Buongiorno, oggi è il 3 aprile.
Il 3 aprile 1961 le Poste Italiane misero in commercio, per celebrare il viaggio del presidente della Repubblica Giovanni Gronchi in Sudamerica, il terzo di tre francobolli commemorativi. Proprio questo francobollo, di colore rosa, per una serie di eventi fortuiti diventò un caso ed accrebbe enormemente il suo valore: si trattava del cosiddetto "Gronchi rosa".
È del dicembre 1960 la decisione di produrre un francobollo per accompagnare il viaggio diplomatico di Giovanni Gronchi in America del Sud.
Il progetto grafico, a cura di Renato Mura, rappresentava idealmente il ponte culturale gettato tra un’Italia che cominciava allora a raccogliere i frutti di una faticosa ricostruzione post bellica, e un continente le cui città, negli ultimi anni, avevano accolto un considerevole flusso di immigrazione italiana. Nella vignettatura, sullo sfondo di un atlante campeggia un aereo in volo sull’Atlantico, mentre i colori dei tre francobolli della serie evidenziano Argentina, Uruguay e Perù (oltre naturalmente all’Italia); valgono rispettivamente 170, 185 e 205 lire. Il decreto di emissione viene firmato il 17 marzo, mentre la visita del presidente Gronchi è programmata per il 6 aprile.
Le riviste di filatelia danno la notizia dell’emissione con un corollario: la validità postale di questi francobolli avrà corso a partire da giovedì 6 aprile, ma saranno messi in vendita a partire dal 3 dello stesso mese per permettere ai collezionisti di approntare le buste e le affrancature che partiranno con il volo presidenziale. Una volta giunta a Roma, la corrispondenza avrebbe ricevuto l’annullo del volo per poi essere imbarcata.
Pur presentando dunque delle prime eccezioni (la posta viene infatti inoltrata senza il regolare annullo), questa serie non desta inizialmente un grande interesse. La ragione più probabile è che il 3 aprile è il Lunedì dell’Angelo, e a trattenersi in città non sono in molti. D’altra parte non c’è motivo di affrettarsi, poiché gli annulli sarebbero comunque stati possibili solo tre giorni dopo.
Tuttavia, qualcosa inizia a muoversi da subito: Alfonso Arias, diplomatico presso l’ambasciata peruviana a Roma, e responsabile del coordinamento del viaggio tra i due paesi, apprende dai giornali la notizia dell’emissione e incarica un impiegato di procurargli la serie. Una volta ottenuta, il diplomatico si accorge con disappunto di un’imprecisione contenuta proprio nel francobollo dedicato al suo paese: nella rappresentazione geografica, al Perù manca il cosiddetto “Triangolo Amazzonico”.
La questione comincia ad assumere le tinte di uno spiacevole malinteso, a partire dalle ragioni dell’errore: Renato Mura aveva infatti utilizzato per il bozzetto un atlante geografico aggiornato al 1939, data antecedente alla Conferenza di Rio di Janeiro (1942), in occasione della quale furono ridisegnati i confini di Ecuador e Perù a favore di quest’ultimo. Proprio quella conferenza aveva tentato di risolvere una disputa che affondava le radici nel secolo precedente e aveva reso la coscienza di tutti i peruviani molto sensibile a questo argomento.
D’altra parte lo stesso Alfonso Arias aveva partecipato a una commissione di lavoro che aveva trattato la questione dei confini con le autorità ecuadoriane: francobollo alla mano, Arias decide dunque, la mattina del 3 aprile, di telefonare all’ambasciata italiana presieduta da Adelmo Risi per esporgli il problema.
Risi, in difficoltà per il pericolo di una crisi proprio all’alba della visita del presidente, non può che girare la questione al ministro degli Esteri Antonio Segni. Comprendendo che in gioco c’è qualcosa di più che un francobollo, Segni contatta immediatamente il Ministero delle Poste e delle Telecomunicazioni.
Nel tardo pomeriggio la decisione è presa: durante la notte un dispaccio indirizzato a tutte le direzioni provinciali sospende la vendita del francobollo, in attesa che si giunga a una soluzione più definitiva.
Il giorno dopo, martedì 4 aprile, con gli sportelli filatelici in fermento e alcuni Gronchi Rosa già in circolazione, al Poligrafico si esaminano i bozzetti del francobollo: Arias, con l’aiuto di un addetto militare peruviano, illustra l’errore ai funzionari, che inutilmente si adoperano per convincere il diplomatico della piccolezza – in tutti i sensi – di un simile dettaglio. Arias insiste perché all’errore sia posto rimedio, insinuando surrettiziamente che al popolo peruviano questa situazione avrebbe potuto provocare non poco fastidio. Il pericolo di una protesta ufficiale si fa quindi tangibile al punto che tra le soluzioni ipotizzate viene scelta la più drastica: rendere definitiva la sospensione della vendita e sostituire il francobollo sbagliato con quello corretto, stampato in grigio.
Non ci si rassegna immediatamente; in tutti gli uffici postali le dicerie si accavallano numerose, e si arriva a credere che anche il francobollo dedicato all’Argentina sarà ritirato, questa volta per la mancata comparsa della Tierra del Fuego – un’effettiva omissione che tuttavia, in mancanza di una protesta ufficiale, rimarrà senza conseguenze. Anche per via di questa informazione tendenziosa l’affollamento degli appassionati dell’ultima ora presso gli sportelli postali non accenna a diminuire. Verso sera la notizia è di dominio pubblico: il francobollo verrà ristampato con i confini corretti.
Negozianti e commercianti insistono affinché il francobollo da 205 lire sia messo in vendita come un non emesso a scopi collezionistici, ma la replica del Ministero delle Poste è un secco rifiuto; il rischio sarebbe stato quello di dare il via a manovre speculative che sarebbero presto uscite fuori controllo.
Ma la speculazione non è l’unico effetto collaterale di cui occorre tenere conto: l’inoltro a Roma della posta affrancata con i Gronchi Rosa errati prosegue fino alle ore 20.00 di mercoledì 5 aprile. Sono i Gronchi Rosa venduti lunedì come da disposizioni ministeriali.
Per evitare che la corrispondenza “sbagliata” arrivi in Sudamerica e possa in questo modo suscitare imbarazzi, il Ministero delle Poste organizza una colossale operazione di ricopertura: concentrati gli aerogrammi nella sala delle conferenze alla stazione di Roma Termini, trenta impiegati reclutati per l’occasione appongono il 205 lire grigio su (quasi) tutti i Gronchi Rosa, tentando così di cancellare le tracce di un francobollo sfortunato fin dalla sua prima apparizione.
Sarà l’ultimo tentativo di porre rimedio a un errore che probabilmente in altre circostanze non sarebbe nemmeno stato notato.
Come è noto, la storia non finisce qui. Se dal 1961 il francobollo rosa continua a fare parlare di sé è perché i punti oscuri della vicenda sono ancora molti. A partire dal numero di Gronchi Rosa in circolazione; secondo l’autorevole indagine di Umberto D’Arrò (Il Collezionista – Italia Filatelica, 1991), fondata su documenti ministeriali, gli esemplari venduti risultano essere 79΄455.
Sono comunque numeri approssimativi, dal momento che l’intera faccenda si dimostrò poco chiara fin dall’inizio; ci fu addirittura un’inchiesta giudiziaria che coinvolse un direttore di banca e un commerciante filatelico, poi assolti dalle imputazioni. La commissione Gaspari, inoltre, disposta dal Ministero per fare chiarezza sull’intera vicenda, giunse alla conclusione che tutti i fatti relativi al francobollo errato erano stati frutto di casualità né era esistita alcuna premeditazione.
D’altra parte per molto tempo furono numerosi i pareri che non concordavano sullo statuto di un francobollo che non fu mai un francobollo a tutti gli effetti: molti cataloghi indicarono a lungo il Gronchi Rosa come un “non emesso”.
Ma si sa, una mappa non è il territorio; in virtù delle rocambolesche vicende che lo portarono alle luci della ribalta internazionale, cercare la verità del Gronchi Rosa sulle pagine di qualche catalogo o nelle cronache dell’epoca è ridurne il valore a quello di un mero oggetto prodotto in serie.
Ogni Gronchi Rosa, in realtà, ha compiuto la propria strada e ha una propria storia; in questo, probabilmente, non è diverso da tutti gli altri francobolli. O forse, proprio per questo, ogni Gronchi Rosa è diverso da tutti gli altri francobolli.
Il clamore suscitato dalla vicenda provocò un immediato incremento dell'interesse verso la filatelia che raggiunse livelli di speculazione che collassarono qualche anno dopo con un crollo del mercato.
La quotazione attuale è molto variabile ma è nell'ordine di circa mille euro per il francobollo nuovo con la gomma integra e di circa cinquecento euro per i francobolli senza gomma che provengono dalle affrancature delle buste intercettate e ricoperte con il 205 grigio. Le buste con il Gronchi rosa ricoperto hanno una valutazione di mercato compresa tra i 600 e i 900 euro, variabile a seconda della qualità e conservazione della busta.
Per quei pochissimi valori che invece sono sfuggiti alle ricerche degli ufficiali postali e hanno viaggiato (e sono quindi regolarmente timbrati), si raggiungono quotazioni ragguardevoli che possono arrivare anche a trentamila euro se hanno viaggiato sull'aereo del presidente Gronchi nel suo viaggio verso l'America Latina.
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venerdì 3 aprile 2026
giovedì 2 aprile 2026
#almanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 2 aprile.
Alle 21.37 del 2 aprile 2005 Papa Giovanni Paolo II, all'età di 84 anni, muore nel suo appartamento privato in Vaticano.
L'annuncio della morte viene dato dal portavoce Joaquin Navarro Valls e comunicato ai fedeli presenti in piazza San Pietro, circa 100 mila, che accolgono la notizia in silenzio. La folla aveva cominciato a radunarsi alcuni giorni prima, in particolare dal giorno di Pasqua, il 27 marzo. Il papa, già sofferente da un paio di mesi nei quali aveva subito due interventi al policlinico Gemelli, si era affacciato alla finestra del suo studio, ma nonostante gli sforzi non era riuscito a pronunciare le poche parole della benedizione Urbi et Orbi in latino. Il volto sofferente del papa che si rendeva conto che il suo corpo non obbediva più a ciò che la mente gli chiedeva di fare commuove il mondo intero e innesca una mobilitazione senza precedenti di giornali e tv internazionali.
Il 31 marzo le condizioni di Giovanni Paolo II si aggravano ulteriormente. Il pontefice viene colpito nel pomeriggio da un'infezione alle vie urinarie che provoca una febbre molto alta, contro la quale viene avviata una terapia antibiotica. Fonti mediche definiscono la situazione "allarmante".
Il primo aprile Joaquin Navarro Valls annuncia che le condizioni di salute del Santo Padre sono molto gravi, ma aggiunge che il Papa è "cosciente, lucido e sereno". In serata, alle 19, un nuovo aggiornamento affievolisce le speranze: "le condizioni generali e cardio-respiratorie del Santo Padre si sono ulteriormente aggravate; il respiro è diventato superficiale; si è instaurato un quadro clinico di insufficienza cardio-circolatoria e renale; i parametri biologici sono notevolmente compromessi". Si apre in piazza San Pietro la veglia di preghiera, alla quale partecipano decine di migliaia di fedeli di ogni età e nazionalità.
La sera successiva, l'annuncio della morte. In piazza San Pietro si leva un lungo applauso. Molti piangono, altri guardano la finestra al terzo piano del palazzo apostolico, che è stata accesa. In tutta la città suonano le campane a morto. Il cardinale Angelo Sodano, segretario di Stato, intona il De Profundis.
Il governo italiano dichiara il lutto nazionale per la durata di 3 giorni a partire dal 3 aprile, poi prolungato fino all'8 aprile, giorno dei funerali. Il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi conclude il suo ricordo di Giovanni Paolo II, trasmesso a reti unificate, dicendo che "l'Italia piange la perdita di un padre, di una persona cara". "Il mondo ha perduto un campione della libertà", commenta il presidente statunitense George W. Bush. Il premier britannico Tony Blair dice che il Santo Padre, "attraverso una vita dura e spesso difficile si è battuto per la giustizia sociale e dalla parte degli oppressi". "Profonda emozione" esprime il presidente francese Jacques Chirac. Il premier spagnolo Zapatero sottolinea che con la morte di giovanni Paolo II "l'umanità si vede privata di un riferimento morale di prim'ordine". Nel messaggio di cordoglio inviato al cardinale Angelo Sodano, il presidente cubano Fidel Castro scrive che "l'umanità terrà per sempre con sè un ricordo commosso dell'instancabile lavoro che Sua Santita Giovanni Paolo II ha sempre compiuto a favore della pace, della giustizia e della solidarietà fra i popoli".
L'8 aprile, alle 10, si svolgono i funerali solenni del Papa. La bara di cipresso col corpo del Santo Padre viene portata a spalle su piazza San Pietro. Sul feretro viene posato il Vangelo. Il cardinale Joseph Ratzinger celebra la funzione e conclude l'omelia dicendo che Giovanni Paolo II "sta adesso alla finestra della casa del Padre, ci vede e ci benedice". Tredici applausi, di cui l'ultimo lunghissimo, accompagnano l'omelia, che termina col grido "santo subito" della folla, richiesta scandita da un battimani a tratti ritmato. Circa un milione di fedeli assiste a Roma alla cerimonia, 300 mila in Piazza San Pietro, gli altri davanti ai maxischermi allestiti nei punti nevralgici della città comprese le basiliche. Sono 200 le delegazioni straniere presenti, tra loro 46 capi di Stato e 8 vice-capi, 17 premier, 3 principi ereditari, 13 responsabili di organizzazioni come l'Onu, rappresentata da Kofi Annan.
Quello di Giovanni Paolo II è stato il terzo pontificato per durata nella storia della Chiesa. Papa Woityla ha guidato la Chiesa dal secondo al terzo millennio, le ha dato una visibilità senza precedenti, e non solo all'interno del mondo cattolico e religioso; nel corso dei quasi 27 anni di pontificato, pur in un conservatorismo di fondo nei principi che giudicava collegati alla fede, ha cambiato tradizioni plurisecolari, cambiando, forse per sempre, il modo stesso di essere il Romano Pontefice. Ne sono segno le decine di primati riguardanti la sua vita. Il 263esimo successore di Pietro è stato il primo papa polacco, il primo nato in un paese comunista e ad andare oltrecortina; il primo ad aver recitato in pubblico e ad aver lavorato in fabbrica; il primo, dopo gli apostoli, ad entrare in una sinagoga e il primo a parlare in una chiesa protestante; il primo a visitare una moschea e ad andare in un paese ortodosso; il primo ad aprire un giubileo per un millennio e a visitare il Parlamento Italiano; il primo ad assistere a un concerto rock e ad una partita di calcio; il primo ad essere ferito gravemente in un attentato e ad essere operato in ospedale; colui che ha incontrato più persone (17 milioni solo nelle udienze), sul quale si sono scritti più libri (quasi 200 all'anno) e del quale sono stati venduti più libri e persino un CD di musica sacra cantata da lui; quello che ha visitato più paesi ed ha proclamato più santi e più beati.
Alle 21.37 del 2 aprile 2005 Papa Giovanni Paolo II, all'età di 84 anni, muore nel suo appartamento privato in Vaticano.
L'annuncio della morte viene dato dal portavoce Joaquin Navarro Valls e comunicato ai fedeli presenti in piazza San Pietro, circa 100 mila, che accolgono la notizia in silenzio. La folla aveva cominciato a radunarsi alcuni giorni prima, in particolare dal giorno di Pasqua, il 27 marzo. Il papa, già sofferente da un paio di mesi nei quali aveva subito due interventi al policlinico Gemelli, si era affacciato alla finestra del suo studio, ma nonostante gli sforzi non era riuscito a pronunciare le poche parole della benedizione Urbi et Orbi in latino. Il volto sofferente del papa che si rendeva conto che il suo corpo non obbediva più a ciò che la mente gli chiedeva di fare commuove il mondo intero e innesca una mobilitazione senza precedenti di giornali e tv internazionali.
Il 31 marzo le condizioni di Giovanni Paolo II si aggravano ulteriormente. Il pontefice viene colpito nel pomeriggio da un'infezione alle vie urinarie che provoca una febbre molto alta, contro la quale viene avviata una terapia antibiotica. Fonti mediche definiscono la situazione "allarmante".
Il primo aprile Joaquin Navarro Valls annuncia che le condizioni di salute del Santo Padre sono molto gravi, ma aggiunge che il Papa è "cosciente, lucido e sereno". In serata, alle 19, un nuovo aggiornamento affievolisce le speranze: "le condizioni generali e cardio-respiratorie del Santo Padre si sono ulteriormente aggravate; il respiro è diventato superficiale; si è instaurato un quadro clinico di insufficienza cardio-circolatoria e renale; i parametri biologici sono notevolmente compromessi". Si apre in piazza San Pietro la veglia di preghiera, alla quale partecipano decine di migliaia di fedeli di ogni età e nazionalità.
La sera successiva, l'annuncio della morte. In piazza San Pietro si leva un lungo applauso. Molti piangono, altri guardano la finestra al terzo piano del palazzo apostolico, che è stata accesa. In tutta la città suonano le campane a morto. Il cardinale Angelo Sodano, segretario di Stato, intona il De Profundis.
Il governo italiano dichiara il lutto nazionale per la durata di 3 giorni a partire dal 3 aprile, poi prolungato fino all'8 aprile, giorno dei funerali. Il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi conclude il suo ricordo di Giovanni Paolo II, trasmesso a reti unificate, dicendo che "l'Italia piange la perdita di un padre, di una persona cara". "Il mondo ha perduto un campione della libertà", commenta il presidente statunitense George W. Bush. Il premier britannico Tony Blair dice che il Santo Padre, "attraverso una vita dura e spesso difficile si è battuto per la giustizia sociale e dalla parte degli oppressi". "Profonda emozione" esprime il presidente francese Jacques Chirac. Il premier spagnolo Zapatero sottolinea che con la morte di giovanni Paolo II "l'umanità si vede privata di un riferimento morale di prim'ordine". Nel messaggio di cordoglio inviato al cardinale Angelo Sodano, il presidente cubano Fidel Castro scrive che "l'umanità terrà per sempre con sè un ricordo commosso dell'instancabile lavoro che Sua Santita Giovanni Paolo II ha sempre compiuto a favore della pace, della giustizia e della solidarietà fra i popoli".
L'8 aprile, alle 10, si svolgono i funerali solenni del Papa. La bara di cipresso col corpo del Santo Padre viene portata a spalle su piazza San Pietro. Sul feretro viene posato il Vangelo. Il cardinale Joseph Ratzinger celebra la funzione e conclude l'omelia dicendo che Giovanni Paolo II "sta adesso alla finestra della casa del Padre, ci vede e ci benedice". Tredici applausi, di cui l'ultimo lunghissimo, accompagnano l'omelia, che termina col grido "santo subito" della folla, richiesta scandita da un battimani a tratti ritmato. Circa un milione di fedeli assiste a Roma alla cerimonia, 300 mila in Piazza San Pietro, gli altri davanti ai maxischermi allestiti nei punti nevralgici della città comprese le basiliche. Sono 200 le delegazioni straniere presenti, tra loro 46 capi di Stato e 8 vice-capi, 17 premier, 3 principi ereditari, 13 responsabili di organizzazioni come l'Onu, rappresentata da Kofi Annan.
Quello di Giovanni Paolo II è stato il terzo pontificato per durata nella storia della Chiesa. Papa Woityla ha guidato la Chiesa dal secondo al terzo millennio, le ha dato una visibilità senza precedenti, e non solo all'interno del mondo cattolico e religioso; nel corso dei quasi 27 anni di pontificato, pur in un conservatorismo di fondo nei principi che giudicava collegati alla fede, ha cambiato tradizioni plurisecolari, cambiando, forse per sempre, il modo stesso di essere il Romano Pontefice. Ne sono segno le decine di primati riguardanti la sua vita. Il 263esimo successore di Pietro è stato il primo papa polacco, il primo nato in un paese comunista e ad andare oltrecortina; il primo ad aver recitato in pubblico e ad aver lavorato in fabbrica; il primo, dopo gli apostoli, ad entrare in una sinagoga e il primo a parlare in una chiesa protestante; il primo a visitare una moschea e ad andare in un paese ortodosso; il primo ad aprire un giubileo per un millennio e a visitare il Parlamento Italiano; il primo ad assistere a un concerto rock e ad una partita di calcio; il primo ad essere ferito gravemente in un attentato e ad essere operato in ospedale; colui che ha incontrato più persone (17 milioni solo nelle udienze), sul quale si sono scritti più libri (quasi 200 all'anno) e del quale sono stati venduti più libri e persino un CD di musica sacra cantata da lui; quello che ha visitato più paesi ed ha proclamato più santi e più beati.
mercoledì 1 aprile 2026
#almanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il primo aprile.
Il primo aprile 1976 Steve Jobs e Steve Wosniak, amici dai tempi di scuola, fondano la Apple Computer, per commercializzare l'elaboratore che avevano costruito in un garage.
All'inizio Wozniak progetta il suo computer principalmente sulla carta, perché avrebbe voluto utilizzare il processore Motorola 6800, ma costava 170 dollari ed era un prezzo troppo elevato per le loro tasche.
Nel 1976 la MOS Technologies commercializzò il chip 6502 al prezzo di 25 dollari, così Wozniak poté adattare i progetti basati sul processore 6800 di Motorola a questo nuovo processore.
Il progetto venne completato nel garage di casa Jobs nel 1976
I due battezzarono il loro primo computer “Apple I”
L'Apple I viene venduto a 666,66 dollari ad un negozio di computer che ne acquista 50 esemplari; il negozio però li voleva già assemblati, e per riuscire a vendere Apple I, i due assemblano a mano i 50 computer richiesti nel garage di Jobs.
Alla fine del 1976 l'Apple II era stato completato, era molto più avanzato di Apple I, ed era completo di alloggiamento per la scheda madre, oltre ad avere anche la tastiera. Il computer era dotato inoltre di grafica a colori e si poteva collegare a qualsiasi televisore.
Prima della sua vendita Jobs volle fortemente creare un nuovo logo per la società perché quello raffigurante Newton era troppo complesso. Il nuovo logo di Apple, creato da Rob Janov, rappresentava una mela morsicata con i colori dell'arcobaleno invertiti.
Steve Jobs, che voleva che Apple diventasse una grande Azienda, contattò Mike Markkula, che era un importante imprenditore, che aveva aiutato aziende come Intel. Fu lui a credere in Apple, e per questo investì circa 91.000 dollari in essa.
Nel 1978 Jobs venne a sapere che la Xerox aveva sviluppato degli studi per utilizzare un'interfaccia diversa dalla tastiera. Xerox aveva creato un computer, chiamato Alto, che utilizzava una interfaccia utente grafica ed era controllato oltre che dalla tastiera, da un nuovo dispositivo chiamato Mouse. La Xerox non credette nel progetto e abbandonò l'idea. Jobs comprò i brevetti, assunse le persone che avevano sviluppato il progetto, e si mise con loro a studiare a fondo questa tecnologia.
Nel 1980 Apple rilascia un nuovo computer, l'Apple III, il primo non costruito direttamente da Steve Wozniak.
Questo computer aveva un processore da 2 MHz, la RAM fino a 256Kb, un hard disk esterno e un nuovo sistema operativo più avanzato.
Tuttavia non ebbe molto successo sia per il prezzo (costava dai 4300 ai 7800 dollari), sia perchè non essendo dotato di ventole si surriscaldava spesso e si guastava.
Ciò nonostante Apple fu quotata in borsa, e in un solo anno le sue azioni aumentarono di valore del 170%.
Nel 1983 Steve Jobs chiamò John Sculley, presidente della PepsiCo, come amministratore delegato di Appe, che accettò.
Si dice che Jobs per convincerlo gli abbia detto: "Vuoi continuare a vendere acqua zuccherata per il resto della tua vita o vuoi cambiare il mondo?".
Il 24 gennaio del 1984 viene messo in vendita al prezzo di 2459 dollari il Macintosh 128k.
Questo prodotto Apple fu la base dei computer moderni: era dotato di una rivoluzionaria interfaccia grafica con icone di facile comprensione, come il cestino. Aveva 128K di memoria, contro i modelli di IBM che ne avevano 64.
Il 1985 fu l'inizio della crisi di Apple. Steve Wosniak lasciò la società, Jobs e Sculley cominciarono a litigare, il primo sostenendo che il secondo non capisse nulla di computer. Il 31 maggio Sculley tolse qualsiasi responsabilità operativa a Jobs e questi, sentendosi inutile, abbandonò la società da lui creata il 17 settembre.
Fu l'inizio del declino.
Il 24 ottobre Sculley fece un accordo con Bill Gates che permetteva a Microsoft di utilizzare alcuni degli elementi grafici dell'interfaccia Macinthosh, ed in cambio avrebbe ottenuto una versione di Word ed Excel per il computer Apple.
Da quel momento uscì Windows per PC, molto simile all'interfaccia del Mac, ma con la potenza commerciale di Microsoft Windows soppiantò per sempre il Mac nelle vendite per gli utenti casalinghi.
Nel frattempo Jobs fondò la NeXT Inc, e comprò gli studi di animazione digitalizzata di George Lucas, la Pixar, ottenendo un accordo con la Disney.
Nel decennio 85-95 la Apple era in una crisi profonda: Windows era di gran lunga il sistema operativo più diffuso, mentre i Mac erano riservati a una platea di nicchia.
Nel tentativo di risollevarsi, l'azienda cerca di esaminare i sistemi operativi più innovativi presenti sul mercato; guarda caso il più innovativo era quello di NeXT, che fu comprata per 430 milioni di dollari. Fu così che Jobs rientrò in Apple Computer.
Per salvare Apple nel 97 Jobs chiese aiuto a Gates: questi comprò il 7% della compagnia per 150 milioni di dollari, in cambio Apple doveva includere Internet Explorer nel Mac OS per 5 anni, e Microsoft si impegnava per gli stessi 5 anni a sviluppare Office anche per Mac.
Il 16 settembre 97 Jobs ricevette l'incarico da parte del consiglio di diventare il nuovo CEO della società.
Jobs eliminò moltissimi prodotti dal catalogo Apple, come stampanti e fotocamere digitali, e tagliò molto personale non essenziale. Circondato solo da persone di talento e inventiva, alla fine del 97 Jobs fece di Apple una delle aziende più innovative del mercato.
Nel 2000 Apple presenta Mac OS X, un nuovo sistema operativo che coniuga la semplicità ed eleganza Apple con la sicurezza e stabilità Unix.
Nel 2001, aprono i primi Apple Store, e nell'ottobre dello stesso anno Apple presenta l'IPod, un lettore di musica digitale portatile, uno dei maggiori successi Apple.
Apple prende accordi con le principali case discografiche che gli consentono di vendere musica attraverso un negozio virtuale su Internet. Nasce così ITunes, che consente di comprare un brano a 99 centesimi e un intero album a meno di 10 dollari, e di ascoltarlo sull'Ipod, sul Pc o trasferirlo su un cd, rivoluzionando così in modo drastico il modo di fruire musica da parte degli utenti di tutto il mondo. Il 23 febbraio 2006 fu acquistato il miliardesimo brano su Itunes.
Il 9 gennaio 2007, al Macworld Conference & Expo di San Francisco, Steve Jobs, nel presentare iPhone, un apparecchio che rappresenta la sintesi tra un cellulare, un iPod e un computer palmare, annuncia significativamente il cambio del nome dell'azienda, da Apple Computer, Inc. a Apple, Inc.
Il 27 gennaio 2010 viene presentato un tablet, chiamato iPad. L'iPad utilizza l'Apple A4, il primo processore prodotto da Apple.
Il 23 febbraio 2010 Apple annuncia di aver venduto 10 miliardi di brani su iTunes Store. L'utente che ha scaricato il brano numero 10.000.000.000 ha vinto un buono di 10.000 dollari da spendere nello Store.
Il 30 luglio 2010 l'iPhone 4 debutta in altri 18 paesi tra cui l'Italia. Le scorte distribuite ai rivenditori e agli Apple Store risultano tuttavia molto limitate ed obbligano molte persone in coda a tornare a casa a mani vuote.
Il 1º settembre 2010 debuttano i nuovi iPod Nano,Touch e Shuffle poi viene presentato il nuovo iTunes 10 con il nuovo Social Network: Ping e viene aggiornata la Apple TV.
Il 2 marzo 2011 viene annunciato iPad 2, evoluzione del noto tablet. Tra le novità il processore SoC dual core Apple A5 con grafica 9 volte più veloce, l'introduzione di 2 fotocamere e riduzione di spessore e peso con un design completamente rinnovato.
Il 28 aprile 2011 viene messo in vendita l'iPhone 4 bianco. Rispetto al modello di colore nero è più spesso di 0,2 mm.
Il 6 giugno 2011 al WWDC 2011 viene presentato ufficialmente iCloud, il servizio di cloud computing che sostituirà progressivamente MobileMe. Viene inoltre presentato iOS 5 che presenta più di 200 nuove funzioni come il centro notifiche, Twitter e le gesture multi touch. Sarà disponibile in autunno. Viene presentato anche Mac OS X 10.7 Lion con più di 250 funzioni come Launchpad e Mission Control. Verrà inizialmente reso disponibile solo on-line dal 20 Luglio 2011 e, successivamente, su chiavetta USB al prezzo di 59 €.
Il 5 ottobre 2011, a causa di un tumore al pancreas, muore Steve Jobs. Aveva 56 anni.
L'annuncio nella notte, sulla home page del sito: «Apple ha perso un genio creativo e visionario e il mondo ha perso un formidabile essere umano», dove campeggia una foto in bianco e nero di Steve Jobs con l'anno della nascita e quello della morte: 1955-2011.
«Quelli di noi che hanno avuto la fortuna di conoscerlo abbastanza e di lavorare con lui - si legge ancora sul sito - hanno perso un caro amico e un mentore ispiratore. Steve lascia una società che solo lui avrebbe potuto costruire e il suo spirito sara' sempre il fondamento di Apple». Il precedente 25 agosto aveva annunciato le dimissioni irrevocabili da a.d., l'azienda che ha fondato, lasciato (perché costretto) e rilanciato consegnandola come una delle stelle più brillanti della tecnologia. La malattia l'aveva tormentato e consumato per anni. Immediate le reazioni da parte della stampa Usa: Il sito del New York Times titola a tutto schermo: «Steve Jobs, il visionario della Apple, muore a 56 anni» e sotto una foto con un Iphone. Il Washington Post: «Muore Steve Jobs, il pioniere della tecnologia».
La Cnn, sopra una foto della sua ultima creatura, l'iPad, il titolo «Muore il fondatore della Apple». Mobilitate anche le tv che hanno puntato le telecamere su Cupertino. Mentre sono già arrivate le reazioni da parte delle più alte cariche e del mondo della tecnologia. «Steve era tra i più grandi innovatori americani – ha detto il presidente degli Stati Uniti Barack Obama - e noi siamo rattristati dalla notizia della sua morte. «Ha fatto felici tantissime persone», ha ricordato Steve Wozniak, l'amico e l'uomo con cui ha fondato Apple nel 1976.
All'Apple Store sulla Quinta Strada a New York i fan si sono radunati lasciando fiore e candele accese. «I love Steve» è una delle scritte sulle impalcature che avvolgono l'Apple Store in via di ristrutturazione. Alla memoria di Steve Jobs, il nuovo iPhone 4S è stato definito dai fan «iPhone per Steve».
Parole di cordoglio anche da parte di Samsung, protagonista negli anni precedenti di una accesa battaglia legale sui brevetti. In un comunicato diffuso dalla società coreana: «Il presidente Steve Jobs ha introdotto numerosi rivoluzionari cambiamenti all'industria dell'information technology ed è stato un grande imprenditore. Il suo spirito innovativo - è scritto nel comunicato diffuso anche in Cina e firmato da Choi Gee-sung, direttore generale e vice presidente della Samsung Electronics - e i traguardi importanti saranno per sempre ricordati dal popolo di tutto il mondo».
«Sono profondamente rattristato – ha dichiarato il fondatore di Microsoft Bill Gates -. Steve e io – ha aggiunto – ci siamo incontrati 30 anni fa e siamo stati colleghi, concorrenti e amici per oltre metà delle nostre vite».
Il primo aprile 1976 Steve Jobs e Steve Wosniak, amici dai tempi di scuola, fondano la Apple Computer, per commercializzare l'elaboratore che avevano costruito in un garage.
All'inizio Wozniak progetta il suo computer principalmente sulla carta, perché avrebbe voluto utilizzare il processore Motorola 6800, ma costava 170 dollari ed era un prezzo troppo elevato per le loro tasche.
Nel 1976 la MOS Technologies commercializzò il chip 6502 al prezzo di 25 dollari, così Wozniak poté adattare i progetti basati sul processore 6800 di Motorola a questo nuovo processore.
Il progetto venne completato nel garage di casa Jobs nel 1976
I due battezzarono il loro primo computer “Apple I”
L'Apple I viene venduto a 666,66 dollari ad un negozio di computer che ne acquista 50 esemplari; il negozio però li voleva già assemblati, e per riuscire a vendere Apple I, i due assemblano a mano i 50 computer richiesti nel garage di Jobs.
Alla fine del 1976 l'Apple II era stato completato, era molto più avanzato di Apple I, ed era completo di alloggiamento per la scheda madre, oltre ad avere anche la tastiera. Il computer era dotato inoltre di grafica a colori e si poteva collegare a qualsiasi televisore.
Prima della sua vendita Jobs volle fortemente creare un nuovo logo per la società perché quello raffigurante Newton era troppo complesso. Il nuovo logo di Apple, creato da Rob Janov, rappresentava una mela morsicata con i colori dell'arcobaleno invertiti.
Steve Jobs, che voleva che Apple diventasse una grande Azienda, contattò Mike Markkula, che era un importante imprenditore, che aveva aiutato aziende come Intel. Fu lui a credere in Apple, e per questo investì circa 91.000 dollari in essa.
Nel 1978 Jobs venne a sapere che la Xerox aveva sviluppato degli studi per utilizzare un'interfaccia diversa dalla tastiera. Xerox aveva creato un computer, chiamato Alto, che utilizzava una interfaccia utente grafica ed era controllato oltre che dalla tastiera, da un nuovo dispositivo chiamato Mouse. La Xerox non credette nel progetto e abbandonò l'idea. Jobs comprò i brevetti, assunse le persone che avevano sviluppato il progetto, e si mise con loro a studiare a fondo questa tecnologia.
Nel 1980 Apple rilascia un nuovo computer, l'Apple III, il primo non costruito direttamente da Steve Wozniak.
Questo computer aveva un processore da 2 MHz, la RAM fino a 256Kb, un hard disk esterno e un nuovo sistema operativo più avanzato.
Tuttavia non ebbe molto successo sia per il prezzo (costava dai 4300 ai 7800 dollari), sia perchè non essendo dotato di ventole si surriscaldava spesso e si guastava.
Ciò nonostante Apple fu quotata in borsa, e in un solo anno le sue azioni aumentarono di valore del 170%.
Nel 1983 Steve Jobs chiamò John Sculley, presidente della PepsiCo, come amministratore delegato di Appe, che accettò.
Si dice che Jobs per convincerlo gli abbia detto: "Vuoi continuare a vendere acqua zuccherata per il resto della tua vita o vuoi cambiare il mondo?".
Il 24 gennaio del 1984 viene messo in vendita al prezzo di 2459 dollari il Macintosh 128k.
Questo prodotto Apple fu la base dei computer moderni: era dotato di una rivoluzionaria interfaccia grafica con icone di facile comprensione, come il cestino. Aveva 128K di memoria, contro i modelli di IBM che ne avevano 64.
Il 1985 fu l'inizio della crisi di Apple. Steve Wosniak lasciò la società, Jobs e Sculley cominciarono a litigare, il primo sostenendo che il secondo non capisse nulla di computer. Il 31 maggio Sculley tolse qualsiasi responsabilità operativa a Jobs e questi, sentendosi inutile, abbandonò la società da lui creata il 17 settembre.
Fu l'inizio del declino.
Il 24 ottobre Sculley fece un accordo con Bill Gates che permetteva a Microsoft di utilizzare alcuni degli elementi grafici dell'interfaccia Macinthosh, ed in cambio avrebbe ottenuto una versione di Word ed Excel per il computer Apple.
Da quel momento uscì Windows per PC, molto simile all'interfaccia del Mac, ma con la potenza commerciale di Microsoft Windows soppiantò per sempre il Mac nelle vendite per gli utenti casalinghi.
Nel frattempo Jobs fondò la NeXT Inc, e comprò gli studi di animazione digitalizzata di George Lucas, la Pixar, ottenendo un accordo con la Disney.
Nel decennio 85-95 la Apple era in una crisi profonda: Windows era di gran lunga il sistema operativo più diffuso, mentre i Mac erano riservati a una platea di nicchia.
Nel tentativo di risollevarsi, l'azienda cerca di esaminare i sistemi operativi più innovativi presenti sul mercato; guarda caso il più innovativo era quello di NeXT, che fu comprata per 430 milioni di dollari. Fu così che Jobs rientrò in Apple Computer.
Per salvare Apple nel 97 Jobs chiese aiuto a Gates: questi comprò il 7% della compagnia per 150 milioni di dollari, in cambio Apple doveva includere Internet Explorer nel Mac OS per 5 anni, e Microsoft si impegnava per gli stessi 5 anni a sviluppare Office anche per Mac.
Il 16 settembre 97 Jobs ricevette l'incarico da parte del consiglio di diventare il nuovo CEO della società.
Jobs eliminò moltissimi prodotti dal catalogo Apple, come stampanti e fotocamere digitali, e tagliò molto personale non essenziale. Circondato solo da persone di talento e inventiva, alla fine del 97 Jobs fece di Apple una delle aziende più innovative del mercato.
Nel 2000 Apple presenta Mac OS X, un nuovo sistema operativo che coniuga la semplicità ed eleganza Apple con la sicurezza e stabilità Unix.
Nel 2001, aprono i primi Apple Store, e nell'ottobre dello stesso anno Apple presenta l'IPod, un lettore di musica digitale portatile, uno dei maggiori successi Apple.
Apple prende accordi con le principali case discografiche che gli consentono di vendere musica attraverso un negozio virtuale su Internet. Nasce così ITunes, che consente di comprare un brano a 99 centesimi e un intero album a meno di 10 dollari, e di ascoltarlo sull'Ipod, sul Pc o trasferirlo su un cd, rivoluzionando così in modo drastico il modo di fruire musica da parte degli utenti di tutto il mondo. Il 23 febbraio 2006 fu acquistato il miliardesimo brano su Itunes.
Il 9 gennaio 2007, al Macworld Conference & Expo di San Francisco, Steve Jobs, nel presentare iPhone, un apparecchio che rappresenta la sintesi tra un cellulare, un iPod e un computer palmare, annuncia significativamente il cambio del nome dell'azienda, da Apple Computer, Inc. a Apple, Inc.
Il 27 gennaio 2010 viene presentato un tablet, chiamato iPad. L'iPad utilizza l'Apple A4, il primo processore prodotto da Apple.
Il 23 febbraio 2010 Apple annuncia di aver venduto 10 miliardi di brani su iTunes Store. L'utente che ha scaricato il brano numero 10.000.000.000 ha vinto un buono di 10.000 dollari da spendere nello Store.
Il 30 luglio 2010 l'iPhone 4 debutta in altri 18 paesi tra cui l'Italia. Le scorte distribuite ai rivenditori e agli Apple Store risultano tuttavia molto limitate ed obbligano molte persone in coda a tornare a casa a mani vuote.
Il 1º settembre 2010 debuttano i nuovi iPod Nano,Touch e Shuffle poi viene presentato il nuovo iTunes 10 con il nuovo Social Network: Ping e viene aggiornata la Apple TV.
Il 2 marzo 2011 viene annunciato iPad 2, evoluzione del noto tablet. Tra le novità il processore SoC dual core Apple A5 con grafica 9 volte più veloce, l'introduzione di 2 fotocamere e riduzione di spessore e peso con un design completamente rinnovato.
Il 28 aprile 2011 viene messo in vendita l'iPhone 4 bianco. Rispetto al modello di colore nero è più spesso di 0,2 mm.
Il 6 giugno 2011 al WWDC 2011 viene presentato ufficialmente iCloud, il servizio di cloud computing che sostituirà progressivamente MobileMe. Viene inoltre presentato iOS 5 che presenta più di 200 nuove funzioni come il centro notifiche, Twitter e le gesture multi touch. Sarà disponibile in autunno. Viene presentato anche Mac OS X 10.7 Lion con più di 250 funzioni come Launchpad e Mission Control. Verrà inizialmente reso disponibile solo on-line dal 20 Luglio 2011 e, successivamente, su chiavetta USB al prezzo di 59 €.
Il 5 ottobre 2011, a causa di un tumore al pancreas, muore Steve Jobs. Aveva 56 anni.
L'annuncio nella notte, sulla home page del sito: «Apple ha perso un genio creativo e visionario e il mondo ha perso un formidabile essere umano», dove campeggia una foto in bianco e nero di Steve Jobs con l'anno della nascita e quello della morte: 1955-2011.
«Quelli di noi che hanno avuto la fortuna di conoscerlo abbastanza e di lavorare con lui - si legge ancora sul sito - hanno perso un caro amico e un mentore ispiratore. Steve lascia una società che solo lui avrebbe potuto costruire e il suo spirito sara' sempre il fondamento di Apple». Il precedente 25 agosto aveva annunciato le dimissioni irrevocabili da a.d., l'azienda che ha fondato, lasciato (perché costretto) e rilanciato consegnandola come una delle stelle più brillanti della tecnologia. La malattia l'aveva tormentato e consumato per anni. Immediate le reazioni da parte della stampa Usa: Il sito del New York Times titola a tutto schermo: «Steve Jobs, il visionario della Apple, muore a 56 anni» e sotto una foto con un Iphone. Il Washington Post: «Muore Steve Jobs, il pioniere della tecnologia».
La Cnn, sopra una foto della sua ultima creatura, l'iPad, il titolo «Muore il fondatore della Apple». Mobilitate anche le tv che hanno puntato le telecamere su Cupertino. Mentre sono già arrivate le reazioni da parte delle più alte cariche e del mondo della tecnologia. «Steve era tra i più grandi innovatori americani – ha detto il presidente degli Stati Uniti Barack Obama - e noi siamo rattristati dalla notizia della sua morte. «Ha fatto felici tantissime persone», ha ricordato Steve Wozniak, l'amico e l'uomo con cui ha fondato Apple nel 1976.
All'Apple Store sulla Quinta Strada a New York i fan si sono radunati lasciando fiore e candele accese. «I love Steve» è una delle scritte sulle impalcature che avvolgono l'Apple Store in via di ristrutturazione. Alla memoria di Steve Jobs, il nuovo iPhone 4S è stato definito dai fan «iPhone per Steve».
Parole di cordoglio anche da parte di Samsung, protagonista negli anni precedenti di una accesa battaglia legale sui brevetti. In un comunicato diffuso dalla società coreana: «Il presidente Steve Jobs ha introdotto numerosi rivoluzionari cambiamenti all'industria dell'information technology ed è stato un grande imprenditore. Il suo spirito innovativo - è scritto nel comunicato diffuso anche in Cina e firmato da Choi Gee-sung, direttore generale e vice presidente della Samsung Electronics - e i traguardi importanti saranno per sempre ricordati dal popolo di tutto il mondo».
«Sono profondamente rattristato – ha dichiarato il fondatore di Microsoft Bill Gates -. Steve e io – ha aggiunto – ci siamo incontrati 30 anni fa e siamo stati colleghi, concorrenti e amici per oltre metà delle nostre vite».
martedì 31 marzo 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 31 marzo.
Il 31 marzo 1889 venne inaugurata a Parigi la Tour Eiffel.
La Tour Eiffel di Parigi, in ferro battuto, è una delle attrazioni e dei simboli della città di Parigi. Fu progettata in occasione dell'Esposizione mondiale del 1889 dall'ingegnere Gustave-Alexandre Eiffel (stesso ideatore della Statua della Libertà) che celebrò il centenario della Rivoluzione francese; l'idea iniziale era quella di rimuoverla una volta terminata l'esposizione nel Campo di Marte. Pietra miliare dell'architettura contemporanea, fu uno dei primi esempi di costruzioni in ferro battuto realizzate su grandi dimensioni.
La costruzione della Torre Eiffel di Parigi necessitò di 7.300 tonnellate di ferro ed era alta 312,27 metri; l'altezza attuale è di 324 metri (compresa la moderna antenna televisiva). La base è formata da quattro pilastri arcuati, i quali si uniscono a sostegno della struttura, che va assottigliandosi verso l'alto ed è interrotta da tre piattaforme, ognuna delle quali ospita un belvedere. La Torre Eiffel è munita di scale e ascensori; al primo piano si trova un ristorante, e alla sommità, da dove si ha un'ampia veduta di Parigi, sono collocate una stazione meteorologica, una stazione radio e un ripetitore televisivo; un tempo vi era anche lo studio dell'ingegnere Eiffel.
Sono presenti 1665 scalini per i visitatori più sportivi e due ascensori trasparenti salgono sino al secondo piano dove si trovano molti negozi di souvenirs.
La Torre Eiffel di Parigi è stata costruita in meno di due anni, dal 1887 al 1889; avrebbe dovuto servire da entrata alla Esposizione Universale del 1889, una Fiera Mondiale organizzata per celebrare il centenario della Rivoluzione Francese. Inaugurata il 31 marzo del 1889, venne ufficialmente aperta il 6 maggio dello stesso anno.
Trecento metalmeccanici hanno assemblato i 18.038 pezzi di ferro forgiato, utilizzando mezzo milione di bulloni. Viste le condizioni di sicurezza esistenti allora a Parigi e non solo, è sorprendente che solo un operaio perse la vita durante i lavori del cantiere (durante l'installazione degli ascensori).
La torre era all'epoca della sua costruzione la struttura più alta nel mondo e lo rimase per 40 anni, fino alla costruzione del Chrysler Building di New York. Per il mantenimento della struttura servono 50 tonnellate di vernice ogni 7 anni. A seconda della temperatura ambientale l'altezza della Torre Eiffel può variare di diversi centimetri a causa della dilatazione del metallo ( sino a 15 cm più alta durante le calure estive). Nelle giornate ventose sulla cima della torre si possono verificare oscillazioni sino a 12 cm.
Quando la Torre Eiffel fu costruita, vi fu una certa resistenza da parte del pubblico, che la riteneva una struttura poco estetica. Oggi è generalmente considerata uno degli esempi di arte in architettura più straordinari e costituisce indiscutibilmente uno dei simboli di Parigi più rappresentativi nel mondo ed è stata proposta per le sette meraviglie del mondo moderno.
Il 31 marzo 1889 venne inaugurata a Parigi la Tour Eiffel.
La Tour Eiffel di Parigi, in ferro battuto, è una delle attrazioni e dei simboli della città di Parigi. Fu progettata in occasione dell'Esposizione mondiale del 1889 dall'ingegnere Gustave-Alexandre Eiffel (stesso ideatore della Statua della Libertà) che celebrò il centenario della Rivoluzione francese; l'idea iniziale era quella di rimuoverla una volta terminata l'esposizione nel Campo di Marte. Pietra miliare dell'architettura contemporanea, fu uno dei primi esempi di costruzioni in ferro battuto realizzate su grandi dimensioni.
La costruzione della Torre Eiffel di Parigi necessitò di 7.300 tonnellate di ferro ed era alta 312,27 metri; l'altezza attuale è di 324 metri (compresa la moderna antenna televisiva). La base è formata da quattro pilastri arcuati, i quali si uniscono a sostegno della struttura, che va assottigliandosi verso l'alto ed è interrotta da tre piattaforme, ognuna delle quali ospita un belvedere. La Torre Eiffel è munita di scale e ascensori; al primo piano si trova un ristorante, e alla sommità, da dove si ha un'ampia veduta di Parigi, sono collocate una stazione meteorologica, una stazione radio e un ripetitore televisivo; un tempo vi era anche lo studio dell'ingegnere Eiffel.
Sono presenti 1665 scalini per i visitatori più sportivi e due ascensori trasparenti salgono sino al secondo piano dove si trovano molti negozi di souvenirs.
La Torre Eiffel di Parigi è stata costruita in meno di due anni, dal 1887 al 1889; avrebbe dovuto servire da entrata alla Esposizione Universale del 1889, una Fiera Mondiale organizzata per celebrare il centenario della Rivoluzione Francese. Inaugurata il 31 marzo del 1889, venne ufficialmente aperta il 6 maggio dello stesso anno.
Trecento metalmeccanici hanno assemblato i 18.038 pezzi di ferro forgiato, utilizzando mezzo milione di bulloni. Viste le condizioni di sicurezza esistenti allora a Parigi e non solo, è sorprendente che solo un operaio perse la vita durante i lavori del cantiere (durante l'installazione degli ascensori).
La torre era all'epoca della sua costruzione la struttura più alta nel mondo e lo rimase per 40 anni, fino alla costruzione del Chrysler Building di New York. Per il mantenimento della struttura servono 50 tonnellate di vernice ogni 7 anni. A seconda della temperatura ambientale l'altezza della Torre Eiffel può variare di diversi centimetri a causa della dilatazione del metallo ( sino a 15 cm più alta durante le calure estive). Nelle giornate ventose sulla cima della torre si possono verificare oscillazioni sino a 12 cm.
Quando la Torre Eiffel fu costruita, vi fu una certa resistenza da parte del pubblico, che la riteneva una struttura poco estetica. Oggi è generalmente considerata uno degli esempi di arte in architettura più straordinari e costituisce indiscutibilmente uno dei simboli di Parigi più rappresentativi nel mondo ed è stata proposta per le sette meraviglie del mondo moderno.
lunedì 30 marzo 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 30 marzo.
Il 30 marzo 1842 il dott. Crawford Long, americano, asportò un tumore dal collo di un paziente usando per la prima nella storia della chirurgia l'etere. Aveva così inventato l'anestesia chirurgica.
L'uso dell'etere fu esteso da Long ad altri interventi come le amputazioni ed il parto con grande successo ma egli non ritenne di pubblicare i risultati dei suoi studi. Lo avrebbe fatto soltanto nel 1849 quindi tre anni dopo quelli pubblicati da William Green Morton che il 18 ottobre 1846 aveva effettuata la prima anestesia con etere a Boston.
La parola “Anestesia” (dal greco "anaisthèsia") significa “assenza di percezione, di sensazione.
Questo termine però comparve ufficialmente sul dizionario inglese Bailey soltanto nel 1721 e lì rimase fino quando, negli Stati Uniti, il dr O.W.Holmes lo suggerì al dr Morton per definire la sua tecnica di impiego del protossido e dell’etere dapprima in odontoiatria e poi in chirurgia.
In realtà il problema dell’eliminazione del dolore legato agli atti chirurgici si presentò con gli interventi stessi: si operava solo in situazioni gravissime, che in alternativa presentavano morte certa, in genere amputazioni di arti colpiti dalla gangrena o mutilati in guerra, con risultati pessimi, sia per le successive infezioni, ma anche per l'assoluta mancanza di protezione dell'organismo dall'aggressione chirurgica (dolore, stress, emorragia ed altro). La mortalità era pertanto elevatissima e chi sopravviveva ricordava certo per tutta la vita la terribile esperienza.
I primi tentativi di diminuire il dolore insito nelle manovre chirurgiche risalgono addirittura agli egizi, la cui cultura medica era assai avanzata, tanto da permettere loro di somministrare estratto di papavero (oppio) ai loro bambini perché la notte dormissero…senza così turbare il delicato sonno dei genitori.
Nelle “Case della Vita “ essi apprendevano l’arte medica, già ricca di nozioni sulla circolazione sanguigna e sulla funzione del cuore. Nel papiro detto” di Ebers” (1550 a.C.) compare la parola “cervello” e vengono descritte le meningi. Vi si trovano circa 900 ricette di fitofarmaci, a base di timo, ricino e soprattutto mandragora e giusquiamo come sedativi (contengono scopolamina) , nonché la birra (ricca di lieviti ad azione antibiotica e di vitamine del complesso B), impiegata sia per via enterale che topicamente.
Essi praticarono la trapanazione cranica, impiegando strumenti assai simili a quelli odierni; usarono i purganti, il clistere e persino le sanguisughe, ed a scopo più squisitamente anestetico sfruttarono anche gli effetti sedativi del coriandolo e dell’oppio.
Nel 3000 a.C. anche gli assiri ricorrevano a narcotici vegetali, quali papavero, mandragola e Cannabis Indica ( marijuana), ma le popolazioni della Mesopotamia ricorrevano anche all’ischemia cerebrale indotta dalla compressione delle carotidi per provocare uno stato di coma transitorio durante il quale poter operare.
Già nel 500 a.C. gli indios peruviani provocavano un’anestesia di lingua e labbra masticando foglie di coca, mentre il filosofo greco Ippocrate (460-377 a.C.) descriveva una ”spugna soporifera” imbevuta di oppio, giusquiamo e mandragola ed in grado di addormentare un malato. E’ ancora un greco, Dioscoride, che conia la parola “anaisthèsia” per descrivere gli effetti soporiferi della mandragora, che ritroviamo utilizzata a Bologna, nel 1200, da fra Domenico de Luca.
Parallelamente, procedono gli studi anatomici grazie alla dissezione dei cadaveri, e il belga Vesalio (Andrea van Wiesel, 1514 – 1564), perfezionatosi a Padova, Bologna e Pisa, pubblica il monumentale “De umani corporis fabrica” nel quale già ipotizza la ventilazione artificiale, descrivendone la fattibilità sugli animali.
Intanto Valerius Cornus scopre le proprietà ipnotiche dell’etere disolforico e Paracelso ne scopre il potere analgesico, ma ambedue non ne intuiscono l’importanza clinica, così la lotta al dolore procede su altre strade, come quella del raffreddamento dell’area da operare (tecnica antenata della odierna crioanestesia…)
Dal canto suo, Sir W.Raleigh, il fondatore della Virginia, colonia inglese futuro stato degli USA, al ritorno dalla Guiana descrive la radice della Strycnos Toxifera e del suo estratto, “el urarì” (curaro), i cui effetti sugli animali e sui soldati vengono però divulgati solo alla metà del 1600 (anche se da sempre gli indios cacciavano con le frecce della cerbottana intinte nel curaro).
Nello stesso secolo compaiono i primi tentativi di somministrazione endovenosa di oppio mediante il calamo di una piuma (...ma sarà nel 1836 che F.Rynd inventa in Irlanda l’ago ipodermico metallico, e nel 1851 sarà il francese Charles G. Pravor a perfezionare la siringa).
Si giunge così fino alla fine del ‘700 con un tasso di mortalità operatoria ancora elevatissimo, dovuto anche alla mancanza di adeguata protezione dell’organismo dallo stress chirurgico ( dolore, sanguinamento, paura, ecc. ), finchè si intravvede una luce nel 1796, quando, in un felice periodo fervido di studi sui gas, viene prodotto il Nitrogenous (Protossido di Azoto), un gas non tossico sfruttato però ancora per diversi anni a venire solo per dar spettacolo con i suoi effetti esilaranti su quanti lo inalino, tanto da venir chiamato "Laughing Gas", trascurandone invece le proprietà anestetiche.
L’Ossigeno viene individuato e prodotto da J.Priestley, già preparatore del Nitrogenous; tali gas vengono studiati poi anche da Lavoisier, ma sarà nel 1800 che il grande fisico Michael Faraday appurerà gli effetti del nitrogeno, dimostrandoli simili a quelli ottenuti dall’inalazione di una miscela aria/etere.
Le cose si protraggono più o meno invariate fino al fatidico anno 1844, quando negli Stati Uniti inizia la vicenda che porterà alla nascita della moderna anestesia…che non fu scoperta, come si potrebbe pensare, in un laboratorio, bensì in un ...Luna Park !
Nel 1844 ad Hartford, Connecticut (USA), in uno fra i vari padiglioni di una fiera si teneva un divertente spettacolo, basato sulle stramberie che commettevano e dicevano sul palco alcuni volontari cui era stato fatto inalare del protossido d'azoto, il gas scoperto circa 50 anni prima che, come abbiamo già visto, modificava l'umore delle persone che lo inalavano, rendendole particolarmente ciarliere e ridanciane. Nelle prime file, a godersi gli effetti del gas esilarante sedevano un dentista, Horace Wells, ed un suo amico,Cooley, che su invito del presentatore Colton si offrì per sperimentare, insieme con altri volontari, l'ebbrezza del gas. Ma su di lui il protossido fece un pessimo effetto rendendolo talmente violento da scatenare una rissa con un altro volontario e da venir ricacciato tra il pubblico. Ad un tratto, lo spettatore che sedeva dietro a lui avvisò Cooley che sotto la sua sedia si andava allargando una macchia di sangue: durante la colluttazione egli si era infatti seriamente ferito ad una gamba, ma non si era accorto di nulla, nè aveva avvertito alcun dolore...
Wells pensò e ripensò all'episodio, tanto da concludere che il gas avesse in qualche modo ridotto nell'amico la sensibilità al dolore. E se ne convinse a tal punto, da decidere di provare il laughing gas come analgesico per l'estrazione di un dente. Chiamò un collega e dopo aver inalato una boccata di gas esilarante si fece estrarre un molare che da tempo gli dava fastidio: l'estrazione risultò perfetta e senza alcun dolore !
Entusiasmatosi per il risultato e procuratosi un volontario, Wells organizzò una estrazione dimostrativa nell'anfiteatro di uno dei templi sacri della Medicina: il Massachusetts General Hospital di Boston. Purtroppo però, o per errore di Wells nel calcolare i tempi, o -come alcuni affermarono- perchè pagato da alcuni detrattori, il paziente urlò più volte dal dolore...e fu un fiasco assoluto.
Wells lasciò la professione e mentre cercava, invano, di convincere i colleghi della veridicità di quanto affermava, un suo amico ed apprendista , William T.G.Morton, sviluppandone le idee, pubblicizzava grandemente i propri lavori sull'etere portando avanti le sue dimostrazioni: nel settembre del 1846 per la prima volta usò l'etere per estrarre un dente, ed il 16 ottobre 1846 si presentò al Massachussets General Hospital di Boston con una sfera di vetro munita di una via di ingresso e di una di uscita con dentro una spugna imbevuta di etere. Ne fece respirare al paziente (un tal Abbott) i vapori e ciò permise al Primo Chirurgo, dott. John Collins Warren,di asportare un grosso tumore del collo, rapidamente e senza nessun dolore.
Il sensazionale evento fu pubblicato il 18 novembre 1846 sul Boston Medical and Surgical Journal, ed un noto medico,Oliver W.Holmes, suggerì al riguardo il termine greco di "anestesia" per indicare "insensibilità al piacere ed al dolore": era nata la moderna anestesia.
Wells, sentitosi tradito da Morton, iniziò a sperimentare il cloroformio, ma ne divenne dipendente e dopo un arresto per avere sfregiato con acido due prostitute, a soli quettro anni dalla sua felice intuizione si tolse la vita.
Nel 1853 a Londra il dr Snow somministra cloroformio ( già sintetizzato nel 1831) alla regina Vittoria quando essa dà alla luce Leopoldo, e insieme con il principe nasce così anche la partoanalgesia. Da quell’epoca le scoperte e le invenzioni in anestesiologia si susseguono incalzandosi, grazie anche alla contemporaneità con i grandi progressi della tecnologia e degli studi di Medicina, Chimica, Fisica e Fisiologia:
1871: compare la prima bombola di nitrogeno compresso.
1880: prima intubazione orotracheale per la ventilazione artificiale.
1882: compare il ciclopropano, gas anestetico ( anche se pericoloso perché esplosivo).
1882: prima relazione di ventilazione bocca-a-bocca.
1885: prima anestesia locale per infiltrazione dell’area da operare e prima anestesia peridurale.
...e così via, col sopraggiungere delle prime rachianestesie, delle prime intubazioni orotracheali mediante primordiali laringoscopi, delle prime alcoolizzazioni di rami nervosi a scopo antalgico.
Nel 1902 è coniata la parola ANESTESIOLOGIA ad indicare la scienza ed i mezzi per ottenere insensibilità al dolore, con o senza ipnosi.
Nel 1911 Dräger lancia il primo apparato di miscelazione per gas anestetici , che unito ad un carrello portabombole costituirà il "Dräger - Kombi", il primo apparato per anestesia combinata con circuito a va-e-vieni.
Sei anni dopo, Ombrédanne disegna un apparecchio per vaporizzare etere ( “maschera di Ombrédanne”).
Il primo laringoscopio illuminato a pile e foggiato ad”L” è progettato dal dr Janeway, nel 1913 ed un anno dopo viene introdotto l’uso della calce sodata per l’assorbimento della CO2 nei circuiti ventilatori.
Guèdel pubblica nel 1920 i “segni” dell’anestesia (e 2 anni dopo ne descriverà i “piani”) , Magill propone l’uso del tubo endotracheale anche per somministrare anestetici inalatori.
Nel 1923 si usa il primo circuito chiuso e nel ’27 la prima elettroanalgesia.
Le industrie farmaceutiche fanno ora a gara nella ricerca e nella produzione di farmaci anestetici, sia inalatori che per uso locale: nel 1934 Lundy usa per la prima volta come anestetico il Tiopentale Sodico ( Penthotal ), un barbiturico fino ad allora impiegato endovena come “siero della verità” per le sue proprietà disinibenti; nel Sudamerica intanto, a Buenos Aires, compare il primo Apparecchio di anestesia, assemblato da J.C.Delorne unendo bombole di O2 e CO2 , vaporizzatori per etere e cloroformio, un filtro-contenitore di calce sodata, tubi e maschera.
1938 – Bennet usa per la prima volta il curaro per prevenire il trauma muscolare nei pazienti sottoposti ad elettroshock, e nel 1942 esso é impiegato per la prima volta clinicamente, per ottenere il rilasciamento della muscolatura del paziente, necessario all’intervento, senza più dover impiegare le quantità enormi di anestetico fino ad allora indispensabili per conseguire il medesimo risultato, ma è solo nel 1946 che viene fornita la d-tubocurarina, primo curaro semisintetico. Nel 1950 inizia l’uso clinico della Succinilcolina, di cui viene compreso il metabolismo grazie alla scoperta delle pseudocolinesterasi, e verrà sancita l’odierna concezione della tecnica anestesiologica concepita come insieme di narcosi + miorisoluzione + analgesia.
Parallelamente alla sintesi di nuovi anestetici, continuano a svilupparsi gli apparecchi per somministrarli e per sostenere le funzioni respiratorie del Paziente, come pure i sistemi di controllo delle funzioni vitali (monitoraggi): nel 1953 Virginia Apgar, anestesista, propone la sua scala per la valutazione della vitalità nel neonato ( il “punteggio APGAR”, in uso ancor oggi ); intanto l’industria produce sia nuovi farmaci come la bupivacaina e soprattutto l'Halotano, un vapore non esplosivo, sia nuovi mezzi di somministrazione (aghi, regolatori di flusso, vaporizzatori) sempre più validi: tutto questo permette finalmente di somministrare ogni farmaco con estrema precisione nei dosaggi più adatti, rivoluzionando su scala mondiale il modo di "fare anestesia."
La scala numerica per la valutazione del risveglio dall’anestesia è proposta da Aldrete nel 1970 (“Aldrete score”); due anni dopo compare l’enflurano e nel 1981 l’isoflurano, che sarà seguito nel ’92 dal desflurano.
Negli anni ’90, con l’introduzione delle pompe-siringa e con l’avvento di Propofol e Remifentanyl , si diffonde la tecnica detta TIVA (anestesia totalmente intravenosa), l’Informatica entra nella pratica anestesiologica, sia come archiviazione/elaborazione dati che nella gestione diretta dell’anestesia, giungendo alla somministrazione "personalizzata" regolata da appositi chips (TCI.)
Ma questa oramai....è storia contemporanea !
Il 30 marzo 1842 il dott. Crawford Long, americano, asportò un tumore dal collo di un paziente usando per la prima nella storia della chirurgia l'etere. Aveva così inventato l'anestesia chirurgica.
L'uso dell'etere fu esteso da Long ad altri interventi come le amputazioni ed il parto con grande successo ma egli non ritenne di pubblicare i risultati dei suoi studi. Lo avrebbe fatto soltanto nel 1849 quindi tre anni dopo quelli pubblicati da William Green Morton che il 18 ottobre 1846 aveva effettuata la prima anestesia con etere a Boston.
La parola “Anestesia” (dal greco "anaisthèsia") significa “assenza di percezione, di sensazione.
Questo termine però comparve ufficialmente sul dizionario inglese Bailey soltanto nel 1721 e lì rimase fino quando, negli Stati Uniti, il dr O.W.Holmes lo suggerì al dr Morton per definire la sua tecnica di impiego del protossido e dell’etere dapprima in odontoiatria e poi in chirurgia.
In realtà il problema dell’eliminazione del dolore legato agli atti chirurgici si presentò con gli interventi stessi: si operava solo in situazioni gravissime, che in alternativa presentavano morte certa, in genere amputazioni di arti colpiti dalla gangrena o mutilati in guerra, con risultati pessimi, sia per le successive infezioni, ma anche per l'assoluta mancanza di protezione dell'organismo dall'aggressione chirurgica (dolore, stress, emorragia ed altro). La mortalità era pertanto elevatissima e chi sopravviveva ricordava certo per tutta la vita la terribile esperienza.
I primi tentativi di diminuire il dolore insito nelle manovre chirurgiche risalgono addirittura agli egizi, la cui cultura medica era assai avanzata, tanto da permettere loro di somministrare estratto di papavero (oppio) ai loro bambini perché la notte dormissero…senza così turbare il delicato sonno dei genitori.
Nelle “Case della Vita “ essi apprendevano l’arte medica, già ricca di nozioni sulla circolazione sanguigna e sulla funzione del cuore. Nel papiro detto” di Ebers” (1550 a.C.) compare la parola “cervello” e vengono descritte le meningi. Vi si trovano circa 900 ricette di fitofarmaci, a base di timo, ricino e soprattutto mandragora e giusquiamo come sedativi (contengono scopolamina) , nonché la birra (ricca di lieviti ad azione antibiotica e di vitamine del complesso B), impiegata sia per via enterale che topicamente.
Essi praticarono la trapanazione cranica, impiegando strumenti assai simili a quelli odierni; usarono i purganti, il clistere e persino le sanguisughe, ed a scopo più squisitamente anestetico sfruttarono anche gli effetti sedativi del coriandolo e dell’oppio.
Nel 3000 a.C. anche gli assiri ricorrevano a narcotici vegetali, quali papavero, mandragola e Cannabis Indica ( marijuana), ma le popolazioni della Mesopotamia ricorrevano anche all’ischemia cerebrale indotta dalla compressione delle carotidi per provocare uno stato di coma transitorio durante il quale poter operare.
Già nel 500 a.C. gli indios peruviani provocavano un’anestesia di lingua e labbra masticando foglie di coca, mentre il filosofo greco Ippocrate (460-377 a.C.) descriveva una ”spugna soporifera” imbevuta di oppio, giusquiamo e mandragola ed in grado di addormentare un malato. E’ ancora un greco, Dioscoride, che conia la parola “anaisthèsia” per descrivere gli effetti soporiferi della mandragora, che ritroviamo utilizzata a Bologna, nel 1200, da fra Domenico de Luca.
Parallelamente, procedono gli studi anatomici grazie alla dissezione dei cadaveri, e il belga Vesalio (Andrea van Wiesel, 1514 – 1564), perfezionatosi a Padova, Bologna e Pisa, pubblica il monumentale “De umani corporis fabrica” nel quale già ipotizza la ventilazione artificiale, descrivendone la fattibilità sugli animali.
Intanto Valerius Cornus scopre le proprietà ipnotiche dell’etere disolforico e Paracelso ne scopre il potere analgesico, ma ambedue non ne intuiscono l’importanza clinica, così la lotta al dolore procede su altre strade, come quella del raffreddamento dell’area da operare (tecnica antenata della odierna crioanestesia…)
Dal canto suo, Sir W.Raleigh, il fondatore della Virginia, colonia inglese futuro stato degli USA, al ritorno dalla Guiana descrive la radice della Strycnos Toxifera e del suo estratto, “el urarì” (curaro), i cui effetti sugli animali e sui soldati vengono però divulgati solo alla metà del 1600 (anche se da sempre gli indios cacciavano con le frecce della cerbottana intinte nel curaro).
Nello stesso secolo compaiono i primi tentativi di somministrazione endovenosa di oppio mediante il calamo di una piuma (...ma sarà nel 1836 che F.Rynd inventa in Irlanda l’ago ipodermico metallico, e nel 1851 sarà il francese Charles G. Pravor a perfezionare la siringa).
Si giunge così fino alla fine del ‘700 con un tasso di mortalità operatoria ancora elevatissimo, dovuto anche alla mancanza di adeguata protezione dell’organismo dallo stress chirurgico ( dolore, sanguinamento, paura, ecc. ), finchè si intravvede una luce nel 1796, quando, in un felice periodo fervido di studi sui gas, viene prodotto il Nitrogenous (Protossido di Azoto), un gas non tossico sfruttato però ancora per diversi anni a venire solo per dar spettacolo con i suoi effetti esilaranti su quanti lo inalino, tanto da venir chiamato "Laughing Gas", trascurandone invece le proprietà anestetiche.
L’Ossigeno viene individuato e prodotto da J.Priestley, già preparatore del Nitrogenous; tali gas vengono studiati poi anche da Lavoisier, ma sarà nel 1800 che il grande fisico Michael Faraday appurerà gli effetti del nitrogeno, dimostrandoli simili a quelli ottenuti dall’inalazione di una miscela aria/etere.
Le cose si protraggono più o meno invariate fino al fatidico anno 1844, quando negli Stati Uniti inizia la vicenda che porterà alla nascita della moderna anestesia…che non fu scoperta, come si potrebbe pensare, in un laboratorio, bensì in un ...Luna Park !
Nel 1844 ad Hartford, Connecticut (USA), in uno fra i vari padiglioni di una fiera si teneva un divertente spettacolo, basato sulle stramberie che commettevano e dicevano sul palco alcuni volontari cui era stato fatto inalare del protossido d'azoto, il gas scoperto circa 50 anni prima che, come abbiamo già visto, modificava l'umore delle persone che lo inalavano, rendendole particolarmente ciarliere e ridanciane. Nelle prime file, a godersi gli effetti del gas esilarante sedevano un dentista, Horace Wells, ed un suo amico,Cooley, che su invito del presentatore Colton si offrì per sperimentare, insieme con altri volontari, l'ebbrezza del gas. Ma su di lui il protossido fece un pessimo effetto rendendolo talmente violento da scatenare una rissa con un altro volontario e da venir ricacciato tra il pubblico. Ad un tratto, lo spettatore che sedeva dietro a lui avvisò Cooley che sotto la sua sedia si andava allargando una macchia di sangue: durante la colluttazione egli si era infatti seriamente ferito ad una gamba, ma non si era accorto di nulla, nè aveva avvertito alcun dolore...
Wells pensò e ripensò all'episodio, tanto da concludere che il gas avesse in qualche modo ridotto nell'amico la sensibilità al dolore. E se ne convinse a tal punto, da decidere di provare il laughing gas come analgesico per l'estrazione di un dente. Chiamò un collega e dopo aver inalato una boccata di gas esilarante si fece estrarre un molare che da tempo gli dava fastidio: l'estrazione risultò perfetta e senza alcun dolore !
Entusiasmatosi per il risultato e procuratosi un volontario, Wells organizzò una estrazione dimostrativa nell'anfiteatro di uno dei templi sacri della Medicina: il Massachusetts General Hospital di Boston. Purtroppo però, o per errore di Wells nel calcolare i tempi, o -come alcuni affermarono- perchè pagato da alcuni detrattori, il paziente urlò più volte dal dolore...e fu un fiasco assoluto.
Wells lasciò la professione e mentre cercava, invano, di convincere i colleghi della veridicità di quanto affermava, un suo amico ed apprendista , William T.G.Morton, sviluppandone le idee, pubblicizzava grandemente i propri lavori sull'etere portando avanti le sue dimostrazioni: nel settembre del 1846 per la prima volta usò l'etere per estrarre un dente, ed il 16 ottobre 1846 si presentò al Massachussets General Hospital di Boston con una sfera di vetro munita di una via di ingresso e di una di uscita con dentro una spugna imbevuta di etere. Ne fece respirare al paziente (un tal Abbott) i vapori e ciò permise al Primo Chirurgo, dott. John Collins Warren,di asportare un grosso tumore del collo, rapidamente e senza nessun dolore.
Il sensazionale evento fu pubblicato il 18 novembre 1846 sul Boston Medical and Surgical Journal, ed un noto medico,Oliver W.Holmes, suggerì al riguardo il termine greco di "anestesia" per indicare "insensibilità al piacere ed al dolore": era nata la moderna anestesia.
Wells, sentitosi tradito da Morton, iniziò a sperimentare il cloroformio, ma ne divenne dipendente e dopo un arresto per avere sfregiato con acido due prostitute, a soli quettro anni dalla sua felice intuizione si tolse la vita.
Nel 1853 a Londra il dr Snow somministra cloroformio ( già sintetizzato nel 1831) alla regina Vittoria quando essa dà alla luce Leopoldo, e insieme con il principe nasce così anche la partoanalgesia. Da quell’epoca le scoperte e le invenzioni in anestesiologia si susseguono incalzandosi, grazie anche alla contemporaneità con i grandi progressi della tecnologia e degli studi di Medicina, Chimica, Fisica e Fisiologia:
1871: compare la prima bombola di nitrogeno compresso.
1880: prima intubazione orotracheale per la ventilazione artificiale.
1882: compare il ciclopropano, gas anestetico ( anche se pericoloso perché esplosivo).
1882: prima relazione di ventilazione bocca-a-bocca.
1885: prima anestesia locale per infiltrazione dell’area da operare e prima anestesia peridurale.
...e così via, col sopraggiungere delle prime rachianestesie, delle prime intubazioni orotracheali mediante primordiali laringoscopi, delle prime alcoolizzazioni di rami nervosi a scopo antalgico.
Nel 1902 è coniata la parola ANESTESIOLOGIA ad indicare la scienza ed i mezzi per ottenere insensibilità al dolore, con o senza ipnosi.
Nel 1911 Dräger lancia il primo apparato di miscelazione per gas anestetici , che unito ad un carrello portabombole costituirà il "Dräger - Kombi", il primo apparato per anestesia combinata con circuito a va-e-vieni.
Sei anni dopo, Ombrédanne disegna un apparecchio per vaporizzare etere ( “maschera di Ombrédanne”).
Il primo laringoscopio illuminato a pile e foggiato ad”L” è progettato dal dr Janeway, nel 1913 ed un anno dopo viene introdotto l’uso della calce sodata per l’assorbimento della CO2 nei circuiti ventilatori.
Guèdel pubblica nel 1920 i “segni” dell’anestesia (e 2 anni dopo ne descriverà i “piani”) , Magill propone l’uso del tubo endotracheale anche per somministrare anestetici inalatori.
Nel 1923 si usa il primo circuito chiuso e nel ’27 la prima elettroanalgesia.
Le industrie farmaceutiche fanno ora a gara nella ricerca e nella produzione di farmaci anestetici, sia inalatori che per uso locale: nel 1934 Lundy usa per la prima volta come anestetico il Tiopentale Sodico ( Penthotal ), un barbiturico fino ad allora impiegato endovena come “siero della verità” per le sue proprietà disinibenti; nel Sudamerica intanto, a Buenos Aires, compare il primo Apparecchio di anestesia, assemblato da J.C.Delorne unendo bombole di O2 e CO2 , vaporizzatori per etere e cloroformio, un filtro-contenitore di calce sodata, tubi e maschera.
1938 – Bennet usa per la prima volta il curaro per prevenire il trauma muscolare nei pazienti sottoposti ad elettroshock, e nel 1942 esso é impiegato per la prima volta clinicamente, per ottenere il rilasciamento della muscolatura del paziente, necessario all’intervento, senza più dover impiegare le quantità enormi di anestetico fino ad allora indispensabili per conseguire il medesimo risultato, ma è solo nel 1946 che viene fornita la d-tubocurarina, primo curaro semisintetico. Nel 1950 inizia l’uso clinico della Succinilcolina, di cui viene compreso il metabolismo grazie alla scoperta delle pseudocolinesterasi, e verrà sancita l’odierna concezione della tecnica anestesiologica concepita come insieme di narcosi + miorisoluzione + analgesia.
Parallelamente alla sintesi di nuovi anestetici, continuano a svilupparsi gli apparecchi per somministrarli e per sostenere le funzioni respiratorie del Paziente, come pure i sistemi di controllo delle funzioni vitali (monitoraggi): nel 1953 Virginia Apgar, anestesista, propone la sua scala per la valutazione della vitalità nel neonato ( il “punteggio APGAR”, in uso ancor oggi ); intanto l’industria produce sia nuovi farmaci come la bupivacaina e soprattutto l'Halotano, un vapore non esplosivo, sia nuovi mezzi di somministrazione (aghi, regolatori di flusso, vaporizzatori) sempre più validi: tutto questo permette finalmente di somministrare ogni farmaco con estrema precisione nei dosaggi più adatti, rivoluzionando su scala mondiale il modo di "fare anestesia."
La scala numerica per la valutazione del risveglio dall’anestesia è proposta da Aldrete nel 1970 (“Aldrete score”); due anni dopo compare l’enflurano e nel 1981 l’isoflurano, che sarà seguito nel ’92 dal desflurano.
Negli anni ’90, con l’introduzione delle pompe-siringa e con l’avvento di Propofol e Remifentanyl , si diffonde la tecnica detta TIVA (anestesia totalmente intravenosa), l’Informatica entra nella pratica anestesiologica, sia come archiviazione/elaborazione dati che nella gestione diretta dell’anestesia, giungendo alla somministrazione "personalizzata" regolata da appositi chips (TCI.)
Ma questa oramai....è storia contemporanea !
domenica 29 marzo 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 29 marzo.
Il 29 marzo 1951 i coniugi Ethel e Julius Rosemberg, di New York, venivano arrestati con la accusa di spionaggio e alto tradimento.
Tra metà degli anni ’40 e la metà del decennio successivo l’America fu invasa in modo maniacale da un’ondata di paura per il comunismo.
La fobia dei “rossi” assunse toni surreali grazie all’attività del senatore del Wisconsin Joseph Raymond Mc Carthy, da cui il nome “maccartismo” dato al periodo: bastava un solo sospetto di simpatia nei confronti dei russi o del comunismo per ritrovarsi in galera, sospettati dei peggiori reati.
Come accadde a Julius ed Ethel Rosenberg, due newyorkesi di origine ebrea entrambi con più o meno dichiarate attenzioni verso l’Unione Sovietica, soprattutto lui. Il loro attivismo politico, Julius era un militare sergente dell’esercito, li portò a frequentare persone che avevano contatti con URSS e che in vario modo cercavano di passare informazioni proprio a quello che era diventato il nemico numero uno degli Stati Uniti. Ma Julius era una persona semplice senza alcun accesso ad informazioni importanti e senza neanche le conoscenze tecniche necessarie e la moglie Ethel meno di lui.
Pur con tutto questo il 6 marzo del 1951 furono mandati sotto processo con l’accusa di spionaggio per aver passato all’Unione Sovietica informazioni su come costruire una bomba atomica, durante la seconda guerra mondiale.
L’accusa non riuscì a provare la qualità e la quantità di informazioni che i Rosenberg erano sospettati di aver passato al nemico. Ethel fu considerata, anche dai testimoni dell’accusa, al massimo come la dattilografa del marito.
Poi la difesa sollevò un’eccezione giuridica: se la pena di morte per spionaggio era prevista solo in tempo di guerra perché chiederla per i Rosenberg nel 1951? Perché i fatti risalivano al tempo della Guerra rispose l’accusa. Ma durante la stessa Guerra, ribattè la difesa, Stati Uniti ed Unione Sovietica erano alleati, disse la difesa e quindi come si può considerare l’ipotesi di spionaggio con un alleato?
Non ci fu niente da fare. Il 5 aprile del 1951 i Rosenberg furono condannati a morte :” Io considero il vostro crimine peggiore dell’assassinio… Nel commettere un assassinio, il delinquente uccide soltanto la sua vittima… Ma nel vostro caso ritengo che il fatto di mettere nelle mani dei russi il segreto della bomba atomica tanti anni prima del termine stabilito dai nostri migliori scienziati come necessario perché i russi potessero perfezionarla, abbia causato, almeno secondo la mia opinione, l’aggressione comunista in Corea, col risultato che i morti furono più di 50.000, e chissà quanti altri milioni di innocenti dovranno pagare il prezzo del vostro tradimento…Non è in mio potere perdonarvi… solo Dio può avere misericordia per quello che avete fatto” furono le parole conclusive del giudice federale Irving Robert Kaufman.
La sentenza, tramite sedia elettrica fu eseguita il 19 giugno di due anni più tardi nel carcere di Sing-Sing a New York.
Il 29 marzo 1951 i coniugi Ethel e Julius Rosemberg, di New York, venivano arrestati con la accusa di spionaggio e alto tradimento.
Tra metà degli anni ’40 e la metà del decennio successivo l’America fu invasa in modo maniacale da un’ondata di paura per il comunismo.
La fobia dei “rossi” assunse toni surreali grazie all’attività del senatore del Wisconsin Joseph Raymond Mc Carthy, da cui il nome “maccartismo” dato al periodo: bastava un solo sospetto di simpatia nei confronti dei russi o del comunismo per ritrovarsi in galera, sospettati dei peggiori reati.
Come accadde a Julius ed Ethel Rosenberg, due newyorkesi di origine ebrea entrambi con più o meno dichiarate attenzioni verso l’Unione Sovietica, soprattutto lui. Il loro attivismo politico, Julius era un militare sergente dell’esercito, li portò a frequentare persone che avevano contatti con URSS e che in vario modo cercavano di passare informazioni proprio a quello che era diventato il nemico numero uno degli Stati Uniti. Ma Julius era una persona semplice senza alcun accesso ad informazioni importanti e senza neanche le conoscenze tecniche necessarie e la moglie Ethel meno di lui.
Pur con tutto questo il 6 marzo del 1951 furono mandati sotto processo con l’accusa di spionaggio per aver passato all’Unione Sovietica informazioni su come costruire una bomba atomica, durante la seconda guerra mondiale.
L’accusa non riuscì a provare la qualità e la quantità di informazioni che i Rosenberg erano sospettati di aver passato al nemico. Ethel fu considerata, anche dai testimoni dell’accusa, al massimo come la dattilografa del marito.
Poi la difesa sollevò un’eccezione giuridica: se la pena di morte per spionaggio era prevista solo in tempo di guerra perché chiederla per i Rosenberg nel 1951? Perché i fatti risalivano al tempo della Guerra rispose l’accusa. Ma durante la stessa Guerra, ribattè la difesa, Stati Uniti ed Unione Sovietica erano alleati, disse la difesa e quindi come si può considerare l’ipotesi di spionaggio con un alleato?
Non ci fu niente da fare. Il 5 aprile del 1951 i Rosenberg furono condannati a morte :” Io considero il vostro crimine peggiore dell’assassinio… Nel commettere un assassinio, il delinquente uccide soltanto la sua vittima… Ma nel vostro caso ritengo che il fatto di mettere nelle mani dei russi il segreto della bomba atomica tanti anni prima del termine stabilito dai nostri migliori scienziati come necessario perché i russi potessero perfezionarla, abbia causato, almeno secondo la mia opinione, l’aggressione comunista in Corea, col risultato che i morti furono più di 50.000, e chissà quanti altri milioni di innocenti dovranno pagare il prezzo del vostro tradimento…Non è in mio potere perdonarvi… solo Dio può avere misericordia per quello che avete fatto” furono le parole conclusive del giudice federale Irving Robert Kaufman.
La sentenza, tramite sedia elettrica fu eseguita il 19 giugno di due anni più tardi nel carcere di Sing-Sing a New York.
sabato 28 marzo 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 28 marzo.
Il 28 marzo 1969 muore a Washington Dwight Eisenhower.
Trentaquattresimo Presidente degli Stati Uniti d'America (successore di Harry Truman e predecessore di John Fitzgerald Kennedy, Dwight David Eisenhower nacque a Denison (in Texas), il giorno 14 ottobre 1890.
Cresciuto ad Abilene, in Kansas, Eisenhower fu il terzo di sette figli. Durante il college eccelse negli sport. Stazionò nel Texas come secondo tenente, dove conobbe Mamie Ginevra Doud, che nel 1916 diventò sua moglie. Inizialmente nell'esercito si fece notare sotto il comando dei generali John J. Pershing, Douglas MacArthur e Walter Krueger. Dopo i fatti di Pearl Harbor, il Generale George Marshall chiamò Eisenhower a Washington per un compito relativo ai piani di guerra.
Eisenhower comandò le forze alleate che sbarcarono in Africa del nord nel mese di novembre del 1942; nel D-Day, durante lo sbarco in Normandia del 1944, era comandante supremo delle truppe che invasero la Francia. Terminata la guerra Eisenhower diventò presidente della Columbia University; subito dopo lasciò questo incarico per assumere il comando supremo delle nuove forze NATO riunite nel 1951.
Un anno dopo, un gruppo di repubblicani inviati presso i suoi quartieri vicino Parigi, lo persuasero a scendere in campo per correre alle elezioni presidenziali. "I like Ike" (a me piace Ike) fu lo slogan della sua campagna elettorale, che risultò irresistibile. Dwight Eisenhower vinse con ampio margine rispetto al suo avversario, il democratico Adlai Stevenson.
Divenne Presidente nel 1953 e ricoprì l'incarico fino al 1961. Portando alla presidenza il suo prestigio come Generale comandante delle forze vittoriose in Europa durante la guerra, Eisenhower ottenne una tregua in Corea (1953) e lavorò incessantemente durante i suoi due mandati per allentare le tensioni della guerra fredda.
Nello stesso periodo in conseguenza alla morte di Stalin ci furono profondi mutamenti nei rapporti tra Stati Uniti e Russia. I nuovi leader sovietici acconsentirono ad un trattato di pace neutralizzando l'Austria. Nel frattempo, sia Russia che Stati Uniti avevano sviluppato i propri programmi sulle bombe all'idrogeno. Con la minaccia di tale forza distruttiva che pendeva sopra il mondo, Eisenhower, incontrò a Parigi i capi dei governi britannici, francesi e russi. La proposta che pose fu quella che Stati Uniti e Russia scambiassero i programmi dei rispettivi stabilimenti militari, fornendo all'avversario servizi per la fotografia aerea all'interno dei propri territori.
A Denver (Colorado), improvvisamente nel mese di settembre del 1955 Dwight Eisenhower fu colpito da un attacco di cuore. Dopo sette settimane lasciò l'ospedale e nel mese di febbraio del 1956 i medici riferirono la sua piena guarigione. A novembre fu eletto per il suo secondo mandato.
La politica interna di Eisenhower segui un medio corso, continuando la maggior parte del "New Deal and Fair Deal" (il New Deal "nuovo patto" era il piano di riforme economiche e sociali promosso dal presidente americano Franklin Delano Roosevelt) enfatizzando un budget equilibrato.
Introdusse l'abolizione delle segregazioni razziali nelle scuole; mandò le truppe a Little Rock (Arkansas) per assicurare la conformità agli ordini di una corte federale; ordinò l'abolizione della segregazione razziale delle forze armate.
Eisenhower, alla fine degli anni 1940 fu convinto sostenitore della corsa agli armamenti. Prima che lasciasse l'ufficio invece, nel mese di gennaio del 1961 (per ritirarsi nella sua fattoria a Gettysburg) nel suo discorso di addio alla nazione mise in guardia il mondo dal pericolo rappresentato dagli interessi commerciali dell'industria bellica, che per sopravvivere aveva sempre bisogno di qualche guerra. Quando lasciò il suo ufficio sottolineò che "l'America è oggi la più forte, la più influente e la più produttiva nazione del mondo".
Dwight Eisenhower morì a Washington dopo una lunga malattia, il 28 marzo 1969.
Il 28 marzo 1969 muore a Washington Dwight Eisenhower.
Trentaquattresimo Presidente degli Stati Uniti d'America (successore di Harry Truman e predecessore di John Fitzgerald Kennedy, Dwight David Eisenhower nacque a Denison (in Texas), il giorno 14 ottobre 1890.
Cresciuto ad Abilene, in Kansas, Eisenhower fu il terzo di sette figli. Durante il college eccelse negli sport. Stazionò nel Texas come secondo tenente, dove conobbe Mamie Ginevra Doud, che nel 1916 diventò sua moglie. Inizialmente nell'esercito si fece notare sotto il comando dei generali John J. Pershing, Douglas MacArthur e Walter Krueger. Dopo i fatti di Pearl Harbor, il Generale George Marshall chiamò Eisenhower a Washington per un compito relativo ai piani di guerra.
Eisenhower comandò le forze alleate che sbarcarono in Africa del nord nel mese di novembre del 1942; nel D-Day, durante lo sbarco in Normandia del 1944, era comandante supremo delle truppe che invasero la Francia. Terminata la guerra Eisenhower diventò presidente della Columbia University; subito dopo lasciò questo incarico per assumere il comando supremo delle nuove forze NATO riunite nel 1951.
Un anno dopo, un gruppo di repubblicani inviati presso i suoi quartieri vicino Parigi, lo persuasero a scendere in campo per correre alle elezioni presidenziali. "I like Ike" (a me piace Ike) fu lo slogan della sua campagna elettorale, che risultò irresistibile. Dwight Eisenhower vinse con ampio margine rispetto al suo avversario, il democratico Adlai Stevenson.
Divenne Presidente nel 1953 e ricoprì l'incarico fino al 1961. Portando alla presidenza il suo prestigio come Generale comandante delle forze vittoriose in Europa durante la guerra, Eisenhower ottenne una tregua in Corea (1953) e lavorò incessantemente durante i suoi due mandati per allentare le tensioni della guerra fredda.
Nello stesso periodo in conseguenza alla morte di Stalin ci furono profondi mutamenti nei rapporti tra Stati Uniti e Russia. I nuovi leader sovietici acconsentirono ad un trattato di pace neutralizzando l'Austria. Nel frattempo, sia Russia che Stati Uniti avevano sviluppato i propri programmi sulle bombe all'idrogeno. Con la minaccia di tale forza distruttiva che pendeva sopra il mondo, Eisenhower, incontrò a Parigi i capi dei governi britannici, francesi e russi. La proposta che pose fu quella che Stati Uniti e Russia scambiassero i programmi dei rispettivi stabilimenti militari, fornendo all'avversario servizi per la fotografia aerea all'interno dei propri territori.
A Denver (Colorado), improvvisamente nel mese di settembre del 1955 Dwight Eisenhower fu colpito da un attacco di cuore. Dopo sette settimane lasciò l'ospedale e nel mese di febbraio del 1956 i medici riferirono la sua piena guarigione. A novembre fu eletto per il suo secondo mandato.
La politica interna di Eisenhower segui un medio corso, continuando la maggior parte del "New Deal and Fair Deal" (il New Deal "nuovo patto" era il piano di riforme economiche e sociali promosso dal presidente americano Franklin Delano Roosevelt) enfatizzando un budget equilibrato.
Introdusse l'abolizione delle segregazioni razziali nelle scuole; mandò le truppe a Little Rock (Arkansas) per assicurare la conformità agli ordini di una corte federale; ordinò l'abolizione della segregazione razziale delle forze armate.
Eisenhower, alla fine degli anni 1940 fu convinto sostenitore della corsa agli armamenti. Prima che lasciasse l'ufficio invece, nel mese di gennaio del 1961 (per ritirarsi nella sua fattoria a Gettysburg) nel suo discorso di addio alla nazione mise in guardia il mondo dal pericolo rappresentato dagli interessi commerciali dell'industria bellica, che per sopravvivere aveva sempre bisogno di qualche guerra. Quando lasciò il suo ufficio sottolineò che "l'America è oggi la più forte, la più influente e la più produttiva nazione del mondo".
Dwight Eisenhower morì a Washington dopo una lunga malattia, il 28 marzo 1969.
venerdì 27 marzo 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 27 marzo.
Alle 8.35 del 27 marzo 1995, una bella mattina di sole, in un agguato teso all'ingresso di un palazzo dove ha sede la sua società, muore Maurizio Gucci, erede della famiglia fiorentina proprietaria del celebre marchio di moda e pelletteria. Si apre un caso giudiziario destinato a restare per anni alla ribalta della cronaca e a dare origine a un processo gremito di cronisti e fotoreporter, probabilmente il "processo del decennio" in Italia.
La morte violenta di Gucci, personaggio molto in vista e già oggetto di inchieste e pettegolezzi, apre diversi scenari sui mandanti. Si sospetta un complotto raffinato, ordito sullo sfondo di colossali interessi economici.
La soluzione del "giallo" sarà trovata di lì a due anni grazie a una "fonte confidenziale" della polizia. E rivelerà che a far uccidere Gucci è stata la sua ex moglie, Patrizia Reggiani, per rancori personali a lungo covati ma anche per denaro, questioni mai risolte di eredità e sussidi.
Maurizio Gucci era l'erede della fabbrica fondata dal nonno Guccio Gucci nel 1904 come laboratorio di pelletteria specializzato in stivali e selle, e trasformata dal figlio Aldo in una multinazionale con negozi aperti in tutto il mondo per la vendita di oltre seimila articoli di abbigliamento e in pelle con il blasonato marchio delle due G. Poco tempo prima della morte violenta di Maurizio, nel 1993, la famiglia aveva perso la proprietà dell'impero, passato in mano araba.
Si disse che era la fine di un mito: Maurizio aveva ceduto il 50% del capitale del gruppo rimasto nelle sue mani alla finanziaria Invest-corp, con sede centrale nell'emirato del Bahrain. Pur avendo rinunciato a tutte le cariche, Gucci restava in azienda come senior advisor del presidente e amministratore delegato di Investcorp. Dalla vendita della sua quota aveva ricavato 220 miliardi di Lire: una somma che, unita a quanto già possedeva, lo faceva valutare «un uomo da 800 miliardi di lire».
Il sogno di rilanciare l'azienda, da tempo in crisi, durò breve tempo: con l'ingresso dei capitali arabi, la supervisione di Maurizio Gucci non impedì di spostare parte della produzione all'estero (in Cile) e di registrare un drastico ridimensionamento nel numero degli occupati.
È una dinastia famosa ma anche segnata dai contrasti, quella dei Gucci. Litigi, accuse e denunce reciproche sono sempre stati un'abitudine di famiglia, la cui storia si infittisce di denunce, inchieste della magistratura, perfino di arresti.
Aldo denuncia Maurizio per possesso illegale di azioni, Maurizio denuncia Paolo per aver usato il marchio Gucci.
I giudici del Tribunale di Milano ritengono false le firme di girata apposte da Maurizio Gucci sulle azioni ereditate dal padre e nel 1987 le sequestrano.
Il 23 giugno viene emesso un ordine di cattura contro Maurizio, che scappa a Lugano.
In carcere finisce il suo braccio destro.
Maurizio viene in seguito accusato di illecita costituzione di disponibilità finanziarie all'estero.
Ha fondato a Panama una società (la Standard Investment) per assecondare la sua passione per la vela e comprare il Creole, ritenuto il veliero più bello del mondo.
A Maurizio quella barca, che un tempo apparteneva all'armatore greco Niarchos, costa, restauro compreso, sette miliardi di lire di allora.
Il 24 novembre 1988 viene assolto, il 27 maggio dell'anno successivo torna alla presidenza della società che poi passa sotto il controllo della Investcorp.
Nel frattempo Maurizio Gucci si è sposato con Patrizia Martinelli Reggiani, dalla quale ha avuto due figlie, Alessandra, nata nel 1976, e Allegra, nel 1981.
Nel 1985, dopo dodici anni di matrimonio, i due si lasciano.
È Maurizio a dire basta. Dopo la separazione, si lega sentimentalmente a un'altra donna, Paola Franchi.
Paola è bionda, bella, solare, assai diversa da Patrizia, che aveva sofferto molto, nel 1992, a causa di una delicata operazione necessaria per asportare un tumore al cervello.
A metà anni Novanta Maurizio Gucci è ancora giovanile, prestante, è ricco, ricchissimo, e ha una prospettiva di vita quanto mai felice, finalmente sollevato dalla responsabilità di essere "un Gucci" e libero di dividere il suo tempo con la compagna Paola nella bella casa di Milano, nello chalet di Saint Moritz, in Svizzera, e a bordo del Creole.
La sua avventura ha termine quella mattina di marzo del 1995, all'ingresso del lussuoso stabile nella centralissima via Palestra 20 a Milano dove ha sede la Vierse s.r.l., una società da lui stesso costituita di recente.
Gucci abita lì vicino, in corso Venezia 38, e arriva in ufficio a piedi.
Appena entrato nell'androne del palazzo, è avvicinato da un sicario che lo ha atteso in prossimità dell'ingresso.
L'uomo gli spara tre colpi alla testa con una pistola calibro 32 mentre sale la prima rampa di scale, e lo uccide.
Alla scena assiste il custode del palazzo, Giuseppe Onorato, 52 anni, di Casteldaccia (Palermo).
Con grande freddezza il killer colpisce anche lui per evitare di essere seguito.
Onorato si copre istintivamente con un braccio e viene ferito all'avambraccio e alla spalla sinistri.
Poi il misterioso assassino, vestito in modo elegante, esce in strada e sale su una utilitaria di colore verde, dove lo attende un complice.
I due scompaiono senza lasciare tracce.
Nessuno li vede più, non viene ritrovata neanche l'auto.
Le indagini si presentano subito difficili e delicate.
Si seguono diverse piste: dalla vendita dell'azienda di famiglia ai finanzieri arabi, alla realizzazione di un casinò in Svizzera, progetto al quale Maurizio Gucci stava lavorando nell'ultimo periodo.
Ancora, l'omicidio è avvenuto all'indomani del rientro di Gucci da un viaggio negli Usa.
Nel 1996 viene coinvolto persino Delfo Zorzi, il neofascista implicato nelle indagini sulla strage di Piazza Fontana, da tempo trasferitosi in Giappone.
Interrogato a Parigi, Zorzi afferma che nell'ambito della sua attività di import-export aveva rapporti con i Gucci e aveva fatto prestiti consistenti alla famiglia.
Ma fin dalle prime battute, si pensa anche che il movente del delitto possa essere la consistente eredità che Maurizio Gucci lascia con la sua morte.
Patrizia Reggiani, che era in conflitto con l'ex marito per la somma che questi le passava come assegno di mantenimento, entra fra i principali sospettati.
Salta fuori che la donna, nata nel 1948 e residente a Saint Moritz, non ha mai nascosto di odiare l'ex marito e di volerlo vedere morto, anzi lo ha dichiarato più volte, davanti a testimoni: fra questi, la baby sitter e l'avvocato, che ha raccolto confidenze della Reggiani quali «che cosa mi capita se lo faccio ammazzare?»
Ad amici e conoscenti chiede se è possibile assoldare un killer per togliere di mezzo «quel rompiballe».
E quando è stata in ospedale per essere operata al cervello, ha registrato un'audiocassetta da consegnare all'ex marito in cui dice: «Sei una escrescenza, un'appendice da recidere».
La donna incolpava Maurizio di averla abbandonata quando era finita sotto i ferri e di essere andato a festeggiare a champagne con la sua compagna, per la quale - secondo la Reggiani - dilapidava il patrimonio destinato alle figlie, che trascurava.
Alda Rizzi, per anni domestica, ma anche confidente di Patrizia Reggiani, racconta che nel 1991 la signora chiese a lei e a suo marito di procurarle un killer per uccidere Gucci.
Il marito precisa che quando la signora gli chiese «hai la persona in grado di fare questa cosa?», in un primo momento pensò che scherzasse: «Me lo chiese tre volte e alla fine, quando mi intimò di dire sì o no, mi convinsi che faceva sul serio».
Il marito di Alda avvisò del fatto «il dottor Gucci» e questi gli disse che avrebbe reso provvedimenti, ma poi non fece nulla.
Anzi, si mise a ridere - secondo quanto riferito dalla compagna Paola Franchi - quando gli riferirono che l'ex moglie aveva chiesto a un avvocato che cosa rischiava se lo faceva uccidere...
In realtà la Reggiani faceva sul serio: voleva davvero assoldare dei killer per far uccidere l'ex marito, al quale non perdonava la fine del loro matrimonio e tutti i contrasti, non solo di natura economica, che ne erano derivati.
Lo stesso Gucci aveva registrato alcune telefonate con la ex moglie che contenevano continue minacce della donna nei suoi confronti.
Ma per accusare la Reggiani, agli inquirenti occorrono prove concrete.
Le prove arrivano grazie alla telefonata fatta a un funzionario di polizia da una "fonte confidenziale".
Quest'ultima è venuta per caso a conoscenza di alcuni particolari del delitto raccontati da un portiere d'albergo, Ivano Savioni, 10 anni prima...
La fonte parla di un silenziatore artigianale e di pallottole acquistate all'estero.
La polizia accerta che di questi particolari i giornali non avevano scritto, così come nessuno aveva saputo che il portiere dello stabile di via Palestra quella mattina aveva detto «buongiorno, dottore» a Maurizio Gucci subito prima che l'assassino cominciasse a sparare.
Il desiderio della "fonte confidenziale" di liberarsi la coscienza da un peso apre un insperato, e decisivo, spiraglio.
Gli investigatori avviano una lunga serie di riscontri e piazzano delle "cimici" per intercettare i dialoghi tra i protagonisti della vicenda, che fino a quel momento erano tutti sconosciuti, tranne due: Patrizia Reggiani e Giuseppina "Pina" Auriemma, 51 anni, napoletana, sedicente maga e intima amica della Reggiani.
Anni prima, nel 1984, era stata socia di un negozio Gucci a Napoli, conquistando la fiducia di Maurizio e poi della moglie.
È a lei e a Savioni che la Reggiani si è rivolta per organizzare il delitto.
E stavolta il killer l'hanno trovato davvero: la maga e il portiere d'albergo hanno assoldato un pregiudicato, Orazio Cicala, 58 anni, una vita distrutta dalla passione del gioco.
Cicala ha fatto fallire il ristorante di famiglia, dirà che deve agli strozzini 2 miliardi.
Per far fuori Gucci il terzetto chiede, e ottiene, un compenso di 500 milioni di lire, 100 dei quali pagati in anticipo. Ma il tempo passa senza che nessuno entri in azione.
La ex signora Gucci fa pressioni perché vengano rispettati i patti. A questo punto al gruppo formato da Savioni, Cicala e dalla Auriemma si aggiunge un altro pregiudicato, Benedetto Ceraulo, siciliano, di 35 anni. L'omicidio ha luogo.
Subito dopo, Cicala chiede alla Reggiani altri 100 milioni.
Ma l'improvvisata banda ha continuo bisogno di soldi: i 600 milioni ottenuti fino ad allora vengono presto sperperati.
Savioni, in particolare, è sommerso dai debiti al punto da agevolare il lavoro di alcune prostitute quando la titolare dell'albergo dove lavora, sua zia, è assente.
Sia Cicala che Ceraulo frequentano gli ambienti degli spacciatori di droga: questo consente agli investigatori della Criminalpol di servirsi di un agente infiltrato, che conosce lo spagnolo e si presenta come un violento sudamericano, millantando contatti con il Cartello della cocaina di Cali.
L'agente si finge pronto ad aiutare i due a spaventare la Reggiani per chiederle altri soldi e, se necessario, anche a ucciderla.
Fra gli autori del delitto, intanto, cresce il nervosismo.
Nei primi giorni di gennaio del 1997 apprendono della richiesta della Procura di prorogare le indagini.
Gli investigatori registrano conversazioni concitate, che indicano chi ha materialmente ucciso Gucci.
Anche Patrizia Reggiani, mandante dell'omicidio, ora rischia di finire ammazzata se non si convince a dare altro denaro agli esecutori materiali. «Ci facciamo portare la [sua] testa dal colombiano»: la frase, registrata dalla Criminalpol, dimostra che l'agente infiltrato ha recitato bene la sua parte.
Eliminando la Reggiani, secondo gli investigatori, il gruppo si sarebbe liberato di un teste che poteva diventare decisivo se le indagini avessero portato a scoprire il complotto.
Prima che l'improvvisata banda torni in azione contro la stessa persona che ne era stata il mandante, la polizia decide di intervenire e, il 31 gennaio 1997, arresta tutti: la Reggiani, appunto come mandante del delitto; Savioni e la Auriemma, in quanto organizzatori; Ceraulo e Cicala, come esecutori materiali.
A Cicala l'ordinanza di custodia cautelare viene notificata in carcere, dov'è rinchiuso perché accusato di traffico di stupefacenti.
Il primo a crollare è Savioni, che confessa tutto.
L'unico degli arrestati che invece insiste nel proclamare la propria innocenza (lo farà anche al processo) è Ceraulo.
Emerge con chiarezza che l'omicidio di Maurizio Gucci è maturato dal rancore che Patrizia Reggiani nutriva nei suoi confronti e dal timore di perdere parte del ricco patrimonio se Maurizio si fosse risposato. Emergono anche altri particolari, uno più sconcertante dell'altro.
La Reggiani, ad esempio, avrebbe preteso una ricevuta a "saldo", una sorta di quietanza liberatoria, per i 600 milioni pagati per l'omicidio del marito.
La chiese alla Auriemma, secondo quanto dichiarato da quest'ultima, e pretese che la facesse firmare a tutti coloro che avevano partecipato all'omicidio con la sottoscrizione di nessuna, ulteriore pretesa.
La quietanza, firmata, sarebbe stata restituita alla vedova. Ma di quel documento gli investigatori non hanno trovato traccia.
Ancora, dopo l'omicidio del marito, Patrizia Reggiani depositò da un notaio il proprio testamento al quale appose un codicillo affinché, in caso di una morte violenta, fosse possibile individuare il responsabile.
In quel codicillo la Reggiani fece il nome proprio dell'Auriemma.
Nello scontro tra le due donne, amiche per vent'anni e ora in aperta guerra tra loro, corrono altre accuse.
Giuseppina Auriemma dichiara che la Reggiani le avrebbe promesso due miliardi di lire perché si accollasse lei la responsabilità dell'omicidio.
La vedova le avrebbe fatto arrivare la proposta attraverso altre detenute del carcere di San Vittore, dove entrambe sono recluse senza la possibilità di incontrarsi.
In cambio di quella somma, la maga napoletana avrebbe dovuto raccontare ai giudici di aver organizzato lei l'omicidio perché sapeva che la Reggiani voleva eliminare il marito; avrebbe anche dovuto dire che, una volta compiuto il delitto, aveva chiesto denaro alla vedova, all'oscuro di tutto.
La risposta della Auriemma è: «L'ho mandata a fare in c... Neppure per 20 miliardi mi faccio l'ergastolo».
La Reggiani smentisce la "trattativa". Secondo i suoi legali, la vedova ha paura della maga: una paura che in tanti anni di rapporto molto stretto tra le due donne si sarebbe trasformata in una sottomissione psicologica.
I familiari della Reggiani erano consapevoli di questa situazione e avevano tentato di rompere quel legame, ma senza riuscirci.
Per difendersi dalle accuse, la Reggiani ricostruisce i fatti attraverso un memoriale che invia al gip.
Nel 1998 si celebra il processo dell'anno, e forse del decennio.
Il pm Nocerino chiede la pena massima, l'ergastolo, per tutti gli imputati, che definisce «un gruppetto di assassini»: «Una pena prevista e adeguata alla gravità di un reato come l'omicidio premeditato... La premeditazione aleggia in tutti gli atti di questo processo... Questo è un caso scolastico di omicidio premeditato... Mi ritorna alla mente la deposizione del teste Onorato [il portiere rimasto ferito nell'agguato]: "Anch'io ho visto Gucci cadere a terra incredulo, senza capire quello che stava succedendo". Quel Gucci Maurizio mai tratteggiato con luce chiara: nessuno ne ha inquadrato il lato umano, ne abbiamo sentito parlare come imprenditore, come uomo che faceva le regate, ma nessuno ci ha parlato dell'uomo che cercava senza riuscirci di avviare un dialogo con le figlie. Non pensava di dover morire in quel modo: non aveva una guardia del corpo, per lui l'idea della morte era lontana. Quello era un momento felice della sua vita: aveva soldi, aveva idee, magari più piccole del fondatore dell'impero Guccio Gucci, pensava a organizzare un casinò o la festa del Bucintoro, insomma non meritava di morire in quel modo... Non posso non sottolineare quanto sia stata assurda la morte di Maurizio Gucci... Cicala voleva qualche lira in più da spendere nel gioco; Ceraulo voleva portare la figlia in centro e voleva cambiare casa; Savioni lo ha fatto per pochi spiccioli; la Auriemma per restare ancora al soldo del suo nume tutelare».
A Patrizia Reggiani, Nocerino imputa un movente partito da lontano, nato dall'orgoglio ferito di una donna «abbandonata dal marito nel 1985» e «ridimensionata nel ruolo avuto nel rilancio della Gucci. Maurizio Gucci, liberatosi della Reggiani, in realtà diede prova di essere un ottimo imprenditore», anche se tra il 1992 e il 1993 si indebitò oltre misura per il tenore di vita che conduceva.
Il pm descrive «un livore crescente» nella Reggiani, «un orgoglio ferito, un colpo alla personalità narcisistica della donna», ancora più offesa quando Maurizio Gucci si lega a Paola Franchi: «Non è la storia con "una bionda", si lega a lei, la porta nello chalet di St. Moritz che la Reggiani considerava suo, così come in fondo considerava ancora suo lo stesso Gucci. Quel legame è una ferita che sanguina di nuovo, ma nel settembre 1993, quando Maurizio Gucci esce dalla Guccio Gucci cedendo la sua quota agli arabi, arriva il colpo finale: lei non glielo perdonerà mai, perché così le sue figlie perderanno la loro identità. Ormai Allegra e Alessandra sono delle Gucci solo anagraficamente: l'azienda è degli arabi, non più di un'antica famiglia fiorentina. La Gucci non esiste più. Lei cerca la "soluzione finale" e purtroppo è proprio dalla madre Silvana Barbieri che arriva la prova più pesante a suo carico. Ci ha detto in quest'aula di non aver mai dato peso alle minacce che la figlia lanciava contro l'ex marito. Ci ha detto "forse ho sbagliato", senza volerlo ci ha confermato le accuse alla figlia... L'imputata ha responsabilità piena come mandante della misera e triste fine di una dynasty il 27 marzo 1995» («Ansa», 20.10.1998).
Prima che i giudici della quarta Corte d'Assise entrino in camera di consiglio per la sentenza, la Reggiani legge una dichiarazione da lei scritta a mano su un foglio, che comincia con una frase attribuita ad Aldo Gucci: «Mai lasciare entrare la volpe amica nel tuo pollaio: prima o poi potrebbe venirle fame. Dopo 22 mesi di quasi totale isolamento ho meditato a lungo e mi sono resa conto come miliardi, ricchezza e potenza siano sempre state le parole più ricorrenti sulla bocca di Pina Auriemma, nascondendone un ossessivo desiderio: di goderne tramite la mia persona. Sono stata ingenua fino al limite della stupidità: mi sono trovata coinvolta mio malgrado, ma complice mai. Lo nego decisamente».
Chiude l'intervento con un'altra frase, che attribuisce al pm Nocerino: «L'unica grande ombra in grado di inquinare di tristezza e devastare il mio animo è solo questo infamante processo. Tanto più terribile in quanto mi vede protagonista come mandante nell'uccisione del padre delle mie figlie senza trarne alcun beneficio».
Anche Benedetto Ceraulo, che ha sempre negato il suo coinvolgimento nel delitto, sceglie di parlare: «Sono una persona semplice - dice - ho dedicato la vita alla famiglia, a mia moglie e ai miei tre bambini e ho sempre lavorato onestamente. Il 31 gennaio 1997, malgrado la mia disponibilità sono stato prelevato, picchiato e incarcerato. Da allora vivo questa accusa come un macigno. Mi hanno accusato di aver intimidito i testimoni, ma io ho solo gridato la mia innocenza. Dicono che io sono una persona che non parla, ma è il capo-scorta che mi impedisce di parlare con i giornalisti. Signori giudici popolari, non voglio intenerirvi né mandare messaggi di pietà. Vi chiedo solo di giudicare con tranquillità secondo le prove e la coscienza».
Orazio Cicala, che ha confessato di aver guidato l'auto del commando omicida, dice: «Voglio solo chiedere scusa di cuore a quanti hanno voluto bene al dottor Gucci e anche al signor Onorato Giuseppe».
Ultimo a parlare è Ivano Savioni: «Egregio signor presidente e signori giurati, ho molto riflettuto in questi lunghi mesi: so che mi aspettano lunghi anni di carcere per quello che ho fatto. Chiedo perdono alle figlie di Gucci e ho orrore di quanto è accaduto andando oltre la mia volontà. Vi chiedo una giusta condanna».
La condanna si traduce in ergastolo solo per Ceraulo, riconosciuto come l'esecutore materiale dell'omicidio nonostante tutti i coimputati lo scagionino, forse per la paura che incute loro.
Patrizia Reggiani viene condannata a 29 anni di reclusione, come l'altro esecutore, Orazio Cicala; la pena per l'Auriemma è di 25 anni, per Savioni di 26 anni. Nella commisurazione della pena ha pesato il comportamento processuale degli imputati, in particolare la decisione di Savioni, per primo, di confessare, seguito poi dalla Auriemma e da Cicala. Solo la Reggiani e Ceraulo non hanno ammesso le loro responsabilità. La Corte condanna poi tutti gli imputati a pagare 200 milioni di lire come provvisionale per risarcire i danni morali e fisici inflitti a Giuseppe Onorato.
«La verità è figlia del tempo. Evidentemente non mi hanno creduto», commenta la Reggiani, che farà per settimane lo sciopero della fame.
Il giudice estensore della sentenza, Antonella Bertoja, impiega 177 pagine per ricostruire le indagini e il processo e analizzare le posizioni dei cinque imputati e i loro rapporti. L'atmosfera da "saga familiare" che contraddistingue la vicenda sembra abbia trasmesso qualche influsso anche sui giudici, che affrontano la sentenza con un incipit quasi romanzesco: «La sorte, fino a quel momento singolarmente generosa con Maurizio Gucci, si rivelò d'un tratto assurda e crudele la mattina del 27 marzo 1995...».
La mandante dell'omicidio, Patrizia Reggiani, è descritta come una donna dalla «personalità abnorme» ma con una volontà precisa: «Uccidere Maurizio nel modo più agevole, il più presto possibile», per vendetta ma anche per denaro.
Il movente viene infatti indicato, da un lato, nel rancore accumulato per anni dalla Reggiani dopo l'abbandono, dall'altro nei timori di ordine patrimoniale per la nuova relazione sentimentale con Paola Franchi e pure in una buona dose di avidità: la morte di Gucci avrebbe portato all'ex moglie, sia pure attraverso le figlie, «un patrimonio liquido di oltre 100 miliardi, l'uso di case in svariate parti del mondo, di barche da sogno».
I giudici riconoscono che la Reggiani aveva manifestato a tutti l'intento di uccidere Gucci, ma non le credono quando su questo presupposto costruisce la tesi di un complotto, una truffa ordita dalla Auriemma. Alla Reggiani, «fulcro e origine della vicenda», viene poi riconosciuto di avere «disturbi istrionico-narcisistici della personalità», che dopo gli anni felici con Maurizio hanno fatto emergere, una volta intervenuta la separazione, quegli aspetti «abnormi» che non le sono bastati a evitare una condanna, ma come attenuante l'hanno ridotta dall'ergastolo a 29 anni.
Giuseppina Auriemma viene ritenuta credibile, anche perché le intercettazioni telefoniche e ambientali, le dichiarazioni della "fonte confidenziale" della polizia divenuta un supertestimone, e soprattutto le date dei movimenti bancari della Reggiani (paragonate dalla Corte a «confessioni involontarie» dell'imputata) hanno fatto crollare ogni ipotesi sul suo progetto truffaldino contro l'ex moglie di Gucci.
Senza scampo, infine, il giudizio della Corte su Ceraulo, «freddo e pericoloso», capace di incutere un «sacrosanto terrore nei complici».
Di lui viene sottolineata la «lucida professionalità e freddezza» nelle fasi dell'omicidio, ma anche «il ruvido, arrogante comportamento processuale», così distante dalla condotta della Auriemma, di Savioni e Cicala.
È la paura di Ceraulo all'origine dell'atteggiamento di Cicala, che ha cercato di scagionarlo incolpando del delitto un "balordo" da lui stesso reclutato, ma che lo ha fatto solo per «mandargli un messaggio», temendo una sua vendetta nonostante fosse dietro le sbarre.
Nei mesi successivi alla sentenza, si fanno avanti strane figure con la promessa di rivelazioni straordinarie: otterranno solo denunce.
Un viado brasiliano accusa il suo ex protettore di essere il «vero killer» di Gucci, e fornisce una serie di particolari per cercare di incastrarlo.
Un uomo si presenta dai difensori della Reggiani sostenendo di avere le prove per «incastrare» la Auriemma e farle assumere il ruolo di vera mandante e organizzatrice del delitto, scagionando così l'ex moglie di Gucci.
Ma l'unico elemento che può riscrivere la sentenza è la denuncia per calunnia che la madre della Reggiani, Silvana Barbieri, e i suoi avvocati presentano contro la Auriemma.
Le rivelazioni e le accuse di quest'ultima sono state determinanti nella condanna decisa in primo grado. Se la sua credibilità venisse messa in discussione, potrebbe diventare uno strumento a favore della difesa della Reggiani.
Ma al processo d'Appello, celebrato nel 2000, l'accusa formula la stessa richiesta di condanna del pm Nocerino: nonostante della Reggiani si abbia notizia come di una donna malata e distrutta, il sostituto procuratore generale Laura Bertolè Viale chiede per lei l'ergastolo.
Il movente del delitto, a suo dire, «non è passionale, ma banale e squallido: la fame di soldi. Invidia, odio, avidità e cattiveria» sono, secondo l'accusa, i tratti del carattere della Reggiani, dipinta come una donna «furba e non malata, intelligente, ma soprattutto furba».
Chi viene invece - parzialmente - rivalutata è Pina Auriemma, ritratta come donna che ama vivere al di sopra delle sue possibilità, che ha quindi bisogno di soldi e per questo «si attacca come l'edera» all'amica Patrizia.
«Non è una persona malvagia, ma opportunista e di scarsissima dignità: cerca un killer per uccidere un uomo che le ha fatto bene per un po'. Ma poi, a differenza della Reggiani, ha paura, si pente.
È la sola che rivela un barlume di umanità», e per questo il pm chiede di ridurre la pena da 25 a 22 anni.
Ivano Savioni è liquidato come «un poveraccio, privo di ogni senso morale».
Orazio Cicala, «la mente del gruppo», è sì «intelligente, lucido, calcolatore» ma con un vizio, il gioco, che lo porta alla rovina e a indebitarsi.
Quanto a Benedetto Ceraulo, il killer, è il personaggio più enigmatico: «Sembra un uomo irreprensibile e invece fa paura: è violento, freddo e determinato».
La Corte d'Appello respinge sia la richiesta della difesa di una nuova perizia psichiatrica per la Reggiani, sia l'istanza per la concessione degli arresti domiciliari.
In appello tutti gli imputati ottengono una riduzione della pena. Con le attenuanti generiche Patrizia Reggiani è condannata a 26 anni; identica sorte tocca a Orazio Cicala. Benedetto Ceraulo si vede commutare l'ergastolo in 28 anni e 11 mesi di reclusione. A Ivano Savioni e Pina Auriemma la pena viene diminuita di cinque anni e mezzo: il loro atteggiamento da "pentiti" è giudicato dalla Corte in maniera ancora più benevola rispetto al primo grado.
Respingendo tutti i ricorsi presentati dai difensori degli imputati come anche il ricorso della pubblica accusa, la Cassazione rende definitive le condanne decise in appello. Ma su Patrizia Reggiani non cala ancora il sipario.
Nel novembre del 2000 la donna tenta di suicidarsi nel carcere di Opera, dove è stata temporaneamente trasferita da quello di San Vittore: cerca di impiccarsi con un lenzuolo, ma viene salvata dagli agenti penitenziari. Secondo i suoi avvocati, soffre di una grave forma di epilessia e non riesce più neanche a camminare.
L'anno seguente le figlie della Reggiani, Allegra e Alessandra, presentano una istanza di revisione del processo sulla base di prove ritenute «nuove»: nell'omicidio di Maurizio Gucci non sussisterebbe il movente economico, e neppure quello causato dal timore della Reggiani di un nuovo matrimonio dell'ex marito.
Ma i giudici della Corte d'Appello di Brescia giudicano l'istanza inammissibile, non ritenendo tali «nuove prove» determinanti. Le figlie e la madre di Patrizia non si arrendono e presentano ricorso in Cassazione, con il sostegno di oltre 3500 firme raccolte dal "Comitato per Patrizia Reggiani". Davanti alla Suprema Corte l'avvocato dell'imputata Francesco Caroleo Grimaldi sostiene la tesi dell'infermità mentale. Anche questa richiesta viene però dichiarata inammissibile. La Reggiani deve restare in carcere.
Nel settembre 2013, dopo 17 anni di carcere, Patrizia Reggiani ha ottenuto l'affidamento ai servizi sociali ed ha lasciato il carcere di San Vittore. E' tornata definitivamente libera nel 2016 per buona condotta dopo 17 anni di carcere.
Nel 2021 il regista americano Ridley Scott ha realizzato un film su questa storia, con Lady Gaga nei panni della ex moglie di Maurizio Gucci.
Alle 8.35 del 27 marzo 1995, una bella mattina di sole, in un agguato teso all'ingresso di un palazzo dove ha sede la sua società, muore Maurizio Gucci, erede della famiglia fiorentina proprietaria del celebre marchio di moda e pelletteria. Si apre un caso giudiziario destinato a restare per anni alla ribalta della cronaca e a dare origine a un processo gremito di cronisti e fotoreporter, probabilmente il "processo del decennio" in Italia.
La morte violenta di Gucci, personaggio molto in vista e già oggetto di inchieste e pettegolezzi, apre diversi scenari sui mandanti. Si sospetta un complotto raffinato, ordito sullo sfondo di colossali interessi economici.
La soluzione del "giallo" sarà trovata di lì a due anni grazie a una "fonte confidenziale" della polizia. E rivelerà che a far uccidere Gucci è stata la sua ex moglie, Patrizia Reggiani, per rancori personali a lungo covati ma anche per denaro, questioni mai risolte di eredità e sussidi.
Maurizio Gucci era l'erede della fabbrica fondata dal nonno Guccio Gucci nel 1904 come laboratorio di pelletteria specializzato in stivali e selle, e trasformata dal figlio Aldo in una multinazionale con negozi aperti in tutto il mondo per la vendita di oltre seimila articoli di abbigliamento e in pelle con il blasonato marchio delle due G. Poco tempo prima della morte violenta di Maurizio, nel 1993, la famiglia aveva perso la proprietà dell'impero, passato in mano araba.
Si disse che era la fine di un mito: Maurizio aveva ceduto il 50% del capitale del gruppo rimasto nelle sue mani alla finanziaria Invest-corp, con sede centrale nell'emirato del Bahrain. Pur avendo rinunciato a tutte le cariche, Gucci restava in azienda come senior advisor del presidente e amministratore delegato di Investcorp. Dalla vendita della sua quota aveva ricavato 220 miliardi di Lire: una somma che, unita a quanto già possedeva, lo faceva valutare «un uomo da 800 miliardi di lire».
Il sogno di rilanciare l'azienda, da tempo in crisi, durò breve tempo: con l'ingresso dei capitali arabi, la supervisione di Maurizio Gucci non impedì di spostare parte della produzione all'estero (in Cile) e di registrare un drastico ridimensionamento nel numero degli occupati.
È una dinastia famosa ma anche segnata dai contrasti, quella dei Gucci. Litigi, accuse e denunce reciproche sono sempre stati un'abitudine di famiglia, la cui storia si infittisce di denunce, inchieste della magistratura, perfino di arresti.
Aldo denuncia Maurizio per possesso illegale di azioni, Maurizio denuncia Paolo per aver usato il marchio Gucci.
I giudici del Tribunale di Milano ritengono false le firme di girata apposte da Maurizio Gucci sulle azioni ereditate dal padre e nel 1987 le sequestrano.
Il 23 giugno viene emesso un ordine di cattura contro Maurizio, che scappa a Lugano.
In carcere finisce il suo braccio destro.
Maurizio viene in seguito accusato di illecita costituzione di disponibilità finanziarie all'estero.
Ha fondato a Panama una società (la Standard Investment) per assecondare la sua passione per la vela e comprare il Creole, ritenuto il veliero più bello del mondo.
A Maurizio quella barca, che un tempo apparteneva all'armatore greco Niarchos, costa, restauro compreso, sette miliardi di lire di allora.
Il 24 novembre 1988 viene assolto, il 27 maggio dell'anno successivo torna alla presidenza della società che poi passa sotto il controllo della Investcorp.
Nel frattempo Maurizio Gucci si è sposato con Patrizia Martinelli Reggiani, dalla quale ha avuto due figlie, Alessandra, nata nel 1976, e Allegra, nel 1981.
Nel 1985, dopo dodici anni di matrimonio, i due si lasciano.
È Maurizio a dire basta. Dopo la separazione, si lega sentimentalmente a un'altra donna, Paola Franchi.
Paola è bionda, bella, solare, assai diversa da Patrizia, che aveva sofferto molto, nel 1992, a causa di una delicata operazione necessaria per asportare un tumore al cervello.
A metà anni Novanta Maurizio Gucci è ancora giovanile, prestante, è ricco, ricchissimo, e ha una prospettiva di vita quanto mai felice, finalmente sollevato dalla responsabilità di essere "un Gucci" e libero di dividere il suo tempo con la compagna Paola nella bella casa di Milano, nello chalet di Saint Moritz, in Svizzera, e a bordo del Creole.
La sua avventura ha termine quella mattina di marzo del 1995, all'ingresso del lussuoso stabile nella centralissima via Palestra 20 a Milano dove ha sede la Vierse s.r.l., una società da lui stesso costituita di recente.
Gucci abita lì vicino, in corso Venezia 38, e arriva in ufficio a piedi.
Appena entrato nell'androne del palazzo, è avvicinato da un sicario che lo ha atteso in prossimità dell'ingresso.
L'uomo gli spara tre colpi alla testa con una pistola calibro 32 mentre sale la prima rampa di scale, e lo uccide.
Alla scena assiste il custode del palazzo, Giuseppe Onorato, 52 anni, di Casteldaccia (Palermo).
Con grande freddezza il killer colpisce anche lui per evitare di essere seguito.
Onorato si copre istintivamente con un braccio e viene ferito all'avambraccio e alla spalla sinistri.
Poi il misterioso assassino, vestito in modo elegante, esce in strada e sale su una utilitaria di colore verde, dove lo attende un complice.
I due scompaiono senza lasciare tracce.
Nessuno li vede più, non viene ritrovata neanche l'auto.
Le indagini si presentano subito difficili e delicate.
Si seguono diverse piste: dalla vendita dell'azienda di famiglia ai finanzieri arabi, alla realizzazione di un casinò in Svizzera, progetto al quale Maurizio Gucci stava lavorando nell'ultimo periodo.
Ancora, l'omicidio è avvenuto all'indomani del rientro di Gucci da un viaggio negli Usa.
Nel 1996 viene coinvolto persino Delfo Zorzi, il neofascista implicato nelle indagini sulla strage di Piazza Fontana, da tempo trasferitosi in Giappone.
Interrogato a Parigi, Zorzi afferma che nell'ambito della sua attività di import-export aveva rapporti con i Gucci e aveva fatto prestiti consistenti alla famiglia.
Ma fin dalle prime battute, si pensa anche che il movente del delitto possa essere la consistente eredità che Maurizio Gucci lascia con la sua morte.
Patrizia Reggiani, che era in conflitto con l'ex marito per la somma che questi le passava come assegno di mantenimento, entra fra i principali sospettati.
Salta fuori che la donna, nata nel 1948 e residente a Saint Moritz, non ha mai nascosto di odiare l'ex marito e di volerlo vedere morto, anzi lo ha dichiarato più volte, davanti a testimoni: fra questi, la baby sitter e l'avvocato, che ha raccolto confidenze della Reggiani quali «che cosa mi capita se lo faccio ammazzare?»
Ad amici e conoscenti chiede se è possibile assoldare un killer per togliere di mezzo «quel rompiballe».
E quando è stata in ospedale per essere operata al cervello, ha registrato un'audiocassetta da consegnare all'ex marito in cui dice: «Sei una escrescenza, un'appendice da recidere».
La donna incolpava Maurizio di averla abbandonata quando era finita sotto i ferri e di essere andato a festeggiare a champagne con la sua compagna, per la quale - secondo la Reggiani - dilapidava il patrimonio destinato alle figlie, che trascurava.
Alda Rizzi, per anni domestica, ma anche confidente di Patrizia Reggiani, racconta che nel 1991 la signora chiese a lei e a suo marito di procurarle un killer per uccidere Gucci.
Il marito precisa che quando la signora gli chiese «hai la persona in grado di fare questa cosa?», in un primo momento pensò che scherzasse: «Me lo chiese tre volte e alla fine, quando mi intimò di dire sì o no, mi convinsi che faceva sul serio».
Il marito di Alda avvisò del fatto «il dottor Gucci» e questi gli disse che avrebbe reso provvedimenti, ma poi non fece nulla.
Anzi, si mise a ridere - secondo quanto riferito dalla compagna Paola Franchi - quando gli riferirono che l'ex moglie aveva chiesto a un avvocato che cosa rischiava se lo faceva uccidere...
In realtà la Reggiani faceva sul serio: voleva davvero assoldare dei killer per far uccidere l'ex marito, al quale non perdonava la fine del loro matrimonio e tutti i contrasti, non solo di natura economica, che ne erano derivati.
Lo stesso Gucci aveva registrato alcune telefonate con la ex moglie che contenevano continue minacce della donna nei suoi confronti.
Ma per accusare la Reggiani, agli inquirenti occorrono prove concrete.
Le prove arrivano grazie alla telefonata fatta a un funzionario di polizia da una "fonte confidenziale".
Quest'ultima è venuta per caso a conoscenza di alcuni particolari del delitto raccontati da un portiere d'albergo, Ivano Savioni, 10 anni prima...
La fonte parla di un silenziatore artigianale e di pallottole acquistate all'estero.
La polizia accerta che di questi particolari i giornali non avevano scritto, così come nessuno aveva saputo che il portiere dello stabile di via Palestra quella mattina aveva detto «buongiorno, dottore» a Maurizio Gucci subito prima che l'assassino cominciasse a sparare.
Il desiderio della "fonte confidenziale" di liberarsi la coscienza da un peso apre un insperato, e decisivo, spiraglio.
Gli investigatori avviano una lunga serie di riscontri e piazzano delle "cimici" per intercettare i dialoghi tra i protagonisti della vicenda, che fino a quel momento erano tutti sconosciuti, tranne due: Patrizia Reggiani e Giuseppina "Pina" Auriemma, 51 anni, napoletana, sedicente maga e intima amica della Reggiani.
Anni prima, nel 1984, era stata socia di un negozio Gucci a Napoli, conquistando la fiducia di Maurizio e poi della moglie.
È a lei e a Savioni che la Reggiani si è rivolta per organizzare il delitto.
E stavolta il killer l'hanno trovato davvero: la maga e il portiere d'albergo hanno assoldato un pregiudicato, Orazio Cicala, 58 anni, una vita distrutta dalla passione del gioco.
Cicala ha fatto fallire il ristorante di famiglia, dirà che deve agli strozzini 2 miliardi.
Per far fuori Gucci il terzetto chiede, e ottiene, un compenso di 500 milioni di lire, 100 dei quali pagati in anticipo. Ma il tempo passa senza che nessuno entri in azione.
La ex signora Gucci fa pressioni perché vengano rispettati i patti. A questo punto al gruppo formato da Savioni, Cicala e dalla Auriemma si aggiunge un altro pregiudicato, Benedetto Ceraulo, siciliano, di 35 anni. L'omicidio ha luogo.
Subito dopo, Cicala chiede alla Reggiani altri 100 milioni.
Ma l'improvvisata banda ha continuo bisogno di soldi: i 600 milioni ottenuti fino ad allora vengono presto sperperati.
Savioni, in particolare, è sommerso dai debiti al punto da agevolare il lavoro di alcune prostitute quando la titolare dell'albergo dove lavora, sua zia, è assente.
Sia Cicala che Ceraulo frequentano gli ambienti degli spacciatori di droga: questo consente agli investigatori della Criminalpol di servirsi di un agente infiltrato, che conosce lo spagnolo e si presenta come un violento sudamericano, millantando contatti con il Cartello della cocaina di Cali.
L'agente si finge pronto ad aiutare i due a spaventare la Reggiani per chiederle altri soldi e, se necessario, anche a ucciderla.
Fra gli autori del delitto, intanto, cresce il nervosismo.
Nei primi giorni di gennaio del 1997 apprendono della richiesta della Procura di prorogare le indagini.
Gli investigatori registrano conversazioni concitate, che indicano chi ha materialmente ucciso Gucci.
Anche Patrizia Reggiani, mandante dell'omicidio, ora rischia di finire ammazzata se non si convince a dare altro denaro agli esecutori materiali. «Ci facciamo portare la [sua] testa dal colombiano»: la frase, registrata dalla Criminalpol, dimostra che l'agente infiltrato ha recitato bene la sua parte.
Eliminando la Reggiani, secondo gli investigatori, il gruppo si sarebbe liberato di un teste che poteva diventare decisivo se le indagini avessero portato a scoprire il complotto.
Prima che l'improvvisata banda torni in azione contro la stessa persona che ne era stata il mandante, la polizia decide di intervenire e, il 31 gennaio 1997, arresta tutti: la Reggiani, appunto come mandante del delitto; Savioni e la Auriemma, in quanto organizzatori; Ceraulo e Cicala, come esecutori materiali.
A Cicala l'ordinanza di custodia cautelare viene notificata in carcere, dov'è rinchiuso perché accusato di traffico di stupefacenti.
Il primo a crollare è Savioni, che confessa tutto.
L'unico degli arrestati che invece insiste nel proclamare la propria innocenza (lo farà anche al processo) è Ceraulo.
Emerge con chiarezza che l'omicidio di Maurizio Gucci è maturato dal rancore che Patrizia Reggiani nutriva nei suoi confronti e dal timore di perdere parte del ricco patrimonio se Maurizio si fosse risposato. Emergono anche altri particolari, uno più sconcertante dell'altro.
La Reggiani, ad esempio, avrebbe preteso una ricevuta a "saldo", una sorta di quietanza liberatoria, per i 600 milioni pagati per l'omicidio del marito.
La chiese alla Auriemma, secondo quanto dichiarato da quest'ultima, e pretese che la facesse firmare a tutti coloro che avevano partecipato all'omicidio con la sottoscrizione di nessuna, ulteriore pretesa.
La quietanza, firmata, sarebbe stata restituita alla vedova. Ma di quel documento gli investigatori non hanno trovato traccia.
Ancora, dopo l'omicidio del marito, Patrizia Reggiani depositò da un notaio il proprio testamento al quale appose un codicillo affinché, in caso di una morte violenta, fosse possibile individuare il responsabile.
In quel codicillo la Reggiani fece il nome proprio dell'Auriemma.
Nello scontro tra le due donne, amiche per vent'anni e ora in aperta guerra tra loro, corrono altre accuse.
Giuseppina Auriemma dichiara che la Reggiani le avrebbe promesso due miliardi di lire perché si accollasse lei la responsabilità dell'omicidio.
La vedova le avrebbe fatto arrivare la proposta attraverso altre detenute del carcere di San Vittore, dove entrambe sono recluse senza la possibilità di incontrarsi.
In cambio di quella somma, la maga napoletana avrebbe dovuto raccontare ai giudici di aver organizzato lei l'omicidio perché sapeva che la Reggiani voleva eliminare il marito; avrebbe anche dovuto dire che, una volta compiuto il delitto, aveva chiesto denaro alla vedova, all'oscuro di tutto.
La risposta della Auriemma è: «L'ho mandata a fare in c... Neppure per 20 miliardi mi faccio l'ergastolo».
La Reggiani smentisce la "trattativa". Secondo i suoi legali, la vedova ha paura della maga: una paura che in tanti anni di rapporto molto stretto tra le due donne si sarebbe trasformata in una sottomissione psicologica.
I familiari della Reggiani erano consapevoli di questa situazione e avevano tentato di rompere quel legame, ma senza riuscirci.
Per difendersi dalle accuse, la Reggiani ricostruisce i fatti attraverso un memoriale che invia al gip.
Nel 1998 si celebra il processo dell'anno, e forse del decennio.
Il pm Nocerino chiede la pena massima, l'ergastolo, per tutti gli imputati, che definisce «un gruppetto di assassini»: «Una pena prevista e adeguata alla gravità di un reato come l'omicidio premeditato... La premeditazione aleggia in tutti gli atti di questo processo... Questo è un caso scolastico di omicidio premeditato... Mi ritorna alla mente la deposizione del teste Onorato [il portiere rimasto ferito nell'agguato]: "Anch'io ho visto Gucci cadere a terra incredulo, senza capire quello che stava succedendo". Quel Gucci Maurizio mai tratteggiato con luce chiara: nessuno ne ha inquadrato il lato umano, ne abbiamo sentito parlare come imprenditore, come uomo che faceva le regate, ma nessuno ci ha parlato dell'uomo che cercava senza riuscirci di avviare un dialogo con le figlie. Non pensava di dover morire in quel modo: non aveva una guardia del corpo, per lui l'idea della morte era lontana. Quello era un momento felice della sua vita: aveva soldi, aveva idee, magari più piccole del fondatore dell'impero Guccio Gucci, pensava a organizzare un casinò o la festa del Bucintoro, insomma non meritava di morire in quel modo... Non posso non sottolineare quanto sia stata assurda la morte di Maurizio Gucci... Cicala voleva qualche lira in più da spendere nel gioco; Ceraulo voleva portare la figlia in centro e voleva cambiare casa; Savioni lo ha fatto per pochi spiccioli; la Auriemma per restare ancora al soldo del suo nume tutelare».
A Patrizia Reggiani, Nocerino imputa un movente partito da lontano, nato dall'orgoglio ferito di una donna «abbandonata dal marito nel 1985» e «ridimensionata nel ruolo avuto nel rilancio della Gucci. Maurizio Gucci, liberatosi della Reggiani, in realtà diede prova di essere un ottimo imprenditore», anche se tra il 1992 e il 1993 si indebitò oltre misura per il tenore di vita che conduceva.
Il pm descrive «un livore crescente» nella Reggiani, «un orgoglio ferito, un colpo alla personalità narcisistica della donna», ancora più offesa quando Maurizio Gucci si lega a Paola Franchi: «Non è la storia con "una bionda", si lega a lei, la porta nello chalet di St. Moritz che la Reggiani considerava suo, così come in fondo considerava ancora suo lo stesso Gucci. Quel legame è una ferita che sanguina di nuovo, ma nel settembre 1993, quando Maurizio Gucci esce dalla Guccio Gucci cedendo la sua quota agli arabi, arriva il colpo finale: lei non glielo perdonerà mai, perché così le sue figlie perderanno la loro identità. Ormai Allegra e Alessandra sono delle Gucci solo anagraficamente: l'azienda è degli arabi, non più di un'antica famiglia fiorentina. La Gucci non esiste più. Lei cerca la "soluzione finale" e purtroppo è proprio dalla madre Silvana Barbieri che arriva la prova più pesante a suo carico. Ci ha detto in quest'aula di non aver mai dato peso alle minacce che la figlia lanciava contro l'ex marito. Ci ha detto "forse ho sbagliato", senza volerlo ci ha confermato le accuse alla figlia... L'imputata ha responsabilità piena come mandante della misera e triste fine di una dynasty il 27 marzo 1995» («Ansa», 20.10.1998).
Prima che i giudici della quarta Corte d'Assise entrino in camera di consiglio per la sentenza, la Reggiani legge una dichiarazione da lei scritta a mano su un foglio, che comincia con una frase attribuita ad Aldo Gucci: «Mai lasciare entrare la volpe amica nel tuo pollaio: prima o poi potrebbe venirle fame. Dopo 22 mesi di quasi totale isolamento ho meditato a lungo e mi sono resa conto come miliardi, ricchezza e potenza siano sempre state le parole più ricorrenti sulla bocca di Pina Auriemma, nascondendone un ossessivo desiderio: di goderne tramite la mia persona. Sono stata ingenua fino al limite della stupidità: mi sono trovata coinvolta mio malgrado, ma complice mai. Lo nego decisamente».
Chiude l'intervento con un'altra frase, che attribuisce al pm Nocerino: «L'unica grande ombra in grado di inquinare di tristezza e devastare il mio animo è solo questo infamante processo. Tanto più terribile in quanto mi vede protagonista come mandante nell'uccisione del padre delle mie figlie senza trarne alcun beneficio».
Anche Benedetto Ceraulo, che ha sempre negato il suo coinvolgimento nel delitto, sceglie di parlare: «Sono una persona semplice - dice - ho dedicato la vita alla famiglia, a mia moglie e ai miei tre bambini e ho sempre lavorato onestamente. Il 31 gennaio 1997, malgrado la mia disponibilità sono stato prelevato, picchiato e incarcerato. Da allora vivo questa accusa come un macigno. Mi hanno accusato di aver intimidito i testimoni, ma io ho solo gridato la mia innocenza. Dicono che io sono una persona che non parla, ma è il capo-scorta che mi impedisce di parlare con i giornalisti. Signori giudici popolari, non voglio intenerirvi né mandare messaggi di pietà. Vi chiedo solo di giudicare con tranquillità secondo le prove e la coscienza».
Orazio Cicala, che ha confessato di aver guidato l'auto del commando omicida, dice: «Voglio solo chiedere scusa di cuore a quanti hanno voluto bene al dottor Gucci e anche al signor Onorato Giuseppe».
Ultimo a parlare è Ivano Savioni: «Egregio signor presidente e signori giurati, ho molto riflettuto in questi lunghi mesi: so che mi aspettano lunghi anni di carcere per quello che ho fatto. Chiedo perdono alle figlie di Gucci e ho orrore di quanto è accaduto andando oltre la mia volontà. Vi chiedo una giusta condanna».
La condanna si traduce in ergastolo solo per Ceraulo, riconosciuto come l'esecutore materiale dell'omicidio nonostante tutti i coimputati lo scagionino, forse per la paura che incute loro.
Patrizia Reggiani viene condannata a 29 anni di reclusione, come l'altro esecutore, Orazio Cicala; la pena per l'Auriemma è di 25 anni, per Savioni di 26 anni. Nella commisurazione della pena ha pesato il comportamento processuale degli imputati, in particolare la decisione di Savioni, per primo, di confessare, seguito poi dalla Auriemma e da Cicala. Solo la Reggiani e Ceraulo non hanno ammesso le loro responsabilità. La Corte condanna poi tutti gli imputati a pagare 200 milioni di lire come provvisionale per risarcire i danni morali e fisici inflitti a Giuseppe Onorato.
«La verità è figlia del tempo. Evidentemente non mi hanno creduto», commenta la Reggiani, che farà per settimane lo sciopero della fame.
Il giudice estensore della sentenza, Antonella Bertoja, impiega 177 pagine per ricostruire le indagini e il processo e analizzare le posizioni dei cinque imputati e i loro rapporti. L'atmosfera da "saga familiare" che contraddistingue la vicenda sembra abbia trasmesso qualche influsso anche sui giudici, che affrontano la sentenza con un incipit quasi romanzesco: «La sorte, fino a quel momento singolarmente generosa con Maurizio Gucci, si rivelò d'un tratto assurda e crudele la mattina del 27 marzo 1995...».
La mandante dell'omicidio, Patrizia Reggiani, è descritta come una donna dalla «personalità abnorme» ma con una volontà precisa: «Uccidere Maurizio nel modo più agevole, il più presto possibile», per vendetta ma anche per denaro.
Il movente viene infatti indicato, da un lato, nel rancore accumulato per anni dalla Reggiani dopo l'abbandono, dall'altro nei timori di ordine patrimoniale per la nuova relazione sentimentale con Paola Franchi e pure in una buona dose di avidità: la morte di Gucci avrebbe portato all'ex moglie, sia pure attraverso le figlie, «un patrimonio liquido di oltre 100 miliardi, l'uso di case in svariate parti del mondo, di barche da sogno».
I giudici riconoscono che la Reggiani aveva manifestato a tutti l'intento di uccidere Gucci, ma non le credono quando su questo presupposto costruisce la tesi di un complotto, una truffa ordita dalla Auriemma. Alla Reggiani, «fulcro e origine della vicenda», viene poi riconosciuto di avere «disturbi istrionico-narcisistici della personalità», che dopo gli anni felici con Maurizio hanno fatto emergere, una volta intervenuta la separazione, quegli aspetti «abnormi» che non le sono bastati a evitare una condanna, ma come attenuante l'hanno ridotta dall'ergastolo a 29 anni.
Giuseppina Auriemma viene ritenuta credibile, anche perché le intercettazioni telefoniche e ambientali, le dichiarazioni della "fonte confidenziale" della polizia divenuta un supertestimone, e soprattutto le date dei movimenti bancari della Reggiani (paragonate dalla Corte a «confessioni involontarie» dell'imputata) hanno fatto crollare ogni ipotesi sul suo progetto truffaldino contro l'ex moglie di Gucci.
Senza scampo, infine, il giudizio della Corte su Ceraulo, «freddo e pericoloso», capace di incutere un «sacrosanto terrore nei complici».
Di lui viene sottolineata la «lucida professionalità e freddezza» nelle fasi dell'omicidio, ma anche «il ruvido, arrogante comportamento processuale», così distante dalla condotta della Auriemma, di Savioni e Cicala.
È la paura di Ceraulo all'origine dell'atteggiamento di Cicala, che ha cercato di scagionarlo incolpando del delitto un "balordo" da lui stesso reclutato, ma che lo ha fatto solo per «mandargli un messaggio», temendo una sua vendetta nonostante fosse dietro le sbarre.
Nei mesi successivi alla sentenza, si fanno avanti strane figure con la promessa di rivelazioni straordinarie: otterranno solo denunce.
Un viado brasiliano accusa il suo ex protettore di essere il «vero killer» di Gucci, e fornisce una serie di particolari per cercare di incastrarlo.
Un uomo si presenta dai difensori della Reggiani sostenendo di avere le prove per «incastrare» la Auriemma e farle assumere il ruolo di vera mandante e organizzatrice del delitto, scagionando così l'ex moglie di Gucci.
Ma l'unico elemento che può riscrivere la sentenza è la denuncia per calunnia che la madre della Reggiani, Silvana Barbieri, e i suoi avvocati presentano contro la Auriemma.
Le rivelazioni e le accuse di quest'ultima sono state determinanti nella condanna decisa in primo grado. Se la sua credibilità venisse messa in discussione, potrebbe diventare uno strumento a favore della difesa della Reggiani.
Ma al processo d'Appello, celebrato nel 2000, l'accusa formula la stessa richiesta di condanna del pm Nocerino: nonostante della Reggiani si abbia notizia come di una donna malata e distrutta, il sostituto procuratore generale Laura Bertolè Viale chiede per lei l'ergastolo.
Il movente del delitto, a suo dire, «non è passionale, ma banale e squallido: la fame di soldi. Invidia, odio, avidità e cattiveria» sono, secondo l'accusa, i tratti del carattere della Reggiani, dipinta come una donna «furba e non malata, intelligente, ma soprattutto furba».
Chi viene invece - parzialmente - rivalutata è Pina Auriemma, ritratta come donna che ama vivere al di sopra delle sue possibilità, che ha quindi bisogno di soldi e per questo «si attacca come l'edera» all'amica Patrizia.
«Non è una persona malvagia, ma opportunista e di scarsissima dignità: cerca un killer per uccidere un uomo che le ha fatto bene per un po'. Ma poi, a differenza della Reggiani, ha paura, si pente.
È la sola che rivela un barlume di umanità», e per questo il pm chiede di ridurre la pena da 25 a 22 anni.
Ivano Savioni è liquidato come «un poveraccio, privo di ogni senso morale».
Orazio Cicala, «la mente del gruppo», è sì «intelligente, lucido, calcolatore» ma con un vizio, il gioco, che lo porta alla rovina e a indebitarsi.
Quanto a Benedetto Ceraulo, il killer, è il personaggio più enigmatico: «Sembra un uomo irreprensibile e invece fa paura: è violento, freddo e determinato».
La Corte d'Appello respinge sia la richiesta della difesa di una nuova perizia psichiatrica per la Reggiani, sia l'istanza per la concessione degli arresti domiciliari.
In appello tutti gli imputati ottengono una riduzione della pena. Con le attenuanti generiche Patrizia Reggiani è condannata a 26 anni; identica sorte tocca a Orazio Cicala. Benedetto Ceraulo si vede commutare l'ergastolo in 28 anni e 11 mesi di reclusione. A Ivano Savioni e Pina Auriemma la pena viene diminuita di cinque anni e mezzo: il loro atteggiamento da "pentiti" è giudicato dalla Corte in maniera ancora più benevola rispetto al primo grado.
Respingendo tutti i ricorsi presentati dai difensori degli imputati come anche il ricorso della pubblica accusa, la Cassazione rende definitive le condanne decise in appello. Ma su Patrizia Reggiani non cala ancora il sipario.
Nel novembre del 2000 la donna tenta di suicidarsi nel carcere di Opera, dove è stata temporaneamente trasferita da quello di San Vittore: cerca di impiccarsi con un lenzuolo, ma viene salvata dagli agenti penitenziari. Secondo i suoi avvocati, soffre di una grave forma di epilessia e non riesce più neanche a camminare.
L'anno seguente le figlie della Reggiani, Allegra e Alessandra, presentano una istanza di revisione del processo sulla base di prove ritenute «nuove»: nell'omicidio di Maurizio Gucci non sussisterebbe il movente economico, e neppure quello causato dal timore della Reggiani di un nuovo matrimonio dell'ex marito.
Ma i giudici della Corte d'Appello di Brescia giudicano l'istanza inammissibile, non ritenendo tali «nuove prove» determinanti. Le figlie e la madre di Patrizia non si arrendono e presentano ricorso in Cassazione, con il sostegno di oltre 3500 firme raccolte dal "Comitato per Patrizia Reggiani". Davanti alla Suprema Corte l'avvocato dell'imputata Francesco Caroleo Grimaldi sostiene la tesi dell'infermità mentale. Anche questa richiesta viene però dichiarata inammissibile. La Reggiani deve restare in carcere.
Nel settembre 2013, dopo 17 anni di carcere, Patrizia Reggiani ha ottenuto l'affidamento ai servizi sociali ed ha lasciato il carcere di San Vittore. E' tornata definitivamente libera nel 2016 per buona condotta dopo 17 anni di carcere.
Nel 2021 il regista americano Ridley Scott ha realizzato un film su questa storia, con Lady Gaga nei panni della ex moglie di Maurizio Gucci.
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UnMario
giovedì 26 marzo 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 26 marzo.
Il 26 marzo 1927 partiva la prima macchina della Mille Miglia. Era l'Isotta Fraschini di Aymo Maggi e Bindo Maserati. A trionfare saranno Nando Minoja e Giuseppe Morandi, piloti della fabbrica di casa, la O.M., Officine Meccaniche. Al secondo e al terzo posto ci sono altre due O.M., per un tripudio tutto bresciano. Una corsa che entrerà nella leggenda, così come quell'epico primo finale: alle 6.02 del mattino del 27 marzo in viale Venezia a Brescia, ci sono solo meccanici e addetti ai lavori. Nessuno riteneva possibile percorrere 1600 km in ventuno ore.
La corsa venne ideata come gara unica (non a tappe) e organizzata dal conte Aymo Maggi con l'aiuto di Renzo Castagneto, dotato di ottime capacità organizzative, in risposta alla mancata assegnazione a Brescia, loro città natale, del Gran Premio d'Italia; tutto ciò insieme a Franco Mazzotti primo finanziatore.
Fu scelto un percorso a forma di "otto" da Brescia a Roma e ritorno, su una distanza di circa 1.600 km (corrispondenti a circa mille miglia, da cui il nome). Solo dopo la fine della prima Mille Miglia si decise, visto l'enorme successo, di ripetere la prova negli anni a venire.
Nelle successive edizioni il tracciato fu modificato per tredici volte.
Il 1938 fu segnato da un grave incidente subito dopo Bologna. Una Lancia Aprilia, infatti, uscì di strada e finì sulla folla uccidendo dieci spettatori, tra cui sette bambini. Altre ventitré persone restarono ferite. Le cause dell'incidente non furono mai del tutto chiarite. Ad ogni modo, il capo del governo, Benito Mussolini, decise di non concedere più l'autorizzazione per gare di corsa su strade pubbliche.
Tra il 1941 e il 1946 la corsa non si disputò a causa della partecipazione dell'Italia alla seconda guerra mondiale.
La corsa riprese alle 14.00 del 21 giugno 1947 con la vittoria di Biondetti in coppia con Romano sulla poderosa e potentissima "Alfa Romeo 8C 2900B aspirato berlinetta Touring" in 16 ore 16 minuti e 39 secondi. Ma il record assoluto se lo aggiudicò il famoso pilota inglese Stirling Moss che nel 1955 percorse i 1600 km in 10 ore e 8 minuti, al volante di una Mercedes-Benz 300 SLR numero 722. Si narra che il suo navigatore Denis Jenkinson compì una ricognizione del percorso, annotandone le caratteristiche su un rotolo di carta lungo quattro metri e mezzo che usò per dirigere Moss durante la gara.
Nel 1957 un fatale incidente avvenuto sulla Goitese nei pressi di Guidizzolo (ma nel territorio comunale di Cavriana), in provincia di Mantova, e causato dallo scoppio di uno pneumatico, costò la vita al pilota spagnolo Alfonso de Portago, al navigatore americano Edmund Gurner Nelson, e a nove spettatori, tra i quali erano cinque bambini. La corsa venne definitivamente sospesa. A seguito dell'incidente Enzo Ferrari, costruttore della vettura coinvolta nell'incidente, subì un processo che durò alcuni anni e dal quale uscì assolto.
Dal 1977 la «Mille Miglia» rivive sotto forma di gara di regolarità per auto d'epoca. La partecipazione è limitata alle vetture, prodotte non oltre il 1957, che avevano partecipato alla corsa originale. Il percorso (Brescia-Roma andata e ritorno) è lo stesso della gara originale, così come il punto di partenza/arrivo (allora Viale Rebuffone, oggi Viale Venezia).
Il 26 marzo 1927 partiva la prima macchina della Mille Miglia. Era l'Isotta Fraschini di Aymo Maggi e Bindo Maserati. A trionfare saranno Nando Minoja e Giuseppe Morandi, piloti della fabbrica di casa, la O.M., Officine Meccaniche. Al secondo e al terzo posto ci sono altre due O.M., per un tripudio tutto bresciano. Una corsa che entrerà nella leggenda, così come quell'epico primo finale: alle 6.02 del mattino del 27 marzo in viale Venezia a Brescia, ci sono solo meccanici e addetti ai lavori. Nessuno riteneva possibile percorrere 1600 km in ventuno ore.
La corsa venne ideata come gara unica (non a tappe) e organizzata dal conte Aymo Maggi con l'aiuto di Renzo Castagneto, dotato di ottime capacità organizzative, in risposta alla mancata assegnazione a Brescia, loro città natale, del Gran Premio d'Italia; tutto ciò insieme a Franco Mazzotti primo finanziatore.
Fu scelto un percorso a forma di "otto" da Brescia a Roma e ritorno, su una distanza di circa 1.600 km (corrispondenti a circa mille miglia, da cui il nome). Solo dopo la fine della prima Mille Miglia si decise, visto l'enorme successo, di ripetere la prova negli anni a venire.
Nelle successive edizioni il tracciato fu modificato per tredici volte.
Il 1938 fu segnato da un grave incidente subito dopo Bologna. Una Lancia Aprilia, infatti, uscì di strada e finì sulla folla uccidendo dieci spettatori, tra cui sette bambini. Altre ventitré persone restarono ferite. Le cause dell'incidente non furono mai del tutto chiarite. Ad ogni modo, il capo del governo, Benito Mussolini, decise di non concedere più l'autorizzazione per gare di corsa su strade pubbliche.
Tra il 1941 e il 1946 la corsa non si disputò a causa della partecipazione dell'Italia alla seconda guerra mondiale.
La corsa riprese alle 14.00 del 21 giugno 1947 con la vittoria di Biondetti in coppia con Romano sulla poderosa e potentissima "Alfa Romeo 8C 2900B aspirato berlinetta Touring" in 16 ore 16 minuti e 39 secondi. Ma il record assoluto se lo aggiudicò il famoso pilota inglese Stirling Moss che nel 1955 percorse i 1600 km in 10 ore e 8 minuti, al volante di una Mercedes-Benz 300 SLR numero 722. Si narra che il suo navigatore Denis Jenkinson compì una ricognizione del percorso, annotandone le caratteristiche su un rotolo di carta lungo quattro metri e mezzo che usò per dirigere Moss durante la gara.
Nel 1957 un fatale incidente avvenuto sulla Goitese nei pressi di Guidizzolo (ma nel territorio comunale di Cavriana), in provincia di Mantova, e causato dallo scoppio di uno pneumatico, costò la vita al pilota spagnolo Alfonso de Portago, al navigatore americano Edmund Gurner Nelson, e a nove spettatori, tra i quali erano cinque bambini. La corsa venne definitivamente sospesa. A seguito dell'incidente Enzo Ferrari, costruttore della vettura coinvolta nell'incidente, subì un processo che durò alcuni anni e dal quale uscì assolto.
Dal 1977 la «Mille Miglia» rivive sotto forma di gara di regolarità per auto d'epoca. La partecipazione è limitata alle vetture, prodotte non oltre il 1957, che avevano partecipato alla corsa originale. Il percorso (Brescia-Roma andata e ritorno) è lo stesso della gara originale, così come il punto di partenza/arrivo (allora Viale Rebuffone, oggi Viale Venezia).
mercoledì 25 marzo 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 25 marzo.
Il 25 marzo 1996 l'Unione Europea vieta l'importazione negli altri paesi membri della carne bovina proveniente dal Regno Unito, a causa dell'epidemia di BSE (encefalopatia spongiforme bovina).
Comunemente nota come "morbo della mucca pazza", è una malattia del gruppo delle Encefalopatie Spongiformi Trasmissibili (TSE), o malattie da prioni, che colpisce prevalentemente bovini, ed è causata da un agente infettivo non convenzionale: è ormai generalmente accettato che questo agente infettivo non sia un virus, bensì una proteina modificata rispetto alla forma “non patologica”, definita “prione”.
La malattia prende il nome dalle lesioni encefaliche, che appaiono all’esame microscopico come aree otticamente vuote che ricordano appunto l’aspetto “di spugna”. Gli esami dei tessuti cerebrali delle mucche con la forma conclamata di malattia, mostrano chiaramente la presenza delle tipiche lesioni spongiformi, causate dall’accumulo nei neuroni della forma patologica (PrPsc, acronimo da Prion Protein Scrapie) di una proteina, detta PrPc, fisiologicamente presente nelle cellule nervose bovine come anche in quelle degli altri animali e dell’uomo.
La malattia colpisce maggiormente le mucche da latte, che si ammalano con maggior frequenza all’età di circa 5 anni. Dal punto di vista clinico i sintomi rilevabili sono prevalentemente di tipo neurologico, tra cui prevalgono modificazioni del comportamento, della sensibilità, del movimento. Nella maggior parte dei casi, questi sintomi sono i primi a comparire. La mucca diventa ansiosa, nervosa e aggressiva, sembra intimorirsi dall’avvicinamento dell’uomo e reagisce in modo eccessivo agli stimoli esterni (per esempio durante la mungitura, oppure quando qualcuno si avvicina eccessivamente o in modo improvviso). A questi comportamenti si possono associare sintomi che rivelano un coinvolgimento del sistema nervoso autonomo, come la diminuzione della frequenza di ruminazione e del battito cardiaco, e la caduta della produzione lattea.
Man mano che la malattia progredisce i deficit nella capacità di movimento e nella postura si fanno più accentuati: le mucche tendono a rimanere con la testa abbassata, vanno soggette a tremori involontari e l’andatura si fa barcollante. Incespicano e cadono spesso sulle zampe posteriori, fino a punto in cui non riescono a mantenere la stazione eretta.
La BSE è stata diagnosticata per la prima volta nel Regno Unito nel 1986. Si riteneva fosse una malattia specifica della specie bovina, finché non furono descritte, a partire dal 1990, nuove forme morbose analoghe nel gatto e in alcune specie di felidi e di ruminanti selvatici di giardini zoologici inglesi, alimentati con carni e mangimi con componenti di farine di carne ed ossa di ruminanti. Fin dal 1988 erano stati sollevati sospetti di un legame tra la BSE e la somministrazione di farine animali negli allevamenti bovini inglesi. Sospetti che nello stesso anno sfociarono nella messa al bando ufficiale di questi prodotti dall’alimentazione dei ruminanti del Regno Unito, seguita da analoga decisione comunitaria dal 1994.
Nel Regno Unito si sono contati oltre 190.000 casi di BSE: il picco si è riscontrato nel 1992 con oltre 37.000 nuovi casi, contro i poco più di mille del 2000. A luglio del 2001, nel resto della Comunità Europea sono stati diagnosticati circa 2000 casi di BSE. Attualmente si ritiene che la crisi sia stata innescata dal “riciclaggio” del prione attraverso l’utilizzo di carcasse di bovini affetti da BSE nella produzione di farine di carne ed ossa destinate all’alimentazione animale.
Per quanto riguarda l’origine della malattia fra i bovini, ci sono diverse ipotesi. Il modello accettato dalla maggior parte degli esperti è di tipo multifattoriale: l’aumento della proporzione di farine di carne che venivano usate nella dieta delle bovine da latte, il riciclo delle carcasse infette, nonché le modifiche nella tecnologia di produzione delle farine a partire dal 1981-82, avrebbero innescato e favorito l'amplificazione fra i bovini di un agente raro e non ancora identificato, oppure di un ceppo dell’agente della scrapie delle pecore.
L’attitudine dimostrata dall’agente della BSE al cosiddetto “salto di specie” ha portato nuova apprensione quando, nel 1996, fu descritto il primo caso della cosiddetta nuova variante della malattia di Creutzfeld-Jakob (nvCJD). Dal 1996 ad oggi sono stati segnalati circa 100 casi di nvCJD (picco nel 2000 con 28 casi), di cui 3 soltanto al di fuori del Regno Unito. Oggi è di fatto generalmente accettato che la malattia sia dovuta all’esposizione a materiali specifici a rischio (SRMs), cioè a tessuto nervoso e ad altri tessuti bovini in cui è stata dimostrata la presenza dell’agente.
Oggi, a livello di sanità pubblica, la malattia viene considerata prioritaria per la percezione che l’opinione pubblica europea e mondiale ha avuto ed ha attualmente del problema. Il timore di contrarre una malattia comunque letale (al pari della rabbia, per esempio) può costituire una chiave di lettura per interpretare la profonda crisi e la perdita di fiducia di parte dei consumatori nei confronti della carne bovina. In Italia, nel primo semestre 2001, in seguito all’entrata in vigore delle disposizioni che prevedono i test per BSE su tutti i capi macellati oltre i 24 mesi di vita e alla positività in alcuni di essi, si è assistito a una riduzione notevole del consumo di carni bovine. La crisi BSE si è aggiunta ad altre questioni legate alla più generale problematica della sicurezza alimentare. Al 3 gennaio 2002 secondo il Ministero della Salute sono stati rilevati 49 casi positivi su oltre 455.000 analisi effettuate.
Per quanto riguarda le disposizioni comunitarie per l’adozione di un Sistema di Sorveglianza Permanente, l’Italia è all’avanguardia o comunque al passo con gli altri Stati Membri: è previsto infatti l’esame obbligatorio per tutti i bovini con sintomi, l’effettuazione dei test BSE in laboratori autorizzati delle categorie a rischio, (si testano tutti i morti in stalla e tutti i bovini macellati di età uguale o superiore a 24 mesi). Sembra tuttavia opportuno potenziare gli sforzi per altri due punti espressamente indicati dalla Comunità Europea: l’ottenimento di risultati di Risk Analysis per tutti i potenziali fattori di insorgenza della malattia e la loro evoluzione nel tempo e l’implementazione di un programma di formazione destinato a veterinari, allevatori, ed altre categorie di operatori allo scopo di incoraggiare la segnalazione di casi clinici sospetti.
Nell'ottobre del 2005 il Comitato veterinario della l'UE pone fine al bando che, da marzo 2001, vietava il consumo della bistecca con l'osso. La "fiorentina" torna sul tavolo degli Italiani.
Il 25 marzo 1996 l'Unione Europea vieta l'importazione negli altri paesi membri della carne bovina proveniente dal Regno Unito, a causa dell'epidemia di BSE (encefalopatia spongiforme bovina).
Comunemente nota come "morbo della mucca pazza", è una malattia del gruppo delle Encefalopatie Spongiformi Trasmissibili (TSE), o malattie da prioni, che colpisce prevalentemente bovini, ed è causata da un agente infettivo non convenzionale: è ormai generalmente accettato che questo agente infettivo non sia un virus, bensì una proteina modificata rispetto alla forma “non patologica”, definita “prione”.
La malattia prende il nome dalle lesioni encefaliche, che appaiono all’esame microscopico come aree otticamente vuote che ricordano appunto l’aspetto “di spugna”. Gli esami dei tessuti cerebrali delle mucche con la forma conclamata di malattia, mostrano chiaramente la presenza delle tipiche lesioni spongiformi, causate dall’accumulo nei neuroni della forma patologica (PrPsc, acronimo da Prion Protein Scrapie) di una proteina, detta PrPc, fisiologicamente presente nelle cellule nervose bovine come anche in quelle degli altri animali e dell’uomo.
La malattia colpisce maggiormente le mucche da latte, che si ammalano con maggior frequenza all’età di circa 5 anni. Dal punto di vista clinico i sintomi rilevabili sono prevalentemente di tipo neurologico, tra cui prevalgono modificazioni del comportamento, della sensibilità, del movimento. Nella maggior parte dei casi, questi sintomi sono i primi a comparire. La mucca diventa ansiosa, nervosa e aggressiva, sembra intimorirsi dall’avvicinamento dell’uomo e reagisce in modo eccessivo agli stimoli esterni (per esempio durante la mungitura, oppure quando qualcuno si avvicina eccessivamente o in modo improvviso). A questi comportamenti si possono associare sintomi che rivelano un coinvolgimento del sistema nervoso autonomo, come la diminuzione della frequenza di ruminazione e del battito cardiaco, e la caduta della produzione lattea.
Man mano che la malattia progredisce i deficit nella capacità di movimento e nella postura si fanno più accentuati: le mucche tendono a rimanere con la testa abbassata, vanno soggette a tremori involontari e l’andatura si fa barcollante. Incespicano e cadono spesso sulle zampe posteriori, fino a punto in cui non riescono a mantenere la stazione eretta.
La BSE è stata diagnosticata per la prima volta nel Regno Unito nel 1986. Si riteneva fosse una malattia specifica della specie bovina, finché non furono descritte, a partire dal 1990, nuove forme morbose analoghe nel gatto e in alcune specie di felidi e di ruminanti selvatici di giardini zoologici inglesi, alimentati con carni e mangimi con componenti di farine di carne ed ossa di ruminanti. Fin dal 1988 erano stati sollevati sospetti di un legame tra la BSE e la somministrazione di farine animali negli allevamenti bovini inglesi. Sospetti che nello stesso anno sfociarono nella messa al bando ufficiale di questi prodotti dall’alimentazione dei ruminanti del Regno Unito, seguita da analoga decisione comunitaria dal 1994.
Nel Regno Unito si sono contati oltre 190.000 casi di BSE: il picco si è riscontrato nel 1992 con oltre 37.000 nuovi casi, contro i poco più di mille del 2000. A luglio del 2001, nel resto della Comunità Europea sono stati diagnosticati circa 2000 casi di BSE. Attualmente si ritiene che la crisi sia stata innescata dal “riciclaggio” del prione attraverso l’utilizzo di carcasse di bovini affetti da BSE nella produzione di farine di carne ed ossa destinate all’alimentazione animale.
Per quanto riguarda l’origine della malattia fra i bovini, ci sono diverse ipotesi. Il modello accettato dalla maggior parte degli esperti è di tipo multifattoriale: l’aumento della proporzione di farine di carne che venivano usate nella dieta delle bovine da latte, il riciclo delle carcasse infette, nonché le modifiche nella tecnologia di produzione delle farine a partire dal 1981-82, avrebbero innescato e favorito l'amplificazione fra i bovini di un agente raro e non ancora identificato, oppure di un ceppo dell’agente della scrapie delle pecore.
L’attitudine dimostrata dall’agente della BSE al cosiddetto “salto di specie” ha portato nuova apprensione quando, nel 1996, fu descritto il primo caso della cosiddetta nuova variante della malattia di Creutzfeld-Jakob (nvCJD). Dal 1996 ad oggi sono stati segnalati circa 100 casi di nvCJD (picco nel 2000 con 28 casi), di cui 3 soltanto al di fuori del Regno Unito. Oggi è di fatto generalmente accettato che la malattia sia dovuta all’esposizione a materiali specifici a rischio (SRMs), cioè a tessuto nervoso e ad altri tessuti bovini in cui è stata dimostrata la presenza dell’agente.
Oggi, a livello di sanità pubblica, la malattia viene considerata prioritaria per la percezione che l’opinione pubblica europea e mondiale ha avuto ed ha attualmente del problema. Il timore di contrarre una malattia comunque letale (al pari della rabbia, per esempio) può costituire una chiave di lettura per interpretare la profonda crisi e la perdita di fiducia di parte dei consumatori nei confronti della carne bovina. In Italia, nel primo semestre 2001, in seguito all’entrata in vigore delle disposizioni che prevedono i test per BSE su tutti i capi macellati oltre i 24 mesi di vita e alla positività in alcuni di essi, si è assistito a una riduzione notevole del consumo di carni bovine. La crisi BSE si è aggiunta ad altre questioni legate alla più generale problematica della sicurezza alimentare. Al 3 gennaio 2002 secondo il Ministero della Salute sono stati rilevati 49 casi positivi su oltre 455.000 analisi effettuate.
Per quanto riguarda le disposizioni comunitarie per l’adozione di un Sistema di Sorveglianza Permanente, l’Italia è all’avanguardia o comunque al passo con gli altri Stati Membri: è previsto infatti l’esame obbligatorio per tutti i bovini con sintomi, l’effettuazione dei test BSE in laboratori autorizzati delle categorie a rischio, (si testano tutti i morti in stalla e tutti i bovini macellati di età uguale o superiore a 24 mesi). Sembra tuttavia opportuno potenziare gli sforzi per altri due punti espressamente indicati dalla Comunità Europea: l’ottenimento di risultati di Risk Analysis per tutti i potenziali fattori di insorgenza della malattia e la loro evoluzione nel tempo e l’implementazione di un programma di formazione destinato a veterinari, allevatori, ed altre categorie di operatori allo scopo di incoraggiare la segnalazione di casi clinici sospetti.
Nell'ottobre del 2005 il Comitato veterinario della l'UE pone fine al bando che, da marzo 2001, vietava il consumo della bistecca con l'osso. La "fiorentina" torna sul tavolo degli Italiani.
martedì 24 marzo 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 24 marzo.
Il 24 marzo 1999, un camion che trasporta farina e margarina si incendia dentro al tunnel del Monte Bianco.
Fin dalle prime immagini televisive del Telegiornale delle 13, si comprendeva che si trattava di una vera e propria tragedia e non di un semplice incidente; nei primi telegiornali il telecronista, pur evidenziando le enormi difficoltà che incontravano i soccorsi ad entrare per la grande potenza con cui si era in pochi minuti sviluppato l'incendio, riferiva che, sulla base delle prime stime, si prevedeva che solo tre o quattro veicoli fossero rimasti intrappolati tra le fiamme. Purtroppo, man mano che le ore passavano il bilancio diventava sempre più preciso e i bollettini della mattina del 25 marzo riferivano di una trentina di veicoli intrappolati tra le fiamme e di decine di morti. Successivamente, quando dopo oltre trenta ore si riuscì a domare l'incendio ed i soccorritori poterono avvicinarsi ai veicoli incendiati, il bilancio fu definitivo: 39 morti, di cui 37 utenti e 2 soccorritori: il capo squadra dei VV.F. francesi (comandante Tosello) ed il motociclista della Società italiana del traforo (Tinazzi).
Dopo questi drammatici avvenimenti, il tunnel restò chiuso per tre anni e riaperto unicamente per le automobili il 9 marzo 2002, dopo lunghi lavori di riparazione e ristrutturazione (la volta, fortemente danneggiata, è stata completamente rifatta). Questi sono stati i principali interventi adottati dopo il rogo:
La creazione di nicchie ogni cento metri.
Un posto di soccorso è stato costruito nel centro del tunnel, con un veicolo attrezzato allo spegnimento delle fiamme e un gruppo di pompieri presenti in permanenza sul posto.
Costruzione di rifugi collegati ad una galleria d'evacuazione indipendente (sotto la carreggiata).
Costruzione di una sala di comando unica.
Le regole di utilizzo del tunnel sono state cambiate con l'unificazione delle due società concessionarie sotto una unica società, la GEIE-TMB. Sono stati costituiti dei gruppi di lavoro comuni italo-francesi per assicurare la gestione corrente e la sicurezza. È stata interdetta la circolazione ai mezzi che trasportano materiali pericolosi e ai veicoli inquinanti (dal peso superiore alle 3,5 tonnellate e euro 0); la velocità è stata notevolmente ridotta e la distanza di sicurezza tra i veicoli aumentata (150 m tra i veicoli in movimento e 100 m tra i veicoli fermi).
l tribunale di Bonneville (Alta Savoia) il 27 luglio 2005 ha emesso una prima sentenza. A conclusione di una lunga istruttoria, il giudice ha considerato che "la catastrofe poteva essere evitata".
Gerard Roncoli, il capo della sicurezza di competenza francese, è stato condannato a trenta mesi di prigione (con la condizionale).
Gilbert Degrave, l'autista del camion che ha originato l'incendio, è stato condannato a quattro mesi di prigione (con la condizionale)
Michel Charlet, il sindaco di Chamonix, è stato condannato a sei mesi di prigione e a 1.500,00 Euro d'ammenda.
Ogni anno il 23 marzo molti motociclisti si riuniscono all'ingresso del tunnel, per ricordare Pierlucio Tinazzi detto "Spadino", addetto alla sicurezza della TmB, che grazie alla sua moto ed al suo coraggio riusci a salvare dal rogo molte vite, ma sfortunatamente entrato nel tunnel l'ultima volta per salvare un camionista, perse la vita sopraffatto dalle fiamme.
Il 24 marzo 1999, un camion che trasporta farina e margarina si incendia dentro al tunnel del Monte Bianco.
Fin dalle prime immagini televisive del Telegiornale delle 13, si comprendeva che si trattava di una vera e propria tragedia e non di un semplice incidente; nei primi telegiornali il telecronista, pur evidenziando le enormi difficoltà che incontravano i soccorsi ad entrare per la grande potenza con cui si era in pochi minuti sviluppato l'incendio, riferiva che, sulla base delle prime stime, si prevedeva che solo tre o quattro veicoli fossero rimasti intrappolati tra le fiamme. Purtroppo, man mano che le ore passavano il bilancio diventava sempre più preciso e i bollettini della mattina del 25 marzo riferivano di una trentina di veicoli intrappolati tra le fiamme e di decine di morti. Successivamente, quando dopo oltre trenta ore si riuscì a domare l'incendio ed i soccorritori poterono avvicinarsi ai veicoli incendiati, il bilancio fu definitivo: 39 morti, di cui 37 utenti e 2 soccorritori: il capo squadra dei VV.F. francesi (comandante Tosello) ed il motociclista della Società italiana del traforo (Tinazzi).
Dopo questi drammatici avvenimenti, il tunnel restò chiuso per tre anni e riaperto unicamente per le automobili il 9 marzo 2002, dopo lunghi lavori di riparazione e ristrutturazione (la volta, fortemente danneggiata, è stata completamente rifatta). Questi sono stati i principali interventi adottati dopo il rogo:
La creazione di nicchie ogni cento metri.
Un posto di soccorso è stato costruito nel centro del tunnel, con un veicolo attrezzato allo spegnimento delle fiamme e un gruppo di pompieri presenti in permanenza sul posto.
Costruzione di rifugi collegati ad una galleria d'evacuazione indipendente (sotto la carreggiata).
Costruzione di una sala di comando unica.
Le regole di utilizzo del tunnel sono state cambiate con l'unificazione delle due società concessionarie sotto una unica società, la GEIE-TMB. Sono stati costituiti dei gruppi di lavoro comuni italo-francesi per assicurare la gestione corrente e la sicurezza. È stata interdetta la circolazione ai mezzi che trasportano materiali pericolosi e ai veicoli inquinanti (dal peso superiore alle 3,5 tonnellate e euro 0); la velocità è stata notevolmente ridotta e la distanza di sicurezza tra i veicoli aumentata (150 m tra i veicoli in movimento e 100 m tra i veicoli fermi).
l tribunale di Bonneville (Alta Savoia) il 27 luglio 2005 ha emesso una prima sentenza. A conclusione di una lunga istruttoria, il giudice ha considerato che "la catastrofe poteva essere evitata".
Gerard Roncoli, il capo della sicurezza di competenza francese, è stato condannato a trenta mesi di prigione (con la condizionale).
Gilbert Degrave, l'autista del camion che ha originato l'incendio, è stato condannato a quattro mesi di prigione (con la condizionale)
Michel Charlet, il sindaco di Chamonix, è stato condannato a sei mesi di prigione e a 1.500,00 Euro d'ammenda.
Ogni anno il 23 marzo molti motociclisti si riuniscono all'ingresso del tunnel, per ricordare Pierlucio Tinazzi detto "Spadino", addetto alla sicurezza della TmB, che grazie alla sua moto ed al suo coraggio riusci a salvare dal rogo molte vite, ma sfortunatamente entrato nel tunnel l'ultima volta per salvare un camionista, perse la vita sopraffatto dalle fiamme.
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