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domenica 9 marzo 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi




 Buongiorno, oggi è il 9 marzo.

Il 9 marzo 1976, poco dopo le cinque di pomeriggio, una cabina della funivia che raggiunge l’Alpe Cermis, in Trentino, si staccò dal cavo d’acciaio che la sorreggeva schiantandosi a terra e percorrendo circa 100 metri sul dorso della montagna prima di fermarsi. Morirono 42 delle 43 persone che erano a bordo, in quello che è stato il peggior incidente accaduto a una funivia della storia. A volte l’incidente del 1976, conosciuto anche come “disastro della funivia di Cavalese”, dal nome del comune dove si trovava l’impianto, viene confuso con quello del 1998 che accadde alla stessa funivia 20 anni dopo, quando un aereo militare americano tranciò le funi della funivia durante un volo a bassa quota, facendo cadere una cabina con a bordo 20 persone, che morirono tutte.

L’Alpe del Cermis è una montagna di 2250 metri, sui cui versanti c’è una frequentata stazione sciistica. A collegare il comune di Cavalese e le piste da sci c’era una funivia costruita nel 1964 dalla ditta Hölzl. La funivia si divideva in due tronconi, e l’incidente avvenne nel primo (partendo dal basso), lungo circa due chilometri e mezzo e che portava i passeggeri da un’altitudine di 1000 metri (quella di Cavalese) a 1280 metri. Il primo tratto era suddiviso in due campate da un pilone di cemento, posto circa 1500 metri dopo la stazione di partenza: le cabine della funivia potevano ospitare fino a 40 passeggeri (più il manovratore), e raggiungevano una velocità massima di dieci metri al secondo. Nel punto più alto, le cabine che percorrevano la prima tratta si trovavano a circa 180 metri dal suolo: Cavalese si trova infatti su una piccola altura, e la funivia attraversava il fondovalle della Val di Fiemme.

Sulla cabina che cadde il 9 marzo 1976 erano salite due persone in più della capacità massima, ma tra queste c’erano quindici bambini: il peso complessivo dei passeggeri non era dunque superiore al limite di carico previsto. Le due funi alle quali era attaccata la cabina si accavallarono mentre questa stava scendendo verso Cavalese: una fune tranciò l’altra, e la cabina cadde da un’altezza di diverse decine di metri, schiantandosi al suolo. Dopo l’impatto, la cabina proseguì la sua discesa lungo il versante della montagna, percorrendo un centinaio di metri prima di fermarsi in un prato. Nella caduta, il carrello che collegava la cabina alla fune, che pesava circa tre tonnellate, cadde sulla cabina, schiacciandola. Morirono 42 persone, compresi i 15 bambini: tra i passeggeri c’erano 21 tedeschi di Amburgo, 11 italiani, 7 austriaci e un francese.

Alessandra Piovesana, una ragazza milanese che all’epoca aveva 14 anni, fu l’unica sopravvissuta, e si salvò perché fu protetta nell’impatto dai corpi degli altri passeggeri: rimase comunque gravemente ferita e passò un periodo in ospedale. Le indagini scoprirono che al momento dell’incidente il sistema automatico di sicurezza era stato disinserito per velocizzare il trasporto dei passeggeri: quando le due funi si erano accavallate, la cabina era stata fatta procedere manualmente, provocando la rottura delle funi. Carlo Schweizer, manovratore della funivia, fu condannato nel 1981 in Cassazione come unico responsabile dell’incidente: in carcere trascorse in tutto nove mesi. In un secondo processo venne condannato a tre anni di carcere anche il capo servizio Aldo Gianmoena. Per entrambi l’accusa fu di omicidio colposo.

lunedì 3 febbraio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 3 febbraio.

Il 3 febbraio 1998 Karla Faye Tucker viene giustiziata in Texas, prima donna a subire la condanna da oltre 14 anni.

Karla Faye Tucker nacque in una famiglia problematica (il padre, non biologico, era uno scaricatore di porto che se ne andò di casa, la madre una prostituta tossicodipendente e groupie di una rock band); a otto anni fumava sigarette, a 12 faceva uso di droghe pesanti, come eroina, e si prostituiva seguendo l'esempio della madre, per vivere e procurarsi la droga. A 16 anni si sposò con un meccanico, divorziando poco dopo.

Nel 1983, sotto l'effetto delle droghe, con il fidanzato dell'epoca Daniel Garrett e alcuni complici, Karla Tucker uccise per rapina o più probabilmente per vendetta il suo ex compagno Jerry Lean Dean, colpevole di averle rubato delle fotografie e di aver picchiato una sua amica, l'ex moglie di Dean, Shawn; entrambi colpirono a colpi di piccone e martello (impugnato da Garrett) Dean e Deborah Thornton che si trovava nel letto di lui: quest'ultima venne uccisa da Karla utilizzando una piccozza, in quanto testimone scomoda del primo omicidio e perché amante di Dean stesso, da cui si era rifugiata dopo essere fuggita dal marito, Richard Thornton, obeso, malato e violento, con cui aveva quattro figli.

Karla venne quindi condannata a morte l'anno successivo, con la testimonianza determinante del fratello di Garrett, con cui lei e i complici si erano vantati del delitto. Anche Garrett fu condannato a morte, ma morì in carcere di epatite prima dell'esecuzione, nel 1993. Gli altri ebbero pene minori, dall'ergastolo in giù.

Durante la carcerazione la Tucker si disintossicò per la prima volta nella sua vita e non assunse mai più droghe, si avvicinò alla lettura della Bibbia e divenne parte dei cristiani rinati evangelici, che sostenne la sua grazia, nella maggioranza dei suoi esponenti; sposò in seconde nozze il cappellano evangelico del carcere, il reverendo Dana Lane Brown e si dedicò ai programmi di recupero di detenuti tossicodipendenti. Quando decise di chiedere la grazia non richiese la libertà vigilata, ma accettò l'ergastolo senza condizionale, chiedendo di poter lavorare come volontaria e assistente spirituale accanto a un pastore o ministro di culto evangelico per gli altri detenuti e detenute.

L'ultima donna messa a morte in Texas era stata giustiziata nel 1863 durante la guerra civile, mentre in tutto il Paese nel 1984; prima ancora non c'erano state esecuzioni di donne dal tempo di Ethel Greenglass e di suo marito Julius Rosenberg, accusati di spionaggio nel 1953; inoltre il Texas, nonostante o forse proprio per il maschilismo diffuso, considerava il crimine violento tipicamente maschile e si opponeva alla criminalizzazione eccessiva delle donne. Per ciò, per la sua vita difficile e per la celebre e pubblicizzata sui giornali conversione al cristianesimo, ci fu un grande e inusuale movimento internazionale e nazionale che chiedeva la grazia e la commutazione della pena in ergastolo; esso comprendeva anche alcuni rappresentanti politici e diplomatici di alcuni governi stranieri, tra essi il Presidente della Repubblica Italiana Oscar Luigi Scalfaro (in gioventù come procuratore aveva chiesto la pena capitale per alcuni fascisti, ma in seguito ne era divenuto uno strenuo oppositore, per le sue convinzioni cattoliche e giuridiche), che chiese ufficialmente un provvedimento di clemenza, oltre al papa Giovanni Paolo II, sempre attivo sul fronte abolizionista, assieme a numerosi esponenti di varie religioni come il telepredicatore battista-evangelico della destra cristiana Pat Robertson e varie associazioni abolizioniste, anche se in misura minore - per quanto riguarda l'estero - rispetto a quanto avvenuto per Joseph O'Dell, ignorato in patria ma sostenuto in Europa (probabilmente per il fatto che si era dichiarato strenuamente innocente) o per altri condannati celebri difesi dall'opinione pubblica.

La Commissione per la Grazia e la Libertà Condizionale del Texas (affermando che se graziata sarebbe potuta uscire nel 2003, secondo la legge texana) e l'allora governatore dello Stato George W. Bush - appartenente anch'egli ai cristiani rinati, ma che si oppose alla sospensione per tenere fede al suo programma elettorale e rispondere alla accuse secondo le quali solo gli uomini di colore subiscono solitamente la pena di morte - rifiutarono la commutazione della pena e la Tucker venne giustiziata tramite iniezione letale nella prigione di Huntsville, alle ore 18:45 del 3 febbraio 1998. All'esecuzione erano presenti il padre, la sorella e il marito di Karla, oltre al fratello di Deborah Thornton che, a differenza del marito della vittima (anch'egli presente con i parenti e forte sostenitore del provvedimento), aveva chiesto anch'egli la grazia, ritenendo il caso della Tucker come un "buon esempio di funzionamento del sistema" e "ravvedimento". La madre di Karla non volle assistere perché troppo turbata.

Karla Faye Tucker è sepolta al Forest Park Lawndale Cemetery di Houston.

Il caso Tucker avvenne nello stesso periodo in cui la magistratura italiana indagava sulla strage colposa del Cermis a opera di piloti statunitensi e nello stesso periodo in cui veniva trattata (da tempo senza alcun successo) l'estradizione di Silvia Baraldini, detenuta negli USA per reati collegati alla politica, in particolare per aver favorito l'evasione di Assata Shakur: questi fatti, soprattutto quelli del Cermis, uniti alla forte emozione per l'esecuzione, portarono il presidente italiano Scalfaro a lanciare un duro attacco verbale agli Stati Uniti, in cui accusò gli americani di «giocare con la vita umana»; in particolare Scalfaro si rivolse contro il governatore e futuro Presidente degli Stati Uniti George W. Bush, con cui avrà sempre un rapporto difficile.

Il capitano di polizia penitenziaria della "Squadra dell'Edificio della Morte", cioè degli addetti alle esecuzioni del carcere di Huntsville, Fred Allen, fino ad allora favorevole alla massima sanzione, dopo la storia e la conoscenza di Karla Tucker divenne un oppositore della pena capitale; ebbe inoltre un crollo nervoso e fu costretto prima a lasciare quel lavoro e poi al pensionamento anticipato.

Suor Helen Prejean, la religiosa cattolica nota principalmente come attivista anti-pena di morte, criticò anch'essa duramente George Bush in diretta sullo show di Larry King l'anno seguente, nello stesso show in cui il governatore era apparso precedentemente per rispondere al conduttore che l'aveva sollecitato su un appello televisivo della stessa Karla Tucker (andato in onda nello stesso programma TV in una puntata dell'anno prima); in quell'occasione Bush aveva respinto ogni appello, e in un'intervista scritta del 1999 a Talk Magazine avrebbe deriso la Tucker imitando persino la sua voce, venendo sommerso dalle critiche per quella che fu percepita come una mancanza di rispetto, cosa a cui cercò poi di rimediare con riferimenti religiosi e dicendo di pregare per lei (suscitando la rabbia degli abolizionisti).

Dopo la sua esecuzione, ce ne saranno altre di donne detenute nel braccio della morte texano (Frances Elaine Newton, Betty Lou Beets), ma anche, sull'onda del caso Tucker, delle commutazioni in ergastolo (Pamela Lynn Perillo, 2000).Inoltre, tra i detenuti uomini (ma costituendo un'eccezione sia maschile sia femminile alla politica texana), ci fu l'unica commutazione a poche ore dall'esecuzione avvenuta dal 1976 in poi, quando la Commissione per la Grazia e la Libertà Vigilata consigliò al governatore Rick Perry la commutazione in ergastolo con la condizionale per Kenneth Foster, jr.

venerdì 3 febbraio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 febbraio.
Il 3 febbraio 1998 avviene quella che in seguito fu definita "la strage del Cermis".
Venti vittime: tre italiani, sette tedeschi, cinque belgi, due polacchi, due austriaci e un olandese. Nessun ferito o sopravvissuto. Muoiono il 3 febbraio 1998, il giorno in cui per una coincidenza “bizzarra” la corte di Cassazione pronunciava la sentenza definitiva sull’aereo militare caduto sull’istituto tecnico-commerciale Salvemini di Casalecchio di Reno, in provincia di Bologna, il 6 dicembre 1990. Negli ultimi istanti di vita gli sciatori, gli escursionisti e coloro che stanno lavorando si trovano sospesi a circa 150 metri dal suolo perché sono all’interno della cabina di una funivia, quella del Cermis, in Val di Fiemme.
A ucciderli non è un incidente all’impianto, ma il passaggio di un aereo militare americano, un Grumman EA-6B Prowler, al cui comando c’è un ufficiale dei marines, il capitano Richard Ashby, che era decollato per un volo di addestramento dalla base di Aviano alle 14.36. Con il primo capitano ci sono a bordo altri tre parigrado: il navigatore Joseph Schweitzer, l’addetto ai sistemi di guerra elettronica William Rancy e l’addetto ai sistemi di guerra elettronica Chandler Seagraves.
Sul fatto che il mezzo stia volando troppo basso si è d’accordo fin dall’inizio, ma cosa sia effettivamente accaduto e in base a quale dinamica si sia arrivati a quella strage non è chiaro subito. E allora i magistrati ottengono l’immediato sequestro dell’aereo, che le autorità statunitensi stavano già smontando facendo temere di voler farlo sparire. A provocare tutti quei morti è stata la coda del Prowler che trancia il cavo della funivia e dunque a processo ci dovrebbe finire chi era ai comandi. Ma una prima doccia fredda giunge quando si ripesca una convenzione Nato del 1951 in base alla quale i militari americani non possono essere processati e giudicati in Italia, ma quella competente è una corte statunitense.
Il processo contro il pilota, Richard Ashby, fu celebrato a Camp Lejeune nella Carolina del Nord. La Corte militare accertò che le mappe di bordo non segnalavano i cavi della funivia e che l'aereo EA-6B stava volando a velocità maggiore nonché ad una quota molto minore di quanto permesso dalle norme militari. Le prescrizioni in vigore al tempo dell'incidente imponevano infatti un'altezza di volo di almeno 2000 piedi (609,6 m). Il pilota dichiarò di ritenere che l'altezza di volo minima fosse invece di 1000 piedi (304,8 m). Il cavo, tuttavia, fu tranciato ad un'altezza di 360 piedi (110 m). Il pilota sostenne che l'altimetro dell'aereo era mal funzionante, ed affermò di non essere stato a conoscenza delle restrizioni di velocità. Nel marzo del 1999 la giuria lo assolse, provocando l'indignazione dell'opinione pubblica italiana ed europea. Anche le accuse di omicidio colposo nei confronti del navigatore Joseph Schweitzer non ebbero seguito.
I due militari furono nuovamente giudicati dalla corte marziale USA per intralcio alla giustizia per aver distrutto un nastro video registrato durante il volo nel giorno della tragedia. Per tale capo d'accusa furono riconosciuti colpevoli nel maggio del 1999. Entrambi furono degradati e rimossi dal servizio. Il pilota fu inoltre condannato a sei mesi di detenzione, ma fu rilasciato dopo quattro mesi e mezzo per buona condotta.
Nel febbraio 2008 i due piloti hanno impugnato la sentenza e richiesto la revoca della radiazione con disonore, allo scopo di riavere i benefici finanziari spettanti ai militari; hanno anche affermato che, all'epoca del processo, accusa e difesa strinsero un patto segreto per far cadere l'accusa di omicidio colposo plurimo, ma di aver voluto mantenere l'accusa di intralcio alla giustizia «per soddisfare le pressioni che venivano dall'Italia». È comunque stato riconosciuto che l'aereo viaggiava a bassa quota e che la velocità era eccessiva considerati gli ostacoli presenti in zona.
Nell'Agosto del 2009, la Corte di Appello degli Stati Uniti si è pronunciata in merito ed ha confermato la condanna di primo grado.
Nel febbraio 1999 il Senato degli Stati Uniti stanziò circa 40 milioni di dollari per i risarcimenti ai familiari delle vittime e per la ricostruzione dell'impianto di risalita, ma nel maggio dello stesso anno lo stanziamento, respinto da una commissione del Congresso, non fu confermato dal governo nella persona del ministro della difesa William Cohen.
Dei risarcimenti hanno quindi dovuto farsi carico, quantomeno in prima istanza, la Provincia Autonoma di Trento e il Parlamento Italiano.
Nell'immediatezza del fatto, la Provincia Autonoma di Trento ha stanziato cinquantamila euro per ogni vittima come concorso alle spese immediate, ed è intervenuta per finanziare la ricostruzione dell'impianto di risalita. Tali somme sono state rimborsate alla provincia dallo Stato italiano nel settembre del 2004.
Nel dicembre del 1999 il Parlamento Italiano ha approvato una legge, che prevedeva un indennizzo per i familiari dei deceduti, pari a 4 miliardi di lire per ogni vittima. In conseguenza di tali provvedimenti delle autorità italiane, e in ottemperanza ai trattati NATO, il governo degli Stati Uniti ha dovuto risarcire allo Stato italiano il 75% delle somme complessivamente erogate.
Nel gennaio 2012, un'inchiesta di National Geographic fece luce su alcuni retroscena della vicenda grazie alla testimonianza inedita degli investigatori americani che tentarono invano di far condannare i responsabili e di Joseph Schweitzer, navigatore dell'aereo, che parlando per la prima volta disse del video distrutto per impedire che si arrivasse alla verità: «Ho bruciato la cassetta. Non volevo che alla CNN andasse in onda il mio sorriso e poi il sangue delle vittime».

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