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venerdì 27 marzo 2015

Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 marzo.
Alle 8.35 del 27 marzo 1995, una bella mattina di sole, in un agguato teso all'ingresso di un palazzo dove ha sede la sua società, muore Maurizio Gucci, erede della famiglia fiorentina proprietaria del celebre marchio di moda e pelletteria. Si apre un caso giudiziario destinato a restare per anni alla ribalta della cronaca e a dare origine a un processo gremito di cronisti e fotoreporter, probabilmente il "processo del decennio" in Italia.
La morte violenta di Gucci, personaggio molto in vista e già oggetto di inchieste e pettegolezzi, apre diversi scenari sui mandanti. Si sospetta un complotto raffinato, ordito sullo sfondo di colossali interessi economici.
La soluzione del "giallo" sarà trovata di lì a due anni grazie a una "fonte confidenziale" della polizia. E rivelerà che a far uccidere Gucci è stata la sua ex moglie, Patrizia Reggiani, per rancori personali a lungo covati ma anche per denaro, questioni mai risolte di eredità e sussidi.
Maurizio Gucci era l'erede della fabbrica fondata dal nonno Guccio Gucci nel 1904 come laboratorio di pelletteria specializzato in stivali e selle, e trasformata dal figlio Aldo in una multinazionale con negozi aperti in tutto il mondo per la vendita di oltre seimila articoli di abbigliamento e in pelle con il blasonato marchio delle due G. Poco tempo prima della morte violenta di Maurizio, nel 1993, la famiglia aveva perso la proprietà dell'impero, passato in mano araba.
Si disse che era la fine di un mito: Maurizio aveva ceduto il 50% del capitale del gruppo rimasto nelle sue mani alla finanziaria Invest-corp, con sede centrale nell'emirato del Bahrain. Pur avendo rinunciato a tutte le cariche, Gucci restava in azienda come senior advisor del presidente e amministratore delegato di Investcorp. Dalla vendita della sua quota aveva ricavato 220 miliardi: una somma che, unita a quanto già possedeva, lo faceva valutare «un uomo da 800 miliardi di lire».
Il sogno di rilanciare l'azienda, da tempo in crisi, durò breve tempo: con l'ingresso dei capitali arabi, la supervisione di Maurizio Gucci non impedì di spostare parte della produzione all'estero (in Cile) e di registrare un drastico ridimensionamento nel numero degli occupati.
È una dinastia famosa ma anche segnata dai contrasti, quella dei Gucci. Litigi, accuse e denunce reciproche sono sempre stati un'abitudine di famiglia, la cui storia si infittisce di denunce, inchieste della magistratura, perfino di arresti.
Aldo denuncia Maurizio per possesso illegale di azioni, Maurizio denuncia Paolo per aver usato il marchio Gucci.
I giudici del Tribunale di Milano ritengono false le firme di girata apposte da Maurizio Gucci sulle azioni ereditate dal padre e nel 1987 le sequestrano.
Il 23 giugno viene emesso un ordine di cattura contro Maurizio, che scappa a Lugano.
In carcere finisce il suo braccio destro.
Maurizio viene in seguito accusato di illecita costituzione di disponibilità finanziarie all'estero.
Ha fondato a Panama una società (la Standard Investment) per assecondare la sua passione per la vela e comprare il Creole, ritenuto il veliero più bello del mondo.
A Maurizio quella barca, che un tempo apparteneva all'armatore greco Niarchos, costa, restauro compreso, sette miliardi di lire di allora.
Il 24 novembre 1988 viene assolto, il 27 maggio dell'anno successivo torna alla presidenza della società che poi passa sotto il controllo della Investcorp.
Nel frattempo Maurizio Gucci si è sposato con Patrizia Martinelli Reggiani, dalla quale ha avuto due figlie, Alessandra, nata nel 1976, e Allegra, nel 1981.
Nel 1985, dopo dodici anni di matrimonio, i due si lasciano.
È Maurizio a dire basta. Dopo la separazione, si lega sentimentalmente a un'altra donna, Paola Franchi.
Paola è bionda, bella, solare, assai diversa da Patrizia, che aveva sofferto molto, nel 1992, a causa di una delicata operazione necessaria per asportare un tumore al cervello.
A metà anni Novanta Maurizio Gucci è ancora giovanile, prestante, è ricco, ricchissimo, e ha una prospettiva di vita quanto mai felice, finalmente sollevato dalla responsabilità di essere "un Gucci" e libero di dividere il suo tempo con la compagna Paola nella bella casa di Milano, nello chalet di Saint Moritz, in Svizzera, e a bordo del Creole.
La sua avventura ha termine quella mattina di marzo del 1995, all'ingresso del lussuoso stabile nella centralissima via Palestra 20 a Milano dove ha sede la Vierse s.r.l., una società da lui stesso costituita di recente.
Gucci abita lì vicino, in corso Venezia 38, e arriva in ufficio a piedi.
Appena entrato nell'androne del palazzo, è avvicinato da un sicario che lo ha atteso in prossimità dell'ingresso.
L'uomo gli spara tre colpi alla testa con una pistola calibro 32 mentre sale la prima rampa di scale, e lo uccide.
Alla scena assiste il custode del palazzo, Giuseppe Onorato, 52 anni, di Casteldaccia (Palermo).
Con grande freddezza il killer colpisce anche lui per evitare di essere seguito.
Onorato si copre istintivamente con un braccio e viene ferito all'avambraccio e alla spalla sinistri.
Poi il misterioso assassino, vestito in modo elegante, esce in strada e sale su una utilitaria di colore verde, dove lo attende un complice.
I due scompaiono senza lasciare tracce.
Nessuno li vede più, non viene ritrovata neanche l'auto.
Le indagini si presentano subito difficili e delicate.
Si seguono diverse piste: dalla vendita dell'azienda di famiglia ai finanzieri arabi, alla realizzazione di un casinò in Svizzera, progetto al quale Maurizio Gucci stava lavorando nell'ultimo periodo.
Ancora, l'omicidio è avvenuto all'indomani del rientro di Gucci da un viaggio negli Usa.
Nel 1996 viene coinvolto persino Delfo Zorzi, il neofascista implicato nelle indagini sulla strage di Piazza Fontana, da tempo trasferitosi in Giappone.
Interrogato a Parigi, Zorzi afferma che nell'ambito della sua attività di import-export aveva rapporti con i Gucci e aveva fatto prestiti consistenti alla famiglia.
Ma fin dalle prime battute, si pensa anche che il movente del delitto possa essere la consistente eredità che Maurizio Gucci lascia con la sua morte.
Patrizia Reggiani, che era in conflitto con l'ex marito per la somma che questi le passava come assegno di mantenimento, entra fra i principali sospettati.
Salta fuori che la donna, nata nel 1948 e residente a Saint Moritz, non ha mai nascosto di odiare l'ex marito e di volerlo vedere morto, anzi lo ha dichiarato più volte, davanti a testimoni: fra questi, la baby sitter e l'avvocato, che ha raccolto confidenze della Reggiani quali «che cosa mi capita se lo faccio ammazzare?»
Ad amici e conoscenti chiede se è possibile assoldare un killer per togliere di mezzo «quel rompiballe».
E quando è stata in ospedale per essere operata al cervello, ha registrato un'audiocassetta da consegnare all'ex marito in cui dice: «Sei una escrescenza, un'appendice da recidere».
La donna incolpava Maurizio di averla abbandonata quando era finita sotto i ferri e di essere andato a festeggiare a champagne con la sua compagna, per la quale - secondo la Reggiani - dilapidava il patrimonio destinato alle figlie, che trascurava.
Alda Rizzi, per anni domestica, ma anche confidente di Patrizia Reggiani, racconta che nel 1991 la signora chiese a lei e a suo marito di procurarle un killer per uccidere Gucci.
Il marito precisa che quando la signora gli chiese «hai la persona in grado di fare questa cosa?», in un primo momento pensò che scherzasse: «Me lo chiese tre volte e alla fine, quando mi intimò di dire sì o no, mi convinsi che faceva sul serio».
Il marito di Alda avvisò del fatto «il dottor Gucci» e questi gli disse che avrebbe reso provvedimenti, ma poi non fece nulla.
Anzi, si mise a ridere - secondo quanto riferito dalla compagna Paola Franchi - quando gli riferirono che l'ex moglie aveva chiesto a un avvocato che cosa rischiava se lo faceva uccidere...
In realtà la Reggiani faceva sul serio: voleva davvero assoldare dei killer per far uccidere l'ex marito, al quale non perdonava la fine del loro matrimonio e tutti i contrasti, non solo di natura economica, che ne erano derivati.
Lo stesso Gucci aveva registrato alcune telefonate con la ex moglie che contenevano continue minacce della donna nei suoi confronti.
Ma per accusare la Reggiani, agli inquirenti occorrono prove concrete.
Le prove arrivano grazie alla telefonata fatta a un funzionario di polizia da una "fonte confidenziale".
Quest'ultima è venuta per caso a conoscenza di alcuni particolari del delitto raccontati da un portiere d'albergo, Ivano Savioni, 10 anni prima...
La fonte parla di un silenziatore artigianale e di pallottole acquistate all'estero.
La polizia accerta che di questi particolari i giornali non avevano scritto, così come nessuno aveva saputo che il portiere dello stabile di via Palestra quella mattina aveva detto «buongiorno, dottore» a Maurizio Gucci subito prima che l'assassino cominciasse a sparare.
Il desiderio della "fonte confidenziale" di liberarsi la coscienza da un peso apre un insperato, e decisivo, spiraglio.
Gli investigatori avviano una lunga serie di riscontri e piazzano delle "cimici" per intercettare i dialoghi tra i protagonisti della vicenda, che fino a quel momento erano tutti sconosciuti, tranne due: Patrizia Reggiani e Giuseppina "Pina" Auriemma, 51 anni, napoletana, sedicente maga e intima amica della Reggiani.
Anni prima, nel 1984, era stata socia di un negozio Gucci a Napoli, conquistando la fiducia di Maurizio e poi della moglie.
È a lei e a Savioni che la Reggiani si è rivolta per organizzare il delitto.
E stavolta il killer l'hanno trovato davvero: la maga e il portiere d'albergo hanno assoldato un pregiudicato, Orazio Cicala, 58 anni, una vita distrutta dalla passione del gioco.
Cicala ha fatto fallire il ristorante di famiglia, dirà che deve agli strozzini 2 miliardi.
Per far fuori Gucci il terzetto chiede, e ottiene, un compenso di 500 milioni di lire, 100 dei quali pagati in anticipo. Ma il tempo passa senza che nessuno entri in azione.
La ex signora Gucci fa pressioni perché vengano rispettati i patti. A questo punto al gruppo formato da Savioni, Cicala e dalla Auriemma si aggiunge un altro pregiudicato, Benedetto Ceraulo, siciliano, di 35 anni. L'omicidio ha luogo.
Subito dopo, Cicala chiede alla Reggiani altri 100 milioni.
Ma l'improvvisata banda ha continuo bisogno di soldi: i 600 milioni ottenuti fino ad allora vengono presto sperperati.
Savioni, in particolare, è sommerso dai debiti al punto da agevolare il lavoro di alcune prostitute quando la titolare dell'albergo dove lavora, sua zia, è assente.
Sia Cicala che Ceraulo frequentano gli ambienti degli spacciatori di droga: questo consente agli investigatori della Criminalpol di servirsi di un agente infiltrato, che conosce lo spagnolo e si presenta come un violento sudamericano, millantando contatti con il Cartello della cocaina di Cali.
L'agente si finge pronto ad aiutare i due a spaventare la Reggiani per chiederle altri soldi e, se necessario, anche a ucciderla.
Fra gli autori del delitto, intanto, cresce il nervosismo.
Nei primi giorni di gennaio del 1997 apprendono della richiesta della Procura di prorogare le indagini.
Gli investigatori registrano conversazioni concitate, che indicano chi ha materialmente ucciso Gucci.
Anche Patrizia Reggiani, mandante dell'omicidio, ora rischia di finire ammazzata se non si convince a dare altro denaro agli esecutori materiali. «Ci facciamo portare la [sua] testa dal colombiano»: la frase, registrata dalla Criminalpol, dimostra che l'agente infiltrato ha recitato bene la sua parte.
Eliminando la Reggiani, secondo gli investigatori, il gruppo si sarebbe liberato di un teste che poteva diventare decisivo se le indagini avessero portato a scoprire il complotto.
Prima che l'improvvisata banda torni in azione contro la stessa persona che ne era stata il mandante, la polizia decide di intervenire e, il 31 gennaio 1997, arresta tutti: la Reggiani, appunto come mandante del delitto; Savioni e la Auriemma, in quanto organizzatori; Ceraulo e Cicala, come esecutori materiali.
A Cicala l'ordinanza di custodia cautelare viene notificata in carcere, dov'è rinchiuso perché accusato di traffico di stupefacenti.
Il primo a crollare è Savioni, che confessa tutto.
L'unico degli arrestati che invece insiste nel proclamare la propria innocenza (lo farà anche al processo) è Ceraulo.
Emerge con chiarezza che l'omicidio di Maurizio Gucci è maturato dal rancore che Patrizia Reggiani nutriva nei suoi confronti e dal timore di perdere parte del ricco patrimonio se Maurizio si fosse risposato. Emergono anche altri particolari, uno più sconcertante dell'altro.
La Reggiani, ad esempio, avrebbe preteso una ricevuta a "saldo", una sorta di quietanza liberatoria, per i 600 milioni pagati per l'omicidio del marito.
La chiese alla Auriemma, secondo quanto dichiarato da quest'ultima, e pretese che la facesse firmare a tutti coloro che avevano partecipato all'omicidio con la sottoscrizione di nessuna, ulteriore pretesa.
La quietanza, firmata, sarebbe stata restituita alla vedova. Ma di quel documento gli investigatori non hanno trovato traccia.
Ancora, dopo l'omicidio del marito, Patrizia Reggiani depositò da un notaio il proprio testamento al quale appose un codicillo affinché, in caso di una morte violenta, fosse possibile individuare il responsabile.
In quel codicillo la Reggiani fece il nome proprio dell'Auriemma.
Nello scontro tra le due donne, amiche per vent'anni e ora in aperta guerra tra loro, corrono altre accuse.
Giuseppina Auriemma dichiara che la Reggiani le avrebbe promesso due miliardi di lire perché si accollasse lei la responsabilità dell'omicidio.
La vedova le avrebbe fatto arrivare la proposta attraverso altre detenute del carcere di San Vittore, dove entrambe sono recluse senza la possibilità di incontrarsi.
In cambio di quella somma, la maga napoletana avrebbe dovuto raccontare ai giudici di aver organizzato lei l'omicidio perché sapeva che la Reggiani voleva eliminare il marito; avrebbe anche dovuto dire che, una volta compiuto il delitto, aveva chiesto denaro alla vedova, all'oscuro di tutto.
La risposta della Auriemma è: «L'ho mandata a fare in c... Neppure per 20 miliardi mi faccio l'ergastolo».
La Reggiani smentisce la "trattativa". Secondo i suoi legali, la vedova ha paura della maga: una paura che in tanti anni di rapporto molto stretto tra le due donne si sarebbe trasformata in una sottomissione psicologica.
I familiari della Reggiani erano consapevoli di questa situazione e avevano tentato di rompere quel legame, ma senza riuscirci.
Per difendersi dalle accuse, la Reggiani ricostruisce i fatti attraverso un memoriale che invia al gip.
Nel 1998 si celebra il processo dell'anno, e forse del decennio.
Il pm Nocerino chiede la pena massima, l'ergastolo, per tutti gli imputati, che definisce «un gruppetto di assassini»: «Una pena prevista e adeguata alla gravità di un reato come l'omicidio premeditato... La premeditazione aleggia in tutti gli atti di questo processo... Questo è un caso scolastico di omicidio premeditato... Mi ritorna alla mente la deposizione del teste Onorato [il portiere rimasto ferito nell'agguato]: "Anch'io ho visto Gucci cadere a terra incredulo, senza capire quello che stava succedendo". Quel Gucci Maurizio mai tratteggiato con luce chiara: nessuno ne ha inquadrato il lato umano, ne abbiamo sentito parlare come imprenditore, come uomo che faceva le regate, ma nessuno ci ha parlato dell'uomo che cercava senza riuscirci di avviare un dialogo con le figlie. Non pensava di dover morire in quel modo: non aveva una guardia del corpo, per lui l'idea della morte era lontana. Quello era un momento felice della sua vita: aveva soldi, aveva idee, magari più piccole del fondatore dell'impero Guccio Gucci, pensava a organizzare un casinò o la festa del Bucintoro, insomma non meritava di morire in quel modo... Non posso non sottolineare quanto sia stata assurda la morte di Maurizio Gucci... Cicala voleva qualche lira in più da spendere nel gioco; Ceraulo voleva portare la figlia in centro e voleva cambiare casa; Savioni lo ha fatto per pochi spiccioli; la Auriemma per restare ancora al soldo del suo nume tutelare».
A Patrizia Reggiani, Nocerino imputa un movente partito da lontano, nato dall'orgoglio ferito di una donna «abbandonata dal marito nel 1985» e «ridimensionata nel ruolo avuto nel rilancio della Gucci. Maurizio Gucci, liberatosi della Reggiani, in realtà diede prova di essere un ottimo imprenditore», anche se tra il 1992 e il 1993 si indebitò oltre misura per il tenore di vita che conduceva.
Il pm descrive «un livore crescente» nella Reggiani, «un orgoglio ferito, un colpo alla personalità narcisistica della donna», ancora più offesa quando Maurizio Gucci si lega a Paola Franchi: «Non è la storia con "una bionda", si lega a lei, la porta nello chalet di St. Moritz che la Reggiani considerava suo, così come in fondo considerava ancora suo lo stesso Gucci. Quel legame è una ferita che sanguina di nuovo, ma nel settembre 1993, quando Maurizio Gucci esce dalla Guccio Gucci cedendo la sua quota agli arabi, arriva il colpo finale: lei non glielo perdonerà mai, perché così le sue figlie perderanno la loro identità. Ormai Allegra e Alessandra sono delle Gucci solo anagraficamente: l'azienda è degli arabi, non più di un'antica famiglia fiorentina. La Gucci non esiste più. Lei cerca la "soluzione finale" e purtroppo è proprio dalla madre Silvana Barbieri che arriva la prova più pesante a suo carico. Ci ha detto in quest'aula di non aver mai dato peso alle minacce che la figlia lanciava contro l'ex marito. Ci ha detto "forse ho sbagliato", senza volerlo ci ha confermato le accuse alla figlia... L'imputata ha responsabilità piena come mandante della misera e triste fine di una dynasty il 27 marzo 1995» («Ansa», 20.10.1998).
Prima che i giudici della quarta Corte d'Assise entrino in camera di consiglio per la sentenza, la Reggiani legge una dichiarazione da lei scritta a mano su un foglio, che comincia con una frase attribuita ad Aldo Gucci: «Mai lasciare entrare la volpe amica nel tuo pollaio: prima o poi potrebbe venirle fame. Dopo 22 mesi di quasi totale isolamento ho meditato a lungo e mi sono resa conto come miliardi, ricchezza e potenza siano sempre state le parole più ricorrenti sulla bocca di Pina Auriemma, nascondendone un ossessivo desiderio: di goderne tramite la mia persona. Sono stata ingenua fino al limite della stupidità: mi sono trovata coinvolta mio malgrado, ma complice mai. Lo nego decisamente».
Chiude l'intervento con un'altra frase, che attribuisce al pm Nocerino: «L'unica grande ombra in grado di inquinare di tristezza e devastare il mio animo è solo questo infamante processo. Tanto più terribile in quanto mi vede protagonista come mandante nell'uccisione del padre delle mie figlie senza trarne alcun beneficio».
Anche Benedetto Ceraulo, che ha sempre negato il suo coinvolgimento nel delitto, sceglie di parlare: «Sono una persona semplice - dice - ho dedicato la vita alla famiglia, a mia moglie e ai miei tre bambini e ho sempre lavorato onestamente. Il 31 gennaio 1997, malgrado la mia disponibilità sono stato prelevato, picchiato e incarcerato. Da allora vivo questa accusa come un macigno. Mi hanno accusato di aver intimidito i testimoni, ma io ho solo gridato la mia innocenza. Dicono che io sono una persona che non parla, ma è il capo-scorta che mi impedisce di parlare con i giornalisti. Signori giudici popolari, non voglio intenerirvi né mandare messaggi di pietà. Vi chiedo solo di giudicare con tranquillità secondo le prove e la coscienza».
Orazio Cicala, che ha confessato di aver guidato l'auto del commando omicida, dice: «Voglio solo chiedere scusa di cuore a quanti hanno voluto bene al dottor Gucci e anche al signor Onorato Giuseppe».
Ultimo a parlare è Ivano Savioni: «Egregio signor presidente e signori giurati, ho molto riflettuto in questi lunghi mesi: so che mi aspettano lunghi anni di carcere per quello che ho fatto. Chiedo perdono alle figlie di Gucci e ho orrore di quanto è accaduto andando oltre la mia volontà. Vi chiedo una giusta condanna».
La condanna si traduce in ergastolo solo per Ceraulo, riconosciuto come l'esecutore materiale dell'omicidio nonostante tutti i coimputati lo scagionino, forse per la paura che incute loro.
Patrizia Reggiani viene condannata a 29 anni di reclusione, come l'altro esecutore, Orazio Cicala; la pena per l'Auriemma è di 25 anni, per Savioni di 26 anni. Nella commisurazione della pena ha pesato il comportamento processuale degli imputati, in particolare la decisione di Savioni, per primo, di confessare, seguito poi dalla Auriemma e da Cicala. Solo la Reggiani e Ceraulo non hanno ammesso le loro responsabilità. La Corte condanna poi tutti gli imputati a pagare 200 milioni di lire come provvisionale per risarcire i danni morali e fisici inflitti a Giuseppe Onorato.
«La verità è figlia del tempo. Evidentemente non mi hanno creduto», commenta la Reggiani, che farà per settimane lo sciopero della fame.
Il giudice estensore della sentenza, Antonella Bertoja, impiega 177 pagine per ricostruire le indagini e il processo e analizzare le posizioni dei cinque imputati e i loro rapporti. L'atmosfera da "saga familiare" che contraddistingue la vicenda sembra abbia trasmesso qualche influsso anche sui giudici, che affrontano la sentenza con un incipit quasi romanzesco: «La sorte, fino a quel momento singolarmente generosa con Maurizio Gucci, si rivelò d'un tratto assurda e crudele la mattina del 27 marzo 1995...».
La mandante dell'omicidio, Patrizia Reggiani, è descritta come una donna dalla «personalità abnorme» ma con una volontà precisa: «Uccidere Maurizio nel modo più agevole, il più presto possibile», per vendetta ma anche per denaro.
Il movente viene infatti indicato, da un lato, nel rancore accumulato per anni dalla Reggiani dopo l'abbandono, dall'altro nei timori di ordine patrimoniale per la nuova relazione sentimentale con Paola Franchi e pure in una buona dose di avidità: la morte di Gucci avrebbe portato all'ex moglie, sia pure attraverso le figlie, «un patrimonio liquido di oltre 100 miliardi, l'uso di case in svariate parti del mondo, di barche da sogno».
I giudici riconoscono che la Reggiani aveva manifestato a tutti l'intento di uccidere Gucci, ma non le credono quando su questo presupposto costruisce la tesi di un complotto, una truffa ordita dalla Auriemma. Alla Reggiani, «fulcro e origine della vicenda», viene poi riconosciuto di avere «disturbi istrionico-narcisistici della personalità», che dopo gli anni felici con Maurizio hanno fatto emergere, una volta intervenuta la separazione, quegli aspetti «abnormi» che non le sono bastati a evitare una condanna, ma come attenuante l'hanno ridotta dall'ergastolo a 29 anni.
Giuseppina Auriemma viene ritenuta credibile, anche perché le intercettazioni telefoniche e ambientali, le dichiarazioni della "fonte confidenziale" della polizia divenuta un supertestimone, e soprattutto le date dei movimenti bancari della Reggiani (paragonate dalla Corte a «confessioni involontarie» dell'imputata) hanno fatto crollare ogni ipotesi sul suo progetto truffaldino contro l'ex moglie di Gucci.
Senza scampo, infine, il giudizio della Corte su Ceraulo, «freddo e pericoloso», capace di incutere un «sacrosanto terrore nei complici».
Di lui viene sottolineata la «lucida professionalità e freddezza» nelle fasi dell'omicidio, ma anche «il ruvido, arrogante comportamento processuale», così distante dalla condotta della Auriemma, di Savioni e Cicala.
È la paura di Ceraulo all'origine dell'atteggiamento di Cicala, che ha cercato di scagionarlo incolpando del delitto un "balordo" da lui stesso reclutato, ma che lo ha fatto solo per «mandargli un messaggio», temendo una sua vendetta nonostante fosse dietro le sbarre.
Nei mesi successivi alla sentenza, si fanno avanti strane figure con la promessa di rivelazioni straordinarie: otterranno solo denunce.
Un viado brasiliano accusa il suo ex protettore di essere il «vero killer» di Gucci, e fornisce una serie di particolari per cercare di incastrarlo.
Un uomo si presenta dai difensori della Reggiani sostenendo di avere le prove per «incastrare» la Auriemma e farle assumere il ruolo di vera mandante e organizzatrice del delitto, scagionando così l'ex moglie di Gucci.
Ma l'unico elemento che può riscrivere la sentenza è la denuncia per calunnia che la madre della Reggiani, Silvana Barbieri, e i suoi avvocati presentano contro la Auriemma.
Le rivelazioni e le accuse di quest'ultima sono state determinanti nella condanna decisa in primo grado. Se la sua credibilità venisse messa in discussione, potrebbe diventare uno strumento a favore della difesa della Reggiani.
Ma al processo d'Appello, celebrato nel 2000, l'accusa formula la stessa richiesta di condanna del pm Nocerino: nonostante della Reggiani si abbia notizia come di una donna malata e distrutta, il sostituto procuratore generale Laura Bertolè Viale chiede per lei l'ergastolo.
Il movente del delitto, a suo dire, «non è passionale, ma banale e squallido: la fame di soldi. Invidia, odio, avidità e cattiveria» sono, secondo l'accusa, i tratti del carattere della Reggiani, dipinta come una donna «furba e non malata, intelligente, ma soprattutto furba».
Chi viene invece - parzialmente - rivalutata è Pina Auriemma, ritratta come donna che ama vivere al di sopra delle sue possibilità, che ha quindi bisogno di soldi e per questo «si attacca come l'edera» all'amica Patrizia.
«Non è una persona malvagia, ma opportunista e di scarsissima dignità: cerca un killer per uccidere un uomo che le ha fatto bene per un po'. Ma poi, a differenza della Reggiani, ha paura, si pente.
È la sola che rivela un barlume di umanità», e per questo il pm chiede di ridurre la pena da 25 a 22 anni.
Ivano Savioni è liquidato come «un poveraccio, privo di ogni senso morale».
Orazio Cicala, «la mente del gruppo», è sì «intelligente, lucido, calcolatore» ma con un vizio, il gioco, che lo porta alla rovina e a indebitarsi.
Quanto a Benedetto Ceraulo, il killer, è il personaggio più enigmatico: «Sembra un uomo irreprensibile e invece fa paura: è violento, freddo e determinato».
La Corte d'Appello respinge sia la richiesta della difesa di una nuova perizia psichiatrica per la Reggiani, sia l'istanza per la concessione degli arresti domiciliari.
In appello tutti gli imputati ottengono una riduzione della pena. Con le attenuanti generiche Patrizia Reggiani è condannata a 26 anni; identica sorte tocca a Orazio Cicala. Benedetto Ceraulo si vede commutare l'ergastolo in 28 anni e 11 mesi di reclusione. A Ivano Savioni e Pina Auriemma la pena viene diminuita di cinque anni e mezzo: il loro atteggiamento da "pentiti" è giudicato dalla Corte in maniera ancora più benevola rispetto al primo grado.
Respingendo tutti i ricorsi presentati dai difensori degli imputati come anche il ricorso della pubblica accusa, la Cassazione rende definitive le condanne decise in appello. Ma su Patrizia Reggiani non cala ancora il sipario.
Nel novembre del 2000 la donna tenta di suicidarsi nel carcere di Opera, dove è stata temporaneamente trasferita da quello di San Vittore: cerca di impiccarsi con un lenzuolo, ma viene salvata dagli agenti penitenziari. Secondo i suoi avvocati, soffre di una grave forma di epilessia e non riesce più neanche a camminare.
L'anno seguente le figlie della Reggiani, Allegra e Alessandra, presentano una istanza di revisione del processo sulla base di prove ritenute «nuove»: nell'omicidio di Maurizio Gucci non sussisterebbe il movente economico, e neppure quello causato dal timore della Reggiani di un nuovo matrimonio dell'ex marito.
Ma i giudici della Corte d'Appello di Brescia giudicano l'istanza inammissibile, non ritenendo tali «nuove prove» determinanti. Le figlie e la madre di Patrizia non si arrendono e presentano ricorso in Cassazione, con il sostegno di oltre 3500 firme raccolte dal "Comitato per Patrizia Reggiani". Davanti alla Suprema Corte l'avvocato dell'imputata Francesco Caroleo Grimaldi sostiene la tesi dell'infermità mentale. Anche questa richiesta viene però dichiarata inammissibile. La Reggiani deve restare in carcere.
Nel settembre 2013, dopo 17 anni di carcere, Patrizia Reggiani ha ottenuto l'affidamento ai servizi sociali ed ha lasciato il carcere di San Vittore. Oggi disegna borse di moda e assiste l'anziana madre.

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