Cerca nel web

Visualizzazione post con etichetta Iran. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Iran. Mostra tutti i post

lunedì 22 settembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 22 settembre.

Il 22 settembre 1980 ha inizio la guerra tra Iran e Iraq.

Il 20 agosto del 1988 entrò in vigore il cessate il fuoco che mise fine al conflitto tra l’Iran dell’ayatollah Khomeini e l’Iraq di Saddam Hussein. La guerra era scoppiata otto anni prima, quando l’esercito iracheno aveva invaso a sorpresa il sud dell’Iran. Fu una delle guerre più sanguinose, lunghe e inutili della storia del Medio Oriente.

Saddam Hussein aveva lanciato l’attacco nell’estate del 1980 sperando di ottenere una rapida vittoria. Nei suoi piani, la guerra gli avrebbe consentito di impadronirsi di nuovi territori ricchi di petrolio e di destabilizzare la teocrazia iraniana. La religione fu uno dei fattori determinanti della guerra anche se già nel corso degli anni Sessanta e Settanta c’erano stati scontri minori per ragioni di confine.

In Iran nel 1979 il governo filo-occidentale dello scià Mohammad Reza Pahlavi era stato rovesciato da una rivoluzione che aveva instaurato una teocrazia sciita. L’Iraq si reggeva all’epoca su un delicato equilibrio tra la minoranza sunnita, di cui faceva parte lo stesso Saddam Hussein, e la maggioranza sciita. Per Saddam Hussein la situazione era diventata insomma delicata e pericolosa: un Iran governato dal clero sciita poteva rappresentare un richiamo per gli sciiti dell’Iraq e spingerli a compiere una rivoluzione simile a quella che aveva rovesciato lo scià. Con un attacco preventivo Saddam Hussein sperava di destabilizzare il nuovo regime iraniano, rendere più sicuri i suoi confini e trasformare l’Iraq nella potenza egemone del Medio Oriente.

Il 1980 sembrava il momento migliore per attaccare. Sotto lo scià l’esercito iraniano era diventato il più potente di tutta la regione. Era molto più numeroso di quello iracheno – all’epoca l’Iraq aveva circa 17 milioni di abitanti, mentre l’Iran ne aveva più di 50 – ed era dotato di moderni mezzi militari forniti dagli Stati Uniti. Tra il 1979 e il 1980, però, subito dopo la rivoluzione, decine di generali e migliaia di ufficiali, di piloti dell’aviazione e di tecnici erano stati processati, giustiziati, degradati o erano fuggiti all’estero per via della loro vicinanza al vecchio regime. Inoltre i rapporti con gli Stati Uniti si erano interrotti ed era impossibile ottenere dalle industrie statunitensi i pezzi di ricambio per i moderni aerei da combattimento e per gli altri mezzi acquistati negli anni precedenti.

Il 22 settembre del 1980 l’esercito iracheno attraversò il confine tra i due paesi senza incontrare resistenza. Ci furono avanzate nel nord e al centro ma la spinta principale venne compiuta a sud, nella regione del Khouzestan. Si trattava di un’area ricca di petrolio, con una forte presenza di arabi (la maggioranza degli iraniani sono invece persiani) e vicina al mare. Uno degli obiettivi di Saddam Hussein era proprio allargare l’accesso al mare del suo paese, che all’epoca era costituito da uno stretto corridoio largo poche decine di chilometri, a sud della grande città di Bassora.

L’esercito iracheno avanzò per circa un anno e mezzo. Non ci furono grandi battaglie perché l’esercito iracheno non aveva un nemico da combattere: l’Iran stava lentamente mobilitando il suo gigantesco esercito al sicuro, molto lontano dal fronte.

Nel marzo del 1982 il comando dell’esercito iraniano venne trasferito dai militari di professione al clero. La mobilitazione era oramai pronta: l’Iran aveva meno carri armati, elicotteri e cannoni – la gran parte erano bloccati nei depositi perché non c’erano i tecnici per farli funzionare. Ma gli iraniani avevano almeno un vantaggio: potevano schierare più di 350 mila soldati – sarebbero diventati 900 mila alla fine della guerra – cioè due uomini per ognuno dei soldati che poteva schierare l’Iraq. Da quel momento fino alla fine della guerra l’Iraq fu costretto a restare sulla difensiva, subendo le gigantesche ondate degli assalti della fanteria iraniana e ritirandosi lentamente.

All’inizio della guerra i leader iraniani decisero di non schierare al fronte le unità dell’esercito regolare. I religiosi non si fidavano della lealtà dell’esercito e preferirono impegnare le unità della Guardia Rivoluzionaria: volontari che spesso avevano ricevuto un addestramento sommario. Le loro unità non erano guidate da ufficiali di professione ma dai mullah e da altri religiosi che tenevano preghiere e canti rituali prima di mandare le truppe all’attacco.

In queste condizioni non era possibile elaborare strategie molto complicate – manovre di mezzi corazzati, attacchi sui fianchi, sbarchi aerei. I comandanti iraniani si limitavano a lanciare all’assalto frontale ondate su ondate di Guardie Rivoluzionarie, a volte precedute da lunghi bombardamenti di artiglieria. L’esercito iraniano subì perdite enormi ma dopo pochi mesi riuscì a respingere gli iracheni dal territorio iraniano e a mettere sotto assedio la città di Bassora.

Gli iracheni avevano un esercito più moderno e professionale di quello iraniano e ricevevano aiuti – sempre più consistenti mano a mano che la guerra procedeva – da molti paesi arabi, europei e dagli Stati Uniti. Ma anche la loro conduzione della guerra non era particolarmente professionale. Si racconta che i piloti dei carri armati di fabbricazione sovietica T62 spesso non erano in grado di utilizzare il complicato sistema computerizzato che aiutava a puntare il cannone. Erano costretti a prendere la mira senza aiuti elettronici, come si faceva quarant’anni prima durante la Seconda guerra mondiale.

In parte per rimediare a queste mancanze e per sopperire alla loro inferiorità numerica, gli iracheni utilizzarono spesso armi chimiche – fabbricate utilizzando componenti comprati da aziende europee o americane. Si calcola che probabilmente tra i 50 mila e i 100 mila iraniani, tra militari e civili, furono uccisi dalle armi chimiche irachene.

Gli iracheni utilizzarono gas nervini, che anche in piccola quantità erano in grado di uccidere velocemente. Ma ben peggiori erano i gas vescicanti, in grado di produrre ustioni chimiche al contatto con la pelle. Raramente gli agenti vescicanti erano in grado di uccidere, ma producevano ferite terribili. I soldati avversari venivano resi inoffensivi e l’esercito iraniano era costretto a impiegare risorse per prendersi cura dei feriti.

Anche gli iraniani utilizzarono metodi di guerra particolarmente cruenti. L’esercito iraniano aveva difficoltà a utilizzare i mezzi meccanici e moderni, quindi per svolgere qualsiasi compito erano necessari moltissimi soldati – impiegati anche come costruttori e operai. Per sopperire a questa necessità di personale vennero arruolati decine di migliaia di bambini: fino a dieci anni, secondo alcune testimonianze.

Alcuni giornalisti raccontarono i ruoli atroci a cui erano spesso destinati i bambini soldato. Troppo piccoli e deboli per essere utilizzati in combattimento, venivano inviati a ripulire i campi minati. Un giornalista dell’Europa dell’est raccontò di aver visto bambini legati a gruppi di dieci – per evitare che qualcuno di loro potesse tirarsi indietro – mandati a correre sui campi minati per aprire una strada alle ondate degli assalti.

Nessuno dei due contendenti mostrò particolare rispetto nei confronti dei civili. A partire dal 1984 le città iraniane e irachene subirono bombardamenti sempre più pesanti. Nessuno dei due eserciti aveva le risorse tecniche, e nemmeno la volontà, per colpire soltanto gli obiettivi militari. Le campagne di bombardamento vennero portate avanti con missili balistici molto imprecisi o con bombardamenti a tappeto. L’unico scopo di questi attacchi era uccidere civili e di piegare il morale della popolazione.

Molti storici e analisti sono concordi nel sostenere che l’Iraq riuscì a resistere così a lungo all’esercito iraniano grazie agli ingenti aiuti economici che ricevette durante la guerra. I principali finanziatori dell’Iraq furono l’Arabia Saudita, il Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti. Ma anche gli Stati Uniti e vari paesi europei finanziarono l’Iraq tra il 1980 e il 1988. Poco meno di metà di tutti i finanziamenti all’Iraq durante la guerra proveniva da paesi occidentali. Nello stesso periodo si calcola che Francia, Cina e Russia furono responsabili del 90 per cento delle esportazioni di armi in Iraq.

Gli Stati Uniti favorirono questo flusso di armi rimuovendo alcune sanzioni che avevano colpito l’Iraq negli anni precedenti, anche se spesso le consegne di armi violavano le leggi internazionali. Inoltre fornirono informazioni e altri dati di intelligence all’esercito iracheno.

Nel 1984 la guerra tra i due paesi si estese al Golfo Persico, il braccio di mare su cui si affacciano entrambi i paesi. L’aviazione irachena attaccò più volte le petroliere che partivano dai porti iraniani, una volta colpendo per errore una fregata americana. Gli iraniani minarono le acque del Golfo Persico e lanciarono attacchi con la loro flotta contro le petroliere che partivano dall’Iraq. Gli Stati Uniti stabilirono che il comportamento iraniano violava gli accordi internazionali di libera navigazione e schierarono numerose navi nel golfo, arrivando più volte a scontrarsi direttamente con la flotta iraniana.

L’Iran ricevette pochi aiuti internazionali, principalmente dalla Libia e dalla Corea del Nord. Nel 1986 si scoprì che anche gli Stati Uniti avevano fornito all’Iran alcune armi all’interno di un complesso scambio di armi in cambio di denaro e ostaggi: il denaro ottenuto finiva poi a finanziarie alcuni movimenti di guerriglia in Nicaragua. È il cosiddetto “scandalo Iran-Contras”, dal nome dei guerriglieri che vennero finanziati.

Nel 1988 l’esercito iracheno riuscì a organizzare alcuni attacchi con criteri moderni ed efficienti e l’esercito iraniano subì pesanti sconfitte. Queste vittorie accelerarono la fine della guerra, ma da tempo Saddam Hussein sapeva che non avrebbe più potuto vincere: subito dopo essere stato respinto, nel 1982, tentò di negoziare una pace, ma gli iraniani posero come condizione le sue dimissioni e ingenti riparazioni di guerra. Saddam Hussein non accettò.

Dopo le vittorie irachene del 1988, però, anche la teocrazia iraniana comprese che non sarebbe riuscita a ottenere la vittoria definitiva che sperava. L’esercito iracheno era tecnicamente più potente e riceva aiuti e armi moderne dai suoi alleati. Inoltre, per quanto la propaganda iraniana celebrasse il coraggio dei suoi martiri-bambini e lo spirito di sacrificio dei suoi soldati, la realtà era molto diversa: spesso le truppe iraniane si erano arrese in massa o si erano rifiutate di compiere assalti suicidi.

Nell’agosto del 1988 l’Iran accettò la risoluzione 598 dell’ONU e il 20 agosto i due paesi firmarono il cessate il fuoco. L’ONU inviò 350 osservatori a sorvegliare tutta la linea del fronte, per evitare che nuovi scontri facessero riesplodere il conflitto. La guerra era durata otto anni e aveva causato enormi danni economici a entrambi i paesi. Non si è mai saputo quanti furono i morti. Le stime oscillano tra i 500 mila e un milione, con almeno un altro milione di mutilati, in gran parte iraniani.

Con la pace l’Iraq ottenne alcuni piccolissimi incrementi territoriali nel sud dell’Iran, insignificanti rispetto agli obiettivi della guerra. Pochi mesi dopo il conflitto Saddam Hussein rinunciò anche a questa piccola conquista, che cedette all’Iran in cambio della sua neutralità nella nuova guerra che stava preparando: l’invasione del Kuwait che tre anni dopo avrebbe portato alla Prima guerra del Golfo.

martedì 16 settembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 16 settembre.

Il 16 settembre 1941 Mohammad Reza Phalavi diventa lo Scià di Persia dopo l'abdicazione del padre.

In Iran, prima della rivoluzione khomeinista, regnava lo scià di Persia tra feste di lusso, tirannia e diplomazia. Un ritratto in bianco e nero, a luci e ombre, quello che emerge dalla storia dello scià di Persia, Mohammad Reza Pahlavi. 

Un passato che sa di leggenda, che invece è reale, ben radicato nella storia contemporanea. Nell’immaginario collettivo è sinonimo di ricchezza e di opulenza all’estero, ma di dispotismo e assolutismo in patria, in Iran.

Iran e Persia erano, agli occhi degli occidentali della scorsa generazione, sinonimo di lusso, opulenza, sfarzo, mondanità. Merito della bella vita dello scià di Persia Mohammad Reza Pahlavi, con i suoi viaggi, le sue feste, le sue bellissime tre mogli. Nel 1939 sposa Fawzia, sorella di Faruq I d’Egitto, da cui divorziò dieci anni dopo e dalla quale ha una figlia. Soraya, sposata il 12 febbraio 1951 a Teheran a soli 19 anni, grande e tormentato amore, con l’abito della sposa disegnato da Dior cosparso di oltre 6.000 diamanti… e infine ripudiata, perché sterile. E poi Farah Diba, sposata il 20 dicembre 1959.

È ricca di contrasti, di luci e ombre, la sua storia politica e personale, tra le due date fondamentali: il 16 settembre 1941 quando a ventidue anni viene incoronato scià – re, imperatore (con una manovra di Stalin e Churchill, preoccupati della deriva delle relazioni della nazione con la Germania nazista) – e il 16 gennaio 1979 quando lascia per sempre l’Iran. Ripara in America, per morire un anno e mezzo dopo in Egitto, al Cairo.

Nel mentre, la Guerra fredda tra Urss e Stati Uniti, i contatti diplomatici su ambo i fronti, gli accordi sotterranei, le feste, le contestazioni e la rivoluzione islamica. La parabola di un soldato, autoproclamatosi re della Persia, come allora si chiamava l’Iran, e diventato un tiranno. Ma capace di imprimere riforme necessarie al Paese. Ha incontrato tutti, la regina Elisabetta, Truman, Eisenhower, Chirac, Giscard d’Estaing, Leone, Brezhnev, Kennedy, Carter, Nixon, Kissinger, Indira Gandhi, il re di Spagna, Walt Disney.

Durante il suo regno, l’Iran festeggia i 2.500 anni di continua monarchia dalla fondazione dell’impero persiano di Ciro II di Persia (590 a.C. – 529 a.C). Con la sua Rivoluzione bianca – una serie di riforme sociali ed economiche volte a trasformare l’Iran in una superpotenza mondiale – dà un impulso di modernità alla nazione, nazionalizzando le risorse naturali ed estendendo il suffragio alle donne. Ma il contrasto tra la povertà del popolo e l’ostentazione delle sue ricchezze è sempre stridente. Pur essendo musulmano, poi, comincia gradualmente a perdere l’appoggio del clero sciita, particolarmente per la sua spinta verso la modernità e la mondanità, la laicizzazione dello Stato, il conflitto con la classe dei mercanti Bazaari e per il fatto di aver riconosciuto Israele. Gli attriti con gli estremisti islamici, l’aumento dell’attività dei comunisti e, nel 1953, lo scontro col primo ministro Mohammad Mossadeq sulle concessioni petrolifere inglesi – sfociato nell’estromissione di Mossadeq– causano un’involuzione autocratica nel suo stile di governo. Il partito comunista Toodeh viene bandito, i dissidenti politici minacciati o addirittura eliminati dal famigerato servizio segreto Savak. Amnesty International riporta che in Iran c’erano almeno 2.200 prigionieri politici nel 1978. La tensione si trasforma in una rivoluzione che obbliga lo scià a lasciare l’Iran. Poco dopo, le forze rivoluzionarie trasformano il governo in una repubblica islamica.

Lo scià morì di tumore nel 1980 al Cairo: si era trasferito in Egitto visto che la sua presenza negli Usa, dove era fuggito nel gennaio 1979, venne presa come pretesto per l’assalto di novembre all’ambasciata americana in Iran e il sequestro del personale diplomatico.

Per molti occidentali è dunque stato il sovrano illuminato di un regno da mille e una notte. In patria era odiato per i metodi assolutistici, la persecuzione delle opposizioni, l’alleanza con Stati Uniti e Gran Bretagna, lo sfarzo della gigantesca corte. Anche per tutto questo sarà deposto dalla rivoluzione islamica guidata dall’ayatollah Khomeini.

Nel 1958 lo scià, pur di non ripudiare Soraya, l’amore della sua vita, designa come suo erede il fratello Alì, che però muore poco dopo in un incidente aereo. Non avendo altra via d’uscita, il 6 aprile 1958 viene dato l’annuncio ufficiale del ripudio. Il sovrano appare affranto e il dolore che Soraya prova per la separazione dall’uomo che ama profondamente, resterà visibile nel suo sguardo fino alla sua morte e sarà ricordata come “la principessa dagli occhi tristi”. Leila Pahlavi, la più piccola tra i cinque figli dello scià, venne trovata morta l’11 giugno 2001 a Londra, dopo una lunga depressione. Il secondogenito Ali Reza Pahlavi, 44 anni, è morto suicida nel 2011. Oggi c’è Reza Ciro Pahlavi, il primogenito dello scià, che da anni rivendica il suo diritto al trono, uno degli ultimi discendenti diretti della dinastia assieme alla sorella Farahnaz e alla sorellastra Shahnaz (nata dal primo matrimonio dello scià con Fawzia d’Egitto, sorella del re Faruk).

Non sono trascorsi secoli, eppure quasi nessuno ricorda più questo Iran.


venerdì 17 novembre 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 novembre.
Il 17 novembre 1979 nell'ambito della crisi degli ostaggi americani a Teheran, l'ayatollah Khomeini ordina che 13 donne e un uomo tra i sequestrati vengano rilasciati.
Dal 4 novembre 1979 al 20 novembre 1980, l'America visse col fiato sospeso per la cattura di 52 diplomatici dell'ambasciata statunitense a Teheran, capitale dell'Iran. Nel 1979, l'Ayatollah Ruhollah Khomeini, massima autorità religiosa nell'Iran (paese islamico a maggioranza sciita), guidò la rivolta contro lo Shah (il re) di Persia (antico nome dell'Iran) Mohammad Reza Pahlavi, trasformando il paese da monarchia in teocrazia.
Le rivolte contro lo Shah iniziarono nel gennaio del 1978. Il 1° febbraio dell'anno successivo Khomeini ritornò a Teheran dove venne accolto come capo indiscusso del paese. Undici giorni dopo l'esercito fedele allo Shah si arrese alle truppe ribelli e il 1° aprile 1979, con un referendum popolare, l'Iran fu proclamata Repubblica Islamica.
Per molti storici, la rivoluzione iraniana costituì un evento di massima rilevanza per il fondamentalismo islamico che, per la prima volta nella storia, da movimento religioso d'opposizione, diventava forza politica. Sin dai primi scontri tra milizie governative e ribelli islamici, Pahlavi lasciò il paese per un primo periodo d'esilio in Egitto. Ma, nel 1979, quando le sue condizioni di salute si aggravarono, lo Shah dovette riparare negli Stati Uniti per ricevere un trattamento medico adeguato.
L'episodio ebbe un'eco molto pesante all'interno del movimento rivoluzionario iraniano, e con molta probabilità fu la scintilla che portò al rapimento dei 55 ostaggi americani. Il 4 novembre 1979 alle 6:30, un folto gruppo di studenti islamici, seguaci di Khomeini, irruppe nell'ambasciata americana a Teheran prendendo in ostaggio l'intero corpo diplomatico.
Sei americani riuscirono a riparare nelle vicine ambasciate svizzere e canadesi e tornarono negli States il 28 gennaio 1980 usando passaporti canadesi. I sequestratori, dichiarandosi solidali con le minoranze oppresse e per il ruolo speciale delle donne nell'Islam, liberano pochi giorni dopo un diplomatico afroamericano e 13 donne. Nel luglio 1980, fu liberato il viceconsole americano, Richard Queen, dopo che gli fu diagnosticata una forma di sclerosi multipla.
Subito iniziarono le trattative diplomatiche, ma senza grandi successi. Così, il 24 aprile 1980, l'amministrazione Carter lanciò l’operazione militare Eagle Claw per liberare gli ostaggi, ma fu l’ennesimo fallimento, se si considera che nelle operazioni persero la vita anche otto soldati. Solo il 19 gennaio 1981 la diplomazia americana e quella iraniana siglarono una serie di accordi ad Algeri, in cui gli Usa si impegnavano a non interferire nella politica interna del paese mediorientale. Artefice degli accordi fu Warren Minor Christopher, futuro segretario di stato della prima amministrazione Clinton. Il 20 gennaio 1981, poche ore dopo l’elezione del nuovo presidente Ronald Reagan, i 52 ostaggi tornarono negli Stati Uniti.
Nel 1989 la politologa Barbara Honegger pubblicò un libro, October Surprise, che fece molto scalpore. Ex collaboratrice per le pari opportunità dell'amministrazione Reagan dal 1980 al 1983, la Honegger accusava alcuni membri del comitato elettorale del futuro presidente di aver trattato un accordo segreto con la Repubblica Islamica di Iran, generalmente chiamato proprio October Surprise.
La Honegger accusava William Casey e altri collaboratori di Reagan di aver incontrato, tra luglio e agosto 1980 all'Hotel Ritz di Madrid, una delegazione iraniana per ritardare la consegna degli ostaggi fino al giorno delle elezioni presidenziali, il 20 novembre dello stesso anno. Nei sondaggi, Reagan era in netto vantaggio sul suo avversario, l’allora presidente Jimmy Carter. Secondo la Honegger il rischio di una consegna degli ostaggi avrebbe potuto aumentare la popolarità di Carter (una sorpresa d’ottobre, appunto), il cui team stava negoziando con le autorità iraniane. In cambio, Casey avrebbe promesso sostanziosi aiuti militari all'Iran.
Anche il settimanale Newsweek e il quotidiano New York Times intrapresero una serie di indagini, portando alla luce alcuni documenti appartenuti allo staff del presidente riguardanti la crisi iraniana del 1979. Ma diversamente da quanto era successo per lo scandalo Watergate, le indagini delle due testate giornalistiche non incrinarono minimamente la popolarità di Reagan che, anche dopo il più grave scandalo Iran-Contra, finì i suoi due mandati in un vero e proprio bagno di folla.
Secondo quanto riportato dai media americani nel 2005, tra i sequestratori del 1979 figurava anche un giovane Mahmoud Ahmadinejad, attuale presidente iraniano. Da Teheran giunse immediatamente la smentita. Anzi, Abbass Abdi, leader dell’operazione all’ambasciata americana, disse che Ahmadinejad "voleva unirsi a noi, ma ci rifiutammo di lasciarlo entrare nell’ambasciata". Le stesse deposizioni dei sequestrati sono discordi su un’ipotetica partecipazione dell’attuale presidente iraniano, oggi nemico numero uno di Washington.

sabato 12 febbraio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 febbraio.
Il 12 febbraio 1951 a Teheran ha luogo il sontuoso matrimonio tra Soraya e Reza Phalavi, lo scià di Persia.
La vita di una ragazza normale viene stravolta all'improvviso dalla notizia che lo Scià di Persia ha visto la sua foto e vuole conoscerla. Inizia così, nel 1950, una delle storie d'amore più celebri del Novecento; la storia di un uomo e una donna innamorati costretti dalla ragion di stato e dal potere a rinunciare al loro amore.
Soraya, è il nome arabo di una costellazione, nasce ad Isfahan, figlia del capo della nobile tribù degli Esfandiari Bakhtiari che per 17 generazioni avevano dominato sui territori più ricchi di petrolio della Persia.
È stato il padre di colui che sposerà ad espropriarlo delle sue terre, costringendolo a riparare in Germania, dove aveva accumulato una fortuna.
La madre è la tedesca Eva.
Soraya studia in Svizzera, in collegi scelti, si dice sogni di diventare attrice.
Ha diciotto anni quando la sua vita subisce una svolta: lo Scià ripudia la prima moglie Fawzia, sorella di Faruk re d'Egitto, perché gli ha dato solo una figlia femmina e non l'erede maschio, e il primo ministro persiano, Mossadeq, gli mostra un album di fotografie delle possibili, nuove spose.
Secondo altre versioni, fu Shams, sorella dello Scià, a mostrargli la fotografia della ragazza che aveva conosciuto a Parigi. Comunque sia, la scelta cade su Soraya, detta Raya, e il matrimonio è combinato.
Il 12 febbraio del 1951 la quasi diciannovenne Soraya sposa il trentaduenne Muhammad Reza Pahlavi.
Lei è reduce da una febbre tifoidea, indossa un abito di Dior tempestato di 6.000 brillanti, veri, che pesa dai quindici ai venti chili, le versioni sono discordi, e nel corso della lunga cerimonia, forse anche per il profumo soffocante dei quintali di fiori fatti venire appositamente dall'Olanda, sviene tre volte. Sarà lo Scià ad autorizzare una dama del seguito a tagliare parte dello strascico.
Il matrimonio combinato si rivela un matrimonio d'amore, i due si amano appassionatamente anche se, per questioni di etichetta, si danno del lei anche nell'intimità, quando si leggono poesie: lei gli declama Verlaine in francese e lui risponde con Omar Khayyam.
Ma i figli non arrivano e per Soraya inizia la peregrinazione tra i luminari mondiali.
Intanto, lo Scià è costretto all'esilio.
Il primo ministro Mossadeq lo esautora e, in seguito ad una sollevazione popolare, il 16 agosto 1953 la coppia è costretta alla fuga.
Sono a Roma dove alloggiano al quarto piano dell'hotel Excelsior, assediati dai fotografi. Nel corso di un'intervista, lo Scià proclama di avere due fedi: "il Corano e Soraya".
Rientrano in Iran il 22 agosto, quando Mossadeq è arrestato dal generale Zahedi, ma i figli continuano a non arrivare. Secondo quanto detto e scritto da Soraya, lei non aveva alcuna imperfezione fisica, semplicemente non arrivavano.
Poiché lo Scià l'ama appassionatamente, e lei lo ricambia, per salvare il matrimonio si ventilano due ipotesi.
La prima è designare erede al trono il fratello minore dello Scià, Alì, ma questi muore in un incidente aereo.
La seconda: lui avrebbe sposato un'altra donna, la poligamia è ammessa, che avrebbe ripudiato non appena gli avesse dato il sospirato maschio.
Soraya, nata persiana ma cresciuta europea, rifiuta questo compromesso umiliante.
Nel febbraio del 1958 lei si trasferisce in Europa dai genitori, il 14 marzo lo Scià dà al mondo l'annuncio del ripudio.
È commosso, quasi piange e la chiama "sposa adorata".
Soraya torna libera con il titolo di principessa imperiale, doni da mille e una notte e un ricchissimo appannaggio che, però, per contratto perderà se passerà a nuove nozze.
Lo Scià si risposa, ha i figli maschi da designare eredi di un trono che perderà qualche anno dopo.
E Soraya, con l'etichetta di "principessa triste" appiccicatole dai giornali, entra a far parte della flora, o fauna, della dolce vita romana, internazionale.
Soraya visse il resto della sua vita in un esilio dorato, protagonista della vita mondana internazionale. Ha raccontato la sua storia in un'autobiografia dal titolo "Il palazzo della solitudine".
Recitò nel film del 1965 I tre volti accanto ad Alberto Sordi, dove conobbe e si innamorò del regista italiano Franco Indovina. Dopo la morte di Indovina, avvenuta nel 1972 nell'incidente aereo di Montagna Longa a Palermo, Soraya trascorse il resto della sua vita girovagando per l'Europa soggiornando in incognito spesso anche a Taormina e partecipando ad alcuni eventi mondani (festival del cinema in particolare). Nonostante fosse ormai una vera diva del jet-set, era diventata celebre per la sua depressione.
Morì per cause naturali nel 2001 all'età di 69 anni, e venne seppellita a Monaco. I suoi beni furono venduti ad un'asta a Parigi. Tra questi anche il suo abito da sposa, creato da Christian Dior, valutato 1,2 milioni di dollari.
La vita di Soraya ha ispirato romanzi e anche canzoni, come Je Veux Pleurer Comme Soraya (Voglio piangere come Soraya) di Françoise Mallet-Jorris e "L'amore ha i tuoi occhi", struggente motivo eseguito in italiano da Bruno Filippini.

lunedì 1 febbraio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il primo febbraio.
Il primo febbraio 1979 torna a Teheran, dopo un esilio durato 15 anni, l'ayatollah Khomeini.
Ruhollah M. Khomeini, l'imam che guidò la rivolta degli sciiti iraniani contro lo scià Reza Pahlevi, era nato nel 1902. Studiò nella città santa di Qom e assistette alla profanazione della moschea di Fatima ad opera del fondatore della stessa dinastia dei Pahlevi, Reza Khan, nel 1927.
Contrastò sempre con molta forza l'occidentalizzazione e il conseguente "ammodernamento" dell'Iran, che provocava gravi problemi sociali. Tutto ha inizio nel 1945, quando lo Scià Reza Shah accusato di germanofilia, e dopo avere coinvolto il Paese nella seconda guerra mondiale, abdicò in favore del figlio Mohammad Reza, ritirandosi di fronte alla duplice occupazione anglo-russa. Cessata l'occupazione, l'Iran ebbe inizialmente una ripresa costituzionale e di libertà democratiche, subito soppresse però da Mohammad Reza. Ma una sorta di unanimità nazionale si costituì sul problema dell'indipendenza economica, culminata nella nazionalizzazione del petrolio e nel conflitto con la Gran Bretagna (1950-51). La vittoria ottenuta dal primo ministro M.H. Mussadeq (1951/53) con l'estromissione degli inglesi apriva nuove possibilità. Una grave crisi politica generata dal contrasto tra lo scià e il primo ministro si concluse nella primavera del 1953 con la caduta di Mussadeq: lo scià Mohammad Reza cominciò così ad assumere un ruolo sempre più attivo nell'amministrazione dello Stato grazie al cospicuo aiuto finanziario degli stati Uniti, in modo che l'Iran fu posto in condizioni di superare le gravi difficoltà finanziarie, poi ancor più sistemate grazie agli introiti derivanti dal petrolio. Nel complesso, dunque, si può dire che a quell'epoca l'Iran aveva senza dubbio un orientamento decisamente filo-occidentale.
Per altri versi, però, i cambiamenti avvenuti nella società iraniana erano del tutto insoddisfacenti. Ad esempio, la sperequazione sociale tendeva ad aumentare, escludendo dai profitti non solo gli strati popolari e la classe operaia, ma anche i ceti medi, professionisti e commercianti, già privati dell'accesso a qualsiasi forma di potere decisionale. A tutto ciò faceva riscontro una durissima repressione sulla vita culturale e politica del Paese da parte dello Scià. A partire dal 1977 si verificò una forte crescita del movimento di opposizione al regime, la cui direzione venne rapidamente conquistata dai religiosi sciiti dell'Ayatollah Khomeini che, a seguito della sua attività di opposizione era stato precedentemente arrestato ed espulso. Trovato rifugio in Francia, da lì continuava a produrre discorsi che poi faceva pervenire nel suo Paese, a sostegno di coloro che, dall'interno, lottavano contro il regime dispotico dei Pahlevi.
Nell'autunno 1978, nonostante sanguinose repressioni, lo scià si vide costretto a lasciare l'Iran mentre l'esercito si disgregava. Nel 1979 lo scià venne definitivamente deposto e Khomeini poté così insediare una Repubblica islamica. Il suo ritorno fu salutato da esplosioni di gioia tra gli sciiti. L'ayatollah nominò un governo provvisorio e assunse la direzione effettiva del Paese. Il 1° aprile, a seguito di referendum, fu proclamata la Repubblica Islamica dell'Iran e in dicembre un altro referendum approvò una nuova costituzione che prevedeva una guida religiosa del paese (tale carica fu attribuita a vita a Khomeini).
Intanto, nel settembre 1980 l'Iraq diede inizio alle ostilità contro l'Iran, riaprendo antiche questioni territoriali. L'offensiva venne bloccata e diede origine ad un sanguinoso conflitto terminato solo nel 1998. All'interno del Paese, intanto, le elezioni del 1980 videro la vittoria del Partito repubblicano islamico (PRI). Le elezioni legislative del 1984 sancirono il carattere di stato a partito unico ormai assunto di fatto dall'Iran, ma nel 1987 anche il PRI veniva sciolto dall'Ayatollah Khomeini, che dichiarava esauriti i suoi compiti.
Dal 1988 pertanto, le elezioni videro la partecipazione di candidati non più legati a vincoli di partito, anche se facenti parte a gruppi e correnti diverse nell'ambito del regime islamico. Le elezioni presidenziali dell'agosto 1985 confermarono capo dello stato Ali Khamenei (eletto per la prima volta nel 1981); nel 1989 questi succedeva a Khomeini, morto in giugno, quale guida religiosa del Paese, e, alla presidenza della Repubblica, veniva eletto A. RafsanJani. Una riforma costituzionale, approvata tramite referendum nello stesso anno, aboliva la carica di primo ministro e rafforzava i poteri presidenziali.
I negoziati di pace tra Iran e Iraq, avviati dopo il cessate il fuoco dell'agosto 1989, rimasero di fatto bloccati fino all'agosto 1990, quando la crisi internazionale apertasi con l'occupazione del Kuwait da parte dell'esercito iracheno induceva Baghdad a riconoscere la sovranità iraniana su alcuni territori. Ciò consentì la riapertura di relazioni diplomatiche fra i due paesi nel settembre del 1990.

Cerca nel blog

Archivio blog