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sabato 14 gennaio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 gennaio.
Il 14 gennaio 1968 ebbe inizio il terremoto del Belice, in Sicilia.
La sequenza sismica iniziò nel pomeriggio del 14 gennaio 1968 con una prima forte scossa alle ore 13:28 locali, che causò danni notevoli a Montevago, Gibellina, Salaparuta e Poggioreale, nonché lesioni in alcuni edifici a Santa Margherita di Belice, Menfi, Roccamena e Camporeale.
Meno di un’ora dopo, alle 14:15, nelle stesse località ci fu un’altra scossa molto forte, sentita anche a Palermo, Trapani e Sciacca. Due ore e mezza più tardi, alle 16:48, ci fu una terza scossa, che causò danni gravi a Gibellina, Menfi, Montevago, Partanna, Poggioreale, Salaparuta, Salemi, Santa Margherita di Belice e Santa Ninfa. Lesioni di varia entità si aprirono in molti edifici di Alcamo, Calatafimi, Camporeale, Corleone e Roccamena; a Palermo ci furono danni in edifici di vecchia costruzione. A Gibellina e Salaparuta, in particolare, tutte le scosse precedenti quella più violenta – che accadde il giorno dopo – causarono serie lesioni e compromisero la stabilità degli edifici. Dopo queste prime scosse, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, all’epoca comandante dei Carabinieri di Palermo, visitando nel pomeriggio del 14 gennaio i centri più colpiti, raccomandò alla popolazione di pernottare all’aperto.
Nella notte tra il 14 e il 15 gennaio, alle ore 2:33 locali, una scossa molto violenta causò gravissimi danni e il crollo di alcuni edifici a Poggioreale, Gibellina, Salaparuta, Montevago e Santa Margherita di Belice; fu fortissima a Contessa Entellina e a Corleone, dove causò danni rilevanti, e fu sentita molto forte a Palermo, a Trapani e in tutta la Sicilia occidentale e centrale, compresa l’isola di Pantelleria.
La scossa più forte dell’intera sequenza avvenne poco dopo, alle ore 3:01, ed ebbe effetti disastrosi: crolli e distruzioni diffuse in un numero di località ben superiore a quello delle località già menzionate. Frequentissime e forti repliche non diedero tregua. I morti accertati ufficialmente furono complessivamente 231 e i feriti oltre 600. Fonti indipendenti ritennero, tuttavia, che il bilancio delle vittime fosse molto più alto: oltre 400 morti e più di 1.000 feriti. Il numero relativamente contenuto delle vittime, se paragonato all’enorme portata delle distruzioni, fu dovuto principalmente all’allerta lanciato dal generale Dalla Chiesa.
Quasi tutta la zona collinare della Sicilia sud occidentale – circa 6.200 kmq – fu coinvolta nella disastrosa sequenza sismica del gennaio 1968. L’area dei massimi effetti fu localizzata nel medio e basso bacino del fiume Belice: comprese 12 comuni delle province di Trapani, Agrigento e Palermo, per una superficie di circa 1.000 kmq. Questo territorio non figurava allora tra quelli considerati a rischio sismico.
I paesi di Gibellina, Poggioreale e Salaparuta, in provincia di Trapani, e Montevago, in provincia di Agrigento, furono quasi totalmente rasi al suolo, con effetti valutati di grado X MCS. A Gibellina fu distrutto quasi il 100% delle unità immobiliari, che era di 1.980 edifici. A Poggioreale fu distrutto il 100% delle unità immobiliari, pari a 993 edifici. A Salaparuta fu distrutto il 100% delle unità immobiliari, un migliaio di edifici. A Montevago fu distrutto il 99% delle unità immobiliari e fu danneggiato gravemente l’1% rimanente, su un totale di 1.393 edifici. In tutti questi paesi i pochi muri ancora rimasti in piedi crollarono completamente in seguito alla fortissima replica avvenuta il 25 gennaio, alle ore 10:56 locali. Dopo questa nuova scossa rovinosa che causò qualche altra vittima, le autorità proibirono l’ingresso nei paesi di Gibellina, Montevago e Salaparuta.
Gravi distruzioni, con dissesti e crolli diffusi, colpirono i paesi e i territori comunali di Santa Margherita di Belice, Santa Ninfa, Partanna e Salemi (grado IX o VIII-IX MCS). Santa Margherita di Belice aveva 3.646 edifici: le scosse distrussero il 70-80% delle unità immobiliari e lesionarono leggermente le rimanenti. Gravi lesioni danneggiarono anche il palazzo Filangeri di Cutò e la chiesa madre. La replica del 25 gennaio fece crollare un’altra decina di case.
Santa Ninfa aveva 1.928 edifici: ne fu distrutto più del 43%; il 47% fu danneggiato gravemente e solo il 9% risultò lesionato in modo più leggero. La replica del 25 gennaio causò nuovi, gravi danni agli edifici. Partanna aveva 4.345 unità immobiliari: il 30% fu completamente distrutto, il 42% danneggiato gravemente, il 19% lesionato. La replica del 25 gennaio causò il crollo di numerosi edifici.
A Salemi, su 4.402 edifici il 24% fu distrutto, il 45% danneggiato gravemente e il 29% lesionato leggermente. La replica del 25 gennaio causò il crollo di una delle torri del castello di Federico II e danneggiò la chiesa madre, la Biblioteca Civica e il Museo del Risorgimento; crollò anche il ponte della strada per Agrigento. Nelle campagne di questi comuni andarono distrutte anche molte costruzioni rurali.
In una dozzina di altre località le scosse causarono crolli totali di edifici più limitati, ma ci furono danni ingenti, gravi dissesti e crolli parziali estesi a parte del patrimonio edilizio (grado VIII MCS o appena inferiore.
Oggi la valle del Belice si è lentamente risollevata dopo decenni di interminabili lavori, gli antichi paesi della valle sono stati in gran parte ricostruiti in luoghi distanti da quelli originari interessati dal terremoto: abitazioni, infrastrutture urbanistiche e stradali hanno sì riportato condizioni di vivibilità ma hanno anche profondamente modificato il volto di quella parte della Sicilia.
Nel 2008, per l'anniversario del terremoto, è stato girato dal regista Salvo Cuccia il documentario Belìce 68, terre in moto. In esso si descrive la situazione a seguito del terremoto e la situazione attuale della valle; vi sono riportati innumerevoli filmati tratti da trasmissioni televisive dell'epoca; tra i personaggi politici intervistati nel 2008 vi è Giulio Andreotti.
Nel 2009 il giornalista Antonino D’Anna ha fatto una lunga intervista, pubblicata dalle Edizioni Grafiche Santocono col titolo I figli del terremoto, a mons. Antonio Riboldi, prete nella valle del Belice proprio in quegli anni, che condivise la vita nelle baracche e fu certamente la voce più limpida della protesta e del riscatto dei terremotati. In queste "memorie" mons. Riboldi, deceduto nel 2017, rievoca anche i viaggi della speranza dei bambini dinanzi ad Aldo Moro, Sandro Pertini e Paolo VI.

venerdì 13 gennaio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 gennaio.
Il 13 gennaio 1943 ha inizio la drammatica ritirata degli Alpini in Russia.
Il 9 luglio 1942 venne ufficialmente attivata l'8ª Armata italiana in Russia (ARMIR), affidata al comando del generale Italo Gariboldi. Previsto fin dal gennaio 1942, il potenziamento del CSIR (il corpo di spedizione già presente sul fronte orientale), pur avversato da molti generali del Comando Supremo, corrispondeva alle esigenze di prestigio di Mussolini ed anche alle richieste precise di Hitler che, dopo il fallimento dell'operazione Barbarossa, aveva richiesto un accresciuto impegno dei contingenti degli alleati del Terzo Reich. Le forze italiane, equipaggiate ed armate con le dotazioni migliori a disposizione del Regio Esercito, tuttavia non vennero impegnate accanto alle formazioni mobili tedesche nella grande avanzata dell'estate 1942 verso il Volga e il Caucaso ma dovettero schierarsi sul fiume Don a protezione difensiva del fianco sinistro del Gruppo d'armate.
A partire dal 31 luglio la 3ª Divisione Celere "Principe Amedeo Duca d'Aosta" entrò in combattimento per respingere una pericolosa penetrazione sovietica a Serafimovič, e nei giorni seguenti tutta l'8ª Armata, compreso il corpo d'armata alpino di cui era stato inizialmente previsto l'impiego nel Caucaso, si schierò lungo il Don tra Pavlovsk e la confluenza del Khoper. Dal 20 agosto al 1º settembre l'ARMIR dovette combattere la cosiddetta Prima battaglia difensiva del Don che mise in evidenza la vulnerabilità delle posizioni italiane di fronte agli attacchi nemici; inoltre sorsero i primi dissidi tra i comandi italiani e tedeschi sulle capacità di combattimento dell'8ª Armata. Nonostante l'entrata in linea della 3ª Armata rumena sul fianco destro dell'ARMIR, il fronte italiano rimase molto esteso e venne quindi rafforzato, su ordine diretto di Hitler, con una serie di reparti tedeschi.
L'andamento disastroso per l'Asse dell'operazione Urano che provocò il crollo del fronte rumeno e l'accerchiamento della 6ª Armata tedesca a Stalingrado, ebbe conseguenze negative anche per l'8ª Armata che perse gran parte dei reparti di rinforzo tedeschi (trasferiti più a sud) e quindi divenne ancor più esposta alle possibili offensive sovietiche. Schierata su 230 km di linea lungo il Don, con modeste riserve mobili a disposizione, l'8ª Armata italiana venne attaccata dall'Armata Rossa a partire dall'11 dicembre 1942 nel quadro della operazione Piccolo Saturno, la seconda fase dell'offensiva generale sovietica nel settore meridionale del fronte orientale.
Quando ingenti forze sovietiche attaccarono le nove divisioni dell'ARMIR schierate lungo il Don e rinforzate da qualche reparto tedesco, l'intero fronte meridionale era già in crisi da parecchi giorni. La « 6a Armata » tedesca era stata accerchiata a Stalingrado e si avviava al suo tragico destino. La « 4' Armata » tedesca stava ripiegando in disordine verso Rostov. Le truppe che nella estate s'erano spinte verso il Caucaso si ritiravano rapidamente verso Kersc per cercare una via di scampo in Crimea. Infine, quel che più conta, agli effetti di quanto accadde alle nostre truppe, la « 3a Armata » romena che si trovava sul fianco destro dell'ARMIR, era stata scompaginata da una violenta offensiva ed aveva praticamente cessato di essere una unità combattente. La situazione dell'ARMIR, quindi, era già prima dell'attacco tutt'altro che rosea. Quanto era accaduto sul suo fianco destro, ove erano schierate la « Sforzesca », la « Celere » e la « Torino », lo minacciava di avvolgimento da est, mentre sarebbe bastata una penetrazione nel settore tenuto dalla « Ravenna » e dalla « Cosseria » perché una grande tenaglia chiudesse le divisioni che abbiamo nominato e la «Pasubio » (che con la «298° » divisione germanica costituiva il «2° Corpo d'Armata») in una morsa senza scampo. Data la situazione strategica e la conformazione del terreno, era proprio la mossa naturale, per i sovietici: suggerita loro prima che dalla fantasia operativa, dalla realtà stessa delle cose. E la manovra a tenaglia venne puntualmente non appena i russi, che si erano accuratamente preparati all'offensiva, disposero di quella superiorità schiacciante di effettivi e di mezzi ritenuta indispensabile per ottenere risolutivi e durevoli risultati. Il primo colpo fu portato al «2° Corpo d'Armata», il più debole, il più esposto, quello che risentiva maggiormente della mancanza di riserve e che presidiava, purtroppo, il settore più importante del fronte. Fu una settimana di lotta asperrima sostenuta bravamente dalle nostre divisioni « Ravenna » e « Cometa », le quali sacrificarono gran parte dei loro effettivi per contrastare il passo al nemico e per mantenere, secondo gli ordini ricevuti, le posizioni lungo il corso del fiume. Ma alla fine la superiorità, che era veramente schiacciante (79 battaglioni contro 19), ebbe ragione del disperato valore delle nostre truppe. « Cosseria » e « Ravenna », semidistrutte, dovettero iniziare il ripiegamento, fra il dilagare dei carri armati nemici. Quasi nello stesso momento crollava anche l'ala destra del fronte, ove la « Sforzasca », rimasta senza collegamento con i romeni, doveva sfuggire all'accerchiamento con una rapida ritirata. Il fronte italiano si metteva in movimento. Ma non era ancora una rotta. I reparti mantenevano la loro efficienza bellica, i loro organici, la loro combattività. Ripiegavano combattendo duramente, infliggendo sensibili perdite al nemico, spesso contrattaccando. Solo più tardi, quando lo sfinimento per le interminabili marce, il gelo, le bufere di neve, gli attacchi sui fianchi delle unità carriste nemiche, le incursioni dei partigiani fiaccarono i nostri soldati, venne il disordine, lo scoramento, l'ansia di portarsi in salvo. Bisogna dire peraltro che tutto questo fu conseguenza degli errori di valutazione del comando germanico, dal quale l'ARMIR dipendeva, che invece di affidare le sorti dell'armata ad una difesa manovrata aveva deciso la resistenza ad oltranza sulle posizioni di partenza. Così le nostre truppe s'erano esaurite senza speranza sul Don ed avevano incominciato a ripiegare, in base ad ordini tardivi e spesso contradditori, quando era troppo tardi. Quando cioè nelle retrovie c'era già il nemico a creare sacche, a lanciare attacchi sui fianchi, a tormentare e distruggere. La ritirata fu quindi un dramma inenarrabile che costò migliaia di morti e la distruzione di tutta l'armata la quale, se riuscì a portare in salvò circa il cinquanta per cento degli effettivi, perse lungo la via del ripiegamento quasi tutto il suo materiale pesante, migliaia di autocarri, di quadrupedi, di cannoni e pressoché, al completo i propri magazzini. L'errore di ordinare la resistenza ad oltranza fu purtroppo ripetuto anche nei confronti del Corpo d'Armata Alpino che, al contrario del « 2° », del « 35° e del « 29° », aveva retto agli attacchi sferrati dai sovietici fra il 10 e il 18 dicembre ed era rimasto sulla linea del Don, in collegamento a nord con l'Armata ungherese e a sud con alcune unità germaniche che erano corse a tamponare la falla aperta dalla distruzione della divisione « Cosseria ». Queste magnifiche truppe da montagna, erano ancora sulle proprie posizioni alla metà di gennaio, quando tutto il fronte era un caos di reparti in ritirata. Solo quando gli ungheresi, vedendo la malasorte, cominciarono a ritirarsi su linee arretrate e quando da sud videro irrompere sulle loro retrovie i carri armati sovietici, gli alpini iniziarono il ripiegamento. Ma era, anche qui, troppo tardi. La manovra di sganciamento che ancora qualche giorno prima sarebbe stata possibile senza eccessive perdite, divenne una tragedia collettiva, resa ancor più fatale dalle continue bufere di neve che imperversavano nella steppa. Della « Julia », della « Cuneense », della « Tridentin » e della divisione di fanteria « Vicenza» che a effettivi ridotti era giunta in linea a dare manforte agli alpini, dopo un mese di ripiegamento rimanevano poche migliaia di uomini esausti. Tutti gli altri erano caduti combattendo per ritirarsi un varco o, rimasti senza munizioni e senza viveri, avevano dovuto arrendersi ai sovietici. Questo, è, in sintesi, il dramma della nostra « 8' Armata », vittima di errori non suoi e una inferiorità numerica e di armamento che s'era andata aggravando sempre di più con la crisi alleata e per l'aumentare delle forze sovietiche. Quella della ritirata di Russia non è dunque una pagina ingloriosa. Nell'ora sfortunata rifulsero infatti, ancora una volta, le virtù eroiche della nostra stirpe. Cento e cento episodi dimostrano che anche nelle situazioni più avverse il nostro soldato sa tenere fede al giuramento e sacrificarsi e morire per l'onore della bandiera. Interi reparti, come il. Raggruppamento CONN « gennaio » si fecero annientare piuttosto che cedere la posizione. Altri, come il « 5° » e il « 8° reggimento alpini, rimasti senza munizioni, andarono all'attacco alla baionetta. E tutti, comandanti e gregari, furono pari al compito. Dal generale Reverberi, che a Nikolajewska, dall'alto al carro armato guidò i suoi alpini contro il cerchio nemico, al bersagliere Berardino Leoni che, rimasto senza proiettili per la propria mitragliatrice, si gettò sul nemico a colpi di pietra, fino a quando una raffica non lo stroncò nel gesto sublime.
Rotto il fronte del Don fra il 10 e 17 dicembre 1942, le, truppe dello ARMIR dovettero, come abbiamo visto, aprirsi le vie della ritirata in mezzo al dilagare delle formazioni corazzate nemiche mobilissime e onnipresenti, che ormai avevano il controllo di tutte le retrovie. Le nostre unità, che già prima della battaglia scarseggiavano di mezzi motorizzati e di artiglierie avevano perso anche quel poco che possedevano nella prima fase della ritirata. A questo si aggiunse la scarsità di carburante e l'atteggiamento non sempre cameratesco degli alleati tedeschi, i quali spesso sottraevano ai nostri autocarri, viveri e rifornimenti, ignorando sempre i bisogni delle truppe italiane che pure avevano duramente combattuto per proteggere il loro ripiegamento. Ma più di tutto quel che contribuì a trasformare in un penoso dramma la marcia delle nostre unità superstiti fu il gelido inverno russo. A temperature proibitive, su strade quasi sempre impraticabili e più spesso ancora in mezzo alla campagna, per sfuggire alla caccia dei carri armati sovietici, i nostri soldati, con un equipaggiamento inadeguato, dovettero compiere marce di trenta, quaranta chilometri al giorno, sostando la notte nelle case dei contadini, in rifugi improvvisati o, più spesso all'addiaccio.
La ritirata italiana continuò per giorni e giorni dal Don al Donetz, in una atmosfera di tragedia. Man mano i reparti s'andavano assottigliando, mietuti dallo sfinimento, dai congelamenti, dagli attacchi dei carri armati, dagli agguati dei partigiani. La confusione aumentava. In molti casi non esistevano più reparti organici; non esistevano più comandi, non esistevano nemmeno più divisioni di nazionalità. Alpini marciavano frammisti a soldati ungheresi, bersaglieri spalla a spalla con « panzer grenadieren » tedeschi. E tutti erano ridotti alla situazione del fante, tranne i pochi fortunati che disponevano di una slitta, di un cavallo, di un autocarro con una scorta di benzina. Tuttavia la ritirata non fu ingloriosa. Pur nel caotico disordine di quei tragici giorni, il valore italiano rifulse in mille e mille episodi, individuali e collettivi. Così ad esempio, ad Arbusow, in quello che fu definito il vallone della morte, ove dopo due giorni di tenace resistenza, martellati senza posa dalle artigliere nemiche, alcune migliaia di italiani infransero alla fine il ferreo cerchio nemico seguendo un semplice carabiniere della « Torino » che, come un eroe antico, era montato su un cavallo e, agitando una bandiera tricolore, s'era avventato verso il nemico. Così a Millerowo, così a Cercovo, ove caddero quasi diecimila uomini della divisione « Torino ».
Uno dei momenti più tragici della ritirata dal Don fu la marcia su Nikitowka delle divisioni alpine. Quei magnifici reparti dovettero aprirsi la via combattendo quasi di continuo contro grosse formazioni sovietiche appoggiate da numerosi carri armati e contro insidiosi nuclei di partigiani. Però solo la « Tridentina » ebbe fortuna e riuscì a raggiungere la nuova linea, portandosi dietro quasi quarantamila ungheresi e tedeschi che ad essa s'erano aggregati. Le altre divisioni, uno dopo l'altra, furono accerchiate , dopo durissimi combattimenti, e pressoché annientate. Dopo il combattimento prima ancora di iniziare le terribili, spesso mortali marce verso i campi di prigionia, le brutalità delle truppe sovietiche si accanì contro uomini inermi. Un solo esempio vale per i numerosi casi identici. Il 21 gennaio 1943, circa 400 alpini, tutti feriti, del «9° Rgt. », Divisione «Julia », furono passati per le armi nel « Kolkoz Stanno », un gruppo di fattorie nelle quali i nostri eroici soldati avevano opposto una leggendaria resistenza ai sovietici. I superstiti, salvo rarissime eccezioni, finirono nei famigerati campi di concentramento sovietici. Le battaglie più sanguinose furono combattute a Nikolajewska, fortemente tenuta dai russi, ove il « 5° » e il « 6° » reggimento alpini si aprirono un varco con le sole bombe a mano e con incessanti assalti alla baionetta, poiché le munizioni erano finite.
Le perdite delle divisioni italiane durante la ritirata furono durissime e raggiunsero in qualche caso il sessanta per cento degli effettivi. Ancora più gravi le perdite materiali, poiché quasi tutto il materiale e l'armamento pesante dovette essere abbandonato. Tuttavia, per le condizioni in cui fu compiuta e soprattutto per l'errore tedesco di aver ordinato il ripiegamento quando già le nostre truppe erano accerchiate, è già un miracolo che l'ARMIR non sia stato completamente annientato da un nemico tanto superiore. Il miracolo è dovuto in gran parte all'eroismo di alcuni reparti che si sacrificarono quasi al completo per rendere possibile il salvataggio dell'Armata e al valore, alla tenacia, allo spirito combattivo di tutte le unità che in situazioni pressoché disperate, non si persero mai d'animo e lottarono contro il nemico anche quando sarebbe stato follia sperare salvezza.
L'odissea dell'ARMIR finì ai primi di febbraio quando i superstiti della ritirata raggiunsero le nuove linee costituite dai tedeschi davanti a Charkov e di qui, riordinati e rifocillati, furono avviati, con diecine e diecine di tradotte, verso la Patria. Ma migliaia e migliaia di bravi soldati, centinaia di ufficiali, diecine di ufficiali superiori e quattro generali erano caduti in mano al nemico. Per loro l'odissea continuò feroce, più spietata, più amara della guerra. Sono morti certamente per gli stenti, per le malattie, per le inenarrabili brutalità dei carcerieri sovietici, nei campi di concentramento o addirittura prima dì arrivarvi. Per gli altri rimane il tragico dubbio che siano ancora, pochi o molti, in qualche angolo della Russia o della Siberia. Ma neanche ai morti è stata data pace, in terra sovietica. Dei cimiteri di guerra amorevolmente, pietosamente composti dai cappellani militari non esiste più nulla. Già nei primi giorni dopo la riconquista, come hanno raccontato testimoni oculari, i carri armati con la stella rossa sono passati sulle tombe a stroncare le croci e le lapidi del ricordo.

giovedì 12 gennaio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 gennaio.
Il 12 gennaio 1709 ebbe inizio in Europa un'ondata di gelo che attanagliò il continente per due mesi.
Cominciò con un forte vento di tramontana che causò un improvviso calo della temperatura. A Venezia i canali della laguna si ghiacciarono, i fiumi divennero strade su cui si passava con i carri. Seguirono sessanta giorni di temperatura glaciale, ci furono morti e danni gravissimi.
Il grande freddo giunto in Europa Occidentale e nel Bacino del Mediterraneo fa risultare ancora oggi l’inverno del 1709 come il più gelido degli ultimi cinque secoli per molte regioni. Un inverno mitico, definito come “Il grande inverno” o “l’invernone”, dalla durata eccezionalmente lunga: in alcune aree europee si ebbe un timido riscaldamento del clima solo dopo la prima metà di marzo. Per circa un mese, dopo l’ondata di gelo dei primi giorni di gennaio, la temperatura dell’aria rimase, anche a quote basse, costantemente sottozero, con punte minime notturne anche di -20°C.
Il rigore estremo del gelo fu dovuto alla presenza di un anticiclone di tipo siberiano, localizzato sul mar Baltico, il quale dirigeva sul suo fianco meridionale un flusso d’aria polare proveniente da Est e diretto su gran parte del continente europeo, Spagna inclusa. Gli effetti del gelo si fecero sentire fino a Napoli e Cadice, si congelò anche l’Ebro e il Bacino del Mediterraneo non fu risparmiato dai rigori del freddo, ma soffrì di un inverno rude in maniera simile all’Europa continentale. Mentre restarono escluse da questa incredibile ondata di freddo l’Islanda e la Groenlandia all’estremo Nord-Ovest e la Turchia a Sud-Est.
 Lasciò profonda impressione nei contemporanei, mai a memoria d’uomo si ricordava un gelo tanto pungente, e disastrosi furono i suoi effetti, tanto da diventare la pietra di paragone per tutti i successivi episodi di inverni gelidi. Moltissimi sono i frammenti, i ricordi che si ritrovano nelle cronache e nella letteratura del tempo.
Un vento polare arrivò a spazzare le coste orientali italiane nella notte dell’Epifania e già nella mattina del 7 gennaio i veneziani al loro risveglio trovarono i canali della laguna ghiacciati. Nei tre giorni successivi continuò a nevicare incessantemente rendendo le strade impercorribili, i trasporti erano bloccati e la normale vita cittadina sconvolta. L’intera pianura padana risultava sommersa dalla neve. Ancora il 26 gennaio Venezia lamentava il proseguire di temperature particolarmente rigide. Ben presto cominciarono a scarseggiare le provviste e le cronache riportano che contadini e altre persone della Terraferma portavano a piedi sui canali ghiacciati pane e generi alimentari alla città su richiesta del Governo Serenissimo.
 A Verona si ghiacciò l’Adige e ancora il 28 febbraio le strade erano impraticabili e il freddo definito eccessivo. Cominciava a scarseggiare anche la legna da ardere per riscaldarsi. Molti fiumi gelarono, compreso il Po e il freddo era così acuto che lo strato di ghiaccio sulla superficie del fiume raggiunse i 70 cm e sopra vi potevano transitare uomini, cavalli e carri. Nelle campagne gli alberi si spaccavano letteralmente per il freddo e le coltivazioni di maggior pregio come viti, ulivi e noci furono gravemente danneggiate risultando praticamente annientate in molte zone. Ad esempio in Francia meridionale, in Toscana e lungo le pendici dei laghi pedemontani le coltivazioni di ulivo, vite e agrumi si presentarono, al termine dell’ondata di gelo, fortemente modificate in quantità e qualità. In molti casi le estensioni coltivate precedenti al 1709 non vennero mai più recuperate, spesso anche perché sostituite da nuove coltivazioni più remunerative economicamente come il gelso per la produzione della seta, o dai cereali.
La morsa di gelo proveniente da Est strinse l’intera Europa Occidentale. I porti di Genova e Livorno erano bloccati per le mareggiate e i venti fortissimi, molte furono le imbarcazioni danneggiate. Le cronache provenienti dalle città del Centro-Europa, Lucerna, Amburgo, Bruxelles, Vienna registrano ovunque fatti analoghi. Il freddo gelava i fiumi e i porti (il Reno a Colonia, l’Elba ad Amburgo, la maggior parte dei porti del Baltico), le strade impraticabili, la popolazione pativa il freddo all’interno delle proprie abitazioni in cui molti rimanevano forzatamente bloccati. A Londra, la regina provvide all’acquisto di carbone da distribuire ai poveri. L’incubo della carestia si affacciava pericolosamente. A Napoli, il 12 febbraio, periodo di Carnevale, la città decise di prorogare la novena di San Gennaro per impetrare l’arrivo delle imbarcazioni con grani e olio; il freddo aveva danneggiato le colture e si avvertiva la scarsità di alimenti.
La carestia divenne reale nel corso di febbraio; i raccolti dell’estate precedente erano risultati scarsi ovunque, mentre i trasporti rimanevano paralizzati per il gelo che non accennava a diminuire. I prezzi dei generi alimentari schizzarono alle stelle e cominciò un periodo di elevatissima mortalità.
Letteralmente si moriva di freddo. Le malattie bronco-polmonari dovute al gelo si trasformavano in epidemie e si avvertivano forti anche gli stenti della fame. Le Roy Ladurie stima per la sola Francia un deficit demografico, nel biennio 1709-1710, di 800.000 persone, 600.000 i morti e 200.000 le mancate nascite. Nella Francia d’oggi corrisponderebbero a 1.800.000 decessi, un numero maggiore anche di quelli registrati nel corso del primo conflitto mondiale del 1914-18.
L’inverno del 1709 si abbatté come un flagello sulle popolazioni dell’Europa Occidentale, un’ondata di freddo mai vista a memoria d’uomo e mai più ripetutasi in quelle dimensioni nei successivi cinque secoli. Per molti storici del clima viene fatta coincidere con l’apice massimo della Piccola Età Glaciale. Solo una primavera tardiva, e l’arrivo dei nuovi raccolti pose fine alla coltre di gelo e alla carestia che avvolse l’Europa per tre lunghissimi mesi tra il gennaio e il marzo 1709.  Ma fu certo di oltre un milione di morti il pedaggio che dovette pagare l’Europa ai rigori del terribile inverno.

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