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lunedì 22 settembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 22 settembre.

Il 22 settembre 1980 ha inizio la guerra tra Iran e Iraq.

Il 20 agosto del 1988 entrò in vigore il cessate il fuoco che mise fine al conflitto tra l’Iran dell’ayatollah Khomeini e l’Iraq di Saddam Hussein. La guerra era scoppiata otto anni prima, quando l’esercito iracheno aveva invaso a sorpresa il sud dell’Iran. Fu una delle guerre più sanguinose, lunghe e inutili della storia del Medio Oriente.

Saddam Hussein aveva lanciato l’attacco nell’estate del 1980 sperando di ottenere una rapida vittoria. Nei suoi piani, la guerra gli avrebbe consentito di impadronirsi di nuovi territori ricchi di petrolio e di destabilizzare la teocrazia iraniana. La religione fu uno dei fattori determinanti della guerra anche se già nel corso degli anni Sessanta e Settanta c’erano stati scontri minori per ragioni di confine.

In Iran nel 1979 il governo filo-occidentale dello scià Mohammad Reza Pahlavi era stato rovesciato da una rivoluzione che aveva instaurato una teocrazia sciita. L’Iraq si reggeva all’epoca su un delicato equilibrio tra la minoranza sunnita, di cui faceva parte lo stesso Saddam Hussein, e la maggioranza sciita. Per Saddam Hussein la situazione era diventata insomma delicata e pericolosa: un Iran governato dal clero sciita poteva rappresentare un richiamo per gli sciiti dell’Iraq e spingerli a compiere una rivoluzione simile a quella che aveva rovesciato lo scià. Con un attacco preventivo Saddam Hussein sperava di destabilizzare il nuovo regime iraniano, rendere più sicuri i suoi confini e trasformare l’Iraq nella potenza egemone del Medio Oriente.

Il 1980 sembrava il momento migliore per attaccare. Sotto lo scià l’esercito iraniano era diventato il più potente di tutta la regione. Era molto più numeroso di quello iracheno – all’epoca l’Iraq aveva circa 17 milioni di abitanti, mentre l’Iran ne aveva più di 50 – ed era dotato di moderni mezzi militari forniti dagli Stati Uniti. Tra il 1979 e il 1980, però, subito dopo la rivoluzione, decine di generali e migliaia di ufficiali, di piloti dell’aviazione e di tecnici erano stati processati, giustiziati, degradati o erano fuggiti all’estero per via della loro vicinanza al vecchio regime. Inoltre i rapporti con gli Stati Uniti si erano interrotti ed era impossibile ottenere dalle industrie statunitensi i pezzi di ricambio per i moderni aerei da combattimento e per gli altri mezzi acquistati negli anni precedenti.

Il 22 settembre del 1980 l’esercito iracheno attraversò il confine tra i due paesi senza incontrare resistenza. Ci furono avanzate nel nord e al centro ma la spinta principale venne compiuta a sud, nella regione del Khouzestan. Si trattava di un’area ricca di petrolio, con una forte presenza di arabi (la maggioranza degli iraniani sono invece persiani) e vicina al mare. Uno degli obiettivi di Saddam Hussein era proprio allargare l’accesso al mare del suo paese, che all’epoca era costituito da uno stretto corridoio largo poche decine di chilometri, a sud della grande città di Bassora.

L’esercito iracheno avanzò per circa un anno e mezzo. Non ci furono grandi battaglie perché l’esercito iracheno non aveva un nemico da combattere: l’Iran stava lentamente mobilitando il suo gigantesco esercito al sicuro, molto lontano dal fronte.

Nel marzo del 1982 il comando dell’esercito iraniano venne trasferito dai militari di professione al clero. La mobilitazione era oramai pronta: l’Iran aveva meno carri armati, elicotteri e cannoni – la gran parte erano bloccati nei depositi perché non c’erano i tecnici per farli funzionare. Ma gli iraniani avevano almeno un vantaggio: potevano schierare più di 350 mila soldati – sarebbero diventati 900 mila alla fine della guerra – cioè due uomini per ognuno dei soldati che poteva schierare l’Iraq. Da quel momento fino alla fine della guerra l’Iraq fu costretto a restare sulla difensiva, subendo le gigantesche ondate degli assalti della fanteria iraniana e ritirandosi lentamente.

All’inizio della guerra i leader iraniani decisero di non schierare al fronte le unità dell’esercito regolare. I religiosi non si fidavano della lealtà dell’esercito e preferirono impegnare le unità della Guardia Rivoluzionaria: volontari che spesso avevano ricevuto un addestramento sommario. Le loro unità non erano guidate da ufficiali di professione ma dai mullah e da altri religiosi che tenevano preghiere e canti rituali prima di mandare le truppe all’attacco.

In queste condizioni non era possibile elaborare strategie molto complicate – manovre di mezzi corazzati, attacchi sui fianchi, sbarchi aerei. I comandanti iraniani si limitavano a lanciare all’assalto frontale ondate su ondate di Guardie Rivoluzionarie, a volte precedute da lunghi bombardamenti di artiglieria. L’esercito iraniano subì perdite enormi ma dopo pochi mesi riuscì a respingere gli iracheni dal territorio iraniano e a mettere sotto assedio la città di Bassora.

Gli iracheni avevano un esercito più moderno e professionale di quello iraniano e ricevevano aiuti – sempre più consistenti mano a mano che la guerra procedeva – da molti paesi arabi, europei e dagli Stati Uniti. Ma anche la loro conduzione della guerra non era particolarmente professionale. Si racconta che i piloti dei carri armati di fabbricazione sovietica T62 spesso non erano in grado di utilizzare il complicato sistema computerizzato che aiutava a puntare il cannone. Erano costretti a prendere la mira senza aiuti elettronici, come si faceva quarant’anni prima durante la Seconda guerra mondiale.

In parte per rimediare a queste mancanze e per sopperire alla loro inferiorità numerica, gli iracheni utilizzarono spesso armi chimiche – fabbricate utilizzando componenti comprati da aziende europee o americane. Si calcola che probabilmente tra i 50 mila e i 100 mila iraniani, tra militari e civili, furono uccisi dalle armi chimiche irachene.

Gli iracheni utilizzarono gas nervini, che anche in piccola quantità erano in grado di uccidere velocemente. Ma ben peggiori erano i gas vescicanti, in grado di produrre ustioni chimiche al contatto con la pelle. Raramente gli agenti vescicanti erano in grado di uccidere, ma producevano ferite terribili. I soldati avversari venivano resi inoffensivi e l’esercito iraniano era costretto a impiegare risorse per prendersi cura dei feriti.

Anche gli iraniani utilizzarono metodi di guerra particolarmente cruenti. L’esercito iraniano aveva difficoltà a utilizzare i mezzi meccanici e moderni, quindi per svolgere qualsiasi compito erano necessari moltissimi soldati – impiegati anche come costruttori e operai. Per sopperire a questa necessità di personale vennero arruolati decine di migliaia di bambini: fino a dieci anni, secondo alcune testimonianze.

Alcuni giornalisti raccontarono i ruoli atroci a cui erano spesso destinati i bambini soldato. Troppo piccoli e deboli per essere utilizzati in combattimento, venivano inviati a ripulire i campi minati. Un giornalista dell’Europa dell’est raccontò di aver visto bambini legati a gruppi di dieci – per evitare che qualcuno di loro potesse tirarsi indietro – mandati a correre sui campi minati per aprire una strada alle ondate degli assalti.

Nessuno dei due contendenti mostrò particolare rispetto nei confronti dei civili. A partire dal 1984 le città iraniane e irachene subirono bombardamenti sempre più pesanti. Nessuno dei due eserciti aveva le risorse tecniche, e nemmeno la volontà, per colpire soltanto gli obiettivi militari. Le campagne di bombardamento vennero portate avanti con missili balistici molto imprecisi o con bombardamenti a tappeto. L’unico scopo di questi attacchi era uccidere civili e di piegare il morale della popolazione.

Molti storici e analisti sono concordi nel sostenere che l’Iraq riuscì a resistere così a lungo all’esercito iraniano grazie agli ingenti aiuti economici che ricevette durante la guerra. I principali finanziatori dell’Iraq furono l’Arabia Saudita, il Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti. Ma anche gli Stati Uniti e vari paesi europei finanziarono l’Iraq tra il 1980 e il 1988. Poco meno di metà di tutti i finanziamenti all’Iraq durante la guerra proveniva da paesi occidentali. Nello stesso periodo si calcola che Francia, Cina e Russia furono responsabili del 90 per cento delle esportazioni di armi in Iraq.

Gli Stati Uniti favorirono questo flusso di armi rimuovendo alcune sanzioni che avevano colpito l’Iraq negli anni precedenti, anche se spesso le consegne di armi violavano le leggi internazionali. Inoltre fornirono informazioni e altri dati di intelligence all’esercito iracheno.

Nel 1984 la guerra tra i due paesi si estese al Golfo Persico, il braccio di mare su cui si affacciano entrambi i paesi. L’aviazione irachena attaccò più volte le petroliere che partivano dai porti iraniani, una volta colpendo per errore una fregata americana. Gli iraniani minarono le acque del Golfo Persico e lanciarono attacchi con la loro flotta contro le petroliere che partivano dall’Iraq. Gli Stati Uniti stabilirono che il comportamento iraniano violava gli accordi internazionali di libera navigazione e schierarono numerose navi nel golfo, arrivando più volte a scontrarsi direttamente con la flotta iraniana.

L’Iran ricevette pochi aiuti internazionali, principalmente dalla Libia e dalla Corea del Nord. Nel 1986 si scoprì che anche gli Stati Uniti avevano fornito all’Iran alcune armi all’interno di un complesso scambio di armi in cambio di denaro e ostaggi: il denaro ottenuto finiva poi a finanziarie alcuni movimenti di guerriglia in Nicaragua. È il cosiddetto “scandalo Iran-Contras”, dal nome dei guerriglieri che vennero finanziati.

Nel 1988 l’esercito iracheno riuscì a organizzare alcuni attacchi con criteri moderni ed efficienti e l’esercito iraniano subì pesanti sconfitte. Queste vittorie accelerarono la fine della guerra, ma da tempo Saddam Hussein sapeva che non avrebbe più potuto vincere: subito dopo essere stato respinto, nel 1982, tentò di negoziare una pace, ma gli iraniani posero come condizione le sue dimissioni e ingenti riparazioni di guerra. Saddam Hussein non accettò.

Dopo le vittorie irachene del 1988, però, anche la teocrazia iraniana comprese che non sarebbe riuscita a ottenere la vittoria definitiva che sperava. L’esercito iracheno era tecnicamente più potente e riceva aiuti e armi moderne dai suoi alleati. Inoltre, per quanto la propaganda iraniana celebrasse il coraggio dei suoi martiri-bambini e lo spirito di sacrificio dei suoi soldati, la realtà era molto diversa: spesso le truppe iraniane si erano arrese in massa o si erano rifiutate di compiere assalti suicidi.

Nell’agosto del 1988 l’Iran accettò la risoluzione 598 dell’ONU e il 20 agosto i due paesi firmarono il cessate il fuoco. L’ONU inviò 350 osservatori a sorvegliare tutta la linea del fronte, per evitare che nuovi scontri facessero riesplodere il conflitto. La guerra era durata otto anni e aveva causato enormi danni economici a entrambi i paesi. Non si è mai saputo quanti furono i morti. Le stime oscillano tra i 500 mila e un milione, con almeno un altro milione di mutilati, in gran parte iraniani.

Con la pace l’Iraq ottenne alcuni piccolissimi incrementi territoriali nel sud dell’Iran, insignificanti rispetto agli obiettivi della guerra. Pochi mesi dopo il conflitto Saddam Hussein rinunciò anche a questa piccola conquista, che cedette all’Iran in cambio della sua neutralità nella nuova guerra che stava preparando: l’invasione del Kuwait che tre anni dopo avrebbe portato alla Prima guerra del Golfo.

mercoledì 9 luglio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 9 luglio.

Il 9 luglio 2004 la Commissione Americana al Senato sui servizi di Intelligence assolve la Casa Bianca, poiché la decisione di attaccare l'Iraq sulla base delle (false) notizie sulla presenza nel Paese di armi di distruzione di massa era basata su rapporti falsati.

Dopo che Saddam Hussein era stato praticamente solleticato a prendersi il Kuwait, e dopo che l'Iraq si era svenato per dieci anni in una guerra contro l'Iran, la mossa gli scatenò contro la più grande coalizione militare della storia ai tempi di Bush senior nel 1991.

Poi, nel 2003, c'era da finire il lavoro e il segretario di stato Powell si presentò all'Onu con la storia delle armi di distruzione di massa. E il lavoro fu finito. Però, sul campo tali armi non vennero mai trovate e solo nel 2010 si insinuò che forse non c'erano mai state. Ma ormai le cose erano fatte. Peccato che non siano mai finite, da quelle parti. Senza la dittatura di Saddam l'Iraq è finito nel caos, così come la Libia senza la dittatura di Gheddafi. Stesso servizio doveva essere fatto con la Siria, ma qui le cose si sono rivelate più complicate.

Comunque, un fatto poco noto riguarda l'Inghilterra di Tony Blair, nel 2003 alleato di ferro degli Usa di Bush jr. In quell'anno una traduttrice inglese, Katharine Gun, lavorava all'ente governativo di comunicazioni per i servizi segreti GCHQ (Government Communications HeadQuarters, con sede a Cheltenham). La giovane donna intercettò un messaggio di tal Frank Koza, dell'NSA (National Security Agency) americano. In esso si raccomandava, ovviamente in via top secret, di far pressioni sui membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza dell'Onu perché autorizzassero l'intervento anglo-americano in Iraq. Il fatto era che il governo inglese aveva qualche difficoltà a far digerire la guerra sia al popolo che allo stesso apparato.

Infatti, il procuratore generale, lord Goldsmith, aveva dato parere negativo: senza mandato Onu, la Gran Bretagna non aveva alcun diritto di attaccare l'Iraq. Goldsmith, però, viaggiò a Washington e al ritorno aveva cambiato misteriosamente idea. Ora, la traduttrice Katharine Gun era sposata con un curdo. Così, pensò bene di far pervenire quel che aveva scoperto alla redazione dell'Observer, quotidiano fin lì favorevole alla guerra. 

La Gun fu scoperta e processata per tradimento. Ma poi, a ridosso delle elezioni, le accuse a suo carico vennero ritirate per non dare ulteriore pubblicità alla faccenda. Sulla vicenda è stato scritto un libro, The Spy who tried to stop a War, di Marcia e Thomas Mitchell e infine tratto un film. 

Intervistata sul perché avesse deciso di tradire il suo Paese rivelando quel che sapeva alla stampa (e rischiando, oltre al carcere, l'espulsione del marito), disse che non aveva tradito il Paese, bensì i suoi governanti del momento che quella guerra non era solo a Saddam ma anche a 30 milioni di irakeni.

In effetti, di questi ne morirono circa un milione, pare. Più, 4600 inglesi e americani. Il film non risparmia nemmeno i particolari grotteschi che la vicenda a un certo punto assunse. Per esempio, la stampa filogovernativa, per sostenere che si trattava di un falso, puntò i riflettori su certe parole del messaggio trafugato, parole che gli americani scrivono in modo leggermente diverso dagli inglesi, come recognise anziché recognize. Ebbene, venne fuori che la redattrice dell'Observer, nel batterle al computer, aveva fatto ricorso, meccanicamente, al correttore automatico.

Furono l’intelligence americana e quella tedesca – che gestì le sue informazioni – a dare a Rafid Ahmed Alwan al-Janabi, l'ingegnere iracheno il cui racconto fu usato dagli USA,  il nome in codice di “Curveball” (palla a effetto). Janabi era stato un ingegnere chimico in Iraq, ma era scappato nel 1995 per poi ottenere asilo nel 2000 in Germania. Tre settimane dopo, a quanto ha raccontato Janabi in una confessione durata due giorni con i giornalisti del Guardian, un responsabile dei servizi segreti tedeschi lo andò a cercare dopo aver saputo della sua professione in Iraq. Janabi allora gli raccontò molte cose sulla produzione di armi chimiche in Iraq, e quelle cose furono così interessanti e articolate da diventare, nel giro di tre anni, la fonte principale del famoso discorso di Colin Powell all’ONU, quello con cui gli Stati Uniti accusarono l’Iraq di essere in possesso di armi di distruzione di massa e costruirono le ragioni della guerra contro Saddam Hussein.

Ma della fondatezza di quell’accusa è stata ormai  acclarata la falsità, e le nuove confessioni di Janabi al Guardian le danno un durissimo colpo: l’uomo ha ammesso di essersi inventato gran parte di ciò che raccontò allora, a quanto si legge negli articoli sul quotidiano inglese.

«Forse era vero, forse no. Mi dettero questa opportunità, di costruire qualcosa per abbattere il regime. Io e i miei figli siamo fieri di averlo fatto e di essere stati la ragione per dare all’Iraq la possibilità di una democrazia»

«Avevo un problema col regime di Saddam: volevo liberarmene e ne ebbi la chance»

Janabi – che vive ancora in Germania, a Karlsruhe – ha raccontato di avere dato all’agente tedesco informazioni inventate su camion di armi biologiche con cui aveva lavorato a Baghdad. Raccontò di ruoli e dettagli inventati, che vennero messi in dubbio da altre testimonianze, in particolare da quella del suo ex capo interpellato a Dubai. Quei racconti arrivarono all’intelligence americana, e nel 2003 Colin Powell parlò di “descrizioni di prima mano su fabbriche mobili di armi biologiche” e disse che “la fonte è un testimone diretto, un ingegnere chimico iracheno che ci ha lavorato. Era presente durante la produzione di agenti biologici e anche quando nel 1998 un incidente uccise dodici tecnici”. Janabi aveva avuto successivi incontri con l’intelligence tedesca che aveva girato le sue informazioni agli Stati Uniti.

Ma la storia delle armi di distruzione di massa è diventata via via più fragile negli anni successivi all’inizio della guerra, e il racconto di Jalabi era già stato molto contestato. Poi ha confessato.

“Quando penso che qualcuno viene ucciso – non solo in Iraq ma in qualunque guerra – sono molto triste. Ma ditemi un’altra soluzione. Sapete dirmela? Credetemi, non c’era altro modo di portare la libertà in Iraq. Non c’era nessuna altra possibilità»

mercoledì 2 agosto 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 agosto.
Il 2 agosto 1990 Saddam Hussein invade il vicino Kuwait, scatenando da lì a poco la prima guerra del golfo.
La prima guerra del Golfo (definita così dal 2003, anno in cui è scoppiato un nuovo conflitto in Iraq) durò poco più di un mese. Sotto l'egida dell'ONU, il contingente internazionale, con a capo gli Stati Uniti, costrinse Saddam Hussein a ritirare le truppe irachene dal Kuwait. La Guerra Fredda ormai era cosa del passato. L'URSS andava man mano sgretolandosi, e un'altra minaccia allertava la Comunità Internazionale.
Il Rais (dittatore) iracheno, a capo di un regime laico, di ispirazione socialista, rappresentava una minaccia per la stabilità di un'area geografica così importante come il Golfo Persico, ricco di giacimenti di petrolio. All'epoca il presidente USA era George Bush senior, che in passato aveva fatto fortuna soprattutto nel settore petrolifero e, per sua stessa ammissione, molto più interessato alla politica estera che a quella interna.
Il 2 agosto 1990, Saddam Hussein, presidente iracheno, invase il vicino stato del Kuwait. Il rais rivendicava i territori kuwaitiani come antichi possedimenti dell'Iraq, risalenti alla caduta del Sultanato ottomano. Inoltre, il rais accusò il piccolo emirato di aver abbassato il prezzo del greggio estraendone più di quanto concordato in sede OPEC. Subito dopo l'invasione, l'ONU riunì il proprio Consiglio di Sicurezza e lanciò un ultimatum a Saddam per il ritiro delle truppe irachene. Il 27 novembre 1990 le Nazioni Unite approvarono la risoluzione numero 678, in cui l'ultimatum fu stabilito per il 15 gennaio 1991.
Nonostante una serie di sanzioni economiche contro il regime di Baghdad, e il massiccio dispiegamento di forze militari statunitensi nella regione (l'operazione inizialmente prendeva nome di Desert Shield, lo scudo del deserto, a protezione dell'Arabia Saudita da una eventuale invasione irachena), il 17 gennaio 1991, le truppe della Coalizione internazionale dichiararono guerra a Saddam. Le forze in campo, però, erano del tutto sbilanciate in favore della Coalizione, a cui presero parte ben 32 paesi (compresi quelli arabi e l'URSS). Il contingente internazionale era composto di 540.000 unità, con circa 100.000 soldati turchi dispiegati lungo il confine tra Turchia e Iraq. Di contro le truppe del rais erano giovani, con scarse risorse e un addestramento inadeguato.
In pochi giorni, dopo una serie di bombardamenti, l'avanzata delle forze di terra conquistò il suolo iracheno, costringendo, il 26 febbraio 1991, il rais ad ordinare il ritiro delle truppe dal Kuwait, che fu liberato definitivamente due giorni dopo. Durante le operazioni di ritirata, le truppe irachene incendiarono tutti i campi petroliferi che trovarono lungo la strada. Intanto, proprio il 26 febbraio, lungo l'autostrada che congiungeva l'Iraq al Kuwait si formò un lungo ingorgo composto dal contingente iracheno in ritiro.
Le milizie internazionali bombardarono pesantemente il convoglio. Il risultato fu una vera strage. I giornalisti che andarono sul luogo dopo la battaglia, la ribattezzarono l'Autostrada della Morte. Dopo i primi scontri, l'esercito iracheno fu accusato di aver versato in mare 40 milioni di galloni di petrolio, per bloccare lo sbarco dei Marines. Anche se il governo di Saddam rigettò ogni accusa, la guerra nel Golfo ebbe ripercussioni devastanti per tutto l'ecosistema dell'intera area del Golfo Persico. Gli accordi postbellici restrinsero molto il raggio d'azione del Rais. Le Nazioni Unite imposero a Baghdad di rinunciare alla costruzione delle famigerate armi di distruzione di massa (cioè, armi chimiche, biologiche o nucleari).
Dal 1991 al 1998, infatti, furono mandati i primi ispettori ONU per verificare il disarmo iracheno. Inoltre, i paesi del Golfo, confinanti con l’Iraq, acconsentirono ad ospitare basi statunitensi in cui aerei USA e britannici avevano il compito di sorvegliare le due no-fly zones (spazi aerei, uno al nord e uno al sud dell’Iraq, interdetti ai velivoli militari iracheni).
Le sanzioni imposte nel 1990 subito dopo l'invasione del Kuwait non furono abrogate. In seguito alle devastanti conseguenze che queste stavano avendo sulla popolazione civile, però, le sanzioni furono trasformate nel programma Oil for Food, che permetteva all'Iraq di vendere petrolio in cambio di generi di prima necessità. Secondo le previsioni della Casa Bianca, la guerra avrebbe rappresentato un esempio della più avanzata tecnologia bellica. I missili impiegati, i famigerati BGM-109 Tomahawk, le cosiddette bombe intelligenti (destinate esclusivamente a target militari) lanciate dagli aerei "invisibili" Lockheed F-117 Nighthawk avrebbero dovuto impedire "inutili" massacri della popolazione civili.
Ma come in tutte le guerre, la stima dei morti è imprecisa e dipende da chi fa la conta dei cadaveri. Di sicuro, la guerra intelligente non risparmiò vittime civili. Mentre si stima che le perdite irachene ammontarono a circa 20.000 militari e quelle della Coalizione furono 213 di cui 148 statunitensi, i morti civili iracheni furono circa 4.000. Circa il 30% delle 700.000 persone che servirono nelle forze statunitensi durante la guerra soffrono attualmente di gravi sintomi le cui cause sono da attribuire all'utilizzo di uranio impoverito e altri elementi tossici utilizzati nelle operazioni militari. La maggior parte delle vittime della Coalizione, inoltre, furono vittime del cosiddetto "fuoco amico", cioè di colpi accidentali da parte di forze amiche.
Dei 147 statunitensi morti in battaglia, il 24% fu uccisa proprio da pallottole sparate da altri militari del contingente internazionale. Secondo le stime del Dipartimento di Difesa statunitense, la prima Guerra del Golfo costò 61 miliardi di dollari, anche se altre fonti parlano di 71 miliardi. Più di 53 miliardi di dollari furono offerti dai paesi della Coalizione, in particolare dal Kuwait, l'Arabia Saudita. la Germania e il Giappone.
La guerra del Golfo fu la prima ad irrompere nelle case degli spettatori di tutto il mondo. Le immagini dei bombardamenti di Baghdad vennero trasmesse in diretta dalla televisione americana all-news CNN. La CNN, attraverso la presenza massiccia di giornalisti e teleoperatori, trasformava in maniera definitiva la percezione che il mondo aveva del conflitto, sempre più simile a videogames e film d'azione.

giovedì 22 settembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 settembre.
Il 22 settembre 1960 nasce a l'Aquila Maurizio Cocciolone, noto per un incidente durante la prima guerra nel golfo.
Alla vigilia della guerra del Golfo il governo italiano inviò nel Golfo Persico alcuni velivoli multiruolo Panavia Tornado IDS appartenenti al 155º Gruppo per l'occasione rischierato negli Emirati Arabi Uniti sull'aeroporto di Al Dhafra.
Il 17 gennaio 1991 le forze della Coalizione iniziarono una campagna di bombardamenti sulle posizioni della Guardia repubblicana irachena, sia sul territorio dell'Iraq che su quello del Kuwait.
Il 18 gennaio il maggiore Gianmarco Bellini (pilota) ed il capitano Maurizio Cocciolone (navigatore), a bordo del loro Tornado decollarono con una squadriglia multinazionale di otto velivoli per quella che era la prima missione che vedeva impiegati velivoli italiani nello spazio aereo controllato dagli iracheni, la cui loro missione era annientare un deposito di munizioni nella parte meridionale dell'Iraq. Bellini e Cocciolone furono gli unici che riuscirono a portare a termine il rifornimento in volo malgrado le avverse condizioni meteorologiche. Gli altri sette aerei della squadriglia fallirono e dovettero rientrare alla base. Bellini e Cocciolone decisero di proseguire da soli, effettuando la missione di sgancio a bassa quota e centrando l'obiettivo assegnatogli. L'aereo fu colpito dall'artiglieria contraerea irachena, e dovettero lanciarsi con il seggiolino eiettabile. Vennero catturati dalle truppe irachene e per alcune ore non vi furono notizie circa la loro sorte.
Il 20 gennaio la televisione irachena mostrò un gruppo di prigionieri di guerra della Coalizione, fra cui Cocciolone. Il suo volto tumefatto suggeriva un trattamento brutale e le parole da lui pronunciate sembravano dettate dai suoi carcerieri.
Nessuna notizia di Bellini venne data in questa occasione, facendo temere il peggio. I due aviatori vennero tenuti separati per tutto il tempo della prigionia. In una intervista concessa a quasi venti anni di distanza, l'ufficiale rivelò di essere stato torturato, perdendo alcuni denti per le percosse, subendo una lacerazione della lingua, suturata dai suoi carcerieri e finendo per avere un danno permanente a un nervo della schiena a causa dell'uso di scosse elettriche durante gli interrogatori.
Il 3 marzo, a guerra terminata, entrambi gli ufficiali furono rilasciati dalle autorità irachene.
Giunto fino al grado di colonnello, è andato in pensione nel 2017 e ora vive in Brasile con la moglie Adelina e i suoi due figli: Andrea Silvia e Alessandro.
Bellini e Cocciolone furono gli unici prigionieri di guerra italiani di tutto il conflitto.

mercoledì 14 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 aprile.
Il 14 aprile 2004 Fabrizio Quattrocchi, un paramilitare in Irak assunto da una compagnia di guardie del corpo, viene ucciso con due colpi di pistola dai rapitori che avevano catturato lui e altri tre suoi colleghi. Aveva 36 anni. I terroristi arabi lo avevano rapito alcuni giorni prima insieme ai suoi colleghi Umberto Cupertino, Maurizio Agliana e Salvatore Stefio perché, così facendo, volevano costringere i soldati italiani a lasciare l’Irak. Questi ultimi tre furono liberati dalle truppe americane l’8 giugno 2004, dopo 58 giorni di prigionia.
La morte di Quattrocchi suscitò una forte emozione in tutto il mondo. Ripreso in video da un tale Abu Yussuf, che tra l’altro parlava italiano, le immagini ci mostrano il giovane genovese con blue jeans e maglietta, le mani legate dietro la schiena, la testa coperta da uno straccio, inginocchiato davanti ad un fosso. Poco prima di essere ucciso, Quattrocchi si rivolge al suo assassino e gli dice, distintamente e con voce ferma: “Adesso ti faccio vedere come muore un italiano”. Furono le sue ultime parole. Subito dopo due colpi di pistola lo colpirono alla testa e al torace ponendo fine alla sua esistenza. I resti di Fabrizio Quattrocchi, dilaniati e mutilati, furono restituiti all’Italia solo il 21 maggio 2004. I funerali avvennero, in forma solenne, il 29 maggio nella cattedrale genovese di San Lorenzo.
Su proposta dell’allora ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu, il 13 marzo 2006 a Fabrizio Quattrocchi venne conferita la medaglia d’oro al valor civile alla memoria. Consegnandola ai famigliari, il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ne lesse la motivazione: “Vittima di un brutale atto terroristico rivolto contro l’Italia, con eccezionale coraggio ed esemplare amor di Patria, affrontava la barbara esecuzione, tenendo alto il prestigio e l’onore del suo Paese, 14 aprile 2004 – Irak”.
Con la sua morte venna svelata la realtà del conflitto iracheno,  cioè la realtà di una guerra cruenta e selvaggia dove le truppe regolari dei vari Paesi impegnati nel teatro delle operazioni non potrebbero agire come fanno, se non fossero affiancate da privati armati specializzati in quel lavoro di protezione delle persone che i normali militari non sono in grado di eseguire semplicemente perché non sono addestrati a farlo.
“Noi non cacciavamo nessuno – scrive in un diario una di queste guardie del corpo – eravamo le prede, dovevamo contare solo sulla prevenzione: non farci precedere e analizzare, in questo modo saremmo riusciti a rimanere vivi e a proteggere con successo i nostri Vip”. E aggiunge: “Non importa chi stai proteggendo, se un generale, un manager, un giudice o il presidente degli Usa, stai proteggendo una vita completamente nelle tue mani. La responsabilità di questa professione, da molti criticata ingiustamente, supera qualsiasi nobile sentimento; è una virtù, anzi un dono che pochi hanno. Molti professionisti sono dei grandi combattenti, dei killer nati, ma non hanno il dono di essere guardiani della vita altrui”.
Nella primavera del 2004 il gruppo di italiani diretti in Irak si incontrò all’aeroporto romano di Fiumicino, pronto ad imbarcarsi su un volo della Air Jordanian alla volta di Amman, in Giordania. Spinelli, Umberto Copertino e altri due appartenevano alla BGE 2000, una società di sicurezza francese con sede a Nizza. Erano tutti professionisti provenienti da varie forze armate italiane, erano stati istruiti dai reparti speciali dell’esercito israeliano e avevano partecipato a corsi con ex operatori dei corpi scelti americani della STTU di Los Angeles. Fu in quell’occasione che Spinelli e i suoi amici videro per la prima volta Salvatore Stefio, direttore della Praesidium Corporation, e cioè colui che li aveva assunti per quell’operazione. A offrire l’opportunità fu un ufficiale della Marina Militare Italiana che, a bordo di una motovedetta ormeggiata nel porto di Bari, disse loro che si trattava di un lavoro pulito e legale, in quanto consisteva nel proteggere uomini d’affari di una multinazionale americana.
Arrivati ad Amman, furono accolti “da un uomo sulla trentina con un forte accento genovese, alto circa 190 centimetri. Vestiva con un classico abbigliamento di chi opera in Paesi desertici, Desert boot dell’Alabama, pantaloni color sabbia della 511, una camicia scura e una kefiah verde e nera al collo, la stessa usata dagli uomini della Coalizione in Afghanistan”. Questo personaggio, che si presenta col nome di Kriss  pare che fosse piuttosto arrogante ma anche molto amico di Fabrizio Quattrocchi. E fu proprio Fabrizio che la comitiva incontrò all’Hotel Babylon di Baghdad, dove il genovese (ex caporalmaggiore degli alpini ed esperto di arti marziali) lavorava come guardia del corpo degli ospiti dell’ottavo piano. Ma in quell’occasione Stefio ricevette una telefonata dall’ufficiale della Marina Militare Italiana: l’operazione era saltata e tutti se ne potevano tornare a casa. Era successo che la Bearing Point, la compagnia americana che aveva richiesto i servizi del gruppo italiano, si era spaventata per l’eccesso di rischio in terra irakena e aveva sciolto il contratto. In pratica, erano tutti disoccupati, tranne Quattrocchi il cui mandato scadeva un mese dopo. Per lui, dunque, la disoccupazione era solo posticipata di trenta giorni. Che fare, quindi? Fu così che a Stefio venne la brillante idea di inviare i suoi ex dipendenti al CPA di Baghdad, e cioè lo stato maggiore delle forze di occupazione americane, per chiedere lavoro. La proposta era meno peregrina di quel che sembra, in quanto in Irak operava già da un pezzo la Compagnia delle Indie, cioè una società che forniva guardie private armate e che lavorava per il Dipartimento della Difesa americano sin dal 1948. La Compagnia delle Indie, da non confondersi con l’omonima società britannica di ottocentesca memoria, recentemente aveva condotto “operazioni particolari in Afghanistan, Bosnia Erzegovina e in altre aree di conflitto”.
Non tutti i componenti del gruppo erano d’accordo. Alcuni volevano tornare in Giordania e da lì prendere il primo volo per Roma. Per farla breve, l’indomani mattina Spinelli, Quattrocchi e Kriss si recarono al Gardenia Hotel, quartier generale della Compagnia delle Indie, dove vennero subito assunti con la paga mensile di diecimila dollari a testa. Spinelli e Kriss avrebbero preso servizio subito, Quattrocchi alla fine del suo mandato. Anche perché, prima di dedicarsi alla nuova occupazione, voleva accompagnare gli altri suoi amici, quelli che volevano tornare in Italia, in Giordania.
Ma il destino aveva ben altro in serbo per lui. Infatti fu proprio durante quel trasferimento da Baghdad ad Amman che Quattrocchi, Cupertino, Agliana e Stefio vennero rapiti dai terroristi islamici. E Fabrizio venne scelto come vittima sacrificale.
Fabrizio Quattrocchi, insomma, non era, al contrario di molti suoi colleghi, un uomo in cerca di emozioni forti, che sfogava nelle armi e nella violenza una mal interpretata voglia di vivere e di protagonismo. Lui voleva soltanto fare quel mestiere per mettersi qualche soldo da parte e poi tornarsene a casa dalla fidanzata.
D’altra parte il rischio di quell’attività paramilitare era veramente elevato. Soprattutto in caso di imboscata, mentre ci si trasferiva in auto da un posto all’altro. La sorte dell’equipaggio in quelle circostanze era questa: tutti morti, altrimenti sarebbero stati mutilati terribilmente, è difficile uscire intero quando una bomba di artiglieria esplode a un metro di distanza. Le schegge, lanciate dall’esplosione a mille metri al secondo, distruggono qualsiasi blindatura, squarciano i giubbotti antiproiettile e penetrano nelle membra. Le carni vengono lacerate e bruciate dalle schegge incandescenti, destabilizzate dalla velocità prodotta dall’onda d’urto. Le parti ossee del corpo vengono tagliate senza nessuna difficoltà e le ferite, molto irregolari, non lasciano scampo. E’ l’incubo peggiore, in Irak e in tutte le guerre, accade così rapidamente che non si ha il tempo di capire; se si è colpiti dall’esplosione l’unica cosa che si può sperare è di morire sul colpo e non tra dolori lancinanti in un letto d’ospedale.
Questo è quello che rischiano i contractors, oltre alla truppe regolari, in uno scenario di guerra. C’è da domandarsi, però, perché il ruolo di questi uomini non sia mai stato ben chiarito nel nostro Paese. La Radio Televisione della Svizzera Italiana (RTSI) il 14 maggio del 2004, durante il programma “Falò” ha mandato in onda un ampio servizio sulle guardie di sicurezza private operanti in Irak. L’inchiesta era nata da un’idea della Televisione Svizzera Francese. Nel reportage, durato quasi 40 minuti, gli ultimi otto minuti sono dedicati alla Praesidium Corporation, la compagnia di sicurezza per cui lavorava Quattrocchi. Nel video si vede appunto il giovane genovese, armato di fucile automatico e pistola, mentre sorveglia la zona dove si sta svolgendo l’intervista. In altre inquadrature si vedono Quattrocchi e altri due mentre si allenano sparando col fucile in un’area desertica. Il servizio diceva chiaramente che la Praesidium non addestrava forze armate irakene, né era impegnata in combattimenti al fianco delle truppe americane. Veniva invece spiegato che la missione di Quattrocchi e colleghi consisteva nel proteggere persone e infrastrutture. Perché questo servizio televisivo non è mai stato trasmesso in Italia?

mercoledì 30 dicembre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 dicembre.
Il 30 dicembre 2006, alle 6 ora locale, veniva giustiziato mediante impiccagione Saddam Hussein.
Nato ad Auja il 28 aprile 1937 si dedica molto presto alla politica, unendosi al ramo iracheno del partito socialista arabo (il "Bath"). Condannato a morte per un attentato al leader politico Qasim nel 1959, ripara in Siria, poi al Cairo.
Rientrato in Iraq nel 1963, viene eletto vicesegretario del Bath nel 1964 e, grazie alle sue carismatiche doti di trascinatore di folle e di organizzatore politico, diventa il protagonista della rivoluzione del 1968, tesa a rovesciare il governo allora in carica. I tentativi per rovesciare lo "status quo" sono molteplici ma, in particolare, Saddam prende parte a due colpi di stato, assumendo il ruolo di responsabile della sicurezza.
Collaboratore del presidente Ahmed Hasan al Bakr, gli succede appunto nel 1979 come presidente della Repubblica e segretario del Bath. Il 22 settembre del 1980, dietro sua forte pressione politica, esplode la guerra contro l'Iran, causata dall'occupazione, avvenuta nel 1973, di alcuni territori da parte dell'Iran. Il conflitto è aspro e cruento e causerà, durante i quindici anni della sua durata (la guerra finisce nell'88), migliaia di morti. Tuttavia, malgrado l'estenuante guerra per il territorio, nessuna della due parti in causa ne uscirà in realtà vincitrice. Dopo questo duro contraccolpo che piega la popolazione irachena, non si ferma però la sete di potere che Saddam cova dentro di sè da lungo tempo. Infatti, appena due anni dopo, con una mossa a sorpresa e senza nessuna ragione apparente invade il Kuwait. L'azione, com'è comprensibile, anche per via della grande importanza strategica ed economica del Kuwait, ha una forte ripercussione internazionale; allerta nazioni occidentali e gli Stati Uniti e preoccupa fortemente i vicini stati arabi, già pressati da una situazione geo-politica esplosiva.
Dopo numerose minacce, puntualmente ignorate da parte del Rais arabo, un contingente alleato (a cui aderiscono più di trenta paesi) interviene il 17 gennaio 1991 provocando la cosiddetta "Guerra del Golfo". L'Iraq rapidamente si trova costretto al ritiro e subisce una pesante sconfitta. Nonostante ciò, il dittatore riesce a mantenersi saldamente al potere. Anzi, approfittando del caos internazionale e dell'apparente debolezza che il suo Paese esprime agli occhi della comunità internazionale, scatena una campagna di sterminio nei confronti delle popolazioni curde, da sempre fortemente osteggiate ed emarginate dall'Iraq e invise in particolar modo al dittatore. Fortunatamente, anche in questo caso l'intervento delle forze occidentali lo costringe ad una drastica limitazione dell'aviazione irachena all'interno dello stesso spazio aereo del Paese.
Ad ogni modo, Saddam non smette di prodursi in una serie di piccole e grandi provocazioni, che vanno dal tentativo di impedire le ispezioni Onu agli impianti sospettati di produrre armamenti non convenzionali, agli sconfinamenti in territorio kuwaitiano, ai movimenti di missili. Nel febbraio del 1998 provoca una nuova crisi a livello internazionale, minacciando di ricorrere a oscure "nuove strategie" se le sanzioni non verranno sospese (in realtà, la minaccia è quella di utilizzare armi chimiche). Atteggiamenti che portano a nuovi interventi compreso un parziale bombardamento della stessa capitale, mentre l'Onu promuove un altro e più rigido embargo nei confronti dell'Iraq. Le sanzioni portano ad un rapido declino dell'economia irachena: cibo insufficiente, peggioramento dei servizi sanitari pubblici. Tutto ciò, però, non sembra al momento indebolire il radicato potere di Saddam.
Isolato sul piano internazionale, Saddam riesce infatti a mantenere la sua leadership anche grazie a una forte repressione interna e a continui rimescolamenti all'interno delle posizioni di potere. Si susseguono epurazioni e uccisioni, anche a tradimento, addirittura ai danni dei suoi stessi familiari, come quando il suo primogenito viene fatto oggetto di un attentato mai ben chiarito. Per non saper nè leggere nè scrivere, Saddam fa arrestare la propria moglie Sajida accusandola del complotto.
Com'è facilmente comprensibile, nel protrarsi degli anni, l'embargo internazionale a cui è stato soggetto l'Iraq ha fortemente prostrato la popolazione civile, l'unica a pagare le conseguenze della scellerata politica del despota. Eppure, il paese arabo poteva contare sugli introiti derivanti dalla vendita di petrolio, di cui è abbondantemente fornito; fonti governative di vari paesi, però, hanno dimostrato come in realtà Saddam Hussein intascasse buona parte dei milioni derivanti dalla vendita del cosiddetto "oro nero", per spenderli  per un uso "personale" (e per mantenere il vasto apparato burocratico e difensivo di cui si era circondato). Negli anni del suo massimo potere, poi, come ulteriore sfregio alla miseria in cui versavano le masse, ordinò la costruzione di un monumento a Baghdad per celebrare la guerra del Golfo, chiedendo non contento la composizione di un nuovo inno nazionale.
Fortunatamente, come ormai è ben noto, la storia recente ha visto la fine di questo satrapo mediorientale, grazie all'entrata delle truppe americane a Baghdad, in seguito alla guerra scatenata contro di lui dal presidente americano Bush. Indipendentemente dalla legittimazione che questa guerra ha raccolto e alle numerose critiche si è trascinata dietro, nessuno può dirsi indifferente alle scene di giubilo del popolo iracheno che, con la caduta di Saddam (simbolicamente rappresentata dall'abbattimento delle statue precedentemente erette in suo onore), ha festeggiato la fine di un incubo e l'aprirsi di uno spiraglio per una nuova storia nazionale tutta da costruire.
Dopo la caduta di Bagdad (9 aprile 2003) Saddam fugge e di lui non si hanno più notizie, se non alcuni messaggi audio registrati.
Il giorno 1 maggio George W. Bush proclama finita la guerra.
I figli Uday e Qusay vengono uccisi in uno scontro a fuoco il 22 luglio. Ma la caccia a Saddam Hussein finisce solo il 13 dicembre 2003 in modo poco glorioso, quando viene catturato in un buco scavato nella terra in una fattoria vicino a Tikrit, sua città natale, con la barba lunga, stanco e demoralizzato, senza opporre alcuna resistenza.
Viene processato da un tribunale iracheno per la strage di Dujail del 1982 (148 sciiti uccisi); il 5 novembre 2006 viene proclamata la sua condanna a morte per impiccagione: l'esecuzione avviene il 30 dicembre.
In Iraq la sentenza ha provocato reazioni contrastanti: curdi e sciiti si sono rallegrati (il primo ministro Nūrī al-Mālikī avrebbe dichiarato che "La condanna a morte segna la fine di un periodo nero della storia di questo paese e ne apre un altro, quello di un Iraq democratico e libero"), mentre i sunniti hanno reagito manifestando contro il verdetto. Anche in Vicino Oriente le reazioni sono state contrastanti: i tradizionali nemici di Saddam (Iran e Kuwait) hanno accolto la sentenza con favore, mentre i governi del mondo sunnita hanno tenuto un basso profilo, cercando di non dispiacere né agli Stati Uniti, né alle proprie opinioni pubbliche, eccezion fatta per la Libia.
In Occidente la notizia della condanna a morte dell'ex-raʾīs di Baghdad è stata oggetto di giudizi fortemente contrastanti. L'Amministrazione degli Stati Uniti ha espresso la sua completa soddisfazione (Una pietra miliare sulla strada della democrazia, G.W. Bush). Invece i governi dei Paesi dell'Unione Europea, incluso quello italiano (siamo contro la pena di morte sia come italiani che come europei, Massimo D'Alema), pur approvando il verdetto di colpevolezza, hanno ribadito la loro contrarietà di principio alla pena capitale. Molti di essi si sono spinti a suggerire all'Iraq di non eseguire la sentenza, una posizione non lontana da quella russa.
Numerose e autorevoli organizzazioni umanitarie (tra le quali Amnesty International e Human Rights Watch) hanno criticato non solo la condanna a morte, ma anche lo svolgimento del processo, in cui non sarebbero stati sufficientemente tutelati i diritti della difesa e il cui svolgimento sarebbe stato sottoposto a forti pressioni da parte del governo iracheno e, indirettamente, da parte dell'Amministrazione statunitense.
Il 31 dicembre, giorno successivo all'esecuzione, il corpo di Saddam Hussein è stato consegnato al capo della tribù cui apparteneva e il suo cadavere, lavato ritualmente da un imam sunnita ed avvolto nel sudario e deposto in una bara coperta dalla bandiera irachena, è stato sepolto nella tomba di famiglia nei pressi del villaggio natale, accanto ai figli dell'ex dittatore, ʿUday e Qusay e al nipote quattordicenne Muṣṭafà (figlio di Qusay), uccisi dalle forze americane il 22 luglio del 2003 a Mossul.

giovedì 19 novembre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 novembre.
All'alba del 19 Novembre 2005 ad Haditha, in Iraq, il caporale Miguel Terrazas, marine di vent'anni, resta ucciso dall'esplosione di un ordigno rudimentale nascosto lungo il ciglio della strada che percorreva di pattuglia.
Altri due commilitoni restano feriti. I suoi compagni sono furiosi: fermano un taxi e uccidono quattro studenti e l'autista. Dopo si dividono: entrano in quattro case nelle vicinanze e uccidono sette membri della stessa famiglia, i Waleed, nella prima (tra loro due donne e una bambina) e otto persone nella seconda, quella della famiglia Younis (tra loro sei donne). Ma la voglia di vendetta non è ancora appagata. Entrano in una terza e in una quarta casa, che appartengono alla stessa famiglia, gli Ayed. Vengono uccisi quattro uomini. A quel punto, rientrano alla base. Un gruppo di superiori viene a sapere della strage, e decide di inviare una squadra sul posto per fare pulizia e nascondere le prove dell'eccidio, tentando d'insabbiare la vicenda.
Poteva essere l'ennesima strage di civili nascosta agli occhi indiscreti delle opinioni pubbliche occidentali, ma i marines non hanno fatto i conti con la piccola Iman, 10 anni, sfuggita alla strage. La sua testimonianza, il 27 Maggio 2006, viene raccolta dall'inviato del quotidiano britannico The Times e pubblicata. Il mese dopo, il quotidiano Usa New York Times intervista un generale dei marines, che ammette come alcuni alti ufficiali si fossero resi conto subito della gravità dei fatti, ma non diedero luogo a nessuna inchiesta. I cittadini statunitensi ed europei s'indignano. Il Pentagono recita il tormentone delle 'mele marce', ma il bubbone è esploso ed è troppo tardi per fermarlo. I militari saranno processati da una Corte Marziale Usa, per quanto gli iracheni avrebbero tutto il diritto di processarli loro, e rischiano la pena di morte. Ma i mesi passano, e le opinioni pubbliche si distraggono. Per quella strage di 24 civili innocenti due dei sei imputati, il caporale Justin Sharratt e il capitano Randy Stone, non saranno processati. Il primo era accusato di aver ucciso tre persone, il secondo di non aver fatto il suo dovere punendo i colpevoli dell'eccidio. La decisione è stata presa dopo aver analizzato il dossier curato dal colonnello Paul Ware, che in un rapporto di 18 pagine, reso pubblico il 12 luglio 2007, ha sostenuto come nel caso del caporale Sharratt le 'prove scientifiche siano troppo deboli'. Un altro soldato, il sergente Sanick De la Cruz, era stato completamente scagionato dalle accuse già ad aprile. Il 18 settembre 2007 le accuse contro il capitano Lucas McConnell furono ritirate in seguito all'immunità garantita per la sua cooperazione alle indagini. Il 28 marzo 2008 caddero le accuse contro il tenente Stephen Tatum. Il 17 marzo 2009 il tenente colonnello Jeffrey Chessani fu dichiarato innocente. Tutti i marines responsabili della strage sono tornati alla loro vita. Iman ha perso i nonni, i genitori, due zii e un cuginetto di quattro anni.
Sulla vicenda il regista Nick Broomfield diresse un film (Il massacro di Haditah, titolo originale "Battle for Haditha") uscito nelle sale il 14 dicembre 2007.

giovedì 12 novembre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 novembre.
Alle 10.40 del 12 novembre 2003, un’autocisterna forzò l’entrata della base Maestrale, presidiata dai carabinieri italiani del MSU (Unità specializzata multinazionale), nella città di Nassiriya, in Iraq: i due uomini a bordo fecero esplodere una bomba che venne stimata pesare tra i 150 e i 300 chilogrammi. L’esplosione uccise 19 cittadini italiani (12 carabinieri, 5 militari e due civili) e 9 iracheni. Almeno altre 140 persone vennero ferite. Fu il più grave attacco subito dall’esercito italiano dalla fine della Seconda guerra mondiale, e alcuni processi che riguardano ciò che avvenne in quel giorno non sono ancora terminati.
I militari italiani si trovavano a Nassiriya dal 19 luglio 2003, quando avevano dato il cambio ai marines americani del 2° battaglione, 25° reggimento. Il nome dell’operazione, cominciata il 15 luglio 2003 e terminata il primo dicembre 2006, era “Antica Babilonia”. Si trattava di una missione di peacekeeping, autorizzata dalle Nazioni Unite, conseguente alla guerra avviata dagli Stati Uniti per deporre il dittatore Saddam Hussein. I militari italiani avevano diversi compiti, tra cui quelli di addestrare le forze di sicurezza irachene.
Il comando dell’operazione si trovava fuori da Nassiriya, nella base White Horse, a 7 chilometri dal centro abitato. In città i carabinieri e gli uomini dell’esercito avevano occupato altre due basi, distanti poche centinaia di metri l’una dall’altra. Gli uomini dell’esercito si trovavano nella base Libeccio, i carabinieri nella base Maestrale, soprannominata “Animal House” che occupava il vecchio edificio della Camera di Commercio.
I primi quattro mesi dell’operazione passarono senza incidenti. Poche settimane prima dell’attentato, alcuni ufficiali dichiararono che la missione stava procedendo in modo molto soddisfacente. Nassiriya si trova nel sud dell’Iraq, una zona a larga maggioranza sciita, dove gli scontri con la minoranza sunnita e con le forze internazionali erano molto meno gravi e frequenti che in altre zone del paese, come intorno alle città di Baghdad e Tikrit, presidiate all’epoca dall’esercito americano.
Nei documenti prodotti dal contingente italiano nel corso di ottobre, il mese precedente all’attentato, si era ipotizzato che “gli attentati con mezzi esplosivi possono essere incrementati”. Il 5 novembre l’intelligence militare scrisse in un rapporto che “un gruppo di terroristi di nazionalità siriana e yemenita si è trasferito nella città di Nassiriya”.
Intorno alle 10 e 40 del 12 novembre un camion-cisterna si avvicinò alla base attraversando il punte sull’Eufrate. All’altezza della base girò a sinistra, puntando verso il vecchio edificio della Camera di Commercio. A bordo c’erano due persone: un autista e un uomo armato che si sporse verso l’esterno e cominciò a sparare contro il posto di guardia all’ingresso della base.
Il camion proseguì, sfondando la barra di metallo all’ingresso, mentre il militare italiano di guardia rispondeva sparando. Il camion si bloccò pochi metri dopo, scontrandosi contro gli hesco bastion che delimitavano il parcheggio della base (gabbioni di materiali vari che di solito vengono riempiti di sabbia o terra che si utilizzano per creare ripari e terrapieni). Nonostante la velocità e il peso del mezzo, il camion si bloccò subito dopo aver superato i gabbioni e lì esplose, a circa 25 metri dalla palazzina.
Secondo le ricostruzioni successive, sul camion c’erano almeno 150, forse 300 chilogrammi di esplosivi. L’edificio della Camera di Commercio venne sventrato dall’esplosione, le finestre andarono in pezzi nel raggio di centinaia di metri e persino la base Libeccio, piuttosto distante, ne fu danneggiata. La forza dell’esplosione scagliò tutto intorno la ghiaia che riempiva gli hesco bastion (di solito si usa la sabbia) e fece saltare in aria anche la riserva di munizioni della base: le indagini successive rivelarono che diversi corpi furono colpiti da proiettili italiani.
Morirono in tutto 28 persone. Dodici erano carabinieri di stanza nella base, cinque erano militari e due civili (un regista che si trovava a Nassiriya per girare un documentario, la cui storia venne raccontata nel libro 20 sigarette a Nassiriya, e un cooperante internazionale). Morirono anche nove iracheni, compresi i due attentatori. Altri 20 italiani rimasero feriti, oltre ad almeno un centinaio di civili iracheni.
La camera ardente per tutti gli italiani morti venne allestita nel Sacrario delle Bandiere del Vittoriano, dove fu oggetto di un lungo pellegrinaggio di cittadini. I funerali di Stato si svolsero il 18 novembre 2003 nella basilica di San Paolo fuori le mura, a Roma, officiati dal cardinale Camillo Ruini, alla presenza delle più alte autorità dello Stato, e con vasta (circa 50.000 persone) e commossa partecipazione popolare; le salme giunsero nella basilica scortati da 40 corazzieri a cavallo. Per quel giorno fu proclamato il lutto nazionale.
Dopo l’attentato vennero aperte diverse inchieste per accertare chi fossero i responsabili dell’attacco e se ci fossero state negligenze da parte dei comandi militari nel prevedere l’attacco e nel difendere adeguatamente la base Maestrale. Le inchieste sui terroristi hanno indicato come probabili responsabili gruppi sunniti arrivati a Nassiriya poco prima dell’attacco. Si ritiene che l’attentato sia stato progettato da gruppi vicini ad al-Qaida e al leader islamista Abu Musab al-Zarqawi.
L’inchiesta sulle responsabilità dei militari italiani è stata lunga e complessa e ha coinvolto diversi ufficiali tra cui i due generali responsabili del settore, Vincenzo Lops e Bruno Stano, oltre al comandante della base, il colonnello Georg Di Pauli. Con la sentenza del 20 gennaio 2011 la Corte di Cassazione confermò quella della corte d’appello militare che aveva assolto tutti e tre gli ufficiali da ogni responsabilità penale, ma rinviò il caso alla giustizia civile per il risarcimento dei danni ai familiari delle vittime.
La Cassazione, in questa come in altre sentenze che hanno riguardato il caso, stabilì che erano state sottovalutate le avvisaglie di un attacco imminente e che non erano state prese le adeguate misure per contrastarlo. Ad esempio: all’ingresso della base non era stato costruito un percorso obbligatorio a zig-zag per evitare che un mezzo potesse lanciarsi a grande velocità nel parcheggio della base, la riserva di munizioni non era stata adeguatamente protetta, mentre gli hesco bastion erano stati riempiti di ghiaia e non di sabbia come sarebbe stato più prudente in caso di pericolo di attentati.
Nei tre anni successivi a Nassiriya le truppe italiane furono impegnate in molti altri combattimenti e coinvolte in altri attentati. Nell’aprile 2004 ci fu la cosiddetta “battaglia dei ponti”, uno scontro con i ribelli iracheni durato 18 ore intorno ai due principali ponti della città. Nell’aprile 2006 quattro militari italiani e un rumeno vennero uccisi da una bomba mentre si trovavano su un veicolo in pattugliamento.
Nell’ultimo periodo di permanenza a Nassiriya gli attacchi divennero sempre più numerosi con lanci di missili e colpi di mortaio sparati contro la base fuori città. L’operazione Antica Babilonia terminò ufficialmente il primo dicembre 2006, quando l’esercito americano tornò ad occupare la città di Nassiriya. In tutto, 33 italiani furono uccisi nel corso della missione.


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