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mercoledì 9 luglio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 9 luglio.

Il 9 luglio 2004 la Commissione Americana al Senato sui servizi di Intelligence assolve la Casa Bianca, poiché la decisione di attaccare l'Iraq sulla base delle (false) notizie sulla presenza nel Paese di armi di distruzione di massa era basata su rapporti falsati.

Dopo che Saddam Hussein era stato praticamente solleticato a prendersi il Kuwait, e dopo che l'Iraq si era svenato per dieci anni in una guerra contro l'Iran, la mossa gli scatenò contro la più grande coalizione militare della storia ai tempi di Bush senior nel 1991.

Poi, nel 2003, c'era da finire il lavoro e il segretario di stato Powell si presentò all'Onu con la storia delle armi di distruzione di massa. E il lavoro fu finito. Però, sul campo tali armi non vennero mai trovate e solo nel 2010 si insinuò che forse non c'erano mai state. Ma ormai le cose erano fatte. Peccato che non siano mai finite, da quelle parti. Senza la dittatura di Saddam l'Iraq è finito nel caos, così come la Libia senza la dittatura di Gheddafi. Stesso servizio doveva essere fatto con la Siria, ma qui le cose si sono rivelate più complicate.

Comunque, un fatto poco noto riguarda l'Inghilterra di Tony Blair, nel 2003 alleato di ferro degli Usa di Bush jr. In quell'anno una traduttrice inglese, Katharine Gun, lavorava all'ente governativo di comunicazioni per i servizi segreti GCHQ (Government Communications HeadQuarters, con sede a Cheltenham). La giovane donna intercettò un messaggio di tal Frank Koza, dell'NSA (National Security Agency) americano. In esso si raccomandava, ovviamente in via top secret, di far pressioni sui membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza dell'Onu perché autorizzassero l'intervento anglo-americano in Iraq. Il fatto era che il governo inglese aveva qualche difficoltà a far digerire la guerra sia al popolo che allo stesso apparato.

Infatti, il procuratore generale, lord Goldsmith, aveva dato parere negativo: senza mandato Onu, la Gran Bretagna non aveva alcun diritto di attaccare l'Iraq. Goldsmith, però, viaggiò a Washington e al ritorno aveva cambiato misteriosamente idea. Ora, la traduttrice Katharine Gun era sposata con un curdo. Così, pensò bene di far pervenire quel che aveva scoperto alla redazione dell'Observer, quotidiano fin lì favorevole alla guerra. 

La Gun fu scoperta e processata per tradimento. Ma poi, a ridosso delle elezioni, le accuse a suo carico vennero ritirate per non dare ulteriore pubblicità alla faccenda. Sulla vicenda è stato scritto un libro, The Spy who tried to stop a War, di Marcia e Thomas Mitchell e infine tratto un film. 

Intervistata sul perché avesse deciso di tradire il suo Paese rivelando quel che sapeva alla stampa (e rischiando, oltre al carcere, l'espulsione del marito), disse che non aveva tradito il Paese, bensì i suoi governanti del momento che quella guerra non era solo a Saddam ma anche a 30 milioni di irakeni.

In effetti, di questi ne morirono circa un milione, pare. Più, 4600 inglesi e americani. Il film non risparmia nemmeno i particolari grotteschi che la vicenda a un certo punto assunse. Per esempio, la stampa filogovernativa, per sostenere che si trattava di un falso, puntò i riflettori su certe parole del messaggio trafugato, parole che gli americani scrivono in modo leggermente diverso dagli inglesi, come recognise anziché recognize. Ebbene, venne fuori che la redattrice dell'Observer, nel batterle al computer, aveva fatto ricorso, meccanicamente, al correttore automatico.

Furono l’intelligence americana e quella tedesca – che gestì le sue informazioni – a dare a Rafid Ahmed Alwan al-Janabi, l'ingegnere iracheno il cui racconto fu usato dagli USA,  il nome in codice di “Curveball” (palla a effetto). Janabi era stato un ingegnere chimico in Iraq, ma era scappato nel 1995 per poi ottenere asilo nel 2000 in Germania. Tre settimane dopo, a quanto ha raccontato Janabi in una confessione durata due giorni con i giornalisti del Guardian, un responsabile dei servizi segreti tedeschi lo andò a cercare dopo aver saputo della sua professione in Iraq. Janabi allora gli raccontò molte cose sulla produzione di armi chimiche in Iraq, e quelle cose furono così interessanti e articolate da diventare, nel giro di tre anni, la fonte principale del famoso discorso di Colin Powell all’ONU, quello con cui gli Stati Uniti accusarono l’Iraq di essere in possesso di armi di distruzione di massa e costruirono le ragioni della guerra contro Saddam Hussein.

Ma della fondatezza di quell’accusa è stata ormai  acclarata la falsità, e le nuove confessioni di Janabi al Guardian le danno un durissimo colpo: l’uomo ha ammesso di essersi inventato gran parte di ciò che raccontò allora, a quanto si legge negli articoli sul quotidiano inglese.

«Forse era vero, forse no. Mi dettero questa opportunità, di costruire qualcosa per abbattere il regime. Io e i miei figli siamo fieri di averlo fatto e di essere stati la ragione per dare all’Iraq la possibilità di una democrazia»

«Avevo un problema col regime di Saddam: volevo liberarmene e ne ebbi la chance»

Janabi – che vive ancora in Germania, a Karlsruhe – ha raccontato di avere dato all’agente tedesco informazioni inventate su camion di armi biologiche con cui aveva lavorato a Baghdad. Raccontò di ruoli e dettagli inventati, che vennero messi in dubbio da altre testimonianze, in particolare da quella del suo ex capo interpellato a Dubai. Quei racconti arrivarono all’intelligence americana, e nel 2003 Colin Powell parlò di “descrizioni di prima mano su fabbriche mobili di armi biologiche” e disse che “la fonte è un testimone diretto, un ingegnere chimico iracheno che ci ha lavorato. Era presente durante la produzione di agenti biologici e anche quando nel 1998 un incidente uccise dodici tecnici”. Janabi aveva avuto successivi incontri con l’intelligence tedesca che aveva girato le sue informazioni agli Stati Uniti.

Ma la storia delle armi di distruzione di massa è diventata via via più fragile negli anni successivi all’inizio della guerra, e il racconto di Jalabi era già stato molto contestato. Poi ha confessato.

“Quando penso che qualcuno viene ucciso – non solo in Iraq ma in qualunque guerra – sono molto triste. Ma ditemi un’altra soluzione. Sapete dirmela? Credetemi, non c’era altro modo di portare la libertà in Iraq. Non c’era nessuna altra possibilità»

sabato 10 maggio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 10 maggio.

Il 10 maggio 2007 Tony Blair, primo capo di un governo laburista in Regno Unito, annuncia le sue dimissioni.

Il 27 giugno del 2007 Tony Blair si dimise da tutti gli incarichi politici che ricopriva: leader del Partito Laburista, primo ministro del Regno Unito e deputato. Da dieci anni guidava il governo britannico e da tredici il Partito Laburista. Nella sua carriera era riuscito a cambiare radicalmente la sinistra britannica e influenzare quella di tutto il resto d’Europa. Aveva ottenuto alcune delle vittorie elettorali più sonanti della storia del Regno Unito, nonostante il suo partito venisse da decenni di umilianti sconfitte, lasciandosi alle spalle un’eredità politica ancora oggi molto discussa. A farlo cadere furono soprattutto la scelta di affiancare il presidente americano George W. Bush nella guerra in Iraq e un patto vecchio di 13 anni sottoscritto con Gordon Brown, il suo più grande alleato e rivale insieme, che lo avrebbe sostituito alla guida del Regno Unito.

Blair e Brown, all’epoca i due politici emergenti più forti del Partito Laburista, si erano incontrati nel 1994 nel ristorante Granita di Islington, un quartiere a nord di Londra. Pochi giorni prima era morto il leader del partito John Smith e i due stavano discutendo di come organizzare la sua successione. Dall’incontro uscì un accordo per evitare di farsi la guerra e spartirsi il potere all’interno del partito. Blair sarebbe diventato il nuovo leader e quindi il candidato primo ministro, perché giudicato quello che aveva più possibilità di vincere. In caso di vittoria Brown sarebbe divenuto cancelliere dello Scacchiere, cioè ministro dell’Economia, e avrebbe avuto ampi poteri sulla politica interna. I dettagli dell’accordo non vennero mai resi pubblici, ma a quanto sembra Blair accettò di cedere la leadership a Brown in qualche momento del futuro.

Le cose però andarono diversamente. Alle elezioni del 1997 Blair stravinse, ottenendo 13,5 milioni di voti, il 43 per cento del totale. Per la prima volta dopo 18 anni, i Laburisti tornarono al potere e lo fecero con una delle maggioranza più ampie che si fossero mai viste. Durante la campagna elettorale, Blair si era rivelato un leader estremamente abile e popolare. Approfittò delle divisioni nel Partito Conservatore per portare avanti un programma centrista (disse che i Laburisti erano un partito di “centro radicale”). Cercò di recuperare voti dai conservatori delusi e ci riuscì benissimo. Terminati i conteggi, il Partito conservatore si ritrovò con meno di metà dei seggi che aveva fino al giorno prima.

Negli anni successivi, Blair continuò a diventare sempre più popolare. Mantenne la promessa di spostare il partito verso il centro, soprattutto sui temi economici. Criticò i sindacati, che in certi momenti storici erano arrivati a dominare il partito, e mantenne in vigore la riforma del settore di Margaret Thatcher, che molti volevano abolire. Introdusse le “tuition fee”, le rette universitarie piuttosto care che sono in vigore ancora oggi, ma cercò comunque di non scontentare l’elettorato tradizionale del partito e investire molto nella sanità e nella scuola pubblica. Introdusse per la prima volta il salario minimo e portò avanti numerose politiche ambientaliste. Con una serie di successi alle spalle e una popolarità che nessun politico aveva dai tempi di Margaret Thatcher, Blair si candidò nuovamente alle elezioni del 2001 e vinse ancora una volta.

Non è chiaro quando, ma sembra evidente che a un certo punto di questa serie di successi Brown abbia ritenuto che il suo patto con Blair – il “Granita Pact”, nel gergo della politica britannica – fosse stato tradito. Blair non sembrava avere intenzione di lasciare il suo incarico e di rispettare il misterioso accordo di Islington. Le riunioni dei ministri iniziarono a diventare uno scontro continuo tra i sostenitori di Brown e quelli di Blair. Diversi politici che parteciparono a quelle riunioni hanno raccontato che era come se ci fosse una «frattura» dentro il governo laburista e che per i ministri del partito «era come essere figli di due genitori che litigano». Raramente però l’opinione pubblica assistette a manifestazioni plateali di questo dissenso: Brown e Blair si mostravano sempre vicini e solidali, anche se “dietro le quinte” lo scontro diventava sempre più profondo.

Nel 2004, all’epoca del decimo anniversario del patto che Brown riteneva essere stato tradito, Blair commise quello che molti hanno ritenuto il suo più grave errore politico, almeno sul piano del consenso personale. All’epoca era sotto pesanti pressioni politiche per aver coinvolto il Regno Unito nella guerra in Iraq voluta da George W. Bush, sulla base di prove che apparivano inconsistenti sulla presenza di armi di distruzione di massa e sulla volontà del regime di Saddam Hussein di utilizzarle ancora come in passato. Molti elettori erano scontenti anche delle difficoltà che stavano incontrando le truppe di occupazione, dei soldati morti e feriti e del disordine che continuava a perdurare in Iraq.

In calo di popolarità e sotto la pressione dei sostenitori di Brown, Blair annunciò che avrebbe partecipato alle successive elezioni del 2005, che in caso di vittoria avrebbe governato per un intero mandato e che poi avrebbe ceduto il posto al suo successore. Come scrisse l’allora giornalista politico di BBC Nick Assinder, la mossa gli permise di prendere tempo – molti immaginavano che Blair si sarebbe ritirato prima delle elezioni del 2005 – ma lo rese anche politicamente più debole: un leader che promette di ritirarsi in cinque anni, infatti, perde potere contrattuale e politico ogni giorno che passa e può essere spinto a ritirarsi anche prima. Blair riuscì a ottenere una terza storica vittoria, nel 2005, ma perse più di 60 deputati rispetto al 2001; i sostenitori di Brown iniziarono da subito a chiedergli di accelerare le sue dimissioni.

Blair cercò di resistere, ma non ci riuscì a lungo. Al ritorno dalle ferie estive del 2006 durante un’intervista fece intendere che sarebbe rimasto primo ministro per almeno un altro paio d’anni, forse di più. I sostenitori di Brown nel governo si dimisero, Blair ricevette una lettera di critiche firmata da numerosi parlamentari ed ebbe un burrascoso incontro con Brown. Non si dimise subito ma a settembre disse che avrebbe lasciato il suo incarico entro un anno. Otto mesi dopo si dimise, tra le polemiche sempre più forti per la sua decisione di combattere in Iraq e sotto la pressione di Brown e dei suoi sostenitori, impazienti di prendere la guida del partito.

Il 10 maggio del 2007 Blair annunciò che il mese successivo si sarebbe dimesso. Nel suo discorso finale, tenuto al sede del partito di Trimdon, Blair parlò per 17 minuti. Chiese scusa per le sue mancanze da leader e per le speranze e le promesse suscitate e non mantenute. Disse che il popolo britannico era speciale e che il Regno Unito è il più grande paese del mondo. Alla fine del discorso disse: «Con la mano sul cuore, vi dico che ho sempre fatto quello che pensavo fosse giusto. Posso aver sbagliato, sarete voi a giudicarmi. Ma ho sempre fatto quello che ho ritenuto fosse il meglio per il nostro paese».

Brown fu tra i primi a congratularsi con lui: «Penso di parlare per milioni di persone quando dico che ciò che ha ottenuto Tony Blair è senza precedenti, unico e che durerà a lungo», disse. Come previsto, il giorno stesso, il 27 giugno, divenne leader del partito e quindi primo ministro: nel sistema britannico il primo ministro è il leader del partito di maggioranza parlamentare. Brown rimase in carica poco meno di tre anni; alle elezioni del 2010, infatti, i laburisti persero la maggioranza a vantaggio dei Conservatori. Cercarono di allearsi con i Libdem per formare una maggioranza, ma senza successo perché questi si allearono con i Conservatori di Cameron. Il giorno stesso Brown diede le sue dimissioni da tutti i suoi incarichi. Alla guida del partito gli successe Ed Miliband. Da allora, i laburisti sono riusciti a vincere le elezioni solo nel 2024, con Keir Starmer; Brown, come Blair, si è ritirato dalla vita politica britannica.

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