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giovedì 7 marzo 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 marzo.
Il 7 marzo 1911, convenzionalmente, ha inizio la rivoluzione messicana, la prima del 900.
La “rivoluzione messicana” terminerà nel 1930 e porterà via 900.000 vite. I protagonisti sono rimasti nella storia, Madero il primo presidente liberale del Messico, Pancho Villa il coraggioso comandante popolare ed ex campesino, Emiliano Zapata l’invincibile capo rivoluzionario, Venustiano Carranza e Álvaro Obregón.
La Costituzione del 1917, lo stesso anno della rivoluzione di ottobre, sarà una delle più avanzate ed introduce per prima il concetto di inalienabilità dei terreni comuni (le terre degli ejjdos). Una clausola che sarà eliminata solo nel 1994, avviando la rivolta del Chiapas.
Il 20 novembre 1910 un gruppo di intellettuali borghesi liberali in esilio negli USA scrisse il Plan de San Luis Potosì che denunciava l’irriformabile regime di Porfirio Diaz e chiamava alla lotta armata.
La rivoluzione attraversa molte diverse fasi e rivolgimenti, dopo la presa di Ciudad Juárez (Chihuahua), alla quale partecipa, distinguendosi sul campo, anche il nipote di Giuseppe Garibaldi, le elezioni del 1911 portano Madero al potere. La politica liberale prudente e classista di questo (era un grande industriale legato agli investitori USA), che le correnti socialiste e anarchiche del movimento vedono come un tradimento porta alla ripresa delle ostilità ad opera di Emiliano Zapata e Pascual Orozco a insorgere di nuovo.
Emiliano Zapata è una delle grandi figure di quella lotta. Nato da una famiglia poverissima di contadini nel 1879 e morto in un agguato nel 1919 a quaranta anni, ed orgoglioso della sua origine nahuati (antica lingua locale di origine Maya), Zapata viene avvicinato da giovane al pensiero anarchico (di Kropotkin) dai suoi maestri di scuola Burgos e Montano e dalla rivista clandestina “Regeration”. In una prima fase cercò di svolgere politica legalitaria, diventando anche sindaco di Anenecuilco e appoggiando i politici riformisti locali, quando la reazione dei latifondisti ne mostra l’impossibilità, procede a distribuire la terra ai contadini e avvia la lotta armata.
Al grido «Uomini del Sud! È Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio!», e sotto la bandiera nera con la scritta “Tierra y Libertad”, fronteggia al sud le forze di Diaz sino alla sua fuga nel maggio 1911. A giugno incontra Madero e a novembre prende di nuovo le armi contro di lui, accusandolo di tradimento. La lotta dell’irriducibile Zapata, nella sua roccaforte al sud del paese si svolge prima contro Madero, poi contro il suo assassino Huerta (che avvierà una fase controrivoluzionaria) e poi contro Carranza, che lo sostituisce e promulga l’avanzata Costituzione del 1917.
Le unità mobili di due-trecento uomini di Zapata praticano una guerriglia spietata ed innovativa che i Federales non riescono mai a contrastare efficacemente.
Nel 1913, grazie all’azione vittoriosa al nord delle forze di Pancho Villa, Huerta deve fuggire, ma non si trova un accordo tra le troppe correnti delle forze rivoluzionarie (ed in particolare con Carranza, che rappresenta gli interessi della borghesia agraria del nord) e questo porta alla continuazione della guerra. Saranno in un primo momento le truppe contadine unite di Pancho Villa ed Emiliano Zapata a prevalere, e nel dicembre 1914 entrano a Città del Messico. Zapata rifiuta la Presidenza e torna nel Morelos. Sperimenta una forma di democrazia diretta, di ispirazione anarchica, nella Comune di Morelos (1915). La reazione di Carranza, che porta dalla sua parte gli operai promettendo alleggerimenti delle condizioni di lavoro, costringe le forze di Villa e Zapata a ritirarsi dopo solo sei mesi. Nel nord si apre quindi una guerra civile rivoluzionaria entro la guerra civile, Obregon sconfigge Pancho Villa (anche se non in modo definitivo) e rovescia i rapporti di forza.
In questa condizione di debolezza, il colonnello Guajardo, fingendo di volersi unire alla causa attira Emiliano Zapata in una trappola e lo uccide nei pressi dell'hacienda di Chinameca. E’ il 1919.
Nel 1920 i successori si accorderanno con Obregon che era tra i mandanti dell’omicidio, fidandosi del suo Plan de Agua Prieta.
La restituzione della terra ai contadini, l’espropriazione dei latifondi, e la nazionalizzazione delle principali risorse ed una nazione decentralizzata di pueblos federati, il richiamo all’eredità Maya, sono i capisaldi del pensiero e dell’azione di Zapata che lo pongono in condizioni irriducibilmente incompatibili con i poteri del suo tempo (e del nostro). El caudillo del sur morirà senza mai giungere a compromesso con quel che pensa e difende.
L’altra grande figura emergente è Doroteo Arango Arámbula, che nasce un anno prima e muore anche lui assassinato in un agguato quattro anni dopo. Pancho Villa opererà nel nord del paese (Chihuahua) e diventerà una figura famosissima anche grazie ai reportage di Jack London e John Reed. Avviò la sua azione come latitante (a causa di una lite con un ranchero quando aveva sedici anni) nella Sierra, poi si arruolò con Obregon e nel 1910 prese parte alla rivoluzione.
I “dorados” di Villa, imitando le tattiche degli indiani Apache, agivano in piccoli e mobili gruppi a cavallo. Con alterne vicende (incluso un breve esilio negli USA) riuscì ad assumere il controllo della regione di Chihuahua (combattendo anche contro le truppe americane di Woodrow Wilson che usarono anche aerei e camion per la prima volta). Alla caccia a Villa partecipò il generale Pershing e George Patton. 10.000 uomini e mezzi imponenti non bastarono, Villa era imprendibile.
Nel 1920 Obregon prende il potere, assassinando Carranza, e Villa si ferma. Si ritira nella enorme “hacienda” di Canutillo regalata dal Presidente nella quale introduce elementi egualitari (salari alti e servizi scolastici per tutti).
Faceva però ancora paura, quindi quando nel 1923, dovendo fare da padrino al figlio di un suo amico, va in macchina con una piccola scorta alla città di Parral lo fermano per sempre. All’uscita infatti gli assassini si erano organizzati e lo aspettavano in una strettoia armati di fucili militari con munizioni speciali (incluso il proiettile ad espansione che spaccò il suo grande cuore).
La rivoluzione messicana, iniziata nel 1911 è la prima rivoluzione del XX secolo (se si escludono i moti del 1905 in Russia) e pur nella confusione delle sue basi ideologiche (tra l’anarchismo ed il primitivismo comunitario di Zapata, il populismo vagamente socialisteggiante di Villa, e le correnti borghesi liberali legate comunque alla proprietà terriera di Carrasco o di Obregon) pone le basi di tutti i moti insurrezionali successivi nel continente americano. In particolare quella di Sandino in Nicaragua, di Martì nel Salvador e degli zapatisti nel Chapas (il subcomandante Marcos) di oggi.

mercoledì 23 febbraio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 febbraio.
Il 23 febbraio 1836 inizia a San Antonio (TX) la battaglia di Alamo.
La storia di Alamo inizia nella mattinata del 23 febbraio 1836 quando l’esercito messicano arrivò nei pressi di San Antonio. Il primo ad avvistare i soldati di Santa Anna fu lo scout John Smith, chiamato “El Colorado” a causa dei capelli rossi.
Fu a lui che il colonnello Travis affidò il primo messaggio dell’assedio, indirizzato allo stato maggiore dell’esercito texano comandato da Sam Houston: “Il nemico è arrivato in gran forze. Vogliamo uomini e provviste. Inviateceli. Abbiamo 150 uomini e siamo determinati a difendere Alamo fino all’ultimo. Forniteci assistenza”.
Mentre Smith partiva al galoppo, Travis cominciò a dare i primi ordini per preparare la resistenza tra le mura di Alamo. Prima di tutto fece evacuare una cinquantina di soldati messicani feriti, fatti prigionieri in un precedente scontro. In questo modo permise che si ricongiungessero con il grosso delle truppe di Santa Anna senza pesare sulle forze americane. Poi mandò Seguin, lo stesso che un anno dopo provvederà alla sepoltura dei resti, a San Antonio per racimolare quante più provviste possibili potesse. Mentre gli americani giravano per le strade, le donne locali piangevano: “Poveri ragazzi – dicevano – sarete tutti ammazzati”. Furono invece una quarantina i cittadini che preferirono nascondersi dentro Alamo per evitare di affrontare l’esercito messicano. Fecero appena in tempo, perchè nel pomeriggio gli uomini di Santa Anna avevano già occupato l’area di San Fernando, la più vicina alla missione, facendo sventolare una bandiera rossa, segno di non voler dare tregua al nemico, sul pennone del campanile.
Quando la vide, Travis ordinò per tutta risposta che venisse sparata una cannonata verso la postazione nemica. I messicani replicarono con altre quattro cannonate e quello fu di fatto il primo scambio di colpi tra i due avversari.
A quanto pare fu anche l’occasione per il primo litigio tra Travis e Bowie. Il primo voleva aspettare la prima mossa dei messicani, mentre il secondo intendeva agire subito andando a trattare direttamente con Santa Anna. Essendo egli stesso il genero di un notabile messicano, Bowie pensava che sarebbe stato ascoltato. Senza consultare Travis, Bowie mandò il volontario Green B. Jameson con una missiva diretta personalmente al generale. Ma il risultato fu deludente: di fronte a un Travis infuriato perchè i suoi ordini non erano stati rispettati, Jameson tornò con una nota firmata da Josè Batres, il vice di Santa Anna, nella quale si diceva che “se volevano salvare le loro vite, dovevano mettersi immediatamente a disposizione del Governo Supremo”. In pratica, dovevano arrendersi senza condizioni. Rendendosi conto che la situazione era comunque disperata, lo stesso Travis inviò ai messicani un secondo messaggio, questa volta affidato ad uno dei suoi uomini più fidati, Albert Martin, da consegnare al colonnello Juan Almonte, uno degli alti ufficiali dello staff di Santa Anna, conosciuto e rispettato come gentiluomo in tutto il Texas. Ma Almonte si limitò a ripetere le condizioni imposte dal suo generale, per cui anche questo tentativo andò a vuoto.
A quel punto a Travis non restò che radunare gli uomini per esporre loro la situazione e tutti furono d’accordo per non cedere. Ancora una volta Travis affidò la sua replica ai cannoni e per risposta i messicani presero a bombardare sistematicamente la missione producendo non pochi danni. E mentre le granate colpivano la vecchia chiesa costruita nel 1758 dalla Flying Company of San Josè y Santiago del Alamo de Parras, il colonnello inviò un altro messaggio al raggruppamento texano di stanza a Goliad: “Noi porteremo avanti questa resistenza così come il nostro onore pretende, e anche quello del Paese”, scrisse Travis al collega Fannin. Ma l’attesa per una risposta si rivelò vana.
Fu allora che Travis decise di piazzare i suoi cannoni nelle posizioni strategiche, in particolare sul tetto rinforzato della chiesa dove ne fece sistemare tre da diciotto libbre l’uno.
C’era anche un altro problema. All’interno del forte si trovavano ormai anche una quarantina tra malati e feriti che Travis fece sistemare al secondo piano del convento. Tra questi era finito anche James Bowie, colpito da una forte febbre tifoidea che lo debilitava a causa di continui accessi di vomito e diarrea con ingenti perdite ematiche. Per quanto curato dal dottor Amos Pollard e assistito dalla cognata Juana Alsbury, Bowie non si riprenderà più e quindi non parteciperà neanche allo scontro finale. Il 24 febbraio i messicani piazzarono una nuova batteria a circa 300 metri da Alamo e ripresero il bombardamento.
Agli americani non restava che nascondersi tra le mura della missione e aspettare. Travis ne approfittò per scrivere un nuovo appello che indirizzò al “Popolo del Texas e a tutti gli Americani nel Mondo”: “Sono assediato da un migliaio o più di messicani agli ordini di Santa Anna – Ho sostenuto un continuo bombardamento per 24 ore e non ho perso un uomo. – Il nemico ci ha chiesto una resa senza condizioni, altrimenti la guarnigione sarà passata a fil di spada, se il forte verrà preso – Ho risposto con un colpo di cannone, e la nostra bandiera sventola ancora orgogliosamente sulle mura. Io non mi arrenderò né mi ritirerò. Allora mi rivolgo a voi nel nome della Libertà, del patriottismo e di tutto ciò che è di più caro al carattere americano, affinchè veniate in nostro soccorso con la massima celerità – Il nemico sta ricevendo rinforzi quotidianamente e non c’è dubbio che arriverà a tre o quattro mila unità nel giro di quattro o cinque giorni. Se questa mia richiesta non verrà accolta, sono determinato ad andare avanti da solo il più a lungo possibile e a morire come un soldato che non dimentica mai ciò che è dovuto al proprio onore e a quello del suo Paese. Vittoria o Morte”.
La lettera, indirizzata al quartier generale texano situato a Gonzales, venne affidata ad Albert Martin che con una buona dose di fortuna riuscì a passare oltre le linee nemiche, perdendosi nell’oscurità. Dalle mura quella notte Travis lo vide allontanarsi e, mentre la sua mente si perdeva in mille cupi pensieri, si sorprese ad ascoltare le note di un mesto “Deguello” che gli giungevano dal campo messicano.
L’indomani il bombardamento riprese fin dal primo mattino. Circa duecento messicani del battaglione Permanente Matamoros arrivarono a un centinaio di metri dal forte, ma gli americani risposero con un fuoco talmente fitto che alla fine gli uomini di Santa Anna furono costretti a ritirarsi, lasciando una decina di morti sul campo. Durante l’azione fu particolarmente notato l’onorevole David Crockett, come Travis chiamava l’ex parlamentare, che correva da un punto all’altro per incitare gli uomini e far loro coraggio.
Travis, quando si rese conto che i messicani stavano tastando il terreno in vista dell’assalto decisivo, riprese la penna e si rivolse direttamente a Sam Houston: “Devo resistere fino alle estreme conseguenze. Se essi ci sconfiggeranno, noi saremo sacrificati sull’altare del nostro Paese, e speriamo che i posteri e il nostro Paese renderanno giustizia alla nostra memoria. Aiutami, Paese mio! Vittoria o morte”.
In effetti viene il sospetto che Travis scrivesse in modo così enfatico sapendo che i suoi appelli sarebbero stati pubblicati, ma c’è da dire che egli cercava comunque di far sapere che la situazione a Alamo era davvero drammatica. Il problema si poneva sul come far giungere il messaggio a destinazione, visto che ormai i messicani controllavano l’intera area. E, soprattutto, chi mandare? Tra l’altro ci voleva qualcuno che parlasse bene lo spagnolo e fu così che gli uomini della guarnigione votarono Juan Seguìn. Travis non era d’accordo, ma alla fine capitolò. Seguìn, travestito da campesino, salutò per l’ultima volta i suoi commilitoni e quella stessa notte si infiltrò tra le linee nemiche. Quell’operazione, per quanto rischiosa, finì per salvargli la vita.
Mentre i messicani poco per volta accerchiavano Alamo, a San Felipe il governatore Smith faceva pubblicare il primo appello di Travis e esortava i texani a “volare” in difesa di Alamo: “La campagna è cominciata – scrisse Smith – I texani non devono lasciare che i loro fratelli vengano massacrati da un esercito di mercenari”.
Anche se le file texane si stavano ingrossando di volontari, nel forte l’attesa si faceva sempre più drammatica. Bowie era ormai allo stremo quando il 29 febbraio un gruppo di volontari che era arrivato con lui andò a trovarlo per comunicargli che Santa Anna aveva offerto un’amnistia ai difensori di Alamo che si fossero arresi. “Chi di voi vuole andarsene, è libero di farlo”, disse Bowie con un fil di voce. E quelli non se lo fecero dire due volte: lo ringraziarono e uscirono dal forte, salvi.
La notte del primo marzo un violento temporale si abbattè sulla zona. Alle tre, sotto una pioggia battente, una sentinella si sentì chiamare e, con sua grande sorpresa, vide John Smith, El Colorado, bussare alla porta del forte con trentadue uomini: alla fine i rinforzi, se così si potevano definire, erano arrivati. Il giorno dopo a Brazoria, diverse decine di chilometri più in là, l’ultimo appello di Travis, “Vittoria o Morte”, veniva pubblicato sul giornale “Texan Republican”. Ma la spedizione di soccorso era ben distante dall’essere organizzata. A Washington, dove doveva partecipare a una convention, Sam Houston continuava a dire che quella di Alamo era “una maledetta menzogna, e che anche tutti quei rapporti di Travis e Fannin erano menzogne, visto che là non vi erano forze messicane e che tutta quella messinscena era soltanto uno stratagemma elettorale studiato da Travis e Fannin per sostenere la loro popolarità”.
Houston arrivò a insinuare che i rapporti ricevuti fossero addirittura fatti ad arte dai messicani, per cui, con la mente offuscata dai litri di whisky che si beveva tutti i giorni (fu visto diverse volte ubriaco in pubblico), di fatto non fece mai nulla per salvare la guarnigione di Alamo.
Il 3 Marzo gli americani assediati videro un uomo a cavallo correre nella prateria sfidando il fuoco dei fucili messicani. Era James Butler Bonham che portava due messaggi, uno dei quali di Willie Williamson, uno dei capi della rivolta, scritto alcuni giorni prima a San Felipe. Nella prima missiva Williamson annunciava l’arrivo di 660 volontari. Nella seconda, forse scritta da Houston in persona, si diceva invece che le forze presenti a San Felipe non potevano essere trasferite. In pratica, Alamo veniva abbandonato a se stesso.
Per Travis era l’ennesimo colpo. Già furente per l’abbandono dei volontari texani che egli non esitava a definire traditori, quella notizia gli fece capire che ormai non c’era davvero più nulla da fare. Allora scrisse alcune lettere che affidò nuovamente a El Colorado, lettere il cui contenuto non fu mai reso pubblico e nelle quali probabilmente scrisse il suo testamento politico. Una era indirizzata a Jesse Grimes, un delegato della convenzione di Washington, un’altra a David Ayers di Montville. A entrambi affidò le sue ultime volontà e, soprattutto, l’educazione del figlio Charles, 5 anni, avuto dal suo matrimonio con Rosanna Cato. L’ultima missiva, di cui non si conobbe mai il contenuto, era per l’amata Rebecca, la donna che aveva intenzione di sposare se solo fosse riuscito a sopravvivere all’avventura di Alamo. Arriveranno tutte a destino compiuto, quando le ossa di Travis erano già state incenerite.
Il 4 marzo i messicani ripresero a bombardare la missione. Il 5 gli americani contarono 334 palle di cannone contro le loro mura. E quella notte un Travis ormai disperato giocò la sua ultima carta inviando un ultimo messaggero, il giovane James Allen, nel disperato tentativo di convincere lo stato maggiore americano a mandare rinforzi. Un rapido censimento delle armi permise di stabilire che nella missione i 180 americani rimasti avevano in tutto 816 tra pistole e fucili, con polvere e piombo sufficienti per circa 15 mila colpi, 25 granate da cannone e duecento baionette: un po’ poco per fronteggiare un esercito di quattromila uomini armati di tutto punto e dotati di artiglieria pesante. L’attacco decisivo cominciò intorno alle 3 del mattino del 6 marzo. Gli assediati, stanchi e provati dalla continua tensione, dormivano quasi tutti. Nessuno, nemmeno le sentinelle, si accorse che oltre un migliaio di soldati messicani del battaglione Toluca aveva completamente circondato la missione e pian piano si avvicinava alle mura. Nessuno, nonostante il chiarore della luna, vide le scale che venivano appoggiate e subito salite dai commandos nemici. Nessuno si rese conto che la missione era stata invasa fino a quando il primo “Viva Santa Anna” non squarciò il silenzio della notte. Erano circa le 5,30. Travis fu svegliato di soprassalto dall’ufficiale J.J. Baugh che irruppe nella sua camera urlando: “I messicani stanno arrivando!”. Ancora stordito da quelle poche ore di sonno, Travis arrivò sugli spalti appena in tempo per vedere una marea di uniformi bianche che si lanciava all’assalto dei suoi uomini. Quando girò lo sguardo una pallottola di circa due centimetri di diametro lo prese in piena fronte uccidendolo sul colpo. Il suo corpo, successivamente trafitto anche da molti colpi di baionetta, cadde vicino ad un cannone e lì restò fino alla fine della battaglia. Uno ad uno gli americani vennero uccisi tutti: l’ordine era di non fare prigionieri.
Quando i messicani entrarono dentro il convento, in una stanza trovarono James Bowie ormai agonizzante alla sua terza settimana di febbre tifoidea. Scambiandolo per uno che si voleva nascondere sotto le coperte, lo presero a fucilate sul posto facendogli letteralmente saltare la testa. Sempre più numerosi, cominciarono poi a spingere ciò che restava del gruppo dei difensori fino all’ingresso della missione. Gli americani furono costretti a uscire spinti verso l’esterno. Fuori li aspettava la cavalleria messicana comandata da Ramirez y Sesma che in due cariche successive pose fine a colpi di lancia anche a quella eroica e disperata sacca di resistenza.
I messicani si fermarono soltanto quando, abbattendo una porta, si trovarono di fronte a tre donne e due bambini. Fu una di queste, Susanna Dickenson, che in seguito testimonierà di aver visto i corpi di Davy Crockett e dei suoi compagni del Tennessee giacere nella polvere davanti al sagrato della chiesa.
Ma gli americani avevano venduta cara la pelle. A fronte dei 1600 uomini impiegati nell’attacco, i messicani morti furono circa duecento e quattrocento i feriti, tra i quali anche un generale e 28 ufficiali. Settanta di questi feriti morirono in seguito alle lesioni riportate nella battaglia.
Avvalendosi della testimonianza di Joe, lo schiavo negro di Travis cui venne risparmiata la vita proprio a causa del suo stato, Santa Anna volle vedere personalmente i corpi di Travis, Bowie e Crockett prima di inviare il suo rapporto finale a Città del Messico. “Il quadro presentato dalla battaglia è straordinario – scrisse Santa Anna – tra i corpi sono stati trovati il primo e il secondo capo del nemico – Bowie e Travis – colonnelli come essi stessi si facevano chiamare – nonchè Crockett con lo stesso titolo degli altri due”.
La notizia del massacro di Alamo giunse a Washington solo l’11 marzo e fece un’impressione enorme. Per Sam Houston, che non aveva mai creduto alle lettere di Travis, fu un colpo tremendo. E per quanto si portò dietro per tutta la vita il rimorso di quelle vite sacrificate, cercò di salvare la faccia sostenendo pubblicamente che “la caduta di Alamo è stata il risultato di una disobbedienza da parte di Travis e Bowie”.
Ma all’opinione pubblica americana non potevano bastare le sue illazioni e Houston lo sapeva bene. Fu così che l’esercito texano si ricompattò e il 21 aprile cercò vendetta affrontando in campo aperto le truppe messicane di Santa Anna a San Jacinto. Prima della battaglia gli ufficiali si rivolsero ai volontari con tre sole parole:”Remember the Alamo”. Ed è urlando “Alamo! Alamo! Alamo!” che gli americani, inferiori di numero (800 contro 1.300), in soli venti minuti di battaglia sgominarono l’esercito messicano facendo prigioniero lo stesso generale Santa Anna. La rivoluzione era finita e il Texas diventava indipendente. Nel settembre di quello stesso anno Sam Houston veniva eletto presidente della Repubblica del Texas e Alamo entrava nella storia e nella leggenda.
Il primo film dedicato alla battaglia fu, nel 1911, The Immortal Alamo di William F. Haddock, un film prodotto in Texas da Georges Méliès.
Nel 1915 Christy Cabanne, con la supervisione di David W. Griffith, girò Martyrs of the Alamo, un film muto di 71 minuti, che vide tra gli interpreti anche Douglas Fairbanks.
Nel 1953 Glenn Ford interpretò Il traditore di Forte Alamo (The Man from the Alamo), un western con un immaginario superstite allo scontro. Questa versione, neppure troppo romanzata, mostrava l'eroismo dell'americano medio nella costruzione degli Stati Uniti.
Nel 1955 Sterling Hayden interpretò la parte di Jim Bowie nel film Alamo diretto da Frank Lloyd. Questa versione non spiegava le ragioni della Resistenza contro il Messico ed anche i fatti vennero in parte stravolti, come la causa della morte di Bowie, non dovuta ad infortunio in battaglia, ma a tubercolosi. Veniva peraltro taciuto lo schiavismo dello stesso Bowie.
Nel 1956 Byron Haskin ne La storia del generale Houston descrisse la figura dell'avvocato Houston, poi divenuto generale e infine primo presidente del Texas resosi indipendente.
John Wayne nel 1960 diresse, produsse e interpretò, nella parte di Davy Crocket, La battaglia di Alamo, un lungo e costoso film per propagandare, in modo spettacolare, i valori eroici che avevano portato alla costruzione degli Stati Uniti. Anche in questa versione le ragioni della ribellione venivano taciute.
Alamo - Gli ultimi eroi (2004) è un film che descrive in modo dettagliato la guerra, fino alla resa di Santa Anna. Anche in questa versione le ragioni della ribellione non vengono spiegate.

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