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giovedì 12 aprile 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 aprile.
Il 12 aprile 1928 si Inaugura la IX Fiera di Milano, «rito annuale dell’industria e del lavoro», alla presenza del re Vittorio Emanuele III. Un’edizione speciale, per festeggiare il decennale della vittoria della Grande guerra. Alle 9.45 il re giunge in treno alla Stazione centrale dove lo attendono il podestà Ernesto Belloni e altre autorità. Nello stesso istante in cui il corteo reale lascia la stazione, nei pressi dell’ingresso principale della Fiera, in piazzale Giulio Cesare, scoppia un ordigno a orologeria celato nel basamento in ghisa di un lampione.
La collocazione della bomba segnala l’intenzione di procurare il maggior numero di vittime possibile. «Il basamento di ghisa, di una circonferenza di un metro e mezzo, alto altrettanto, ha centuplicato la violenza dell’esplosione. Ogni scheggia divenne un proiettile». I morti sono sedici, decine i feriti, alcuni gravissimi.
«Malgrado il luttuoso episodio S.M. il Re ha inaugurato ufficialmente la Fiera percorrendone i viali e sostando ai padiglioni più importanti, come era stabilito nel programma. Tutte le altre manifestazioni della giornata, eccezion fatta della serata di gala alla Scala, avranno regolarmente luogo. La polizia sta indagando alacremente per individuare i responsabili».
Per tutto il giorno continuano gli arresti, 400 circa a fine giornata, e le perquisizioni. Intensificati i controlli alle frontiere. Si cercano i responsabili in ambienti comunisti e anarchici.
In serata si diffondono voci che imputano la responsabilità dell’attentato a uomini vicini al segretario federale Mario Giampaoli, capo indiscusso del fascismo milanese. Quella mattina nella caserma della Legione della Milizia Carroccio, in via Mario Pagano, «mentre un milite si allacciava il cinturone tenendo stretto fra le ginocchia il moschetto, partiva inavvertitamente un colpo, che prendeva d’infilata un gruppo di militi, uccidendone due e ferendone tre».
Da subito la dinamica dei fatti non è chiara e le versioni ufficiali sono contraddittorie, tanto da alimentare il sospetto che lo sparatore sia stato anche l’esecutore materiale dell’attentato alla Fiera. Lo stesso giorno la polizia perquisisce la sede della Oberdan, un’associazione fascista con tendenze dichiaratamente repubblicane, vicina a Giampaoli.
Tra gli arrestati vi sono numerosi studenti universitari, alcuni intellettuali e docenti che gravitano intorno alla rivista Pietre. Tra questi gli appartenenti a un’organizzazione segreta ispirata al modello mazziniano da cui riprende il nome “Giovane Italia”. Gli inquirenti scoprono presto che l’associazione non ha fini terroristici.
Nella notte, con un telegramma, Mussolini detta al podestà Belloni la strada che devono seguire le indagini: individuare al più presto i colpevoli, che debbono essere cercati tra gli oppositori antifascisti. Ancora Mussolini a Belloni: «Portate per me dei fiori sulle salme degli innocenti colpiti a morte dalle bestie della criminalità dell’antifascismo impotente e barbaro. Recate il mio saluto e il mio augurio a tutti i feriti. Sono sicuro che Milano fieramente fascista risponderà ai gesti della delinquenza superstite con un grido di più intensa fede nell’avvenire della Nazione e del Regime. I nemici non prevarranno».
In serata partono per Milano alcuni membri del Tribunale speciale per la difesa dello Stato. Istituito nel 1926, il Tribunale ha giurisdizione su ogni strage o attentato e non è subordinato alla Direzione generale di Pubblica Sicurezza.
Il giorno dopo le condizioni dei soldati ricoverati all’ospedale militare per le ferite riportate nell’attentato in piazzale Giulio Cesare non destano più preoccupazioni. Muore però un bambino di soli tre anni: Enrico Ravera è la diciassettesima vittima della bomba alla Fiera. La famiglia dei fratelli Antonio ed Ennio Ravera perde, con la morte di Enrico, il quarto caro (Ennio, oltre al bambino di tre anni ha perso la moglie Natalina, Antonio entrambi i figli, Gian Luigi e Rosina).
«Pietoso pellegrinaggio di cittadini dolenti» per tutto il giorno sul luogo della strage. Nel recinto improvvisato con paletti e fil di ferro che circonda il palo della luce, e dove ancora la sera prima si vedevano qualche brandello di carne e di vesti e macchie di sangue rappreso, sono stati sparsi come su un tumulo fiori e fronde. Anche alla camera ardente allestita al Cimitero Monumentale continua per tutto il giorno il corteo dei parenti, dei conoscenti, degli amici delle vittime. Nella sala un’immensa corona di orchidee donata da Benito Mussolini.
Esaminati i reperti trovati sul luogo dell’attentato, il ten. gen. Mario Grosso, della Sezione distaccata artiglieria, deposita la propria perizia. Schegge di ghisa sparse tutt’intorno in un raggio di 60 metri; esplosione violenta e istantanea avvenuta all’interno del basamento del lampione; tipo di esplosivo: dinamite o gelatina esplosiva; detonazione con un congegno a orologeria; «per ciò che si riferisce all’intervento della corrente elettrica, non solo non si rinvenne alcun conduttore, ma è probabile che se un conduttore fosse resistito, la detonazione sarebbe avvenuta nell’istante in cui il Corteo Reale sfilava di fronte al punto minato, anziché qualche minuto di anticipo».
Le indagini del Tribunale speciale si concentrano sui membri dell’organizzazione comunista clandestina di Milano. Arrestati, tra gli altri, Augusto Lodovichetti e Giuseppe Testa.
Nei pressi di Brunate, vicino a Como, la polizia arresta Romolo Tranquilli, fratello di Secondo, meglio noto con lo pseudonimo di Ignazio Silone. È accusato dell’attentato perché in possesso di una mappa che per gli inquirenti riprodurrebbe piazzale Giulio Cesare (in realtà è la piazza di Como, luogo dell’incontro tra Silone e Luigi Longo). A carico di Romolo vi è inoltre la testimonianza della domestica Adalgisa Valesi, che riconosce in lui l’attentatore, benché in precedenza avesse indicato un’altra persona, Augusto Lodovichetti. Le contraddizioni della testimone non fermano gli inquirenti che vedono in Romolo l’intellettuale di collegamento tra il gruppo comunista e l’ambiente internazionale degli esuli. L’intenzione della milizia è di chiudere l’inchiesta con un processo a rito direttissimo, a porte chiuse. Tranquilli nega di aver partecipato alla strage, ma sarà sottoposto a duri interrogatori e a torture che gli producono gravi lesioni ai polmoni, fino a causarne la morte il 27 ottobre 1932.
Va detto che la versione ufficiale sposta al giorno 13 l’incidente alla caserma della milizia avvenuto il giorno precedente, stesso giorno della strage.
Due giorni dopo la bomba alla Fiera, è il momento dei funerali. «Tutta Milano accompagna all’estremo riposo le vittime della strage in una indimenticabile manifestazione di cordoglio e di esecrazione». Di prima mattina le salme vengono portate in Duomo dalla camera ardente al Cimitero Monumentale. Bare allineate davanti all’altare maggiore: diciassette per le vittime della strage, due per i militi morti nell’incidente della caserma di via Pagano. Nelle tre più piccole, avvolte da un drappo candido, i corpi dei bambini.
Il Partito fascista ha organizzato un’imponente manifestazione. Alle 13 tutti i fascisti si concentrano nelle rispettive sedi rionali per raggiungere incolonnati piazza del Duomo.
Alle 15 il corteo funebre si muove dal Duomo verso il cimitero. «I rintocchi del campanone riprendono e i pesanti battenti della porta scorrono e spalancano l’uscita dal Duomo. Uno squillo di tromba annuncia l’apparizione delle salme. Le autorità fanno ala». C’è anche il generale Umberto Nobile con gran parte dell’equipaggio del dirigibile Italia: il giorno dopo partiranno da Milano per il Polo Nord. Il corteo funebre si avvia quindi verso via Dante, dove «la pioggia dei fiori pare in certi momenti oscurare il cielo».
Il giorno 15 Luigi Mario Gea, di 11 anni, muore all’Ospedale Maggiore. Era stato il padre, un fattorino, a convincere la moglie perché portasse il piccolo al piazzale Giulio Cesare: «Prendi con te il bambino. C’è il Re, c’è l’inaugurazione della Fiera. Lo farai divertire».
Il capo della polizia Arturo Bocchini telegrafa al prefetto di Milano chiedendo costanti aggiornamenti sulle indagini portate avanti dal Tribunale speciale. Per Bocchini è improbabile che gli attentatori siano gli antifascisti in esilio e indica piuttosto di dirigere le indagini verso le associazioni nazionalistiche jugoslave e balcaniche.
Nel pomeriggio del 21 aprile muore all’Ospedale Maggiore la maestra Giuseppina Tognacci, 56 anni, e nella notte Achille Beretta, 20 anni, meccanico. Le vittime della bomba di piazzale Giulio Cesare raggiungono il numero definitivo di venti.
Il 26 aprile l’Agenzia Stefani comunica il bilancio delle indagini sull’attentato alla Fiera di Milano: 560 arresti (probabilmente un terzo di quelli realmente effettuati), 32 deferimenti al Tribunale speciale.
Il 3 maggio in Senato si tiene la commemorazione delle vittime dell’attentato. Nel suo discorso Mussolini chiede «palese ma severa giustizia» e in questo modo scarta la possibilità di celebrare il processo a porte chiuse. La campagna promossa dalla stampa europea a favore degli arrestati, come quella del “Comitato per la difesa delle vittime del fascismo”, ha influito in modo determinante nel cambiamento della strategia processuale da parte delle autorità fasciste.
Il 25 maggio il questore Giovanni Rizzo scrive al capo della polizia Bocchini che i responsabili dell’attentato del 12 aprile alla Fiera di Milano debbono essere cercati nel gruppo anarchico del professor Camillo Berneri, esule a Parigi. La pista anarchica verrà seguita e abbandonata più volte, senza una precisa determinazione del Duce nel perseguirla.
Il 23 gennaio dell'anno successivo i  comunisti arrestati il 13 aprile 1928 escono dall’inchiesta per la strage di Milano del giorno prima, sancendo l’estraneità della loro parte politica dai fatti di piazzale Giulio Cesare. Nel giugno 1931 Augusto Lodovichetti, Ettore Vacchieri, Giuseppe Testa, Sarti detto Maciste, Oreste Bruneri e Antimo Boccolari verranno tuttavia condannati a 12 anni di carcere per la ricostruzione del Partito comunista e incitamento all’odio di classe; la stessa pena toccherà a Romolo Tranquilli, che subisce anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e 3 anni in regime di sorveglianza speciale.
Il 30 ottobre 1930 in diverse città italiane sono arrestati diversi componenti di Giustizia e Libertà. Tra questi Riccardo Bauer, Vincenzo Calace, Umberto Ceva, Ernesto Rossi. A loro carico l’accusa di aver pianificato una serie di attentati, poi non attuati, per la notte tra il 27 e il 28 ottobre (la ricorrenza della marcia su Roma). La polizia intende addossare all’organizzazione anche la responsabilità della strage del 12 aprile 1928 alla Fiera di Milano.
Il 3 novembre 1930 il generale Alfredo Torretta firma la perizia sulle bombe preparate dai membri di Giustizia e Libertà. Il perito, seguendo le indicazioni dell’ispettore Nudi, ricollega la preparazione degli attentati del 27-28 ottobre passato a quello di piazzale Giulio Cesare del 1928. Il chimico Umberto Ceva è identificato quale fabbricatore dell’ordigno.
Il 12 dicembre 1930 una nuova perizia di Mario Grosso ha elevato evidenti contraddizioni alla perizia Torretta. Nel procedimento avviato dal Tribunale speciale nei confronti dei membri di Giustizia e Libertà non vi è alcun riferimento alla strage del 12 aprile 1928. Il “teorema Nudi” sembra destinato ad essere definitivamente archiviato.
Il 9 marzo 1932 Mario Grosso firma una nuova perizia. Nelle premesse afferma che non ci sono sufficienti prove per legare l’ordigno di piazzale Giulio Cesare, davanti alla Fiera, a quello trovato nell’Arcivescovado di Milano il 29 dicembre 1928. Contraddittoriamente, nelle conclusioni scrive: «1) gli ordigni del 9 aprile 1928 (bombe sulla linea Milano-Bologna) e quelli all’Arcivescovado sono stati in modo assolutamente certo preparati dagli stessi individui. 2) Con quasi certezza si può affermare che gli stessi individui hanno preparato anche l’ordigno del piazzale Giulio Cesare del 12 aprile 1928. 3) È probabile che gli individui medesimi non siano estranei alla confezione dell’ordigno scoppiato il 1° maggio 1927 al monumento di Napoleone III» .
Giobbe Giopp, in precedenza identificato quale responsabile della piccola esplosione dimostrativa sotto il monumento di Napoleone III a Milano è coinvolto nell’inchiesta sulla strage del 12 aprile 1928 (anche se in quella data era in carcere da una quindicina di giorni).
Il 25 febbraio 1935 Maria Carnielli rilascia a Guido Leto (della Direzione generale affari riservati della polizia) dichiarazioni contraddittorie. In un interrogatorio la donna accusa Dante Fornasari di aver collocato l’ordigno a piazzale Giulio Cesare, ma la debolezza della sua testimonianza non fa procedere per il momento in questa direzione le indagini.
Il 20 novembre 1940 muore il capo della polizia Arturo Bocchini. Al suo posto Mussolini nominerà Carmine Senise (vice di Bocchini dal 1932). Guido Leto, della Direzione generale affari riservati della polizia, sarà posto a capo dell’Ovra, la polizia politica. Il 14 aprile 1943 Sinise è rimosso dal suo incarico di capo della polizia. Gli succede il generale della Milizia Renzo Chierici.
Il 24 giugno 1943 il capo dell’Ovra Guido Leto e il commissario Ugo Magistrelli indagano di nuovo Giustizia e Libertà per l’eccidio del 12 aprile 1928 alla Fiera di Milano. Riprende campo il “teorema Nudi”.
Lunedì 26 luglio 1943 al vertice della polizia ritorna Carmine Senise, che era stato rimosso dall’incarico il 14 aprile e il giorno successivo il commissario capo Magistrelli interroga Gastone Canziani, vicino alla rivista Pietre e alla Giovane Italia. La polizia vuole anzitutto dimostrare un collegamento tra Canziani e Fornasari quali autori dell’attentato alla Casa degli Italiani di Aubagne (Francia) del 15 gennaio 1932, e di seguito legare tale associazione a delinquere alla strage del 12 aprile 1928 alla Fiera di Milano.
Il 28 luglio 1943, tramite un portaordini personale del capo della polizia Carmine Senise, il direttore del carcere di Regina Coeli riceve l’ordine perentorio di trattenere in carcere i presunti responsabili della strage del 1928 in piazzale Giulio Cesare a Milano (Rossi, Bauer, Canziani, Calace e Fornasari), anche in caso di un provvedimento di liberazione dei prigionieri politici. Le pressioni delle manifestazioni popolari e l’appoggio di personalità di spicco dell’antifascismo costringono Senise a rilasciare Rossi, Bauer e Calace il giorno 30.
Giovedì 19 agosto 1943, in un colloquio tra il capo dell’Ovra Guido Leto e il giudice Alfredo Cianciarini del Tribunale militare (sostituito al Tribunale speciale) emerge l’ipotesi di un processo indiziario a carico dei presunti colpevoli della strage del 12 aprile 1928 a Milano che deve concludersi con pene esemplari e la condanna a morte di Fornasari. Il fine politico è la condanna dell’antifascismo repubblicano. Leto riceve l’autorizzazione da Badoglio a proseguire le indagini in tal senso.
L'8 settembre 1943, dopo l’armistizio, le indagini sulla strage del 12 aprile 1928 alla Fiera di Milano s’interrompono.
Il 12 aprile 1978, in occasione del cinquantenario della strage alla Fiera di Milano, Lelio Basso scrive sul Corriere della Sera: «A distanza di 50 anni nulla si sa degli autori dell’attentato […] ed è strano che nessuno, né uno storico né un parente delle vittime, abbia cercato di far luce su una strage, non meno grave nei suoi effetti di quelle tristemente famose del Diana o di piazza Fontana».
Perché non si è fatta luce sulla strage? «La risposta, probabilmente, è più semplice di quanto si possa pensare. È la paura della verità. La paura di scoprire che, dietro alla bomba di piazzale Giulio Cesare ci fosse una verità imbarazzante. Imbarazzante perché, al di là delle dichiarazioni, la parte politica che si ispirava all’antifascismo di Giustizia e Libertà temeva di scoprire un qualche suo coinvolgimento. Imbarazzante per Mussolini stesso, il quale non aveva alcuna intenzione di spingere i suoi sottoposti a concludere l’inchiesta, anche lui timoroso che la verità venisse a galla. E per il capo della polizia? Aveva realmente interesse a scoprire i responsabili? Oppure, come scrisse Guido Leto, questo fu il più grande cruccio di tutta la sua carriera? Troppo tempo è passato da allora, e le vittime della strage del 12 aprile 1928, uccise dalla bomba esplosa davanti al civico 18, dalle sevizie della Milizia o dagli intrighi di polizia senza scrupoli, sono destinate a rimanere senza giustizia».

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