi al suo arrivo nella canonica, da un anno avevano cominciato a scurirsi. Mary li ha lavati, spalmati d'unguento, spazzolati e raccolti indietro con un nastro nero. Non sembra che stia dormendo.

Illustrazione da Andrea Vesalio, De humani corporis fabrica



"Un bel cadavere," dice Burke. "Ottime condizioni."
Sotto le mani incrociate di James c'è un libro dalla rilegatura in marocchino, consunta. Burke lo prende, fa una smorfia e lo passa al Reverendo, che l'ha già riconosciuto: I Viaggi di Gulliver. James lo aveva preso in prestito dallo studio solo una o due settimane prima. Chi gliel'ha messo tra le mani? Sam? Mary? Sam potrà averlo, se lo vorrà. Bisogna pur dargli qualcosa, al ragazzo. Ross denuda il cadavere e lascia cadere a terra la camicia da notte. Dalla valigetta estrae un coltello e lo passa a Burke, che ne osserva la lama e annuisce. Burke, posta sul mento di James la mano libera, con l'altra squarcia il tronco dalla cima dello sterno a un punto poco sopra il pelo pubico. Poi taglia orizzontalmente lungo il costato, producendo una sanguinolenta e rorida croce rovesciata. Si interrompe per prendere le lenti dall'astuccio in una tasca del giustacuore, e se le fissa sul naso ammiccando. Bofonchia qualcosa, afferra un lembo di pelle e grasso e lo tira. Per liberarlo dalla materia sottostante usa la punta del coltello. Le sue mani sono muscolose come quelle di un marinaio. Ross regge alta la lanterna. Ha in mano un bastoncino che ha strappato dai rovi lungo il cammino. Lo usa per sondare le viscere di James.
"Vi interessa una vista un po' più intima, Reverendo? Temo che da lì possiate vedere ben poco."
Il Reverendo avanza svogliatamente di qualche passo. Quel Burke lo stomaca.
Il dottor Ross dice: "Più che alla magione in sé, l'interesse del Reverendo è rivolto al suo invisibile ospite. Non è così, Reverendo?"

Ka


Il Reverendo Lestrade si limita a un: "Proprio così, signore."
"E adesso dedichiamoci al cuore," dice Burke.
Cominciano a squarciare il costato, lavorando le costole con un seghetto e poi usando il coltello per aprirsi la strada tra i grandi vasi sanguigni. I dottori sono visibilmente eccitati, lustri come biglie. Qui ci scappa la pubblicazione, il saggio, la conferenza davanti agli illuminati: "Alcune Considerazioni, hmm, circa il Caso del fu Jm Dyer. Una Indagine nel... Mondo del Bizzarro e Misterioso... il quale Jm Dyer, sino al suo ventiqualchesimo anno d'età, era insensibile al... ignorava... interamente privo di sensazione... senso... esperienza del... dolore. Con prove, illustrazioni, reperti e quant'altro."
Il Reverendo si volta, guarda fuori nella corte dove due uccelli beccano grani da una toppa di sterco. Più oltre, nel muro ai cui piedi egli coltiva garofani, si apre una porta verde che conduce al giardino. Il Reverendo associa questa porta a James; James che la varca e osserva i peri, o più semplicemente che indugia, corrugando la fronte come non ricordando il da farsi.
Un rumore, come di stivali nel fango, lo disturba. Ross l'ha preso in mano, l'infranto muscolo cardiaco di James Dyer.


Andrew Miller, Il talento del dolore, Milano, Bompiani, 1998





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