Buongiorno, oggi è il 5 settembre.
Il 5 settembre 1836 Samuel Houston viene eletto primo presidente del Texas.
Nacque il 2 marzo 1793 a Lexington, in Virginia.
A quindici anni scappò di casa e visse per tre anni con le tribù Cherockee del Tennessee orientale.
Entrò nell'esercito durante la guerra anglo-statunitense e si mise in luce agli ordini di Andrew Jackson. Nel 1814 fu promosso tenente e dal 1818 cominciò a lavorare come avvocato a Nashville (Tennessee).
Fu membro della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti dal 1823 al 1827, quando fu eletto governatore del Tennessee.
Nel 1829 si dimise dalla carica di Governatore e tornò a vivere coi Cherokee. Nel 1832 fu inviato in Texas dal presidente Jackson per iniziare la negoziazione dei trattati con le tribù Indie del Texas, che a quel tempo apparteneva al Messico.
Il 2 marzo 1836 pubblicò una dichiarazione di Indipendenza del Texas e il giorno dopo si mise a capo di un esercito ribelle organizzato per fronteggiare il Generale Antonio Lopez de Santa Anna, che si avviava ad assaltare Fort Alamo. Obbligò Santa Anna a inseguirli fino a San Jacinto (oggi Houston) dove, con un abile stratagemma riuscì a catturare il generale messicano (21 aprile). In cambio della propria libertà, Santa Anna firmò il riconoscimento della indipendenza texana.
Fu nominato primo presidente del Texas il 5 settembre 1836, carica che mantenne fino al 1838. Nel 41 fu rieletto per altri 3 anni. Quando il Texas entrò a far parte degli Stati Uniti, nel 1845, fu uno dei suoi primi senatori (1846-1859).
Samuel Houston morì a Huntsville il 26 luglio del 1863.
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giovedì 5 settembre 2024
venerdì 2 febbraio 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 2 febbraio.
Il 2 febbraio 1848 viene firmato il trattato di Guadalupe Hidalgo, che pone fine alla guerra tra Messico e Stati Uniti d'America.
Sul finire degli anni ’40 del XIX secolo, mentre lungo la volatile frontiera del west scoppiavano numerosi i conflitti tra i coloni che avanzavano e le tribù indiane che erano insofferenti rispetto alla presenza dei bianchi, c’erano altri fronti di guerra pronti per scoppiare in tutta la loro evidenza. Tra questi va’ ricordata la guerra messicano-americana (anche detta “guerra Messico – Stati Uniti”) che scoppiò tra gli Stati Uniti e il Messico nel periodo a cavallo tra il 1846 ed il 1848.
Gli Stati Uniti chiamano questa guerra “la guerra messicana” oppure “guerra di Mr. Polk”, mentre tra i messicani è nota come “Intervento degli Stati Uniti”, “invasione statunitense del Messico” o anche “guerra degli Stati Uniti contro il Messico”. Fin dal nome, quindi, è ben evidente la forte differenza di sensibilità che è sfociata nella guerra.
E fu proprio questa differenza di sensibilità, insieme ai molti conflitti irrisolti fra il Messico e la repubblica del Texas, che la guerra messicano-americana trovò il combustile per innescarsi. La repubblica del Texas, infatti, era stata fondata da coloni americani ma… su territorio messicano. Dopo la rivoluzione texana del 1836, il Messico rifiutò ovviamente di riconoscere la Repubblica del Texas ed espresse in maniera decisa e indubitabile l’intenzione di riportare quell’enorme territorio sotto la sua sovranità.
I più autorevoli tra i coloni del Texas – che erano anche le guide politiche di quelle genti – manifestarono invece interesse per l’annessione agli Stati Uniti, anche se funzionari messicani avvertirono che quella eventuale decisione avrebbe significato automaticamente la guerra.
Trascorsero degli anni in cui gli Stati Uniti si rifiutarono di annettere il Texas, ma nel 1845 il Presidente John Tyler, nell’ultimo giorno del suo mandato, in accordo con la politica espansionista implicita nella cosiddetta “dottrina del destino manifesto” (Manifest Destiny), inviò al Texas un’offerta di annessione che il Texas, ovviamente, accettò e divenne seduta stante il 28° stato degli Stati Uniti. Tale decisione fu anche basata sulla durissima crisi economica nella quale si dibatteva il Texas in quel periodo.
A questo atto unilaterale si oppose il governo messicano che protestò vibratamente affermando che gli Stati Uniti, annettendo una provincia messicana ribelle, erano intervenuti negli affari interni del Messico, ledendone nei fatti la sovranità. Seguirono alcuni tentativi per evitare la guerra che pareva inevitabile. Inviati britannici tentarono ripetutamente di dissuadere il Messico dal dichiarare guerra, ma tali sforzi diplomatici furono infruttuosi, anche perché fra Stati Uniti e Regno Unito scoppiarono altre dispute, in particolare quella sui confini dell’Oregon.
Ad ogni buon conto, va’ detto che furono comunque gli Stati Uniti a dichiarare guerra al Messico, provocando il necessario casus belli.
Subito dopo aver compiuto l’annessione del Texas, il neo-eletto presidente James Knox Polk decise di acquistare un’altra provincia messicana, quella della California. Gli espansionisti volevano la California per avere uno sbocco sull’oceano Pacifico, che avrebbe permesso agli Stati Uniti di partecipare al lucroso commercio con l’Asia. Si sapeva, inoltre, che il controllo del Messico su quella provincia lontana era debole, e si temeva che, ritardando l’azione, potesse finire in mano alla Gran Bretagna. Ma, con la dottrina Monroe, gli Stati Uniti avevano espressamente escluso anche solo la possibilità dell’ingerenza di altre potenze nel loro operato nell’intero continente, ritenendola un pericolo per la sicurezza statunitense.
Polk decise così, nel 1845, l’invio in Messico del diplomatico John Slidell per acquistare California e Nuovo Messico per più di 30 milioni di dollari. Nel gennaio 1846 Polk accentuò la pressione sul Messico inviando truppe, al comando del Generale Zachary Taylor, nel territorio allora conteso fra Texas e Messico, tra i fiumi Nueces e Rio Grande. Taylor ignorò le richieste messicane di sgombero e marciò a sud del Rio Grande, dove avviò la costruzione di Fort Texas.
Il viaggio di John Slidell portò il subbuglio nella politica messicana; girava voce che fosse venuto per acquistare altri territori senza offrire nulla per la perdita del Texas. I messicani si rifiutarono di riceverlo, adducendo problemi relativi alle sue credenziali. Così Slidell fece rientro a Washington nel maggio 1846. Il presidente Polk ritenne quel gesto un’offesa e una “causa di guerra più che sufficiente” e si preparò a chiedere al Congresso una dichiarazione di guerra, che il Congresso avrebbe poi ratificato.
Ma gli eventi stavano precipitando e pochi giorni prima che Polk avanzasse la sua richiesta al Congresso, si venne a sapere che forze messicane avevano attraversato il Rio Grande e che avevano ucciso undici soldati statunitensi. Il 24 aprile 1846, infatti, la cavalleria messicana attaccò e catturò il personale di uno dei distaccamenti statunitensi presso il Rio Grande. Dopo questo scontro confinario, battaglie fra le forze messicane e quelle statunitensi scoppiarono a Palo Alto e a Resaca de la Palma.
Al presidente Polk bastò questo per disporre del “casus belli” e in un messaggio al Congresso dell’11 maggio 1846 asserì che il Messico aveva «invaso il nostro territorio e versato sangue statunitense sul suolo statunitense». Logicamente non si soffermò sul fatto che sul territorio in questione esistesse una disputa. Un certo numero di congressisti espresse dubbi circa la versione fornita da Polk dell’accaduto, ma il Congresso approvò a stragrande maggioranza la dichiarazione di guerra, con numerosi Liberali intimoriti dal fatto che la loro opposizione sarebbe loro costata sul piano politico.
La guerra fu dichiarata il 13 maggio 1846.
In linea di massima i congressisti originari del Nord degli Stati Uniti e i Liberali si opponevano alla guerra, mentre tutti quelli originari del Sud degli Stati Uniti e i Democratici erano orientati a sostenerla.
Anche il Messico dichiarò guerra e lo fece il 23 maggio.
Negli Stati Uniti, comunque, non cessarono le polemiche ed i ragionamenti intorno alla dichiarazione di guerra, anche dopo che la guerra fu dichiarata… Infatti, molti Liberali sollevarono obiezioni circa la pretesa di Polk che il Messico avesse «versato sangue statunitense sul suolo statunitense», credendo invece che le forze statunitensi avessero attraversato il Rio Grande al fine deliberato di provocare una guerra contro il Messico. Ma le voci su questo particolare aspetto, dopo la guerra cessarono quasi del tutto.
A quel tempo era diventato deputato liberale nella Camera dei Rappresentanti statunitense Abraham Lincoln, che presentò le “Spot Resolutions”, con cui chiese che il Presidente Polk fornisse l’esatta localizzazione di dove il sangue statunitense fosse stato versato. Poiché era un fatto che dei soldati statunitensi erano stati uccisi, tuttavia, queste risoluzioni furono ampiamente ignorate.
Fin da allora gli storici hanno discusso se Polk avesse o meno deliberatamente provocato la guerra, o se la sua politica del “rischio calcolato” gli fosse sfuggita di mano.
Sappiamo per certo che il Messico non era preparato ad una guerra perché il paese si trovava allora nella rovina economica, ma anche politica e sociale. In più, l’esercito e i suoi comandanti non erano armati e preparati per difendere il paese, dato che mancavano armi, uniformi, scorte alimentari e persino un sano spirito di lotta per difendere almeno gli interessi della propria patria. I fucili messicani erano vecchi e i cannoni – che erano tutti vecchi e a corto raggio – portavano la data della guerra d’indipendenza, mentre i soldati statunitensi avevano fucili di ultima generazione e cannoni a lunga gittata. Va anche ricordato che i soldati messicani venivano reclutati con il sistema della leva ed erano scarsamente ricompensati oltre che malnutriti, mentre quelli americani appartenevano ad un vero esercito professionale ed erano volontari pagati dal governo e ricevevano puntualmente il loro stipendio.
Immediatamente dopo la dichiarazione di guerra, le forze armate statunitensi invasero il territorio messicano su più fronti.
Un episodio particolarmente “forte” quanto a capacità di aumentare la confusione fu quello accaduto il 14 giugno 1846 quando i coloni inglesi a Sonoma arrestarono e imprigionarono il locale governatore, dichiarando una repubblica indipendente della California.
Gli Stati Uniti non restarono certo alla finestra, dato che era più che noto il loro interesse all’annessione formale della California, perciò per presidiare il fronte del Pacifico, la marina statunitense inviò John D. Sloat ad occupare la California e la dichiarò appartenente agli Stati Uniti in base alla considerazione che i britannici avrebbero anche potuto tentare di occupare l’area. Sloat assunse il comando di Sonoma e Monterey nel luglio di quell’anno.
Sul fronte meridionale della guerra al Messico, l’esercito americano – quello che viene solitamente chiamato Army of the West (Esercito d’Occidente) -, alla guida di Stephen W. Kearny, occupava Santa Fe, nel Nuovo Messico. Kearny inviò anche un piccolo contingente in California dove, dopo qualche iniziale rovescio, riuscì a unirsi ai rinforzi della Marina al comando di Robert F. Stockton e a occupare gli importantissimi snodi urbani di San Diego e Los Angeles. A causa delle contrastanti direttive provenienti da Washington, un importante dissenso scoppiò fra Kearny e Stockton sul controllo della California. Stockton nominò John C. Frémont governatore della California, mentre Kearny si autonominò per quell’incarico. A prevalere fu Kearny e Frémont venne arrestato e inviato davanti alla Corte Marziale per la sua lealtà nei confronti di Stockton in quella disputa.
La componente più grossa delle truppe americane, quella guidata da Taylor, continuò ad agire lungo il Rio Grande, vincendo la battaglia di Monterey nel settembre 1846, dopo lunghe settimane di battaglia. Nel frattempo lo stato dello Yucatan si era dichiarato nuovamente indipendente e questo produsse un sollevamento a Città del Messico, cosa che portò il governo di Mariano Paredes a chiedere il ritorno di Antonio López de Santa Anna dal suo esilio cubano. Santa Anna eluse il blocco navale americano e nel dicembre del 1846 formò un nuovo governo con Valentin Gomez Farias come vicepresidente.
Antonio López de Santa Anna marciò personalmente verso nord per combattere Taylor, ma fu sconfitto nella battaglia di Buena Vista il 22 febbraio 1847. Santa Anna lasciò Farias come presidente ad interim, inoltre promulgò una legge che permetteva al governo federale di appropriarsi dei beni della Chiesa cattolica per un valore di 15 milioni di pesos.
Ma, di fronte a questo affronto, il popolo di Città del Messico si sollevò in armi e assediò il presidente nel Palazzo Nazionale, così Santa Anna si vide costretto a trasformare il decreto in una donazione volontaria del clero di 100.000 pesos.
Nel frattempo, invece di rafforzare l’esercito di Taylor per consentirgli di progredire nell’avanzata, il presidente Polk inviò un secondo esercito sotto il Generale Winfield Scott in marzo, trasportato nel porto di Veracruz per via mare, per avviare un’invasione del cuore stesso del Messico. Scott si affermò nell’assedio di Veracruz e prese Puebla senza sparare un solo colpo, grazie anche all’intervento della Chiesa cattolica che convinse i propri fedeli ad accogliere l’esercito invasore come un esercito liberatore. Successivamente Scott marciò alla volta di Città del Messico con l’aiuto della Mexican Spy Company (un gruppo di ladri e banditi che combatterono con gli americani). Le spie furono le guide che aiutarono a vincere le battaglie di Cerro Gordo e Chapultepec, grazie anche all’incompetenza di Santa Anna, che ordinò di non fortificare i monti intorno, il che diede agli americani l’opportunità di avanzare.
Dopo le importanti battaglie di Padierna, Churubusco e Molino del Rey, Chapultepec cadde, non senza prima aver combattuto valorosamente. I giovani cadetti dell’accademia militare morirono valorosamente, e sono infatti ricordati come niños héroes (ragazzi eroici). La caduta di Chapultepec ebbe due conseguenze immediate: l’occupazione da parte degli statunitensi di Città del Messico e la nuova rinuncia di Santa Anna alla presidenza.
Il trattato di Cahuenga, firmato il 13 gennaio 1847, mise fine ai combattimenti in California. Il trattato di Guadalupe Hidalgo, sottoscritto il 2 febbraio 1848, concluse la guerra e dette agli Stati Uniti il controllo assoluto del Texas, come pure della California, del Nevada, dello Utah, e di parti del Colorado, Arizona, Nuovo Messico e Wyoming. In cambio il Messico ricevette 18.250.000 dollari, l’equivalente dei 627.500.000 dollari (valore di metà anno 2000) dei costi della guerra.
Nel corso della guerra, circa 13.000 americani morirono. Di questi, solo 1.700 circa caddero in azione di combattimento; le altre perdite furono provocate dai disagi e dalle condizioni sanitarie assolutamente precarie. Le perdite messicane rimangono un mistero, ma sono stimate a 25.000.
Il 2 febbraio 1848 viene firmato il trattato di Guadalupe Hidalgo, che pone fine alla guerra tra Messico e Stati Uniti d'America.
Sul finire degli anni ’40 del XIX secolo, mentre lungo la volatile frontiera del west scoppiavano numerosi i conflitti tra i coloni che avanzavano e le tribù indiane che erano insofferenti rispetto alla presenza dei bianchi, c’erano altri fronti di guerra pronti per scoppiare in tutta la loro evidenza. Tra questi va’ ricordata la guerra messicano-americana (anche detta “guerra Messico – Stati Uniti”) che scoppiò tra gli Stati Uniti e il Messico nel periodo a cavallo tra il 1846 ed il 1848.
Gli Stati Uniti chiamano questa guerra “la guerra messicana” oppure “guerra di Mr. Polk”, mentre tra i messicani è nota come “Intervento degli Stati Uniti”, “invasione statunitense del Messico” o anche “guerra degli Stati Uniti contro il Messico”. Fin dal nome, quindi, è ben evidente la forte differenza di sensibilità che è sfociata nella guerra.
E fu proprio questa differenza di sensibilità, insieme ai molti conflitti irrisolti fra il Messico e la repubblica del Texas, che la guerra messicano-americana trovò il combustile per innescarsi. La repubblica del Texas, infatti, era stata fondata da coloni americani ma… su territorio messicano. Dopo la rivoluzione texana del 1836, il Messico rifiutò ovviamente di riconoscere la Repubblica del Texas ed espresse in maniera decisa e indubitabile l’intenzione di riportare quell’enorme territorio sotto la sua sovranità.
I più autorevoli tra i coloni del Texas – che erano anche le guide politiche di quelle genti – manifestarono invece interesse per l’annessione agli Stati Uniti, anche se funzionari messicani avvertirono che quella eventuale decisione avrebbe significato automaticamente la guerra.
Trascorsero degli anni in cui gli Stati Uniti si rifiutarono di annettere il Texas, ma nel 1845 il Presidente John Tyler, nell’ultimo giorno del suo mandato, in accordo con la politica espansionista implicita nella cosiddetta “dottrina del destino manifesto” (Manifest Destiny), inviò al Texas un’offerta di annessione che il Texas, ovviamente, accettò e divenne seduta stante il 28° stato degli Stati Uniti. Tale decisione fu anche basata sulla durissima crisi economica nella quale si dibatteva il Texas in quel periodo.
A questo atto unilaterale si oppose il governo messicano che protestò vibratamente affermando che gli Stati Uniti, annettendo una provincia messicana ribelle, erano intervenuti negli affari interni del Messico, ledendone nei fatti la sovranità. Seguirono alcuni tentativi per evitare la guerra che pareva inevitabile. Inviati britannici tentarono ripetutamente di dissuadere il Messico dal dichiarare guerra, ma tali sforzi diplomatici furono infruttuosi, anche perché fra Stati Uniti e Regno Unito scoppiarono altre dispute, in particolare quella sui confini dell’Oregon.
Ad ogni buon conto, va’ detto che furono comunque gli Stati Uniti a dichiarare guerra al Messico, provocando il necessario casus belli.
Subito dopo aver compiuto l’annessione del Texas, il neo-eletto presidente James Knox Polk decise di acquistare un’altra provincia messicana, quella della California. Gli espansionisti volevano la California per avere uno sbocco sull’oceano Pacifico, che avrebbe permesso agli Stati Uniti di partecipare al lucroso commercio con l’Asia. Si sapeva, inoltre, che il controllo del Messico su quella provincia lontana era debole, e si temeva che, ritardando l’azione, potesse finire in mano alla Gran Bretagna. Ma, con la dottrina Monroe, gli Stati Uniti avevano espressamente escluso anche solo la possibilità dell’ingerenza di altre potenze nel loro operato nell’intero continente, ritenendola un pericolo per la sicurezza statunitense.
Polk decise così, nel 1845, l’invio in Messico del diplomatico John Slidell per acquistare California e Nuovo Messico per più di 30 milioni di dollari. Nel gennaio 1846 Polk accentuò la pressione sul Messico inviando truppe, al comando del Generale Zachary Taylor, nel territorio allora conteso fra Texas e Messico, tra i fiumi Nueces e Rio Grande. Taylor ignorò le richieste messicane di sgombero e marciò a sud del Rio Grande, dove avviò la costruzione di Fort Texas.
Il viaggio di John Slidell portò il subbuglio nella politica messicana; girava voce che fosse venuto per acquistare altri territori senza offrire nulla per la perdita del Texas. I messicani si rifiutarono di riceverlo, adducendo problemi relativi alle sue credenziali. Così Slidell fece rientro a Washington nel maggio 1846. Il presidente Polk ritenne quel gesto un’offesa e una “causa di guerra più che sufficiente” e si preparò a chiedere al Congresso una dichiarazione di guerra, che il Congresso avrebbe poi ratificato.
Ma gli eventi stavano precipitando e pochi giorni prima che Polk avanzasse la sua richiesta al Congresso, si venne a sapere che forze messicane avevano attraversato il Rio Grande e che avevano ucciso undici soldati statunitensi. Il 24 aprile 1846, infatti, la cavalleria messicana attaccò e catturò il personale di uno dei distaccamenti statunitensi presso il Rio Grande. Dopo questo scontro confinario, battaglie fra le forze messicane e quelle statunitensi scoppiarono a Palo Alto e a Resaca de la Palma.
Al presidente Polk bastò questo per disporre del “casus belli” e in un messaggio al Congresso dell’11 maggio 1846 asserì che il Messico aveva «invaso il nostro territorio e versato sangue statunitense sul suolo statunitense». Logicamente non si soffermò sul fatto che sul territorio in questione esistesse una disputa. Un certo numero di congressisti espresse dubbi circa la versione fornita da Polk dell’accaduto, ma il Congresso approvò a stragrande maggioranza la dichiarazione di guerra, con numerosi Liberali intimoriti dal fatto che la loro opposizione sarebbe loro costata sul piano politico.
La guerra fu dichiarata il 13 maggio 1846.
In linea di massima i congressisti originari del Nord degli Stati Uniti e i Liberali si opponevano alla guerra, mentre tutti quelli originari del Sud degli Stati Uniti e i Democratici erano orientati a sostenerla.
Anche il Messico dichiarò guerra e lo fece il 23 maggio.
Negli Stati Uniti, comunque, non cessarono le polemiche ed i ragionamenti intorno alla dichiarazione di guerra, anche dopo che la guerra fu dichiarata… Infatti, molti Liberali sollevarono obiezioni circa la pretesa di Polk che il Messico avesse «versato sangue statunitense sul suolo statunitense», credendo invece che le forze statunitensi avessero attraversato il Rio Grande al fine deliberato di provocare una guerra contro il Messico. Ma le voci su questo particolare aspetto, dopo la guerra cessarono quasi del tutto.
A quel tempo era diventato deputato liberale nella Camera dei Rappresentanti statunitense Abraham Lincoln, che presentò le “Spot Resolutions”, con cui chiese che il Presidente Polk fornisse l’esatta localizzazione di dove il sangue statunitense fosse stato versato. Poiché era un fatto che dei soldati statunitensi erano stati uccisi, tuttavia, queste risoluzioni furono ampiamente ignorate.
Fin da allora gli storici hanno discusso se Polk avesse o meno deliberatamente provocato la guerra, o se la sua politica del “rischio calcolato” gli fosse sfuggita di mano.
Sappiamo per certo che il Messico non era preparato ad una guerra perché il paese si trovava allora nella rovina economica, ma anche politica e sociale. In più, l’esercito e i suoi comandanti non erano armati e preparati per difendere il paese, dato che mancavano armi, uniformi, scorte alimentari e persino un sano spirito di lotta per difendere almeno gli interessi della propria patria. I fucili messicani erano vecchi e i cannoni – che erano tutti vecchi e a corto raggio – portavano la data della guerra d’indipendenza, mentre i soldati statunitensi avevano fucili di ultima generazione e cannoni a lunga gittata. Va anche ricordato che i soldati messicani venivano reclutati con il sistema della leva ed erano scarsamente ricompensati oltre che malnutriti, mentre quelli americani appartenevano ad un vero esercito professionale ed erano volontari pagati dal governo e ricevevano puntualmente il loro stipendio.
Immediatamente dopo la dichiarazione di guerra, le forze armate statunitensi invasero il territorio messicano su più fronti.
Un episodio particolarmente “forte” quanto a capacità di aumentare la confusione fu quello accaduto il 14 giugno 1846 quando i coloni inglesi a Sonoma arrestarono e imprigionarono il locale governatore, dichiarando una repubblica indipendente della California.
Gli Stati Uniti non restarono certo alla finestra, dato che era più che noto il loro interesse all’annessione formale della California, perciò per presidiare il fronte del Pacifico, la marina statunitense inviò John D. Sloat ad occupare la California e la dichiarò appartenente agli Stati Uniti in base alla considerazione che i britannici avrebbero anche potuto tentare di occupare l’area. Sloat assunse il comando di Sonoma e Monterey nel luglio di quell’anno.
Sul fronte meridionale della guerra al Messico, l’esercito americano – quello che viene solitamente chiamato Army of the West (Esercito d’Occidente) -, alla guida di Stephen W. Kearny, occupava Santa Fe, nel Nuovo Messico. Kearny inviò anche un piccolo contingente in California dove, dopo qualche iniziale rovescio, riuscì a unirsi ai rinforzi della Marina al comando di Robert F. Stockton e a occupare gli importantissimi snodi urbani di San Diego e Los Angeles. A causa delle contrastanti direttive provenienti da Washington, un importante dissenso scoppiò fra Kearny e Stockton sul controllo della California. Stockton nominò John C. Frémont governatore della California, mentre Kearny si autonominò per quell’incarico. A prevalere fu Kearny e Frémont venne arrestato e inviato davanti alla Corte Marziale per la sua lealtà nei confronti di Stockton in quella disputa.
La componente più grossa delle truppe americane, quella guidata da Taylor, continuò ad agire lungo il Rio Grande, vincendo la battaglia di Monterey nel settembre 1846, dopo lunghe settimane di battaglia. Nel frattempo lo stato dello Yucatan si era dichiarato nuovamente indipendente e questo produsse un sollevamento a Città del Messico, cosa che portò il governo di Mariano Paredes a chiedere il ritorno di Antonio López de Santa Anna dal suo esilio cubano. Santa Anna eluse il blocco navale americano e nel dicembre del 1846 formò un nuovo governo con Valentin Gomez Farias come vicepresidente.
Antonio López de Santa Anna marciò personalmente verso nord per combattere Taylor, ma fu sconfitto nella battaglia di Buena Vista il 22 febbraio 1847. Santa Anna lasciò Farias come presidente ad interim, inoltre promulgò una legge che permetteva al governo federale di appropriarsi dei beni della Chiesa cattolica per un valore di 15 milioni di pesos.
Ma, di fronte a questo affronto, il popolo di Città del Messico si sollevò in armi e assediò il presidente nel Palazzo Nazionale, così Santa Anna si vide costretto a trasformare il decreto in una donazione volontaria del clero di 100.000 pesos.
Nel frattempo, invece di rafforzare l’esercito di Taylor per consentirgli di progredire nell’avanzata, il presidente Polk inviò un secondo esercito sotto il Generale Winfield Scott in marzo, trasportato nel porto di Veracruz per via mare, per avviare un’invasione del cuore stesso del Messico. Scott si affermò nell’assedio di Veracruz e prese Puebla senza sparare un solo colpo, grazie anche all’intervento della Chiesa cattolica che convinse i propri fedeli ad accogliere l’esercito invasore come un esercito liberatore. Successivamente Scott marciò alla volta di Città del Messico con l’aiuto della Mexican Spy Company (un gruppo di ladri e banditi che combatterono con gli americani). Le spie furono le guide che aiutarono a vincere le battaglie di Cerro Gordo e Chapultepec, grazie anche all’incompetenza di Santa Anna, che ordinò di non fortificare i monti intorno, il che diede agli americani l’opportunità di avanzare.
Dopo le importanti battaglie di Padierna, Churubusco e Molino del Rey, Chapultepec cadde, non senza prima aver combattuto valorosamente. I giovani cadetti dell’accademia militare morirono valorosamente, e sono infatti ricordati come niños héroes (ragazzi eroici). La caduta di Chapultepec ebbe due conseguenze immediate: l’occupazione da parte degli statunitensi di Città del Messico e la nuova rinuncia di Santa Anna alla presidenza.
Il trattato di Cahuenga, firmato il 13 gennaio 1847, mise fine ai combattimenti in California. Il trattato di Guadalupe Hidalgo, sottoscritto il 2 febbraio 1848, concluse la guerra e dette agli Stati Uniti il controllo assoluto del Texas, come pure della California, del Nevada, dello Utah, e di parti del Colorado, Arizona, Nuovo Messico e Wyoming. In cambio il Messico ricevette 18.250.000 dollari, l’equivalente dei 627.500.000 dollari (valore di metà anno 2000) dei costi della guerra.
Nel corso della guerra, circa 13.000 americani morirono. Di questi, solo 1.700 circa caddero in azione di combattimento; le altre perdite furono provocate dai disagi e dalle condizioni sanitarie assolutamente precarie. Le perdite messicane rimangono un mistero, ma sono stimate a 25.000.
mercoledì 23 febbraio 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 23 febbraio.
Il 23 febbraio 1836 inizia a San Antonio (TX) la battaglia di Alamo.
La storia di Alamo inizia nella mattinata del 23 febbraio 1836 quando l’esercito messicano arrivò nei pressi di San Antonio. Il primo ad avvistare i soldati di Santa Anna fu lo scout John Smith, chiamato “El Colorado” a causa dei capelli rossi.
Fu a lui che il colonnello Travis affidò il primo messaggio dell’assedio, indirizzato allo stato maggiore dell’esercito texano comandato da Sam Houston: “Il nemico è arrivato in gran forze. Vogliamo uomini e provviste. Inviateceli. Abbiamo 150 uomini e siamo determinati a difendere Alamo fino all’ultimo. Forniteci assistenza”.
Mentre Smith partiva al galoppo, Travis cominciò a dare i primi ordini per preparare la resistenza tra le mura di Alamo. Prima di tutto fece evacuare una cinquantina di soldati messicani feriti, fatti prigionieri in un precedente scontro. In questo modo permise che si ricongiungessero con il grosso delle truppe di Santa Anna senza pesare sulle forze americane. Poi mandò Seguin, lo stesso che un anno dopo provvederà alla sepoltura dei resti, a San Antonio per racimolare quante più provviste possibili potesse. Mentre gli americani giravano per le strade, le donne locali piangevano: “Poveri ragazzi – dicevano – sarete tutti ammazzati”. Furono invece una quarantina i cittadini che preferirono nascondersi dentro Alamo per evitare di affrontare l’esercito messicano. Fecero appena in tempo, perchè nel pomeriggio gli uomini di Santa Anna avevano già occupato l’area di San Fernando, la più vicina alla missione, facendo sventolare una bandiera rossa, segno di non voler dare tregua al nemico, sul pennone del campanile.
Quando la vide, Travis ordinò per tutta risposta che venisse sparata una cannonata verso la postazione nemica. I messicani replicarono con altre quattro cannonate e quello fu di fatto il primo scambio di colpi tra i due avversari.
A quanto pare fu anche l’occasione per il primo litigio tra Travis e Bowie. Il primo voleva aspettare la prima mossa dei messicani, mentre il secondo intendeva agire subito andando a trattare direttamente con Santa Anna. Essendo egli stesso il genero di un notabile messicano, Bowie pensava che sarebbe stato ascoltato. Senza consultare Travis, Bowie mandò il volontario Green B. Jameson con una missiva diretta personalmente al generale. Ma il risultato fu deludente: di fronte a un Travis infuriato perchè i suoi ordini non erano stati rispettati, Jameson tornò con una nota firmata da Josè Batres, il vice di Santa Anna, nella quale si diceva che “se volevano salvare le loro vite, dovevano mettersi immediatamente a disposizione del Governo Supremo”. In pratica, dovevano arrendersi senza condizioni. Rendendosi conto che la situazione era comunque disperata, lo stesso Travis inviò ai messicani un secondo messaggio, questa volta affidato ad uno dei suoi uomini più fidati, Albert Martin, da consegnare al colonnello Juan Almonte, uno degli alti ufficiali dello staff di Santa Anna, conosciuto e rispettato come gentiluomo in tutto il Texas. Ma Almonte si limitò a ripetere le condizioni imposte dal suo generale, per cui anche questo tentativo andò a vuoto.
A quel punto a Travis non restò che radunare gli uomini per esporre loro la situazione e tutti furono d’accordo per non cedere. Ancora una volta Travis affidò la sua replica ai cannoni e per risposta i messicani presero a bombardare sistematicamente la missione producendo non pochi danni. E mentre le granate colpivano la vecchia chiesa costruita nel 1758 dalla Flying Company of San Josè y Santiago del Alamo de Parras, il colonnello inviò un altro messaggio al raggruppamento texano di stanza a Goliad: “Noi porteremo avanti questa resistenza così come il nostro onore pretende, e anche quello del Paese”, scrisse Travis al collega Fannin. Ma l’attesa per una risposta si rivelò vana.
Fu allora che Travis decise di piazzare i suoi cannoni nelle posizioni strategiche, in particolare sul tetto rinforzato della chiesa dove ne fece sistemare tre da diciotto libbre l’uno.
C’era anche un altro problema. All’interno del forte si trovavano ormai anche una quarantina tra malati e feriti che Travis fece sistemare al secondo piano del convento. Tra questi era finito anche James Bowie, colpito da una forte febbre tifoidea che lo debilitava a causa di continui accessi di vomito e diarrea con ingenti perdite ematiche. Per quanto curato dal dottor Amos Pollard e assistito dalla cognata Juana Alsbury, Bowie non si riprenderà più e quindi non parteciperà neanche allo scontro finale. Il 24 febbraio i messicani piazzarono una nuova batteria a circa 300 metri da Alamo e ripresero il bombardamento.
Agli americani non restava che nascondersi tra le mura della missione e aspettare. Travis ne approfittò per scrivere un nuovo appello che indirizzò al “Popolo del Texas e a tutti gli Americani nel Mondo”: “Sono assediato da un migliaio o più di messicani agli ordini di Santa Anna – Ho sostenuto un continuo bombardamento per 24 ore e non ho perso un uomo. – Il nemico ci ha chiesto una resa senza condizioni, altrimenti la guarnigione sarà passata a fil di spada, se il forte verrà preso – Ho risposto con un colpo di cannone, e la nostra bandiera sventola ancora orgogliosamente sulle mura. Io non mi arrenderò né mi ritirerò. Allora mi rivolgo a voi nel nome della Libertà, del patriottismo e di tutto ciò che è di più caro al carattere americano, affinchè veniate in nostro soccorso con la massima celerità – Il nemico sta ricevendo rinforzi quotidianamente e non c’è dubbio che arriverà a tre o quattro mila unità nel giro di quattro o cinque giorni. Se questa mia richiesta non verrà accolta, sono determinato ad andare avanti da solo il più a lungo possibile e a morire come un soldato che non dimentica mai ciò che è dovuto al proprio onore e a quello del suo Paese. Vittoria o Morte”.
La lettera, indirizzata al quartier generale texano situato a Gonzales, venne affidata ad Albert Martin che con una buona dose di fortuna riuscì a passare oltre le linee nemiche, perdendosi nell’oscurità. Dalle mura quella notte Travis lo vide allontanarsi e, mentre la sua mente si perdeva in mille cupi pensieri, si sorprese ad ascoltare le note di un mesto “Deguello” che gli giungevano dal campo messicano.
L’indomani il bombardamento riprese fin dal primo mattino. Circa duecento messicani del battaglione Permanente Matamoros arrivarono a un centinaio di metri dal forte, ma gli americani risposero con un fuoco talmente fitto che alla fine gli uomini di Santa Anna furono costretti a ritirarsi, lasciando una decina di morti sul campo. Durante l’azione fu particolarmente notato l’onorevole David Crockett, come Travis chiamava l’ex parlamentare, che correva da un punto all’altro per incitare gli uomini e far loro coraggio.
Travis, quando si rese conto che i messicani stavano tastando il terreno in vista dell’assalto decisivo, riprese la penna e si rivolse direttamente a Sam Houston: “Devo resistere fino alle estreme conseguenze. Se essi ci sconfiggeranno, noi saremo sacrificati sull’altare del nostro Paese, e speriamo che i posteri e il nostro Paese renderanno giustizia alla nostra memoria. Aiutami, Paese mio! Vittoria o morte”.
In effetti viene il sospetto che Travis scrivesse in modo così enfatico sapendo che i suoi appelli sarebbero stati pubblicati, ma c’è da dire che egli cercava comunque di far sapere che la situazione a Alamo era davvero drammatica. Il problema si poneva sul come far giungere il messaggio a destinazione, visto che ormai i messicani controllavano l’intera area. E, soprattutto, chi mandare? Tra l’altro ci voleva qualcuno che parlasse bene lo spagnolo e fu così che gli uomini della guarnigione votarono Juan Seguìn. Travis non era d’accordo, ma alla fine capitolò. Seguìn, travestito da campesino, salutò per l’ultima volta i suoi commilitoni e quella stessa notte si infiltrò tra le linee nemiche. Quell’operazione, per quanto rischiosa, finì per salvargli la vita.
Mentre i messicani poco per volta accerchiavano Alamo, a San Felipe il governatore Smith faceva pubblicare il primo appello di Travis e esortava i texani a “volare” in difesa di Alamo: “La campagna è cominciata – scrisse Smith – I texani non devono lasciare che i loro fratelli vengano massacrati da un esercito di mercenari”.
Anche se le file texane si stavano ingrossando di volontari, nel forte l’attesa si faceva sempre più drammatica. Bowie era ormai allo stremo quando il 29 febbraio un gruppo di volontari che era arrivato con lui andò a trovarlo per comunicargli che Santa Anna aveva offerto un’amnistia ai difensori di Alamo che si fossero arresi. “Chi di voi vuole andarsene, è libero di farlo”, disse Bowie con un fil di voce. E quelli non se lo fecero dire due volte: lo ringraziarono e uscirono dal forte, salvi.
La notte del primo marzo un violento temporale si abbattè sulla zona. Alle tre, sotto una pioggia battente, una sentinella si sentì chiamare e, con sua grande sorpresa, vide John Smith, El Colorado, bussare alla porta del forte con trentadue uomini: alla fine i rinforzi, se così si potevano definire, erano arrivati. Il giorno dopo a Brazoria, diverse decine di chilometri più in là, l’ultimo appello di Travis, “Vittoria o Morte”, veniva pubblicato sul giornale “Texan Republican”. Ma la spedizione di soccorso era ben distante dall’essere organizzata. A Washington, dove doveva partecipare a una convention, Sam Houston continuava a dire che quella di Alamo era “una maledetta menzogna, e che anche tutti quei rapporti di Travis e Fannin erano menzogne, visto che là non vi erano forze messicane e che tutta quella messinscena era soltanto uno stratagemma elettorale studiato da Travis e Fannin per sostenere la loro popolarità”.
Houston arrivò a insinuare che i rapporti ricevuti fossero addirittura fatti ad arte dai messicani, per cui, con la mente offuscata dai litri di whisky che si beveva tutti i giorni (fu visto diverse volte ubriaco in pubblico), di fatto non fece mai nulla per salvare la guarnigione di Alamo.
Il 3 Marzo gli americani assediati videro un uomo a cavallo correre nella prateria sfidando il fuoco dei fucili messicani. Era James Butler Bonham che portava due messaggi, uno dei quali di Willie Williamson, uno dei capi della rivolta, scritto alcuni giorni prima a San Felipe. Nella prima missiva Williamson annunciava l’arrivo di 660 volontari. Nella seconda, forse scritta da Houston in persona, si diceva invece che le forze presenti a San Felipe non potevano essere trasferite. In pratica, Alamo veniva abbandonato a se stesso.
Per Travis era l’ennesimo colpo. Già furente per l’abbandono dei volontari texani che egli non esitava a definire traditori, quella notizia gli fece capire che ormai non c’era davvero più nulla da fare. Allora scrisse alcune lettere che affidò nuovamente a El Colorado, lettere il cui contenuto non fu mai reso pubblico e nelle quali probabilmente scrisse il suo testamento politico. Una era indirizzata a Jesse Grimes, un delegato della convenzione di Washington, un’altra a David Ayers di Montville. A entrambi affidò le sue ultime volontà e, soprattutto, l’educazione del figlio Charles, 5 anni, avuto dal suo matrimonio con Rosanna Cato. L’ultima missiva, di cui non si conobbe mai il contenuto, era per l’amata Rebecca, la donna che aveva intenzione di sposare se solo fosse riuscito a sopravvivere all’avventura di Alamo. Arriveranno tutte a destino compiuto, quando le ossa di Travis erano già state incenerite.
Il 4 marzo i messicani ripresero a bombardare la missione. Il 5 gli americani contarono 334 palle di cannone contro le loro mura. E quella notte un Travis ormai disperato giocò la sua ultima carta inviando un ultimo messaggero, il giovane James Allen, nel disperato tentativo di convincere lo stato maggiore americano a mandare rinforzi. Un rapido censimento delle armi permise di stabilire che nella missione i 180 americani rimasti avevano in tutto 816 tra pistole e fucili, con polvere e piombo sufficienti per circa 15 mila colpi, 25 granate da cannone e duecento baionette: un po’ poco per fronteggiare un esercito di quattromila uomini armati di tutto punto e dotati di artiglieria pesante. L’attacco decisivo cominciò intorno alle 3 del mattino del 6 marzo. Gli assediati, stanchi e provati dalla continua tensione, dormivano quasi tutti. Nessuno, nemmeno le sentinelle, si accorse che oltre un migliaio di soldati messicani del battaglione Toluca aveva completamente circondato la missione e pian piano si avvicinava alle mura. Nessuno, nonostante il chiarore della luna, vide le scale che venivano appoggiate e subito salite dai commandos nemici. Nessuno si rese conto che la missione era stata invasa fino a quando il primo “Viva Santa Anna” non squarciò il silenzio della notte. Erano circa le 5,30. Travis fu svegliato di soprassalto dall’ufficiale J.J. Baugh che irruppe nella sua camera urlando: “I messicani stanno arrivando!”. Ancora stordito da quelle poche ore di sonno, Travis arrivò sugli spalti appena in tempo per vedere una marea di uniformi bianche che si lanciava all’assalto dei suoi uomini. Quando girò lo sguardo una pallottola di circa due centimetri di diametro lo prese in piena fronte uccidendolo sul colpo. Il suo corpo, successivamente trafitto anche da molti colpi di baionetta, cadde vicino ad un cannone e lì restò fino alla fine della battaglia. Uno ad uno gli americani vennero uccisi tutti: l’ordine era di non fare prigionieri.
Quando i messicani entrarono dentro il convento, in una stanza trovarono James Bowie ormai agonizzante alla sua terza settimana di febbre tifoidea. Scambiandolo per uno che si voleva nascondere sotto le coperte, lo presero a fucilate sul posto facendogli letteralmente saltare la testa. Sempre più numerosi, cominciarono poi a spingere ciò che restava del gruppo dei difensori fino all’ingresso della missione. Gli americani furono costretti a uscire spinti verso l’esterno. Fuori li aspettava la cavalleria messicana comandata da Ramirez y Sesma che in due cariche successive pose fine a colpi di lancia anche a quella eroica e disperata sacca di resistenza.
I messicani si fermarono soltanto quando, abbattendo una porta, si trovarono di fronte a tre donne e due bambini. Fu una di queste, Susanna Dickenson, che in seguito testimonierà di aver visto i corpi di Davy Crockett e dei suoi compagni del Tennessee giacere nella polvere davanti al sagrato della chiesa.
Ma gli americani avevano venduta cara la pelle. A fronte dei 1600 uomini impiegati nell’attacco, i messicani morti furono circa duecento e quattrocento i feriti, tra i quali anche un generale e 28 ufficiali. Settanta di questi feriti morirono in seguito alle lesioni riportate nella battaglia.
Avvalendosi della testimonianza di Joe, lo schiavo negro di Travis cui venne risparmiata la vita proprio a causa del suo stato, Santa Anna volle vedere personalmente i corpi di Travis, Bowie e Crockett prima di inviare il suo rapporto finale a Città del Messico. “Il quadro presentato dalla battaglia è straordinario – scrisse Santa Anna – tra i corpi sono stati trovati il primo e il secondo capo del nemico – Bowie e Travis – colonnelli come essi stessi si facevano chiamare – nonchè Crockett con lo stesso titolo degli altri due”.
La notizia del massacro di Alamo giunse a Washington solo l’11 marzo e fece un’impressione enorme. Per Sam Houston, che non aveva mai creduto alle lettere di Travis, fu un colpo tremendo. E per quanto si portò dietro per tutta la vita il rimorso di quelle vite sacrificate, cercò di salvare la faccia sostenendo pubblicamente che “la caduta di Alamo è stata il risultato di una disobbedienza da parte di Travis e Bowie”.
Ma all’opinione pubblica americana non potevano bastare le sue illazioni e Houston lo sapeva bene. Fu così che l’esercito texano si ricompattò e il 21 aprile cercò vendetta affrontando in campo aperto le truppe messicane di Santa Anna a San Jacinto. Prima della battaglia gli ufficiali si rivolsero ai volontari con tre sole parole:”Remember the Alamo”. Ed è urlando “Alamo! Alamo! Alamo!” che gli americani, inferiori di numero (800 contro 1.300), in soli venti minuti di battaglia sgominarono l’esercito messicano facendo prigioniero lo stesso generale Santa Anna. La rivoluzione era finita e il Texas diventava indipendente. Nel settembre di quello stesso anno Sam Houston veniva eletto presidente della Repubblica del Texas e Alamo entrava nella storia e nella leggenda.
Il primo film dedicato alla battaglia fu, nel 1911, The Immortal Alamo di William F. Haddock, un film prodotto in Texas da Georges Méliès.
Nel 1915 Christy Cabanne, con la supervisione di David W. Griffith, girò Martyrs of the Alamo, un film muto di 71 minuti, che vide tra gli interpreti anche Douglas Fairbanks.
Nel 1953 Glenn Ford interpretò Il traditore di Forte Alamo (The Man from the Alamo), un western con un immaginario superstite allo scontro. Questa versione, neppure troppo romanzata, mostrava l'eroismo dell'americano medio nella costruzione degli Stati Uniti.
Nel 1955 Sterling Hayden interpretò la parte di Jim Bowie nel film Alamo diretto da Frank Lloyd. Questa versione non spiegava le ragioni della Resistenza contro il Messico ed anche i fatti vennero in parte stravolti, come la causa della morte di Bowie, non dovuta ad infortunio in battaglia, ma a tubercolosi. Veniva peraltro taciuto lo schiavismo dello stesso Bowie.
Nel 1956 Byron Haskin ne La storia del generale Houston descrisse la figura dell'avvocato Houston, poi divenuto generale e infine primo presidente del Texas resosi indipendente.
John Wayne nel 1960 diresse, produsse e interpretò, nella parte di Davy Crocket, La battaglia di Alamo, un lungo e costoso film per propagandare, in modo spettacolare, i valori eroici che avevano portato alla costruzione degli Stati Uniti. Anche in questa versione le ragioni della ribellione venivano taciute.
Alamo - Gli ultimi eroi (2004) è un film che descrive in modo dettagliato la guerra, fino alla resa di Santa Anna. Anche in questa versione le ragioni della ribellione non vengono spiegate.
Il 23 febbraio 1836 inizia a San Antonio (TX) la battaglia di Alamo.
La storia di Alamo inizia nella mattinata del 23 febbraio 1836 quando l’esercito messicano arrivò nei pressi di San Antonio. Il primo ad avvistare i soldati di Santa Anna fu lo scout John Smith, chiamato “El Colorado” a causa dei capelli rossi.
Fu a lui che il colonnello Travis affidò il primo messaggio dell’assedio, indirizzato allo stato maggiore dell’esercito texano comandato da Sam Houston: “Il nemico è arrivato in gran forze. Vogliamo uomini e provviste. Inviateceli. Abbiamo 150 uomini e siamo determinati a difendere Alamo fino all’ultimo. Forniteci assistenza”.
Mentre Smith partiva al galoppo, Travis cominciò a dare i primi ordini per preparare la resistenza tra le mura di Alamo. Prima di tutto fece evacuare una cinquantina di soldati messicani feriti, fatti prigionieri in un precedente scontro. In questo modo permise che si ricongiungessero con il grosso delle truppe di Santa Anna senza pesare sulle forze americane. Poi mandò Seguin, lo stesso che un anno dopo provvederà alla sepoltura dei resti, a San Antonio per racimolare quante più provviste possibili potesse. Mentre gli americani giravano per le strade, le donne locali piangevano: “Poveri ragazzi – dicevano – sarete tutti ammazzati”. Furono invece una quarantina i cittadini che preferirono nascondersi dentro Alamo per evitare di affrontare l’esercito messicano. Fecero appena in tempo, perchè nel pomeriggio gli uomini di Santa Anna avevano già occupato l’area di San Fernando, la più vicina alla missione, facendo sventolare una bandiera rossa, segno di non voler dare tregua al nemico, sul pennone del campanile.
Quando la vide, Travis ordinò per tutta risposta che venisse sparata una cannonata verso la postazione nemica. I messicani replicarono con altre quattro cannonate e quello fu di fatto il primo scambio di colpi tra i due avversari.
A quanto pare fu anche l’occasione per il primo litigio tra Travis e Bowie. Il primo voleva aspettare la prima mossa dei messicani, mentre il secondo intendeva agire subito andando a trattare direttamente con Santa Anna. Essendo egli stesso il genero di un notabile messicano, Bowie pensava che sarebbe stato ascoltato. Senza consultare Travis, Bowie mandò il volontario Green B. Jameson con una missiva diretta personalmente al generale. Ma il risultato fu deludente: di fronte a un Travis infuriato perchè i suoi ordini non erano stati rispettati, Jameson tornò con una nota firmata da Josè Batres, il vice di Santa Anna, nella quale si diceva che “se volevano salvare le loro vite, dovevano mettersi immediatamente a disposizione del Governo Supremo”. In pratica, dovevano arrendersi senza condizioni. Rendendosi conto che la situazione era comunque disperata, lo stesso Travis inviò ai messicani un secondo messaggio, questa volta affidato ad uno dei suoi uomini più fidati, Albert Martin, da consegnare al colonnello Juan Almonte, uno degli alti ufficiali dello staff di Santa Anna, conosciuto e rispettato come gentiluomo in tutto il Texas. Ma Almonte si limitò a ripetere le condizioni imposte dal suo generale, per cui anche questo tentativo andò a vuoto.
A quel punto a Travis non restò che radunare gli uomini per esporre loro la situazione e tutti furono d’accordo per non cedere. Ancora una volta Travis affidò la sua replica ai cannoni e per risposta i messicani presero a bombardare sistematicamente la missione producendo non pochi danni. E mentre le granate colpivano la vecchia chiesa costruita nel 1758 dalla Flying Company of San Josè y Santiago del Alamo de Parras, il colonnello inviò un altro messaggio al raggruppamento texano di stanza a Goliad: “Noi porteremo avanti questa resistenza così come il nostro onore pretende, e anche quello del Paese”, scrisse Travis al collega Fannin. Ma l’attesa per una risposta si rivelò vana.
Fu allora che Travis decise di piazzare i suoi cannoni nelle posizioni strategiche, in particolare sul tetto rinforzato della chiesa dove ne fece sistemare tre da diciotto libbre l’uno.
C’era anche un altro problema. All’interno del forte si trovavano ormai anche una quarantina tra malati e feriti che Travis fece sistemare al secondo piano del convento. Tra questi era finito anche James Bowie, colpito da una forte febbre tifoidea che lo debilitava a causa di continui accessi di vomito e diarrea con ingenti perdite ematiche. Per quanto curato dal dottor Amos Pollard e assistito dalla cognata Juana Alsbury, Bowie non si riprenderà più e quindi non parteciperà neanche allo scontro finale. Il 24 febbraio i messicani piazzarono una nuova batteria a circa 300 metri da Alamo e ripresero il bombardamento.
Agli americani non restava che nascondersi tra le mura della missione e aspettare. Travis ne approfittò per scrivere un nuovo appello che indirizzò al “Popolo del Texas e a tutti gli Americani nel Mondo”: “Sono assediato da un migliaio o più di messicani agli ordini di Santa Anna – Ho sostenuto un continuo bombardamento per 24 ore e non ho perso un uomo. – Il nemico ci ha chiesto una resa senza condizioni, altrimenti la guarnigione sarà passata a fil di spada, se il forte verrà preso – Ho risposto con un colpo di cannone, e la nostra bandiera sventola ancora orgogliosamente sulle mura. Io non mi arrenderò né mi ritirerò. Allora mi rivolgo a voi nel nome della Libertà, del patriottismo e di tutto ciò che è di più caro al carattere americano, affinchè veniate in nostro soccorso con la massima celerità – Il nemico sta ricevendo rinforzi quotidianamente e non c’è dubbio che arriverà a tre o quattro mila unità nel giro di quattro o cinque giorni. Se questa mia richiesta non verrà accolta, sono determinato ad andare avanti da solo il più a lungo possibile e a morire come un soldato che non dimentica mai ciò che è dovuto al proprio onore e a quello del suo Paese. Vittoria o Morte”.
La lettera, indirizzata al quartier generale texano situato a Gonzales, venne affidata ad Albert Martin che con una buona dose di fortuna riuscì a passare oltre le linee nemiche, perdendosi nell’oscurità. Dalle mura quella notte Travis lo vide allontanarsi e, mentre la sua mente si perdeva in mille cupi pensieri, si sorprese ad ascoltare le note di un mesto “Deguello” che gli giungevano dal campo messicano.
L’indomani il bombardamento riprese fin dal primo mattino. Circa duecento messicani del battaglione Permanente Matamoros arrivarono a un centinaio di metri dal forte, ma gli americani risposero con un fuoco talmente fitto che alla fine gli uomini di Santa Anna furono costretti a ritirarsi, lasciando una decina di morti sul campo. Durante l’azione fu particolarmente notato l’onorevole David Crockett, come Travis chiamava l’ex parlamentare, che correva da un punto all’altro per incitare gli uomini e far loro coraggio.
Travis, quando si rese conto che i messicani stavano tastando il terreno in vista dell’assalto decisivo, riprese la penna e si rivolse direttamente a Sam Houston: “Devo resistere fino alle estreme conseguenze. Se essi ci sconfiggeranno, noi saremo sacrificati sull’altare del nostro Paese, e speriamo che i posteri e il nostro Paese renderanno giustizia alla nostra memoria. Aiutami, Paese mio! Vittoria o morte”.
In effetti viene il sospetto che Travis scrivesse in modo così enfatico sapendo che i suoi appelli sarebbero stati pubblicati, ma c’è da dire che egli cercava comunque di far sapere che la situazione a Alamo era davvero drammatica. Il problema si poneva sul come far giungere il messaggio a destinazione, visto che ormai i messicani controllavano l’intera area. E, soprattutto, chi mandare? Tra l’altro ci voleva qualcuno che parlasse bene lo spagnolo e fu così che gli uomini della guarnigione votarono Juan Seguìn. Travis non era d’accordo, ma alla fine capitolò. Seguìn, travestito da campesino, salutò per l’ultima volta i suoi commilitoni e quella stessa notte si infiltrò tra le linee nemiche. Quell’operazione, per quanto rischiosa, finì per salvargli la vita.
Mentre i messicani poco per volta accerchiavano Alamo, a San Felipe il governatore Smith faceva pubblicare il primo appello di Travis e esortava i texani a “volare” in difesa di Alamo: “La campagna è cominciata – scrisse Smith – I texani non devono lasciare che i loro fratelli vengano massacrati da un esercito di mercenari”.
Anche se le file texane si stavano ingrossando di volontari, nel forte l’attesa si faceva sempre più drammatica. Bowie era ormai allo stremo quando il 29 febbraio un gruppo di volontari che era arrivato con lui andò a trovarlo per comunicargli che Santa Anna aveva offerto un’amnistia ai difensori di Alamo che si fossero arresi. “Chi di voi vuole andarsene, è libero di farlo”, disse Bowie con un fil di voce. E quelli non se lo fecero dire due volte: lo ringraziarono e uscirono dal forte, salvi.
La notte del primo marzo un violento temporale si abbattè sulla zona. Alle tre, sotto una pioggia battente, una sentinella si sentì chiamare e, con sua grande sorpresa, vide John Smith, El Colorado, bussare alla porta del forte con trentadue uomini: alla fine i rinforzi, se così si potevano definire, erano arrivati. Il giorno dopo a Brazoria, diverse decine di chilometri più in là, l’ultimo appello di Travis, “Vittoria o Morte”, veniva pubblicato sul giornale “Texan Republican”. Ma la spedizione di soccorso era ben distante dall’essere organizzata. A Washington, dove doveva partecipare a una convention, Sam Houston continuava a dire che quella di Alamo era “una maledetta menzogna, e che anche tutti quei rapporti di Travis e Fannin erano menzogne, visto che là non vi erano forze messicane e che tutta quella messinscena era soltanto uno stratagemma elettorale studiato da Travis e Fannin per sostenere la loro popolarità”.
Houston arrivò a insinuare che i rapporti ricevuti fossero addirittura fatti ad arte dai messicani, per cui, con la mente offuscata dai litri di whisky che si beveva tutti i giorni (fu visto diverse volte ubriaco in pubblico), di fatto non fece mai nulla per salvare la guarnigione di Alamo.
Il 3 Marzo gli americani assediati videro un uomo a cavallo correre nella prateria sfidando il fuoco dei fucili messicani. Era James Butler Bonham che portava due messaggi, uno dei quali di Willie Williamson, uno dei capi della rivolta, scritto alcuni giorni prima a San Felipe. Nella prima missiva Williamson annunciava l’arrivo di 660 volontari. Nella seconda, forse scritta da Houston in persona, si diceva invece che le forze presenti a San Felipe non potevano essere trasferite. In pratica, Alamo veniva abbandonato a se stesso.
Per Travis era l’ennesimo colpo. Già furente per l’abbandono dei volontari texani che egli non esitava a definire traditori, quella notizia gli fece capire che ormai non c’era davvero più nulla da fare. Allora scrisse alcune lettere che affidò nuovamente a El Colorado, lettere il cui contenuto non fu mai reso pubblico e nelle quali probabilmente scrisse il suo testamento politico. Una era indirizzata a Jesse Grimes, un delegato della convenzione di Washington, un’altra a David Ayers di Montville. A entrambi affidò le sue ultime volontà e, soprattutto, l’educazione del figlio Charles, 5 anni, avuto dal suo matrimonio con Rosanna Cato. L’ultima missiva, di cui non si conobbe mai il contenuto, era per l’amata Rebecca, la donna che aveva intenzione di sposare se solo fosse riuscito a sopravvivere all’avventura di Alamo. Arriveranno tutte a destino compiuto, quando le ossa di Travis erano già state incenerite.
Il 4 marzo i messicani ripresero a bombardare la missione. Il 5 gli americani contarono 334 palle di cannone contro le loro mura. E quella notte un Travis ormai disperato giocò la sua ultima carta inviando un ultimo messaggero, il giovane James Allen, nel disperato tentativo di convincere lo stato maggiore americano a mandare rinforzi. Un rapido censimento delle armi permise di stabilire che nella missione i 180 americani rimasti avevano in tutto 816 tra pistole e fucili, con polvere e piombo sufficienti per circa 15 mila colpi, 25 granate da cannone e duecento baionette: un po’ poco per fronteggiare un esercito di quattromila uomini armati di tutto punto e dotati di artiglieria pesante. L’attacco decisivo cominciò intorno alle 3 del mattino del 6 marzo. Gli assediati, stanchi e provati dalla continua tensione, dormivano quasi tutti. Nessuno, nemmeno le sentinelle, si accorse che oltre un migliaio di soldati messicani del battaglione Toluca aveva completamente circondato la missione e pian piano si avvicinava alle mura. Nessuno, nonostante il chiarore della luna, vide le scale che venivano appoggiate e subito salite dai commandos nemici. Nessuno si rese conto che la missione era stata invasa fino a quando il primo “Viva Santa Anna” non squarciò il silenzio della notte. Erano circa le 5,30. Travis fu svegliato di soprassalto dall’ufficiale J.J. Baugh che irruppe nella sua camera urlando: “I messicani stanno arrivando!”. Ancora stordito da quelle poche ore di sonno, Travis arrivò sugli spalti appena in tempo per vedere una marea di uniformi bianche che si lanciava all’assalto dei suoi uomini. Quando girò lo sguardo una pallottola di circa due centimetri di diametro lo prese in piena fronte uccidendolo sul colpo. Il suo corpo, successivamente trafitto anche da molti colpi di baionetta, cadde vicino ad un cannone e lì restò fino alla fine della battaglia. Uno ad uno gli americani vennero uccisi tutti: l’ordine era di non fare prigionieri.
Quando i messicani entrarono dentro il convento, in una stanza trovarono James Bowie ormai agonizzante alla sua terza settimana di febbre tifoidea. Scambiandolo per uno che si voleva nascondere sotto le coperte, lo presero a fucilate sul posto facendogli letteralmente saltare la testa. Sempre più numerosi, cominciarono poi a spingere ciò che restava del gruppo dei difensori fino all’ingresso della missione. Gli americani furono costretti a uscire spinti verso l’esterno. Fuori li aspettava la cavalleria messicana comandata da Ramirez y Sesma che in due cariche successive pose fine a colpi di lancia anche a quella eroica e disperata sacca di resistenza.
I messicani si fermarono soltanto quando, abbattendo una porta, si trovarono di fronte a tre donne e due bambini. Fu una di queste, Susanna Dickenson, che in seguito testimonierà di aver visto i corpi di Davy Crockett e dei suoi compagni del Tennessee giacere nella polvere davanti al sagrato della chiesa.
Ma gli americani avevano venduta cara la pelle. A fronte dei 1600 uomini impiegati nell’attacco, i messicani morti furono circa duecento e quattrocento i feriti, tra i quali anche un generale e 28 ufficiali. Settanta di questi feriti morirono in seguito alle lesioni riportate nella battaglia.
Avvalendosi della testimonianza di Joe, lo schiavo negro di Travis cui venne risparmiata la vita proprio a causa del suo stato, Santa Anna volle vedere personalmente i corpi di Travis, Bowie e Crockett prima di inviare il suo rapporto finale a Città del Messico. “Il quadro presentato dalla battaglia è straordinario – scrisse Santa Anna – tra i corpi sono stati trovati il primo e il secondo capo del nemico – Bowie e Travis – colonnelli come essi stessi si facevano chiamare – nonchè Crockett con lo stesso titolo degli altri due”.
La notizia del massacro di Alamo giunse a Washington solo l’11 marzo e fece un’impressione enorme. Per Sam Houston, che non aveva mai creduto alle lettere di Travis, fu un colpo tremendo. E per quanto si portò dietro per tutta la vita il rimorso di quelle vite sacrificate, cercò di salvare la faccia sostenendo pubblicamente che “la caduta di Alamo è stata il risultato di una disobbedienza da parte di Travis e Bowie”.
Ma all’opinione pubblica americana non potevano bastare le sue illazioni e Houston lo sapeva bene. Fu così che l’esercito texano si ricompattò e il 21 aprile cercò vendetta affrontando in campo aperto le truppe messicane di Santa Anna a San Jacinto. Prima della battaglia gli ufficiali si rivolsero ai volontari con tre sole parole:”Remember the Alamo”. Ed è urlando “Alamo! Alamo! Alamo!” che gli americani, inferiori di numero (800 contro 1.300), in soli venti minuti di battaglia sgominarono l’esercito messicano facendo prigioniero lo stesso generale Santa Anna. La rivoluzione era finita e il Texas diventava indipendente. Nel settembre di quello stesso anno Sam Houston veniva eletto presidente della Repubblica del Texas e Alamo entrava nella storia e nella leggenda.
Il primo film dedicato alla battaglia fu, nel 1911, The Immortal Alamo di William F. Haddock, un film prodotto in Texas da Georges Méliès.
Nel 1915 Christy Cabanne, con la supervisione di David W. Griffith, girò Martyrs of the Alamo, un film muto di 71 minuti, che vide tra gli interpreti anche Douglas Fairbanks.
Nel 1953 Glenn Ford interpretò Il traditore di Forte Alamo (The Man from the Alamo), un western con un immaginario superstite allo scontro. Questa versione, neppure troppo romanzata, mostrava l'eroismo dell'americano medio nella costruzione degli Stati Uniti.
Nel 1955 Sterling Hayden interpretò la parte di Jim Bowie nel film Alamo diretto da Frank Lloyd. Questa versione non spiegava le ragioni della Resistenza contro il Messico ed anche i fatti vennero in parte stravolti, come la causa della morte di Bowie, non dovuta ad infortunio in battaglia, ma a tubercolosi. Veniva peraltro taciuto lo schiavismo dello stesso Bowie.
Nel 1956 Byron Haskin ne La storia del generale Houston descrisse la figura dell'avvocato Houston, poi divenuto generale e infine primo presidente del Texas resosi indipendente.
John Wayne nel 1960 diresse, produsse e interpretò, nella parte di Davy Crocket, La battaglia di Alamo, un lungo e costoso film per propagandare, in modo spettacolare, i valori eroici che avevano portato alla costruzione degli Stati Uniti. Anche in questa versione le ragioni della ribellione venivano taciute.
Alamo - Gli ultimi eroi (2004) è un film che descrive in modo dettagliato la guerra, fino alla resa di Santa Anna. Anche in questa versione le ragioni della ribellione non vengono spiegate.
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