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martedì 26 settembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 settembre.
Il 26 settembre 2006, grazie all'indulto, Silvia Baraldini viene definitivamente scarcerata.
La triste vicenda giudiziaria che vede come protagonista Silvia Baraldini ha inizio il 9 novembre 1982, data del suo primo arresto. In quei primi anni '80 la morsa delle forze di polizia statunitensi si era stretta attorno agli attivisti del "Black Liberation Army" (un movimento di resistenza armata che lottava contro l'oppressione e le pessime condizioni di vita delle minoranze di colore negli Stati Uniti) e a quei movimenti che confluirono nel BLA (o che fiancheggiavano tale gruppo, tra cui l'organizzazione comunista "19 maggio" di cui faceva parte la Baraldini). L'arresto fu dunque per associazione sovversiva, e la Baraldini venne rilasciata poco tempo dopo, su cauzione.
Il processo a carico degli attivisti del BLA e delle altre associazioni terminò con una sentenza del luglio 1983. La pena complessiva a cui fu condannata Silvia fu di 43 anni, con queste motivazioni:
· 20 anni per associazione sovversiva. In questo caso fu esteso al caso della Baraldini la legge "Rico", in origine nata per reati ascrivibili al campo della criminalità organizzata mafiosa. In buona sostanza con questa legge i crimini commessi da un elemento di una data organizzazione venivano contestati a tutti i soggetti che componevano la stessa. Dunque la Baraldini pagò per reati contestati al gruppo "19 maggio", indipendentemente dalla personale estraneità ai fatti criminosi.
· 20 anni per concorso in evasione. L'evasione fu quella di Assata Shakur, "l'anima" del BLA. L'evasione avvenne in modo totalmente incruento (2 guardie addette alla sorveglianza nel carcere di Clinton furono prese in ostaggio e liberate poco dopo l'evasione) il 2 novembre 1979.
· 3 anni per "ingiuria al Tribunale". In questo caso "l'oltraggio" di Silvia verso la Corte fu di rifiutare di fornire la propria testimonianza circa i nomi degli altri militanti nel movimento "19 maggio". A questo proposito, dopo il primo arresto del novembre 1982, l'FBI offrì un'ingente somma di denaro alla Baraldini per denunciare i propri compagni. Questa offerta le fu rinnovata una volta in carcere; la contropartita non fu più una somma di denaro, ma la liberazione. Il rifiuto di collaborare fruttò a Silvia la qualifica di detenuta pericolosa, il trasferimento al carcere di Lexington e l'inasprimento delle sue condizioni detentive. In altre parole, la Baraldini avrebbe potuto mercanteggiare la propria libertà con un "pentitismo interessato", ma ha preferito un percorso di coerenza morale che le ha fruttato grandi sofferenze, ma che forse è stato l'elemento che più di ogni altro ha contribuito a cementare il vasto movimento d'opinione e di solidarietà formatosi negli anni attorno alla sua figura.
La Baraldini fu rinchiusa prima nel carcere di New York, poi in quello di Pleasanton (California) e poi a Lexington, dove fu sottoposta ad un regime carcerario particolarmente severo, disumano e degradante: isolamento, perquisizioni corporali, rigide censure nella posta e limitazioni nelle visite, costante monitoraggio della propria vita carceraria, anche nei momenti più intimi. Solo la dura lotta di Silvia e di altre carcerate produsse un leggero miglioramento in queste condizioni (e l'unità di massima sicurezza di Lexington venne in seguito chiusa, anche grazie all'intervento di Amnesty International).
Ma per Silvia la drammaticità delle condizioni di vita a Lexington fu peggiorata pure dalle condizioni di salute. Dopo aver lamentato continui dolori addominali le fu diagnosticato un tumore maligno (siamo a metà del 1988). Inutile dire che anche nelle cure mediche l'amministrazione penitenziaria statunitense non si dimostrò né efficace né comprensiva, tendendo anzi ad ostacolare, limitare o comunque differire le cure di cui Silvia abbisognava.
Dopo gli interventi chirurgici Silvia Baraldini nel 1990 fu trasferita nel carcere di massima sicurezza di Marianna (Florida). Questo trasferimento fu solo l'ennesimo gesto di spregio da parte dell'Amministrazione Statunitense nei riguardi non solo della detenuta, ma pure del vasto movimento d'opinione che proprio in quegli anni s'era formato, non solo in Italia. Infatti il carcere di Marianna si trova in una località isolata che presenta non poche difficoltà a chi lo vuole raggiungere. In totale serve più di una giornata di viaggio da New York, e dunque è chiaro che (proprio quando in Italia andava intensificandosi - anche attraverso visite personali - l'interessamento verso il "caso Baraldini") gli USA abbiano inteso ostacolare - anche a livello logistico - questo movimento di opinione.
L'ultimo trasferimento carcerario, sempre negli anni '90, fu da Marianna a Danbury, nel Connecticut.
E' nella seconda metà degli anni 80, proprio mentre Silvia subisce le prime due operazioni per tumore (in catene anche sul tavolo operatorio e sul letto di ospedale, come "regolamento impone"…) che l'Italia comincia a mobilitarsi per Silvia. Ed è bello pensare che fu proprio questa mobilitazione popolare a scalfire l'indifferenza e l'accanimento della "giustizia made in USA". Ecco dunque arrivare le prime interrogazioni parlamentari, i comitati di solidarietà che nacquero in varie città d'Italia (confluiti poi nel "Coordinamento Nazionale Silvia Baraldini", il cui portavoce è Gianni Troiani), gli appelli firmati da Dario Fo, Antonio Tabucchi, Umberto Eco e molti altri, l'emozione per la bella canzone che Francesco Guccini le ha dedicato nel 1993 ("Canzone per Silvia", dall'album "Parnassius Guccini").
Molte cose possono essere cambiate negli USA dagli anni delle prime lotte per i diritti dei neri; possono essere mutate le condizioni storiche-sociali, ma per un bianco l'appoggiare la causa dei neri è ancora oggi negli Stati Uniti qualcosa di assimilabile al peccato originale: un marchio indelebile. Solo così si potrebbe spiegare l'accanimento degli USA nei confronti di Silvia Baraldini. La scelta di vita di Silvia, unita al rifiuto di fornire collaborazione, ha probabilmente pesato molto nella vicenda, e questo sia in America come - di riflesso - in Italia.
Con gli anni il movimento di opinione in favore della detenuta italiana cominciò a battersi affinchè la Baraldini potesse almeno tornare in Italia. Uno dei punti nodali della lotta era l'applicazione della Convenzione di Strasburgo sul trasferimento dei condannati. Tale convenzione prevede il diritto di un cittadino giudicato e condannato in un paese straniero (che però abbia ovviamente sottoscritto la convenzione) di scontare la pena nel proprio Paese natale. Punto debole della trattativa sulla Baraldini era che l'accordo di Strasburgo non obbliga i paesi interessati ad un consenso, né fissa tempi certi per la risposta ad un'istanza di estradizione.
Nel 1992 l'accordo USA-Italia sembrava ormai vicino, ma (sembra a causa di interferenze dell'FBI, che attribuì alla Baraldini uno "status" di pericolosità di livello altissimo) anche stavolta non si riuscì nell'intento, nonostante l'interessamento da parte italiana di personalità di spicco quali il Giudice Falcone.
Solo alla fine degli anni '90 si riuscì a concretizzare il ritorno in Italia; nell'ambito dell'accordo con gli USA ai sensi della convenzione di Strasburgo è stato anche ridefinito il termine di fine pena nel 29 marzo 2008.
Il ritorno di Silvia (avvenuto il 24 agosto 1999) da molti è stato salutato come una vittoria. Si è trattato di un enorme passo avanti, ma non di una vittoria. Ancora una volta, infatti, l'Italia ha dovuto presentarsi come uno "Stato vassallo" degli USA per ottenere ciò che le era dovuto, accettando di sottostare a condizioni-capestro solo in nome del raggiungimento dell'obbiettivo principale. In altre parole per ottenere questo risultato si è dovuto partorire una sorta di mostro giuridico: un cittadino italiano può scontare nel proprio Paese la pena inflittagli in un altro Stato, senza poter sperare di usufruire di benefici, sconti di pena o altro previsti dall'ordinamento giuridico della propria Nazione. In buona sostanza il caso di Silvia Baraldini, cittadina italiana, è stato sottratto alla nostra legislazione. Un compromesso, insomma, che è sembrato più una regalia che lo Stato Sovrano ha fatto al proprio Stato Vassallo (forse per ricompensarlo della fedeltà dimostrata in altre occasioni) piuttosto che il risultato di una transazione tra pari.
Inoltre, anche nel ritorno in Italia di Silvia non sono mancate note stonate. Polemiche per il costo dell'aereo messo a disposizione dal Governo italiano (quando erano state le autorità americane a chiedere questa misura, affinchè il viaggio avvenisse in condizioni di sicurezza e riservatezza); illazioni circa un baratto fra il ritorno di Silvia e la questione della funivia del Cermis; perplessità circa l'accoglienza riservatale all'arrivo a Roma. Insomma, un atto di civiltà (sia umano che giuridico), per di più ottenuto tra mille difficoltà e colpevoli ritardi, è divenuto occasione di nuove e sterili polemiche. Anche questo dà la misura di quale sia la realtà attuale del dibattito politico nel nostro Paese.
Il tribunale di sorveglianza di Roma ha stabilito per Silvia gli arresti domiciliari nell'aprile 2001. Per tragica ironia del destino la madre della Baraldini, gravemente ammalata da tempo, era deceduta il 9 aprile 2001. Se in questo ritardo si debba vedere un altro segno del solito accanimento giuridico o se sia stato solo frutto di intoppi burocratici non è dato sapersi. Proprio quando era tornata in Italia, convinta di migliorare le proprie condizioni detentive, ma convinta pure che questo miglioramento le avrebbe consentito di stare accanto alla madre, Silvia ha dovuto subire quest'ultimo affronto; le due donne hanno vissuto per mesi recluse in due distinti ospedali.
Da quando ha ottenuto gli arresti domiciliari Silvia ha scelto di evitare ogni tipo di pubblicità attorno alla propria vicenda e, pur dichiarandosi grata a tutti quelli che in questi difficili anni l'hanno sostenuta, ha scelto di non rilasciare più interviste e di limitare al minimo l'attenzione dei media nei suoi confronti.
A seguito dell'indulto è stata scarcerata il 26 settembre 2006. Attualmente vive a Roma.

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