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domenica 1 aprile 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il primo aprile.
Il primo aprile 1945 le truppe americane sbarcano sull'isola di Okinawa.
La conquista dell'isola di Okinawa rappresentava per gli Stati Uniti l'ultimo balzo per dare il via all'invasione del Giappone. Per questa occasione l'esercito e la marina statunitense giunsero ad un compromesso: si sarebbero divisi in parti eguali l'onore e l'onere di conquistare Okinawa.
Così, per la prima volta, il supremo comando di un'operazione di sbarco fu affidato a un generale dell'esercito, Simon Bolivar Buckner, cui spettò il compito di operare a fianco dell'ammiraglio Spruance, comandante della Quinta flotta, e dell'ammiraglio Turner, comandante delle forze anfibie.
Un'intera armata, la 10^, fu messa agli ordini di Buckner. Essa era costituita dal 24° Corpo d'armata e dal 3° Corpo dei marines, con un totale di 4 divisioni di fanteria (la 7^, la 27^, la 77^ e la 96^) e due di fanti di marina (la 2^ e la 6^), per un totale di 180 mila uomini. Inoltre la Marina, per le operazioni contro Okinawa, aveva destinato un complesso di 1320 navi. Si può dunque affermare che per l'attacco all'isola, gli Stati Uniti abbiano attuato lo sforzo più gigantesco di tutta la Seconda guerra mondiale.
Il comandante giapponese dell'isola di Okinawa, generale Mitsuru Ushijima, era conscio delle difficoltà che avrebbe dovuto affrontare in caso di un attacco nemico. Egli, oltre a poter contare sugli aerei di base a Formosa e a Kyushu, disponeva di due divisioni di fanteria e di una brigata mista, per un totale di 85 mila uomini, con l'aggiunta di circa 20 mila soldati improvvisati reclutati tra la popolazione civile.
Prima dello sbarco, previsto per il 1° aprile 1945, la Quinta flotta americana incrociava già da alcuni giorni tra l'Oceano Pacifico e il Mar Cinese orientale. Questo indusse il comando giapponese a lanciare i kamikaze, piloti votati al suicidio, contro le grandi navi americane. Il risultato più spettacolare dell'attacco furono i gravi danni causati all'incrociatore "Indianapolis", sul quale era imbarcato lo stesso ammiraglio Spruance.
Alle 8 e 30 del 1° aprile 1945, cinque divisioni americane attaccavano le spiagge di Okinawa. Con grande sorpresa, i giapponesi non reagirono. Prima di sera 50 mila soldati americani avevano messo piede sull'isola e la testa di ponte superava i dieci chilometri. Solamente il 4 aprile, dopo che ormai il corpo d'invasione americano aveva diviso in due l'isola, la resistenza giapponese cominciò a farsi sentire.
Nel pomeriggio del 4 aprile alcuni ricognitori americani, che stavano sorvolando l'isola di Kyushu, segnalarono di avere scoperto degli aeroporti gremiti di apparecchi pronti al decollo. Immediatamente l'ammiraglio Spruance fece decollare i bombardieri della Quinta flotta allo scopo di distruggere la forza aerea nemica mentre ancora era a terra. Il bombardamento avvenne la mattina del 6 aprile, ma 700 kamikaze nipponici presero ugualmente il volo. Vistisi scoperti, i giapponesi avevano anticipato la partenza.
Il piano giapponese prevedeva un attacco simultaneo contro la Quinta flotta da parte di centinaia di kamikaze della marina, di bombardieri decollati dalle basi di Kyushu e Formosa, e da una squadra navale, messa insieme faticosamente. Il bombardamento americano aveva mandato all'aria il piano giapponese.
Quando gli aerei nipponici arrivarono sulla flotta americana, trovarono un imponente sbarramento di fuoco. La contraerea americana abbatté circa 250 apparecchi. Malgrado il successo delle difese statunitensi, l'attacco giapponese procurò gravi danni, specialmente per opera dei piloti suicidi, che in questa occasione furono adoperati su vasta scala.
La squadra navale giapponese era composta dalla supercorazzata "Yamato", che una volta era stata l'ammiraglia di Yamamoto, dall'incrociatore "Yahagi" e da tre flottiglie di cacciatorpediniere, con un complesso di dieci unità. Al comando, il vice-ammiraglio Sichi Ito, che aveva predisposto il piano di battaglia. Esso prevedeva che la "Yamato" e lo "Yahagi" arrivassero con gli otto cacciatorpedinieri, all'alba dell'8 aprile, a est di Okinawa. L'ordine era di affondare il maggior numero possibile di unità nemiche e al termine della missione la "Yamato" doveva arenarsi lungo il litorale dell'isola, dopo che gli ufficiali e gli uomini dell'equipaggio si sarebbero uniti alla guarnigione di Okinawa, e battersi per la sua difesa.
Ma anche questo piano doveva fallire.
Il 6 aprile, infatti, alle 12.34, aerei americani effettuarono una prima ondata contro la squadra navale giapponese. Un paio di bombe colpirono la Yamato, mentre un siluro squarciava il lato sinistro della prua, aprendo un'enorme falla. Nello stesso momento in cui la Yamato cominciava ad imbarcare acqua, un altro siluro investì in pieno l'incrociatore "Yahagi", che si bloccò di colpo. Nel frattempo il cacciatorpediniere "Hamakaze" era colato a picco con il suo equipaggio e il suo comandante, Isami Mukoi.
A questo punto il vice-ammiraglio Ito impartì l'ordine di avvicinarsi a Okinawa: riconoscendosi sconfitto, avrebbe preferito arenare la nave e sbarcare l'equipaggio. Ma non ci fu il tempo. Poco prima delle 13, infatti, una seconda ondata di aerei americani piombò sulla squadra nipponica e, dopo circa un'ora di bombardamenti, la "Yamato" fu affondata. L'azione era stata condotta da una forza di 386 apparecchi decollati dalle portaerei dell'ammiraglio M.A. Mitscher. La presenza delle forze giapponesi sul mare era da considerarsi definitivamente chiusa.
Ai primi di maggio il generale Ushijima scatenò un'offensiva disperata e sanguinosa. Il 3 maggio l'artiglieria giapponese cominciò a martellare le posizioni in prima linea del nemico, mentre aerei kamikaze attaccarono il naviglio americano affondando il cacciatorpediniere "Little", un mezzo da sbarco corazzato e altre quattro navi.
Il 4 maggio, poco prima dell'alba, il fuoco dell'artiglieria nipponica raggiunse un'intensità assordante che continuò per circa mezzora. Poi, due razzi rossi si levarono nel cielo: era il segnale dell'attacco. La fanteria giapponese caricò allo sbaraglio. Duemila fanti furono sorpresi allo scoperto dall'artiglieria americana: un massacro.
I nipponici avevano attaccato con tutti i mezzi che erano riusciti a mettere insieme, ma erano stati facilmente annientati dal 24° Corpo d'armata americano.
Con la caduta di Maeda l'offensiva statunitense, lentamente, si estese a tutta l'isola. Il 21 maggio anche la città di Shuri, sede del comando giapponese, cade in mano americana, dopo che il grosso delle forze del generale Ushijima, la 62^ e la 24^ Divisione e la 44^ Brigata mista, erano state sgominate dall'incessante fuoco dell'artiglieria terrestre e navale statunitense.
La battaglia di Okinawa continuerà fino alla fine di giugno del 1945, in un'orgia di sangue: lungo le ultime trincee nipponiche, i soldati americani vedranno numerosi ufficiali e soldati giapponesi uccidersi in massa. Anche il generale Ushijima si tolse la vita.
Il bilancio delle perdite fu spaventoso. Gli americani ebbero 12 mila morti e 37 mila feriti; i giapponesi dovettero lamentare più di 100 mila morti.
La conquista dell'isola di Okinawa da parte degli americani, aveva richiesto ben 82 giorni di battaglia. Una delle più sanguinose di tutta la Seconda guerra mondiale

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