Buongiorno, oggi è il 16 febbraio.
Il 16 febbraio 1907 muore a Bologna Giosuè Carducci.
Giosue Carducci nasce il 27 luglio 1835 a Valdicastello, in Toscana. Il padre è un medico dal carattere impetuoso, costretto a cambiare più volte residenza soprattutto a causa delle sue idee politiche liberali., la mamma è una donna di grande equilibrio e dignità.
L'infanzia di Carducci si svolge principalmente in Maremma, nella campagna di Bolgheri. Da subito, Giosue manifesta una spiccata propensione per gli studi, in questo incoraggiato dal padre. Nel 1855 si laurea in Lettere e Filosofia alla Normale di Pisa. Nel 1857 lo colpisce il primo significativo lutto familiare: il fratello Dante, che conduceva una vita oziosa, si suicida; nel 1858 gli muore il padre; nel 1859 sposa Elvira Menicucci, conosciuta quando Giosue era ancora quattordicenne.
Nel 1860, in seguito alla rinuncia di Giovanni Prati, ottiene la cattedra di Italiano all'Università di Bologna. Insegna con impegno e brillantezza.
Nel 1870 lo colpiscono altri due lutti: muore l'amata madre e il figlioletto Dante, di tre anni, cui il poeta dedica la lirica Pianto antico.
Nel 1871 imbastisce una tempestosa relazione amorosa con Carolina Cristofori Piva, non nascondendo l'infatuazione nemmeno ai familiari. Il 1876 lo vede deputato di fresca nomina.
In seguito conoscerà l'amicizia di Annie Vivanti, una giovane poetessa, che gli rallegrerà e vivacizzerà la vita.
Gabriele D’Annunzio, studente di liceo, gli scrive una lettera nella quale riconosce una scintilla nuova nella poetica del Maestro:
«Illustre signore, quando ne le passate sere d’inverno leggevo avidamente i suoi bei versi, e gli ammiravo dal profondo dell’animo e sentivo il cuore battermi forte di affetti nuovi e liberi, mi venne mille volte il desiderio di scriverle una letterina in cui si racchiudessero tutti questi sentimenti e questi palpiti giovanili… Io voglio seguire le sue orme: voglio anch’io combattere coraggiosamente per questa scuola che chiamano nuova… anch’io mi sento nel cervello una scintilla di genio battagliero, che mi scuote tutte le fibre, e mi mette nell’anima una smania tormentosa di gloria e di pugne…»
Nel 1885 una paralisi gli colpisce l'emisoma destro. Soffre anche di vertigini e di esaurimento nervoso. Soggiorna per diverse estati, a scopo terapeutico, in numerose località alpine. Eletto senatore nel 1890, si impegna per migliorare l'istruzione del popolo. Nel 1898 viene colpito da un secondo attacco di paralisi. Lascia a malincuore l'insegnamento. Nel 1906 ottiene il premio Nobel per la letteratura. Muore il 16 febbraio 1907 in seguito alla complicanza broncopolmonare di un'influenza, curato dall'allora famosissimo clinico Augusto Murri e circondato dall'affetto dei familiari.
Con Carducci si ebbe una reazione al tardo romanticismo (Prati, Aleardi) avversato anche dagli Scapigliati.
In particolare la sua reazione vide il ritorno ai classici e la ricerca di una lingua che avesse dignità letteraria.
Il sentimento della vita, con i suoi valori di gloria, amore, bellezza ed eroismo, è senza dubbio la maggior fonte d'ispirazione del poeta, ma accanto a questo tema, non meno importante è quello del paesaggio.
Un altro grande tema dell'arte carducciano è quello della memoria che non fa disdegnare al poeta vate la nostalgia delle speranze deluse e il sentimento di tutto quello che non c'è più, anche se tutto viene accettato come forma della vita stessa.
La costruzione della poesia del Carducci fu di ampio respiro, spesso impetuosa e drammatica, espressa in una lingua aulica senza essere sfarzosa o troppo evidenziata. Carducci sentì vivamente il clima di fermo impegno morale del Risorgimento e volle, in un momento di crisi di valori, far rinascere quella forza interiore che aveva animato le generazioni del primo Ottocento. La ricostruzione storica per i romantici era pretesto di esortazione all'azione, mentre per lui è solo ripensamento nostalgico di un tempo eroico che ormai non c'è più (per esempio esalta la civiltà romana in "Dinanzi alle terme di Caracalla" o gli ideali del libero Comune medievale in "Comune rustico". In "Nell'annuale della fondazione di Roma" mostra il suo spirito retorico, come nel verso "cantici di gloria di gloria correran per l'infinito azzurro"). Carducci manifesta anche la concezione della nemesi storica, secondo cui le colpe dei tiranni sono scontate dai discendenti anche più lontani ("Per la morte di Napoleone Eugenio; "Miramar"). Nelle "Rime Nuove" egli contempla la natura che gli appare ora irta e selvaggia ("Traversando la Maremma toscana"), ora dolcemente malinconica poiché è testimone di un tempo felice oramai trascorso ("Nostalgia"), ora luminosa e piena di forza e serenità ("Santa Maria degli Angeli").
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lunedì 16 febbraio 2026
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domenica 15 febbraio 2026
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Buongiorno, oggi è il 15 febbraio.
Il 15 febbraio 1936 si concluse, nei pressi di Amba Aradam, un villaggio etiope a 100 km da Addis Abeba, una cruenta battaglia tra le truppe italiane comandate da Pietro Badoglio, e quelle locali guidate dal Ras Mulugeta.
Alle 8.00 del mattino del 10 febbraio, Badoglio lanciò il primo attacco della Battaglia di Amba Aradam. L'esercito era composto da soldati regolari e da volontari delle camice nere, mentre gli ascari formavano la riserva. Il I e III corpo italiani si spostarono sulla piana di Calamino e quando calò la notte entrambi i corpi si accamparono lungo le rive del fiume Gabat.
Badoglio aveva avuto una formazione come generale d'artiglieria e come tale era fortemente intenzionato a promuovere l'utilizzo di questa arma. Il suo quartiere generale fungeva poi anche da posto di osservazione della battaglia e da luogo di partenza degli aerei mandati in ricognizione sul fronte ogni cinque minuti. Questi aerei identificarono le posizioni delle forze etiopi per gli artiglieri italiani.
Gli aerei italiani, inoltre, mapparono l'area attorno all'Amba Aradam e scoprirono le varie debolezze delle difese di Ras Mulugeta. Fotografie aeree mostrarono che l'attacco dal piano di Antalo a sud dell'Ambaradam sarebbe stato il migliore. Badoglio, pertanto, decise di accerchiare l'Amba Aradam e di attaccare Mulugeta dal retro così da forzare le sue truppe a spostarsi verso il piano di Antalo dove sarebbero state distrutte dai restanti corpi d'armata italiani.
L'11 febbraio la 4^ divisione camice nere e la 5^ divisione alpina Pusteria del III corpo avanzarono da Gabat presso la parte ovest dell'Amba Aradam. Nello stesso tempo, il I corpo si mosse a est del monte. Troppo tardi il Ras Mulugeta realizzò il piano degli italiani per accerchiare le sue posizioni.
Al mezzogiorno del 12 febbraio, gran parte delle forze etiopi scese dal fianco occidentale dell'Amba Aradam e attaccò la divisione camice nere le quali vennero in gran parte distrutte, ma così non fu per la divisione alpina Pusteria che continuò l'avanzata verso Antalo. I continui bombardamenti d'aria e d'artiglieria da parte degli italiani, provarono duramente le posizioni dei nemici.
Alla sera del 14 febbraio, gli italiani avevano raggiunto le posizioni desiderate e si raggrupparono con l'artiglieria per l'assalto finale.
Dalla mattina del 15 febbraio, sotto la copertura dell'oscurità e di una densa nebbia, gli italiani completarono l'accerchiamento della montagna. Quando giunse la luce del giorno e le dense nubi si diradarono, gli etiopi decisero di attaccare nuovamente ma senza successo. Al calar della sera la battaglia poteva dirsi conclusa.
La vittoria italiana diede il via alla campagna che portò poi alla conquista di Addis Abeba, e fu celebrata da Mussolini dando a diverse vie di città italiane il nome "via dell'Amba Aradam", tra cui la più famosa è certamente a Roma, grazie alla sede dell'Inps sita al civico 5.
Da questa battaglia cruenta e confusa inoltre è nato il termine, divenuto popolare in Italia negli anni precedenti la seconda guerra mondiale, AMBARADAN, atto ad indicare un insieme disordinato e confuso di elementi.
Il 15 febbraio 1936 si concluse, nei pressi di Amba Aradam, un villaggio etiope a 100 km da Addis Abeba, una cruenta battaglia tra le truppe italiane comandate da Pietro Badoglio, e quelle locali guidate dal Ras Mulugeta.
Alle 8.00 del mattino del 10 febbraio, Badoglio lanciò il primo attacco della Battaglia di Amba Aradam. L'esercito era composto da soldati regolari e da volontari delle camice nere, mentre gli ascari formavano la riserva. Il I e III corpo italiani si spostarono sulla piana di Calamino e quando calò la notte entrambi i corpi si accamparono lungo le rive del fiume Gabat.
Badoglio aveva avuto una formazione come generale d'artiglieria e come tale era fortemente intenzionato a promuovere l'utilizzo di questa arma. Il suo quartiere generale fungeva poi anche da posto di osservazione della battaglia e da luogo di partenza degli aerei mandati in ricognizione sul fronte ogni cinque minuti. Questi aerei identificarono le posizioni delle forze etiopi per gli artiglieri italiani.
Gli aerei italiani, inoltre, mapparono l'area attorno all'Amba Aradam e scoprirono le varie debolezze delle difese di Ras Mulugeta. Fotografie aeree mostrarono che l'attacco dal piano di Antalo a sud dell'Ambaradam sarebbe stato il migliore. Badoglio, pertanto, decise di accerchiare l'Amba Aradam e di attaccare Mulugeta dal retro così da forzare le sue truppe a spostarsi verso il piano di Antalo dove sarebbero state distrutte dai restanti corpi d'armata italiani.
L'11 febbraio la 4^ divisione camice nere e la 5^ divisione alpina Pusteria del III corpo avanzarono da Gabat presso la parte ovest dell'Amba Aradam. Nello stesso tempo, il I corpo si mosse a est del monte. Troppo tardi il Ras Mulugeta realizzò il piano degli italiani per accerchiare le sue posizioni.
Al mezzogiorno del 12 febbraio, gran parte delle forze etiopi scese dal fianco occidentale dell'Amba Aradam e attaccò la divisione camice nere le quali vennero in gran parte distrutte, ma così non fu per la divisione alpina Pusteria che continuò l'avanzata verso Antalo. I continui bombardamenti d'aria e d'artiglieria da parte degli italiani, provarono duramente le posizioni dei nemici.
Alla sera del 14 febbraio, gli italiani avevano raggiunto le posizioni desiderate e si raggrupparono con l'artiglieria per l'assalto finale.
Dalla mattina del 15 febbraio, sotto la copertura dell'oscurità e di una densa nebbia, gli italiani completarono l'accerchiamento della montagna. Quando giunse la luce del giorno e le dense nubi si diradarono, gli etiopi decisero di attaccare nuovamente ma senza successo. Al calar della sera la battaglia poteva dirsi conclusa.
La vittoria italiana diede il via alla campagna che portò poi alla conquista di Addis Abeba, e fu celebrata da Mussolini dando a diverse vie di città italiane il nome "via dell'Amba Aradam", tra cui la più famosa è certamente a Roma, grazie alla sede dell'Inps sita al civico 5.
Da questa battaglia cruenta e confusa inoltre è nato il termine, divenuto popolare in Italia negli anni precedenti la seconda guerra mondiale, AMBARADAN, atto ad indicare un insieme disordinato e confuso di elementi.
sabato 14 febbraio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 14 febbraio.
Il 14 febbraio 1929 avvenne a Chicago uno dei più cruenti regolamenti di conti della storia della malavita.
Chicago è contesa tra la banda degli italo americani di Al Capone e quella degli irlandesi di Bugs Moran per la gestione dei traffici illeciti.
Sarà Sam Giancana, autista e uomo di fiducia di Al Capone, a dirigere l’operazione, tanto semplice e geniale quanto spietata e raccapricciante. Come data viene scelta il 14 febbraio, giorno nel quale Capone si trova a Miami, convocato da un giudice federale per un interrogatorio. Quale giorno migliore per un alibi di ferro? Gli uomini di Capone si presentano da quelli di Bugs travestiti da poliziotti. Colti di sorpresa, questi ultimi si lasciano disarmare e portare via. Ma la destinazione che li attende non è una caserma, bensì un garage, dove vengono uccisi a colpi di mitragliatore. Almeno cinquanta colpi sparati per ogni corpo.
Per molti anni l’alibi di Al Capone regge, anche perché i pochi testimoni della scena hanno visto dei poliziotti aggirarsi sul luogo della strage, e la tesi sposata fu a lungo quella di un’esecuzione di poliziotti corrotti che volevano mettere a tacere testimoni che sapevano troppo.
Solo 40 anni dopo un vecchio gangster, Alphonse Karpis, fece luce sui fatti.
Bugsy Moran fu il solo superstite, una vittima gli somigliava moltissimo e probabilmente fu uccisa al posto suo. Fuggì e sparì per sempre. Al Capone rimase unico e incontrastato padrone di Chicago molto a lungo, e stipendiava personalmente persino la polizia locale.
Da questa vicenda fu tratto un film, il massacro del giorno di San Valentino, diretto da Roger Corman nel 67, in cui uno sconosciuto Jack Nicholson (la fama venne 2 anni più tardi con Easy Rider) fa da comparsa in una piccola scena mentre scarica merci da un'auto.
Questo episodio inoltre fa da pretesto all'evolversi della storia di "A qualcuno piace caldo", diretto da BIlly Wilder del 59, uno dei più famosi e divertenti film di Marylin Monroe, con la esilarante coppia Tony Curtis e Jack Lemmon.
Il 14 febbraio 1929 avvenne a Chicago uno dei più cruenti regolamenti di conti della storia della malavita.
Chicago è contesa tra la banda degli italo americani di Al Capone e quella degli irlandesi di Bugs Moran per la gestione dei traffici illeciti.
Sarà Sam Giancana, autista e uomo di fiducia di Al Capone, a dirigere l’operazione, tanto semplice e geniale quanto spietata e raccapricciante. Come data viene scelta il 14 febbraio, giorno nel quale Capone si trova a Miami, convocato da un giudice federale per un interrogatorio. Quale giorno migliore per un alibi di ferro? Gli uomini di Capone si presentano da quelli di Bugs travestiti da poliziotti. Colti di sorpresa, questi ultimi si lasciano disarmare e portare via. Ma la destinazione che li attende non è una caserma, bensì un garage, dove vengono uccisi a colpi di mitragliatore. Almeno cinquanta colpi sparati per ogni corpo.
Per molti anni l’alibi di Al Capone regge, anche perché i pochi testimoni della scena hanno visto dei poliziotti aggirarsi sul luogo della strage, e la tesi sposata fu a lungo quella di un’esecuzione di poliziotti corrotti che volevano mettere a tacere testimoni che sapevano troppo.
Solo 40 anni dopo un vecchio gangster, Alphonse Karpis, fece luce sui fatti.
Bugsy Moran fu il solo superstite, una vittima gli somigliava moltissimo e probabilmente fu uccisa al posto suo. Fuggì e sparì per sempre. Al Capone rimase unico e incontrastato padrone di Chicago molto a lungo, e stipendiava personalmente persino la polizia locale.
Da questa vicenda fu tratto un film, il massacro del giorno di San Valentino, diretto da Roger Corman nel 67, in cui uno sconosciuto Jack Nicholson (la fama venne 2 anni più tardi con Easy Rider) fa da comparsa in una piccola scena mentre scarica merci da un'auto.
Questo episodio inoltre fa da pretesto all'evolversi della storia di "A qualcuno piace caldo", diretto da BIlly Wilder del 59, uno dei più famosi e divertenti film di Marylin Monroe, con la esilarante coppia Tony Curtis e Jack Lemmon.
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venerdì 13 febbraio 2026
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Buongiorno, oggi è il 13 febbraio.
Il 13 febbraio 1503, nei pressi di Trani, 13 cavalieri italiani e francesi si sfidarono in una tenzone, passata ai posteri come la disfida di Barletta.
Nei primi anni del 500 l'Italia era debole, e le potenze europee del tempo, Francia e Spagna, si spartirono a tavolino il sud della penisola, ancor prima di iniziare l'invasione: ai primi sarebbe toccato conquistare Napoli, gli Abruzzi e Terra di Lavoro, facendo così diventare Luigi XII il nuovo Re di Napoli; gli spagnoli, invece, avrebbero dominato su Puglia e Calabria, con Ferdinando d’Aragona ad assumere il ruolo di Duca delle due Regioni. Era il 1501, e questo accordo segreto fu siglato a Granada.
Iniziate le operazioni di effettiva conquista sul territorio italiano, i due eserciti si ritrovarono molto presto l’uno contro l’altro. Motivo della contesa: la conquista della Capitanata, cioè della regione di territorio della Puglia del Nord. Diversi furono gli scontri tra gli spagnoli, guidati dal "Gran Capitano", Consalvo da Cordova, e i francesi, guidati dal Vice Re di Luigi XII, Luigi d’Armagnac, Duca di Nemours. Gli spagnoli, di stanza a Barletta, ebbero la meglio sui francesi, in uno degli scontri, soprattutto grazie all’aiuto degli italiani mandati a rinforzo determinante dal principe Fabrizio Colonna.
Molti soldati francesi perirono, molti altri furono fatti prigionieri e tratti in arresto presso Barletta, e tra questi c'era anche Monsignor Guy de La Motte. Il rispetto per il nemico sconfitto indusse il "Gran Capitano" Consalvo da Cordova a trattare gli sconfitti con riguardo e cortesia allora sconosciute, tanto da giungere a far pasteggiare i francesi nello stesso luogo dei vincitori, annullando la distanza fra vincitori e vinti.
In un giorno del 1503, il 20 Gennaio, avvenne quanto poi sarebbe passato alla storia: scorreva vino a riscaldare gli animi già focosi dei cavalieri, radunati nella "Cantina di Veleno", dal nome dell'oste che la gestiva. Diego de Mendoza, comandante del gruppo vittorioso sui francesi, aveva voluto radunare alcuni uomini di entrambe le parti presso la Cantina, allora nota come la migliore della zona; un'adunanza pacifica nelle intenzioni, ma inevitabilmente, la conversazione quella sera cadde sullo scontro che si era avuto e Diego de Mendoza non si trattenne dall’elogiare il coraggio e il valore sul campo degli italiani.
Il Mendoza aveva colpito nel segno e, galeotto il generoso e fortissimo vino pugliese, tanto bastò perché il de La Motte si riscaldasse sino ad offendere l’onore degli italiani, definendoli "senza fede, vili soldati e traditori!".
L'onore delle terre del Sud, già prede facili dei conquistatori, adesso era stato macchiato ben oltre ogni sopportazione.
Un convitato spagnolo, il cavaliere Inigo Lopez de Ayala, rispose immediatamente all’oltraggio, lanciando la sfida: "Per giudicare si avessero a misurare tanti italiani con tanti francesi". E così fu.
L’onore italiano, per essere riscattato, richiedeva che l’offesa fosse pagata con le armi. Si stabilì che Ettore Fieramosca, cavaliere di Capua, sarebbe stato a capo dell’impresa. Il giorno sarebbe stato il 13 Febbraio e i cavalieri, inizialmente 11, divennero 13 su richiesta di La Motte. Il confronto si sarebbe svolto in campo neutrale e i vincitori avrebbero preso armi e cavalli dei vinti. Furono stabiliti anche il numero degli ostaggi e dei giudici di campo e le regole del combattimento.
Araldi a cavallo, per le contrade, annunciavano la sfida del 13 Febbraio, tra squilli di trombe e rulli di tamburi. Così narra Massimo D’Azeglio, nell'800, quale cronista tardivo dei fatti dell'epoca: "I Principi Prospero e Fabrizio Colonna sostengono, con buona licenza, che detto Messer Guy de La Motte ha sfrontatamente mentito, così come mentirà, se ogni qualvolta ripetesse una tale affermazione. Per questo hanno chiesto che il duca di Nemours, Luigi d’Armagnac, si compiaccia concedere campo aperto per il combattimento ad oltranza tra i nostri ed i suoi in pari numero. La Disfida avrà luogo domani nelle ore pomeridiane".
Sul luogo del combattimento, tra Andria e Corato, gli italiani, dopo aver giurato nella sacralità della Cattedrale di Barletta fedeltà al loro Capitano, attesero ansiosi il nemico in ritardo, animati da spirito di vendetta e amor patrio per l’orgoglio ferito.
Era tardo pomeriggio quando le due squadre si schierarono l’una contro l’altra, sui lati opposti del campo, mentre si scambiarono i saluti di rito e venne dato il segnale della battaglia. Al terzo squillo di tromba il combattimento iniziò, armato e violento: non una simulazione, ma una lotta per la vita, in nome dell'onore, quando l'onore ancora era qualcosa per cui contava vivere, e quindi morire.
Sbalzati dalla sella, gli italiani Miale da Troia e Capoccio Romano, non si diedero per vinti. Il secondo, raccolte le armi e le forze, si rialzò e fomentò i cavalli francesi provocando la caduta dei rispettivi cavalieri. Miale da Troia, invece, morì. Ettore Fieramosca si accanì contro La Motte, disarcionandolo subito. Per correttezza e per lottare ad armi pari, rinunciò al vantaggio della cavalcatura e scese anch’egli da cavallo: il combattimento si risolse in un corpo a corpo tra i due. A La Motte non restò che arrendersi molto presto, letteralmente sovrastato dalla forza e dalla volontà di Fieramosca, il quale non uccise il francese, ma attese la pronuncia della fatidica frase "Mi arrendo!" Fu così che "...quei tredici imprudenti furono vinti da armi leali".
Gli italiani, guidati da Ettore Fieramosca, si diressero alla volta di Barletta in un corteo trionfale, ed una volta in paese, con suoni di campane e colpi esplosi da trombonieri si festeggiò l’orgoglio italiano riscattato dopo l’affronto subito. All'epoca, qualcuno descrisse i festeggiamenti dicendo: "Li fuochi per le strade, li lumi per ciascuna finestra, le musiche di variati suoni, e canti, che per quella notte fur esercitati, non se potrian per umana lingua narrare a compimento".
La festa per la macchia dilavata segnò indelebilmente Barletta, la sua storia, e quella dell'intera nazione.
Verso i primi anni trenta del secolo scorso, vi fu una dura polemica sul luogo in cui erigere un nuovo monumento in ricordo della Disfida, che si trasformò in una lotta sul nome stesso della disfida.
Nell'ottobre 1931, l'avvocato di Trani Assunto Gioia pubblicò un opuscolo nel quale riteneva che la disfida avrebbe dovuto prendere il nome da Trani e non da Barletta, essendo stata combattuta in territorio tranese. Il 28 ottobre, il sottosegretario Sergio Panunzio pubblicò un articolo sulla Gazzetta del Mezzogiorno, nel quale manifestò ampio sostegno alla tesi di Gioia. Fra il 2 e il 3 novembre, risposero Salvatore Santeramo su Il Popolo di Roma e Arturo Boccassini, la cui lettera fu rifiutata dalla Gazzetta del Mezzogiorno per motivi politici e che fu pubblicata sotto forma di opuscolo.
Nella contesa si inserì anche Bari, dove il 3 novembre venne fondato un Comitato per far sì che il capoluogo pugliese diventasse sede del nuovo monumento alla Disfida. Nel Comitato, figuravano vari alti esponenti del Partito Nazionale Fascista come l'allora Capo della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale Attilio Teruzzi, il Ministro dei Lavori Pubblici Araldo di Crollalanza e il vicesegretario del PNF Achille Starace.
La notizia della costituzione del comitato barese generò forti contestazioni a Barletta: un gruppo di manifestanti entrò nel comune e prelevò a forza il bozzetto in gesso del monumento, portandolo in mezzo alla piazza e depositandolo su un improvvisato piedistallo. La questione sembrò rientrare, ma il 7 novembre Boccassini venne destituito dalla sua carica di segretario politico del locale PNF. La decisione provocò nuove manifestazioni, che degenerarono in primi scontri con le forze dell'ordine. Il 10 novembre, quando arrivò il nuovo Commissario prefettizio, la popolazione proruppe in un lancio di sassi contro i Carabinieri, che a loro volta risposero sparando sulla folla, uccidendo due persone.
Lo storico italiano Piero Pieri afferma nel saggio Il Rinascimento e la crisi militare italiana che sarebbe stato più esatto chiamarla "Disfida di Andria".
Barletta afferma oggi all'articolo 5 del suo Statuto comunale che "Il Comune di Barletta assume il titolo di Città della Disfida a ricordo della storica Sfida del 13 febbraio 1503".
Oggi, sul luogo dove si svolse la disfida, è ancora visibile l'epitaffio, che fu restaurato prima nel 1846 e poi nel 1976.
Il 13 febbraio 1503, nei pressi di Trani, 13 cavalieri italiani e francesi si sfidarono in una tenzone, passata ai posteri come la disfida di Barletta.
Nei primi anni del 500 l'Italia era debole, e le potenze europee del tempo, Francia e Spagna, si spartirono a tavolino il sud della penisola, ancor prima di iniziare l'invasione: ai primi sarebbe toccato conquistare Napoli, gli Abruzzi e Terra di Lavoro, facendo così diventare Luigi XII il nuovo Re di Napoli; gli spagnoli, invece, avrebbero dominato su Puglia e Calabria, con Ferdinando d’Aragona ad assumere il ruolo di Duca delle due Regioni. Era il 1501, e questo accordo segreto fu siglato a Granada.
Iniziate le operazioni di effettiva conquista sul territorio italiano, i due eserciti si ritrovarono molto presto l’uno contro l’altro. Motivo della contesa: la conquista della Capitanata, cioè della regione di territorio della Puglia del Nord. Diversi furono gli scontri tra gli spagnoli, guidati dal "Gran Capitano", Consalvo da Cordova, e i francesi, guidati dal Vice Re di Luigi XII, Luigi d’Armagnac, Duca di Nemours. Gli spagnoli, di stanza a Barletta, ebbero la meglio sui francesi, in uno degli scontri, soprattutto grazie all’aiuto degli italiani mandati a rinforzo determinante dal principe Fabrizio Colonna.
Molti soldati francesi perirono, molti altri furono fatti prigionieri e tratti in arresto presso Barletta, e tra questi c'era anche Monsignor Guy de La Motte. Il rispetto per il nemico sconfitto indusse il "Gran Capitano" Consalvo da Cordova a trattare gli sconfitti con riguardo e cortesia allora sconosciute, tanto da giungere a far pasteggiare i francesi nello stesso luogo dei vincitori, annullando la distanza fra vincitori e vinti.
In un giorno del 1503, il 20 Gennaio, avvenne quanto poi sarebbe passato alla storia: scorreva vino a riscaldare gli animi già focosi dei cavalieri, radunati nella "Cantina di Veleno", dal nome dell'oste che la gestiva. Diego de Mendoza, comandante del gruppo vittorioso sui francesi, aveva voluto radunare alcuni uomini di entrambe le parti presso la Cantina, allora nota come la migliore della zona; un'adunanza pacifica nelle intenzioni, ma inevitabilmente, la conversazione quella sera cadde sullo scontro che si era avuto e Diego de Mendoza non si trattenne dall’elogiare il coraggio e il valore sul campo degli italiani.
Il Mendoza aveva colpito nel segno e, galeotto il generoso e fortissimo vino pugliese, tanto bastò perché il de La Motte si riscaldasse sino ad offendere l’onore degli italiani, definendoli "senza fede, vili soldati e traditori!".
L'onore delle terre del Sud, già prede facili dei conquistatori, adesso era stato macchiato ben oltre ogni sopportazione.
Un convitato spagnolo, il cavaliere Inigo Lopez de Ayala, rispose immediatamente all’oltraggio, lanciando la sfida: "Per giudicare si avessero a misurare tanti italiani con tanti francesi". E così fu.
L’onore italiano, per essere riscattato, richiedeva che l’offesa fosse pagata con le armi. Si stabilì che Ettore Fieramosca, cavaliere di Capua, sarebbe stato a capo dell’impresa. Il giorno sarebbe stato il 13 Febbraio e i cavalieri, inizialmente 11, divennero 13 su richiesta di La Motte. Il confronto si sarebbe svolto in campo neutrale e i vincitori avrebbero preso armi e cavalli dei vinti. Furono stabiliti anche il numero degli ostaggi e dei giudici di campo e le regole del combattimento.
Araldi a cavallo, per le contrade, annunciavano la sfida del 13 Febbraio, tra squilli di trombe e rulli di tamburi. Così narra Massimo D’Azeglio, nell'800, quale cronista tardivo dei fatti dell'epoca: "I Principi Prospero e Fabrizio Colonna sostengono, con buona licenza, che detto Messer Guy de La Motte ha sfrontatamente mentito, così come mentirà, se ogni qualvolta ripetesse una tale affermazione. Per questo hanno chiesto che il duca di Nemours, Luigi d’Armagnac, si compiaccia concedere campo aperto per il combattimento ad oltranza tra i nostri ed i suoi in pari numero. La Disfida avrà luogo domani nelle ore pomeridiane".
Sul luogo del combattimento, tra Andria e Corato, gli italiani, dopo aver giurato nella sacralità della Cattedrale di Barletta fedeltà al loro Capitano, attesero ansiosi il nemico in ritardo, animati da spirito di vendetta e amor patrio per l’orgoglio ferito.
Era tardo pomeriggio quando le due squadre si schierarono l’una contro l’altra, sui lati opposti del campo, mentre si scambiarono i saluti di rito e venne dato il segnale della battaglia. Al terzo squillo di tromba il combattimento iniziò, armato e violento: non una simulazione, ma una lotta per la vita, in nome dell'onore, quando l'onore ancora era qualcosa per cui contava vivere, e quindi morire.
Sbalzati dalla sella, gli italiani Miale da Troia e Capoccio Romano, non si diedero per vinti. Il secondo, raccolte le armi e le forze, si rialzò e fomentò i cavalli francesi provocando la caduta dei rispettivi cavalieri. Miale da Troia, invece, morì. Ettore Fieramosca si accanì contro La Motte, disarcionandolo subito. Per correttezza e per lottare ad armi pari, rinunciò al vantaggio della cavalcatura e scese anch’egli da cavallo: il combattimento si risolse in un corpo a corpo tra i due. A La Motte non restò che arrendersi molto presto, letteralmente sovrastato dalla forza e dalla volontà di Fieramosca, il quale non uccise il francese, ma attese la pronuncia della fatidica frase "Mi arrendo!" Fu così che "...quei tredici imprudenti furono vinti da armi leali".
Gli italiani, guidati da Ettore Fieramosca, si diressero alla volta di Barletta in un corteo trionfale, ed una volta in paese, con suoni di campane e colpi esplosi da trombonieri si festeggiò l’orgoglio italiano riscattato dopo l’affronto subito. All'epoca, qualcuno descrisse i festeggiamenti dicendo: "Li fuochi per le strade, li lumi per ciascuna finestra, le musiche di variati suoni, e canti, che per quella notte fur esercitati, non se potrian per umana lingua narrare a compimento".
La festa per la macchia dilavata segnò indelebilmente Barletta, la sua storia, e quella dell'intera nazione.
Verso i primi anni trenta del secolo scorso, vi fu una dura polemica sul luogo in cui erigere un nuovo monumento in ricordo della Disfida, che si trasformò in una lotta sul nome stesso della disfida.
Nell'ottobre 1931, l'avvocato di Trani Assunto Gioia pubblicò un opuscolo nel quale riteneva che la disfida avrebbe dovuto prendere il nome da Trani e non da Barletta, essendo stata combattuta in territorio tranese. Il 28 ottobre, il sottosegretario Sergio Panunzio pubblicò un articolo sulla Gazzetta del Mezzogiorno, nel quale manifestò ampio sostegno alla tesi di Gioia. Fra il 2 e il 3 novembre, risposero Salvatore Santeramo su Il Popolo di Roma e Arturo Boccassini, la cui lettera fu rifiutata dalla Gazzetta del Mezzogiorno per motivi politici e che fu pubblicata sotto forma di opuscolo.
Nella contesa si inserì anche Bari, dove il 3 novembre venne fondato un Comitato per far sì che il capoluogo pugliese diventasse sede del nuovo monumento alla Disfida. Nel Comitato, figuravano vari alti esponenti del Partito Nazionale Fascista come l'allora Capo della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale Attilio Teruzzi, il Ministro dei Lavori Pubblici Araldo di Crollalanza e il vicesegretario del PNF Achille Starace.
La notizia della costituzione del comitato barese generò forti contestazioni a Barletta: un gruppo di manifestanti entrò nel comune e prelevò a forza il bozzetto in gesso del monumento, portandolo in mezzo alla piazza e depositandolo su un improvvisato piedistallo. La questione sembrò rientrare, ma il 7 novembre Boccassini venne destituito dalla sua carica di segretario politico del locale PNF. La decisione provocò nuove manifestazioni, che degenerarono in primi scontri con le forze dell'ordine. Il 10 novembre, quando arrivò il nuovo Commissario prefettizio, la popolazione proruppe in un lancio di sassi contro i Carabinieri, che a loro volta risposero sparando sulla folla, uccidendo due persone.
Lo storico italiano Piero Pieri afferma nel saggio Il Rinascimento e la crisi militare italiana che sarebbe stato più esatto chiamarla "Disfida di Andria".
Barletta afferma oggi all'articolo 5 del suo Statuto comunale che "Il Comune di Barletta assume il titolo di Città della Disfida a ricordo della storica Sfida del 13 febbraio 1503".
Oggi, sul luogo dove si svolse la disfida, è ancora visibile l'epitaffio, che fu restaurato prima nel 1846 e poi nel 1976.
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giovedì 12 febbraio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 12 febbraio.
Il 12 febbraio 2002 inizia, presso il tribunale dell'Aja, il processo per crimini di guerra a carico di Slobodan Milošević, l'ex presidente della Serbia.
Slobodan Milošević è nato il 20 agosto 1941 nella città di Pozarevac nella Repubblica di Serbia. Una storia intensa e drammatica la sua.
Nato in un piccolo centro della Serbia centrale, è un bambino con gravi problemi di peso, isolato a scuola dai suoi compagni. Scrive poesie e coltiva sogni di grandezza.
Entra giovanissimo nella Lega dei comunisti. Mentre a Belgrado studia legge, suo padre si uccide. Undici anni dopo la madre farà lo stesso. Anche suo zio materno, ex generale, si suicida. Tragedie che segnano profondamente il giovane Slobodan. Terminata l'università nel 1964, (ottiene la laurea in legge all'università di Belgrado) inizia una carriera nei settori amministrativo e bancario.
Si iscrive al Partito comunista, fase di percorso obbligato per fare carriera nella Jugoslavia di Tito. Milošević diventa funzionario dapprima della compagnia statale del gas, passa poi alla guida della Beobanka, il principale istituto di credito del Paese. Viaggia spesso e soggiorna a lungo negli Stati Uniti. Impara i segreti della finanza e affina il suo inglese alla perfezione.
Sposa Mirjana Markovic, insegnante di sociologia marxista a Belgrado e membro dell'Accademia Russa Delle Scienze Sociali. A detta di molti, Mirjana ha un ruolo fondamentale nella carriera politica del marito. Fonda il Partito della sinistra jugoslava, alleato del Partito socialista. Da lei ha due figli, Marija e Marko.
Dopo essere entrato in politica, Milosevic ricopre alcune delle più importanti cariche pubbliche della Repubblica di Serbia, si avvicina al presidente della Serbia Ivan Stambolic. Nel 1986 è eletto segretario del Partito comunista serbo.
Il 28 giugno 1989, tiene un discorso destinato a diventare storico a Kosovo Polje. Si tratta di un luogo sacro per i serbi. Qui, nel 1389 (nella famosa piana "degli uccelli neri" ) furono trucidati 10.000 nobili serbi dai turchi e il Kosovo entrò a far parte dell'Impero Ottomano.
Nel seicentesimo anniversario della sconfitta, Slobo infiamma i serbi kosovari promettendo: "Nessuno vi toccherà più".
Diventa così il paladino del nuovo nazionalismo serbo. Nello stesso anno, messo fuori gioco il suo vecchio mentore Stambolic, Milošević diventa presidente della Serbia con il 55 per cento dei voti. Revoca immediatamente l'autonomia del Kosovo e invia esercito e polizia a presidiare Pristina e dintorni.
Fondatore e presidente del partito socialista serbo, sia nelle elezioni nazionali del 1990 sia in quelle del 1992, Milošević è stato eletto presidente della Serbia dalla grande maggioranza degli elettori. Affronta con cinismo e scaltrezza le guerre di Croazia e Bosnia. Piovono su di lui le critiche della comunità internazionali per le atrocità commesse dalle sue milizie serbe.
Nell'aprile del 1992 è costituita la nuova Repubblica federale di Jugoslavia formata dalle sole Serbia e Montenegro. Nel novembre del 1995 firma gli accordi di Dayton che pongono fine al conflitto in Bosnia.
Vince le elezioni federali del novembre 1996, ma alle municipali è battuto dalla coalizione democratica Zajedno. Annulla allora il risultato, scatenando un'ondata di manifestazioni di protesta popolare nel Paese. Altrettanto contestate le elezioni presidenziali serbe del dicembre 1997, vinte da Milan Milutinovic, membro del Partito socialista e stretto alleato di Milosevic. Il 15 Luglio 1997, viene eletto presidente della Jugoslavia mediante una votazione segreta svoltasi durante la riunione della Camera Della Repubblica e della Camera Dei Cittadini, facenti parte dell'Assemblea Federale.
Il suo mandato comincia il 23 Luglio 1997, dopo aver giurato fedeltà alla Repubblica durante la riunione dell'Assemblea Federale.
In Kosovo continuano gli scontri tra i guerriglieri kosovari dell'Uck e la polizia serba. Interviene allora la comunità internazionale, che teme una recrudescenza del conflitto nei Balcani. A Rambouillet falliscono i tentativi di accordo tra Slobodan e il "gruppo di contatto" (Usa, Gran Bretagna, Russia, Francia, Germania e Italia) che vigila sulla situazione jugoslava.
A marzo la Nato comincia a bombardare Serbia e Kosovo. Slobo reagisce da tiranno accerchiato. Accusa la Nato di codardia e chiama i serbi alla guerra.
Il 27 maggio 1999 il Tribunale Penale Internazionale notifica la messa in accusa di Milošević come criminale di guerra. Il giorno dopo Slobodan accetta di trattare sulla base degli accordi del G8. Nell'estate del 1999 sembra che la fine di Milosevic sia prossima.
Il 15 giugno la Chiesa ortodossa ne chiede le dimissioni. Il 24 giugno il dipartimento di Stato Usa mette sul suo capo una taglia di 5 milioni di dollari. Resiste ancora per un anno, sempre più isolato a livello internazionale.
Nell'ottobre 2000 è sconfitto alle elezioni presidenziali da Vojislav Kostunica. Per qualche giorno sembra non voler accettare la sconfitta. Poi sparisce per quasi un mese.
Il 30 marzo, a sorpresa, Kostunica ne dispone l'arresto.
Ai primi di luglio è tutto pronto per l'estradizione che avviene qualche giorno dopo.
Inizia il processo per crimini di guerra. Per Slobodan inizia anche la fine. Considerato uno dei maggiori responsabili del genocidio che è stato perpetrato in Serbia nei confronti dei kosovari, denunciato per crimini contro l'umanità poiché, secondo l'accusa, "dal gennaio 1999 fino al 20 giugno 1999, Slobodan Milošević , Milan Milutinovic, Nikola Sainovic, Dragoljub Ojdanic e Vlajko Stojiljkovic hanno pianificato, istigato, ordinato, eseguito o in qualunque altro modo sostenuto e favorito una campagna di terrore e violenza diretta verso civili albanesi abitanti nel Kosovo, all'interno della Repubblica Federale Yugoslava".
Milošević è stato trovato morto per un attacco di cuore nella sua cella del carcere dell'Aia la mattina dell'11 marzo 2006.
Poco prima della morte aveva espresso timori che lo si stesse avvelenando. Il 12 gennaio 2006, due mesi prima della morte, vi era stato uno scandalo in quanto nelle analisi del sangue di Milošević era stato rilevato l'antibiotico Rifampicin ordinariamente usato per la tubercolosi e la lebbra e capace di neutralizzare l'effetto dei farmaci che l'ex presidente serbo usava per la pressione alta e la cardiopatia di cui soffriva. Della presenza di tale farmaco nel suo sangue egli si era lamentato in una lettera inviata al ministro degli esteri russo.
Il Tribunale penale internazionale per i crimini nella ex-Jugoslavia ha disposto un'indagine sulle cause e le circostanze del decesso. Dai risultati degli esami autoptici sembra escluso che l'ex leader serbo abbia assunto, negli ultimi giorni prima della morte, il farmaco Rifampicin.
Milošević aveva richiesto nei mesi precedenti la morte il ricovero presso una clinica specializzata a Mosca, senza ottenere l'autorizzazione a recarvisi. Da parte dei critici di Milošević si è dunque avanzata l'ipotesi che in gennaio egli avesse assunto volontariamente il farmaco, onde forzare il Tribunale a permettergli di viaggiare in Russia e scappare. Tuttavia sembra escluso che egli potesse procurarsi il Rifampicin in carcere. Infatti, dopo che nel settembre 2005 Milošević aveva utilizzato un farmaco prescritto da un medico serbo ma non autorizzato dai medici del Tribunale, tutte le persone che gli rendevano visita venivano preventivamente perquisite con il compito specifico di non permettere che gli fosse consegnato alcun farmaco.
Entro pochi giorni il Tribunale avrebbe dovuto decidere sulla richiesta, avanzata da Milošević, di un confronto in aula con l'ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton e con Wesley Clark, il generale statunitense che aveva guidato l'intervento NATO contro la Jugoslavia nel 1999. La morte di Milošević - che dopo anni di processo aveva ormai esaurito i quattro quinti del tempo a disposizione per la sua difesa - precede di qualche mese la data presumibile della conclusione del processo a suo carico e mette in grave imbarazzo il Tribunale, che il 14 marzo 2006 ha ufficialmente estinto l'azione penale e chiuso senza una sentenza il più importante processo per il quale era stato istituito.
Il 12 febbraio 2002 inizia, presso il tribunale dell'Aja, il processo per crimini di guerra a carico di Slobodan Milošević, l'ex presidente della Serbia.
Slobodan Milošević è nato il 20 agosto 1941 nella città di Pozarevac nella Repubblica di Serbia. Una storia intensa e drammatica la sua.
Nato in un piccolo centro della Serbia centrale, è un bambino con gravi problemi di peso, isolato a scuola dai suoi compagni. Scrive poesie e coltiva sogni di grandezza.
Entra giovanissimo nella Lega dei comunisti. Mentre a Belgrado studia legge, suo padre si uccide. Undici anni dopo la madre farà lo stesso. Anche suo zio materno, ex generale, si suicida. Tragedie che segnano profondamente il giovane Slobodan. Terminata l'università nel 1964, (ottiene la laurea in legge all'università di Belgrado) inizia una carriera nei settori amministrativo e bancario.
Si iscrive al Partito comunista, fase di percorso obbligato per fare carriera nella Jugoslavia di Tito. Milošević diventa funzionario dapprima della compagnia statale del gas, passa poi alla guida della Beobanka, il principale istituto di credito del Paese. Viaggia spesso e soggiorna a lungo negli Stati Uniti. Impara i segreti della finanza e affina il suo inglese alla perfezione.
Sposa Mirjana Markovic, insegnante di sociologia marxista a Belgrado e membro dell'Accademia Russa Delle Scienze Sociali. A detta di molti, Mirjana ha un ruolo fondamentale nella carriera politica del marito. Fonda il Partito della sinistra jugoslava, alleato del Partito socialista. Da lei ha due figli, Marija e Marko.
Dopo essere entrato in politica, Milosevic ricopre alcune delle più importanti cariche pubbliche della Repubblica di Serbia, si avvicina al presidente della Serbia Ivan Stambolic. Nel 1986 è eletto segretario del Partito comunista serbo.
Il 28 giugno 1989, tiene un discorso destinato a diventare storico a Kosovo Polje. Si tratta di un luogo sacro per i serbi. Qui, nel 1389 (nella famosa piana "degli uccelli neri" ) furono trucidati 10.000 nobili serbi dai turchi e il Kosovo entrò a far parte dell'Impero Ottomano.
Nel seicentesimo anniversario della sconfitta, Slobo infiamma i serbi kosovari promettendo: "Nessuno vi toccherà più".
Diventa così il paladino del nuovo nazionalismo serbo. Nello stesso anno, messo fuori gioco il suo vecchio mentore Stambolic, Milošević diventa presidente della Serbia con il 55 per cento dei voti. Revoca immediatamente l'autonomia del Kosovo e invia esercito e polizia a presidiare Pristina e dintorni.
Fondatore e presidente del partito socialista serbo, sia nelle elezioni nazionali del 1990 sia in quelle del 1992, Milošević è stato eletto presidente della Serbia dalla grande maggioranza degli elettori. Affronta con cinismo e scaltrezza le guerre di Croazia e Bosnia. Piovono su di lui le critiche della comunità internazionali per le atrocità commesse dalle sue milizie serbe.
Nell'aprile del 1992 è costituita la nuova Repubblica federale di Jugoslavia formata dalle sole Serbia e Montenegro. Nel novembre del 1995 firma gli accordi di Dayton che pongono fine al conflitto in Bosnia.
Vince le elezioni federali del novembre 1996, ma alle municipali è battuto dalla coalizione democratica Zajedno. Annulla allora il risultato, scatenando un'ondata di manifestazioni di protesta popolare nel Paese. Altrettanto contestate le elezioni presidenziali serbe del dicembre 1997, vinte da Milan Milutinovic, membro del Partito socialista e stretto alleato di Milosevic. Il 15 Luglio 1997, viene eletto presidente della Jugoslavia mediante una votazione segreta svoltasi durante la riunione della Camera Della Repubblica e della Camera Dei Cittadini, facenti parte dell'Assemblea Federale.
Il suo mandato comincia il 23 Luglio 1997, dopo aver giurato fedeltà alla Repubblica durante la riunione dell'Assemblea Federale.
In Kosovo continuano gli scontri tra i guerriglieri kosovari dell'Uck e la polizia serba. Interviene allora la comunità internazionale, che teme una recrudescenza del conflitto nei Balcani. A Rambouillet falliscono i tentativi di accordo tra Slobodan e il "gruppo di contatto" (Usa, Gran Bretagna, Russia, Francia, Germania e Italia) che vigila sulla situazione jugoslava.
A marzo la Nato comincia a bombardare Serbia e Kosovo. Slobo reagisce da tiranno accerchiato. Accusa la Nato di codardia e chiama i serbi alla guerra.
Il 27 maggio 1999 il Tribunale Penale Internazionale notifica la messa in accusa di Milošević come criminale di guerra. Il giorno dopo Slobodan accetta di trattare sulla base degli accordi del G8. Nell'estate del 1999 sembra che la fine di Milosevic sia prossima.
Il 15 giugno la Chiesa ortodossa ne chiede le dimissioni. Il 24 giugno il dipartimento di Stato Usa mette sul suo capo una taglia di 5 milioni di dollari. Resiste ancora per un anno, sempre più isolato a livello internazionale.
Nell'ottobre 2000 è sconfitto alle elezioni presidenziali da Vojislav Kostunica. Per qualche giorno sembra non voler accettare la sconfitta. Poi sparisce per quasi un mese.
Il 30 marzo, a sorpresa, Kostunica ne dispone l'arresto.
Ai primi di luglio è tutto pronto per l'estradizione che avviene qualche giorno dopo.
Inizia il processo per crimini di guerra. Per Slobodan inizia anche la fine. Considerato uno dei maggiori responsabili del genocidio che è stato perpetrato in Serbia nei confronti dei kosovari, denunciato per crimini contro l'umanità poiché, secondo l'accusa, "dal gennaio 1999 fino al 20 giugno 1999, Slobodan Milošević , Milan Milutinovic, Nikola Sainovic, Dragoljub Ojdanic e Vlajko Stojiljkovic hanno pianificato, istigato, ordinato, eseguito o in qualunque altro modo sostenuto e favorito una campagna di terrore e violenza diretta verso civili albanesi abitanti nel Kosovo, all'interno della Repubblica Federale Yugoslava".
Milošević è stato trovato morto per un attacco di cuore nella sua cella del carcere dell'Aia la mattina dell'11 marzo 2006.
Poco prima della morte aveva espresso timori che lo si stesse avvelenando. Il 12 gennaio 2006, due mesi prima della morte, vi era stato uno scandalo in quanto nelle analisi del sangue di Milošević era stato rilevato l'antibiotico Rifampicin ordinariamente usato per la tubercolosi e la lebbra e capace di neutralizzare l'effetto dei farmaci che l'ex presidente serbo usava per la pressione alta e la cardiopatia di cui soffriva. Della presenza di tale farmaco nel suo sangue egli si era lamentato in una lettera inviata al ministro degli esteri russo.
Il Tribunale penale internazionale per i crimini nella ex-Jugoslavia ha disposto un'indagine sulle cause e le circostanze del decesso. Dai risultati degli esami autoptici sembra escluso che l'ex leader serbo abbia assunto, negli ultimi giorni prima della morte, il farmaco Rifampicin.
Milošević aveva richiesto nei mesi precedenti la morte il ricovero presso una clinica specializzata a Mosca, senza ottenere l'autorizzazione a recarvisi. Da parte dei critici di Milošević si è dunque avanzata l'ipotesi che in gennaio egli avesse assunto volontariamente il farmaco, onde forzare il Tribunale a permettergli di viaggiare in Russia e scappare. Tuttavia sembra escluso che egli potesse procurarsi il Rifampicin in carcere. Infatti, dopo che nel settembre 2005 Milošević aveva utilizzato un farmaco prescritto da un medico serbo ma non autorizzato dai medici del Tribunale, tutte le persone che gli rendevano visita venivano preventivamente perquisite con il compito specifico di non permettere che gli fosse consegnato alcun farmaco.
Entro pochi giorni il Tribunale avrebbe dovuto decidere sulla richiesta, avanzata da Milošević, di un confronto in aula con l'ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton e con Wesley Clark, il generale statunitense che aveva guidato l'intervento NATO contro la Jugoslavia nel 1999. La morte di Milošević - che dopo anni di processo aveva ormai esaurito i quattro quinti del tempo a disposizione per la sua difesa - precede di qualche mese la data presumibile della conclusione del processo a suo carico e mette in grave imbarazzo il Tribunale, che il 14 marzo 2006 ha ufficialmente estinto l'azione penale e chiuso senza una sentenza il più importante processo per il quale era stato istituito.
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mercoledì 11 febbraio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è l'11 febbraio.
Nella notte tra il 10 e l'11 febbraio 1918, Gabriele D'Annunzio, insieme a Luigi Rizzo e Costanzo Ciano, che comandava il mezzo, compirono un attacco alla flotta austriaca di stanza in Croazia, in seguito definita "la beffa di Buccari" (da Bakar, in croato, il nome della baia in cui fu effettuata).
Gli italiani mossero 3 MAS nella baia, superando senza che il nemico se ne accorgesse le difese austriache. Il MAS, acronimo di motoscafo armato silurante o motoscafo anti sommergibile, era una piccola e veloce imbarcazione usata come mezzo d'assalto dalla Regia Marina durante la prima e la seconda guerra mondiale. Derivava originariamente dalla motobarca armata SVAN, dove SVAN era il nome dell'azienda veneziana che li produceva.
Fondamentalmente si trattava di un motoscafo da 20 - 30 tonnellate di dislocamento (a seconda della classe), con una decina di uomini di equipaggio e armamento costituito generalmente da due siluri e alcune bombe di profondità, oltre ad una mitragliatrice o ad un cannoncino.
Una volta giunti indisturbati nella baia, i MAS lanciarono i loro siluri contro le navi ormeggiate, tuttavia senza creare grossi danni. Scattato l'allarme i mezzi riuscirono lo stesso ad uscire dalla baia senza essere intercettati dal nemico, e D'Annunzio gettò in mare davanti alle coste nemiche tre bottiglie ornate di nastri tricolore contenenti questo messaggio: “In onta alla cautissima Flotta austriaca occupata a covare senza fine dentro i porti sicuri la gloriuzza di Lissa, sono venuti col ferro e col fuoco a scuotere la prudenza nel suo più comodo rifugio i marinai d’italia, che si ridono di ogni sorta di reti e di sbarre, pronti sempre ad osare l’inosabile. E un buon compagno, ben noto, il nemico capitale, fra tutti i nemici il nemicissimo, quello di Pola e di Cattaro, è venuto con loro a beffarsi della taglia”.
Dal punto di vista tattico-operativo, l'azione fece emergere la totale mancanza di coordinamento nel sistema di vigilanza costiero austriaco e le numerose lacune difensive presenti, che resero possibile questa audace azione dei marinai italiani. D'altro canto però le navi, non riportarono alcun danno materiale. L'impresa costrinse il nemico ad un maggiore impegno di energie in nuovi adattamenti difensivi e di vigilanza e comunque ebbe una pesante influenza negativa sul morale austriaco.
Ma l'impresa di Buccari ebbe una grande risonanza in Italia, in una fase della guerra in cui gli aspetti psicologici stavano acquistando un'incredibile importanza. D'Annunzio ebbe un ruolo principale in questo, il messaggio lasciato nelle tre bottiglie ebbe grande diffusione e contribuì a risollevare il morale dell'esercito impegnato sul Piave.
Per l'Italia, che si stava riorganizzando dopo il disastro di Caporetto, l'eco della riuscita nell'impresa fu notevole e rinvigorì lo spirito dei soldati e della popolazione. L'entusiasmo avrebbe raggiunto il culmine pochi mesi dopo con il famoso Volo su Vienna.
In quella occasione poi D’Annunzio coniò il motto, utilizzando la sigla di quei mezzi, che divenne il motto dei MAS e che ancora oggi è il motto delle forze veloci costiere italiane, “Memento Audere Semper”.
Nella notte tra il 10 e l'11 febbraio 1918, Gabriele D'Annunzio, insieme a Luigi Rizzo e Costanzo Ciano, che comandava il mezzo, compirono un attacco alla flotta austriaca di stanza in Croazia, in seguito definita "la beffa di Buccari" (da Bakar, in croato, il nome della baia in cui fu effettuata).
Gli italiani mossero 3 MAS nella baia, superando senza che il nemico se ne accorgesse le difese austriache. Il MAS, acronimo di motoscafo armato silurante o motoscafo anti sommergibile, era una piccola e veloce imbarcazione usata come mezzo d'assalto dalla Regia Marina durante la prima e la seconda guerra mondiale. Derivava originariamente dalla motobarca armata SVAN, dove SVAN era il nome dell'azienda veneziana che li produceva.
Fondamentalmente si trattava di un motoscafo da 20 - 30 tonnellate di dislocamento (a seconda della classe), con una decina di uomini di equipaggio e armamento costituito generalmente da due siluri e alcune bombe di profondità, oltre ad una mitragliatrice o ad un cannoncino.
Una volta giunti indisturbati nella baia, i MAS lanciarono i loro siluri contro le navi ormeggiate, tuttavia senza creare grossi danni. Scattato l'allarme i mezzi riuscirono lo stesso ad uscire dalla baia senza essere intercettati dal nemico, e D'Annunzio gettò in mare davanti alle coste nemiche tre bottiglie ornate di nastri tricolore contenenti questo messaggio: “In onta alla cautissima Flotta austriaca occupata a covare senza fine dentro i porti sicuri la gloriuzza di Lissa, sono venuti col ferro e col fuoco a scuotere la prudenza nel suo più comodo rifugio i marinai d’italia, che si ridono di ogni sorta di reti e di sbarre, pronti sempre ad osare l’inosabile. E un buon compagno, ben noto, il nemico capitale, fra tutti i nemici il nemicissimo, quello di Pola e di Cattaro, è venuto con loro a beffarsi della taglia”.
Dal punto di vista tattico-operativo, l'azione fece emergere la totale mancanza di coordinamento nel sistema di vigilanza costiero austriaco e le numerose lacune difensive presenti, che resero possibile questa audace azione dei marinai italiani. D'altro canto però le navi, non riportarono alcun danno materiale. L'impresa costrinse il nemico ad un maggiore impegno di energie in nuovi adattamenti difensivi e di vigilanza e comunque ebbe una pesante influenza negativa sul morale austriaco.
Ma l'impresa di Buccari ebbe una grande risonanza in Italia, in una fase della guerra in cui gli aspetti psicologici stavano acquistando un'incredibile importanza. D'Annunzio ebbe un ruolo principale in questo, il messaggio lasciato nelle tre bottiglie ebbe grande diffusione e contribuì a risollevare il morale dell'esercito impegnato sul Piave.
Per l'Italia, che si stava riorganizzando dopo il disastro di Caporetto, l'eco della riuscita nell'impresa fu notevole e rinvigorì lo spirito dei soldati e della popolazione. L'entusiasmo avrebbe raggiunto il culmine pochi mesi dopo con il famoso Volo su Vienna.
In quella occasione poi D’Annunzio coniò il motto, utilizzando la sigla di quei mezzi, che divenne il motto dei MAS e che ancora oggi è il motto delle forze veloci costiere italiane, “Memento Audere Semper”.
martedì 10 febbraio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 10 febbraio.
il 10 febbraio in Italia coincide con il giorno del ricordo, in memoria delle vittime delle foibe.
Il termine "foiba" è una corruzione dialettale del latino "fovea", che significa "fossa"; le foibe, infatti, sono voragini rocciose, a forma di imbuto rovesciato, create dall’erosione di corsi d’acqua nell'altopiano del Carso, tra trieste e la penisola istriana; possono raggiungere i 200 metri di profondità.
In Istria sono state registrate più di 1.700 foibe.
Le foibe furono utilizzate in diverse occasioni e, in particolare, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale per infoibare (“spingere nella foiba”) migliaia di istriani e triestini, italiani ma anche slavi, antifascisti e fascisti, colpevoli di opporsi all’espansionismo comunista slavo propugnato da Josip Broz meglio conosciuto come “Maresciallo Tito”.
Nessuno sa quanti siano stati gli infoibati: stime attendibili parlano di 10-15.000 sfortunati.
Le vittime dei titini venivano condotte, dopo atroci sevizie, nei pressi della foiba; qui gli aguzzini, non paghi dei maltrattamenti già inflitti, bloccavano i polsi e i piedi tramite filo di ferro ad ogni singola persona con l’ausilio di pinze e, successivamente, legavano gli uni agli altri sempre tramite il fil di ferro. I massacratori si divertivano, nella maggior parte dei casi, a sparare al primo malcapitato del gruppo che ruzzolava rovinosamente nella foiba spingendo con sé gli altri.
Per tutto un lunghissimo mese Trieste vive questa sorta di mattanza. Migliaia e migliaia di suoi figli che, sottratti ai propri cari, spariscono nelle grinfie della cosiddetta Milizia Popolare per non fare mai più ritorno.
Un rituale tragico e barbarico (prevedeva anche il lancio finale, nella foiba, di un cane nero sgozzato) con il quale sono stati trucidate migliaia e migliaia di esseri umani: il tutto a guerra finita! Nella Foiba di Basovizza - il Pozzo della Miniera che costituisce un po’ il simbolo di tutte le foibe – gli infoibati si è dovuti quantificarli con il più arido e crudele dei sistemi: cinquecento metri cubi di poveri resti umani.
Una mattanza durata oltre quaranta giorni, fino cioè a quel 12 giugno 1945 quando le truppe Alleate indussero quelle slavo-comuniste a lasciare la città. Una tragedia che ha segnato tante e tante famiglie triestine e che ha determinato un vero e proprio trauma psichico in tutta la città. Per anni si è vissuti in una sorta di incubo, nel quale incalzava, ossessiva, una domanda: e se tornano i Titini e riprende la tragedia delle Foibe?
Sarà solo dopo il 26 ottobre 1954, con il ritorno di Trieste all’Italia, che tale incubo inizierà a svanire.
La Foibe, se hanno costituito incubo per i Triestini, hanno parimenti rappresentato un raffinato ed efficace strumento di terrore per gli Istriani. Perché proprio la vicenda drammatica degli infoibamenti ha avuto un ruolo sicuramente determinante nel creare in Istria quell’atmosfera di paura, di terrore che ha convinto in trecento e cinquanta mila a lasciare case, paesi, cimiteri per sfuggire, in Italia, al regime liberticida ed assassino del comunismo jugoslavo. Perché tutti erano ben consapevoli che, a restare, bastava il fatto di non essere comunisti per rischiare di finire come gli infoibati.
Il Giorno del Ricordo è considerato una solennità civile, ai sensi dell'art. della legge 27 maggio 1949, n. 260. Esso non determina riduzioni dell'orario di lavoro degli uffici pubblici né, qualora cada in giorni feriali, costituisce giorno di vacanza o comporta riduzione di orario per le scuole di ogni ordine e grado. Sempre nella stessa legge, vengono istituiti il Museo della civiltà istriano-fiumano-dalmata, con sede a Trieste, e l'Archivio museo storico di Fiume, con sede a Roma.
Il Giorno del ricordo viene celebrato dalle massime autorità politiche italiane con una cerimonia solenne nel palazzo del Quirinale al cospetto del Presidente della Repubblica. In contemporanea in molte città si tengono celebrazioni di commemorazione presso i monumenti e le piazze dedicate ai tragici avvenimenti.
il 10 febbraio in Italia coincide con il giorno del ricordo, in memoria delle vittime delle foibe.
Il termine "foiba" è una corruzione dialettale del latino "fovea", che significa "fossa"; le foibe, infatti, sono voragini rocciose, a forma di imbuto rovesciato, create dall’erosione di corsi d’acqua nell'altopiano del Carso, tra trieste e la penisola istriana; possono raggiungere i 200 metri di profondità.
In Istria sono state registrate più di 1.700 foibe.
Le foibe furono utilizzate in diverse occasioni e, in particolare, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale per infoibare (“spingere nella foiba”) migliaia di istriani e triestini, italiani ma anche slavi, antifascisti e fascisti, colpevoli di opporsi all’espansionismo comunista slavo propugnato da Josip Broz meglio conosciuto come “Maresciallo Tito”.
Nessuno sa quanti siano stati gli infoibati: stime attendibili parlano di 10-15.000 sfortunati.
Le vittime dei titini venivano condotte, dopo atroci sevizie, nei pressi della foiba; qui gli aguzzini, non paghi dei maltrattamenti già inflitti, bloccavano i polsi e i piedi tramite filo di ferro ad ogni singola persona con l’ausilio di pinze e, successivamente, legavano gli uni agli altri sempre tramite il fil di ferro. I massacratori si divertivano, nella maggior parte dei casi, a sparare al primo malcapitato del gruppo che ruzzolava rovinosamente nella foiba spingendo con sé gli altri.
Per tutto un lunghissimo mese Trieste vive questa sorta di mattanza. Migliaia e migliaia di suoi figli che, sottratti ai propri cari, spariscono nelle grinfie della cosiddetta Milizia Popolare per non fare mai più ritorno.
Un rituale tragico e barbarico (prevedeva anche il lancio finale, nella foiba, di un cane nero sgozzato) con il quale sono stati trucidate migliaia e migliaia di esseri umani: il tutto a guerra finita! Nella Foiba di Basovizza - il Pozzo della Miniera che costituisce un po’ il simbolo di tutte le foibe – gli infoibati si è dovuti quantificarli con il più arido e crudele dei sistemi: cinquecento metri cubi di poveri resti umani.
Una mattanza durata oltre quaranta giorni, fino cioè a quel 12 giugno 1945 quando le truppe Alleate indussero quelle slavo-comuniste a lasciare la città. Una tragedia che ha segnato tante e tante famiglie triestine e che ha determinato un vero e proprio trauma psichico in tutta la città. Per anni si è vissuti in una sorta di incubo, nel quale incalzava, ossessiva, una domanda: e se tornano i Titini e riprende la tragedia delle Foibe?
Sarà solo dopo il 26 ottobre 1954, con il ritorno di Trieste all’Italia, che tale incubo inizierà a svanire.
La Foibe, se hanno costituito incubo per i Triestini, hanno parimenti rappresentato un raffinato ed efficace strumento di terrore per gli Istriani. Perché proprio la vicenda drammatica degli infoibamenti ha avuto un ruolo sicuramente determinante nel creare in Istria quell’atmosfera di paura, di terrore che ha convinto in trecento e cinquanta mila a lasciare case, paesi, cimiteri per sfuggire, in Italia, al regime liberticida ed assassino del comunismo jugoslavo. Perché tutti erano ben consapevoli che, a restare, bastava il fatto di non essere comunisti per rischiare di finire come gli infoibati.
Il Giorno del Ricordo è considerato una solennità civile, ai sensi dell'art. della legge 27 maggio 1949, n. 260. Esso non determina riduzioni dell'orario di lavoro degli uffici pubblici né, qualora cada in giorni feriali, costituisce giorno di vacanza o comporta riduzione di orario per le scuole di ogni ordine e grado. Sempre nella stessa legge, vengono istituiti il Museo della civiltà istriano-fiumano-dalmata, con sede a Trieste, e l'Archivio museo storico di Fiume, con sede a Roma.
Il Giorno del ricordo viene celebrato dalle massime autorità politiche italiane con una cerimonia solenne nel palazzo del Quirinale al cospetto del Presidente della Repubblica. In contemporanea in molte città si tengono celebrazioni di commemorazione presso i monumenti e le piazze dedicate ai tragici avvenimenti.
lunedì 9 febbraio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 9 febbraio.
Il 9 febbraio 1900 si disputò il primo incontro della storia della coppa Davis, tra quattro giocatori dell'Università americana di Harvard (tra cui Dwight Davis, che la ideò e comprò di tasca sua la prima coppa da consegnare come trofeo ai vincitori) e quattro britannici. Inizialmente il torneo si chiamava International Lawn Tennis Challenge, e solo alla morte di Davis nel 45 prese il suo nome.
La Coppa Davis è la massima competizione mondiale a squadre del tennis maschile. Riservata a squadre nazionali, è organizzata dalla Federazione Internazionale Tennis e ha cadenza annuale, disputata con la formula dell’eliminazione diretta. È il più antico campionato a squadre nazionali di qualsiasi disciplina sportiva.
Fino al 2019 ogni nazione aspirava a competere nel primo gruppo di 16 nazioni (il "World Group") che prevedeva quattro turni di gare distribuiti in quattro week-end nell'arco dell'anno. Ogni sfida tra due nazioni del "World Group" consisteva di 5 incontri disputati nell'arco di tre giorni, solitamente venerdì, sabato e domenica. Al venerdì i primi due incontri erano dei singoli, solitamente tra i due migliori giocatori di ogni nazione. Un incontro di doppio si disputava nel secondo giorno, mentre nel terzo gli ultimi due incontri erano dei singoli, nei quali tipicamente i giocatori del primo giorno si scambiano gli avversari. Se la sfida si era già risolta a favore di una delle due squadre, era pratica comune che gli incontri restanti vengano disputati dalle riserve (più giovani e meno quotate), che acquisivano così esperienza in Coppa Davis.
Il 9 febbraio 1900 si disputò il primo incontro della storia della coppa Davis, tra quattro giocatori dell'Università americana di Harvard (tra cui Dwight Davis, che la ideò e comprò di tasca sua la prima coppa da consegnare come trofeo ai vincitori) e quattro britannici. Inizialmente il torneo si chiamava International Lawn Tennis Challenge, e solo alla morte di Davis nel 45 prese il suo nome.
La Coppa Davis è la massima competizione mondiale a squadre del tennis maschile. Riservata a squadre nazionali, è organizzata dalla Federazione Internazionale Tennis e ha cadenza annuale, disputata con la formula dell’eliminazione diretta. È il più antico campionato a squadre nazionali di qualsiasi disciplina sportiva.
Fino al 2019 ogni nazione aspirava a competere nel primo gruppo di 16 nazioni (il "World Group") che prevedeva quattro turni di gare distribuiti in quattro week-end nell'arco dell'anno. Ogni sfida tra due nazioni del "World Group" consisteva di 5 incontri disputati nell'arco di tre giorni, solitamente venerdì, sabato e domenica. Al venerdì i primi due incontri erano dei singoli, solitamente tra i due migliori giocatori di ogni nazione. Un incontro di doppio si disputava nel secondo giorno, mentre nel terzo gli ultimi due incontri erano dei singoli, nei quali tipicamente i giocatori del primo giorno si scambiano gli avversari. Se la sfida si era già risolta a favore di una delle due squadre, era pratica comune che gli incontri restanti vengano disputati dalle riserve (più giovani e meno quotate), che acquisivano così esperienza in Coppa Davis.
Il capitano di ogni nazionale può convocare una squadra di quattro giocatori per ogni sfida e decide quali di questi competeranno nei primi tre incontri. Il giovedì precedente agli incontri viene sorteggiato l'ordine e l'accoppiamento dei giocatori dei primi due singoli. In passato le squadre potevano sostituire i giocatori dei singoli dell'ultimo giorno solo se il risultato era già determinato, ma attualmente le regole permettono alle squadre di selezionare qualsiasi giocatore per gli ultimi due singoli, a patto di non ripetere l'accoppiamento di uno degli incontri del primo giorno. Non esistono limitazioni su quali membri della squadra possano disputare il doppio: i due giocatori del singolo, altri due giocatori (solitamente specialisti di doppio), o una combinazione delle due.
Tutti i singoli incontri sono al meglio dei 5 set, senza tie-break nel set decisivo. Se una squadra si è già assicurata la vittoria, gli incontri restanti vengono abbreviati al meglio dei 3 set, previo accordo tra i due team.
Nel 2019 è stata rivoluzionata la formula, con l'intenzione di attirare nuovamente pubblico e grandi giocatori che, ultimamente, avevano un po' trascurato la manifestazione.
La riforma prevede una sede unica a novembre in cui disputare la fase finale, con 18 squadre divise in sei gironi all'italiana, seguiti da quarti di finale, semifinali e finale. La nuova formula ha ottenuto un discreto successo.
L'equivalente in campo femminile della Coppa Davis è la Fed Cup (nota come Federation Cup prima del 1995).
A partire dell'edizione 2009 anche la Coppa Davis assegna punti validi per la classifica ATP.
Da notare che nella classifica dei 100 giocatori con più vittorie in partite di Coppa Davis, il primo in assoluto è il nostro Nicola Pietrangeli, con 120 vittorie e 44 sconfitte. Nonostante questo primato, Pietrangeli non vinse mai il trofeo, perdendo la finale nel 60 e nel 61. Si limitò a vincere il torneo come capitano non giocatore nel 76, quando l'Italia vinse la coppa con Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci e Tonino Zugarelli. Fu quello un anno d'oro per Panatta, che coronò a fine anno con la Davis la vittoria agli Internazionali d'Italia e subito dopo al Roland Garros.
Tutti i singoli incontri sono al meglio dei 5 set, senza tie-break nel set decisivo. Se una squadra si è già assicurata la vittoria, gli incontri restanti vengono abbreviati al meglio dei 3 set, previo accordo tra i due team.
Nel 2019 è stata rivoluzionata la formula, con l'intenzione di attirare nuovamente pubblico e grandi giocatori che, ultimamente, avevano un po' trascurato la manifestazione.
La riforma prevede una sede unica a novembre in cui disputare la fase finale, con 18 squadre divise in sei gironi all'italiana, seguiti da quarti di finale, semifinali e finale. La nuova formula ha ottenuto un discreto successo.
L'equivalente in campo femminile della Coppa Davis è la Fed Cup (nota come Federation Cup prima del 1995).
A partire dell'edizione 2009 anche la Coppa Davis assegna punti validi per la classifica ATP.
Da notare che nella classifica dei 100 giocatori con più vittorie in partite di Coppa Davis, il primo in assoluto è il nostro Nicola Pietrangeli, con 120 vittorie e 44 sconfitte. Nonostante questo primato, Pietrangeli non vinse mai il trofeo, perdendo la finale nel 60 e nel 61. Si limitò a vincere il torneo come capitano non giocatore nel 76, quando l'Italia vinse la coppa con Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci e Tonino Zugarelli. Fu quello un anno d'oro per Panatta, che coronò a fine anno con la Davis la vittoria agli Internazionali d'Italia e subito dopo al Roland Garros.
L'Italia è attualmente la squadra detentrice del trofeo, avendolo vinto per 3 anni consecutivi dal 2023 al 2025.
domenica 8 febbraio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è l'8 febbraio.
L'8 febbraio 1807 nacque a San Pietro in Casale (BO) Luigi Calori.
Laureato a Bologna nel 1829, si dedicò agli studi anatomici sotto la guida di Antonio Alessandrini e di Francesco Mondini. Nel 1830 divenne Prodissettore e nel 1831 venne nominato Dissettore Principale Stabile nel laboratorio di Anatomia umana dell’Università di Bologna. Nel 1835 ottenne l’incarico dell’insegnamento di Anatomia pittorica presso l’Accademia di Belle Arti che mantenne per un decennio. Nel 1844 gli fu assegnata la cattedra di Anatomia succedendo al maestro Francesco Mondini che resse per ben 52 anni, fino al giorno della sua morte. Molte le cariche accademiche e scientifiche ricoperte in questa lunghissima carriera: Presidente della Facoltà medica negli anni 1869-1872 e 1882-1885; Magnifico Rettore dell’Università negli anni 1876 e 1877; socio onorario dell’Accademia delle Scienze dal 1836 e Presidente della Società Medica Chirurgica nel 1856 e nel 1888. L’opera scientifica del Calori è stata poderosa, con argomenti di ricerca i più disparati e rivolti ad ogni settore della morfologia classica: dall’anatomia normale a quella patologica ed in specie alla teratologia; dall’anatomia comparata all’antropologia. L’attività didattica di Luigi Calori è documentata, oltre che da un chiaro atlante di anatomia sistematica, dall’enorme quantità di preparazioni di morfologia normale, patologica e comparata. Nel vasto nuovo capitolo della teratologia Calori può essere considerato l’iniziatore di una nuova scuola che avrà come massimo esponente l’allievo Cesare Taruffi. In questa materia egli seppe dare un apporto innovativo per l'epoca decidendo che il caso clinico da lui studiato diventasse immediatamente reperto storico e venisse inserito nelle bacheche del suo Museo. Per questo, avvalendosi del ceroplasta Cesare Bettini, faceva plasmare in cera un modello che riproducesse il caso, poi eseguiva un’accurata dissezione e faceva riprodurre in disegno dallo stesso Bettini i più interessanti aspetti anatomici. Calori ha lasciato numerosissimi, preziosi, preparati e modelli che riempiono i musei universitari di anatomia normale, patologica e comparata. Una sua raccolta di teschi (più di duemila), datati dal medioevo all’età contemporanea, è conservata nelle teche del corridoio d’ingresso degli Istituti di Anatomia, in via Irnerio 48 a Bologna.
Umberto I di Savoia lo nominò commendatore dell’ordine Mauriziano, in occasione della cerimonia promossa dall’Accademia delle Scienze per onorare i suoi cinquanta anni di insegnamento. Era insignito inoltre delle onorificenze di: Cavaliere e Commendatore della Corona d'Italia, Cavaliere della Guadalupa del Messico, Cavaliere dell'Ordine civile di Savoia.
Nel 1885, quando l'anatomico era ancora in vita, gli fu dedicata la Piazza Maggiore del paese natio, che da allora divenne Piazza Calori.
Morì a Bologna nel 1896.
L'8 febbraio 1807 nacque a San Pietro in Casale (BO) Luigi Calori.
Laureato a Bologna nel 1829, si dedicò agli studi anatomici sotto la guida di Antonio Alessandrini e di Francesco Mondini. Nel 1830 divenne Prodissettore e nel 1831 venne nominato Dissettore Principale Stabile nel laboratorio di Anatomia umana dell’Università di Bologna. Nel 1835 ottenne l’incarico dell’insegnamento di Anatomia pittorica presso l’Accademia di Belle Arti che mantenne per un decennio. Nel 1844 gli fu assegnata la cattedra di Anatomia succedendo al maestro Francesco Mondini che resse per ben 52 anni, fino al giorno della sua morte. Molte le cariche accademiche e scientifiche ricoperte in questa lunghissima carriera: Presidente della Facoltà medica negli anni 1869-1872 e 1882-1885; Magnifico Rettore dell’Università negli anni 1876 e 1877; socio onorario dell’Accademia delle Scienze dal 1836 e Presidente della Società Medica Chirurgica nel 1856 e nel 1888. L’opera scientifica del Calori è stata poderosa, con argomenti di ricerca i più disparati e rivolti ad ogni settore della morfologia classica: dall’anatomia normale a quella patologica ed in specie alla teratologia; dall’anatomia comparata all’antropologia. L’attività didattica di Luigi Calori è documentata, oltre che da un chiaro atlante di anatomia sistematica, dall’enorme quantità di preparazioni di morfologia normale, patologica e comparata. Nel vasto nuovo capitolo della teratologia Calori può essere considerato l’iniziatore di una nuova scuola che avrà come massimo esponente l’allievo Cesare Taruffi. In questa materia egli seppe dare un apporto innovativo per l'epoca decidendo che il caso clinico da lui studiato diventasse immediatamente reperto storico e venisse inserito nelle bacheche del suo Museo. Per questo, avvalendosi del ceroplasta Cesare Bettini, faceva plasmare in cera un modello che riproducesse il caso, poi eseguiva un’accurata dissezione e faceva riprodurre in disegno dallo stesso Bettini i più interessanti aspetti anatomici. Calori ha lasciato numerosissimi, preziosi, preparati e modelli che riempiono i musei universitari di anatomia normale, patologica e comparata. Una sua raccolta di teschi (più di duemila), datati dal medioevo all’età contemporanea, è conservata nelle teche del corridoio d’ingresso degli Istituti di Anatomia, in via Irnerio 48 a Bologna.
Umberto I di Savoia lo nominò commendatore dell’ordine Mauriziano, in occasione della cerimonia promossa dall’Accademia delle Scienze per onorare i suoi cinquanta anni di insegnamento. Era insignito inoltre delle onorificenze di: Cavaliere e Commendatore della Corona d'Italia, Cavaliere della Guadalupa del Messico, Cavaliere dell'Ordine civile di Savoia.
Nel 1885, quando l'anatomico era ancora in vita, gli fu dedicata la Piazza Maggiore del paese natio, che da allora divenne Piazza Calori.
Morì a Bologna nel 1896.
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sabato 7 febbraio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 7 febbraio.
Il 7 febbraio 1497 Girolamo Savonarola, il frate domenicano chiamato da Lorenzo De' Medici a predicare in Firenze, ordinò il primo di una serie di cosiddetti "falò delle vanità".
Savonarola nacque a Ferrara il 21 settembre del 1452 da Niccolò e dalla mantovana Elena Bonaccorsi; probabilmente di famiglia modesta, la sua istruzione si formò con studi di filosofia, musica, medicina e disegno anche se ben presto, più precisamente all’età di 20 anni, periodo in cui compose la sua prima opera il "De ruina mundi", disgustato dalla corruzione e decadenza dei costumi, lasciò Ferrara e si fece domenicano a Bologna nel 1474. Durante tale periodo di riflessione, scrisse il "De ruina ecclesiae", opera in cui espresse apertamente quella esigenza di rigenerazione del clero, non più dedito alla sua primaria funzione di mediatore tra Dio e l’umanità peccatrice (tema per altro ricorrente nelle sue prediche al popolo).
Nel suo periodo fiorentino, grazie alla venuta di Carlo VIII e alla cacciata di Piero De Medici, riuscì a diventare arbitro della vita di Firenze appoggiando un regime "demo-teocratico". Con essa non mutò solo l'assetto politico, ma la vita stessa della città: il Savonarola propose infatti l'abolizione del lusso e dell'usura tramite appunto i roghi delle vanità, e la creazione di un Monte di Pietà.
L'obiettivo di questa furia distruttiva era l'eliminazione di qualsiasi oggetto considerato potenzialmente peccaminoso, oppure inducente allo sviluppo della vanità, includendo articoli voluttuari come specchi, cosmetici, vestiti lussuosi, ed anche strumenti musicali. Altri bersagli includevano libri "immorali", manoscritti contenenti canzoni "secolari" o "profane", e dipinti. Tra i vari oggetti distrutti in questa campagna vi furono alcuni dipinti originali che trattavano temi della mitologia classica, eseguiti da Sandro Botticelli, che egli stesso provvide ad abbandonare sul rogo.
Il frate tuttavia superò i limiti del lecito, quando cominciò ad accusare il Papa Alessandro VI, a cui rimproverava i corrotti costumi. Questi inizialmente, gli proibì di continuare nella sua attività predicativa, ma Savonarola osò disubbidire all'ordine papale, e fu così scomunicato, condannato per eresia ed impostura ad essere impiccato a una croce e arso sul rogo. Tale sentenza fu eseguita nel maggio del 1498 in Piazza della Signoria, e le sue ceneri furono sparse in Arno.
Savonarola fu personalità sconcertante, capace di suscitare odi e fanatismi, amori viscerali e profonde fedeltà. Influenzò letterati come Guicciardini, Botticelli, Buonarroti. Vagheggiò il ritorno al cristianesimo primitivo. Nella sua attività politica mirò ad una città pacifica, che sviluppasse i traffici e fosse allietata da opere d'arte e da feste, purché non contrarie alla morale.
Nel 1987 Tom Wolfe scrisse un romanzo, "Il falò delle vanità", che si ispirava a questo episodio pur senza volerne riproporre una riscrittura in chiave moderna. Al contrario, il titolo è un richiamo all'edonismo e al materialismo imperante nella Wall Street degli anni 80.
Tre anni più tardi Brian De Palma ne fece un film, con protagonisti Tom Hanks e Melanie Griffith.
Il 7 febbraio 1497 Girolamo Savonarola, il frate domenicano chiamato da Lorenzo De' Medici a predicare in Firenze, ordinò il primo di una serie di cosiddetti "falò delle vanità".
Savonarola nacque a Ferrara il 21 settembre del 1452 da Niccolò e dalla mantovana Elena Bonaccorsi; probabilmente di famiglia modesta, la sua istruzione si formò con studi di filosofia, musica, medicina e disegno anche se ben presto, più precisamente all’età di 20 anni, periodo in cui compose la sua prima opera il "De ruina mundi", disgustato dalla corruzione e decadenza dei costumi, lasciò Ferrara e si fece domenicano a Bologna nel 1474. Durante tale periodo di riflessione, scrisse il "De ruina ecclesiae", opera in cui espresse apertamente quella esigenza di rigenerazione del clero, non più dedito alla sua primaria funzione di mediatore tra Dio e l’umanità peccatrice (tema per altro ricorrente nelle sue prediche al popolo).
Nel suo periodo fiorentino, grazie alla venuta di Carlo VIII e alla cacciata di Piero De Medici, riuscì a diventare arbitro della vita di Firenze appoggiando un regime "demo-teocratico". Con essa non mutò solo l'assetto politico, ma la vita stessa della città: il Savonarola propose infatti l'abolizione del lusso e dell'usura tramite appunto i roghi delle vanità, e la creazione di un Monte di Pietà.
L'obiettivo di questa furia distruttiva era l'eliminazione di qualsiasi oggetto considerato potenzialmente peccaminoso, oppure inducente allo sviluppo della vanità, includendo articoli voluttuari come specchi, cosmetici, vestiti lussuosi, ed anche strumenti musicali. Altri bersagli includevano libri "immorali", manoscritti contenenti canzoni "secolari" o "profane", e dipinti. Tra i vari oggetti distrutti in questa campagna vi furono alcuni dipinti originali che trattavano temi della mitologia classica, eseguiti da Sandro Botticelli, che egli stesso provvide ad abbandonare sul rogo.
Il frate tuttavia superò i limiti del lecito, quando cominciò ad accusare il Papa Alessandro VI, a cui rimproverava i corrotti costumi. Questi inizialmente, gli proibì di continuare nella sua attività predicativa, ma Savonarola osò disubbidire all'ordine papale, e fu così scomunicato, condannato per eresia ed impostura ad essere impiccato a una croce e arso sul rogo. Tale sentenza fu eseguita nel maggio del 1498 in Piazza della Signoria, e le sue ceneri furono sparse in Arno.
Savonarola fu personalità sconcertante, capace di suscitare odi e fanatismi, amori viscerali e profonde fedeltà. Influenzò letterati come Guicciardini, Botticelli, Buonarroti. Vagheggiò il ritorno al cristianesimo primitivo. Nella sua attività politica mirò ad una città pacifica, che sviluppasse i traffici e fosse allietata da opere d'arte e da feste, purché non contrarie alla morale.
Nel 1987 Tom Wolfe scrisse un romanzo, "Il falò delle vanità", che si ispirava a questo episodio pur senza volerne riproporre una riscrittura in chiave moderna. Al contrario, il titolo è un richiamo all'edonismo e al materialismo imperante nella Wall Street degli anni 80.
Tre anni più tardi Brian De Palma ne fece un film, con protagonisti Tom Hanks e Melanie Griffith.
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venerdì 6 febbraio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 6 febbraio.
La notte tra il 5 e il 6 febbraio del 1952 il re di Gran Bretagna Giorgio VI, gravemente malato di tumore ai polmoni, morì per un arresto cardiaco, e a lui succedette la sua primogenita, Elisabetta, che ha regnato per oltre 70 anni.
La regina seppe della morte del padre mentre era col marito in un viaggio di rappresentanza in Australia e Nuova Zelanda. Sebbene il passaggio del regno da Giorgio ad Elisabetta fu immediato, ci vollero ben 16 mesi per organizzare la cerimonia di incoronazione, che fu celebrata il 2 giugno dell'anno seguente.
Una cerimonia costata quattro milioni di dollari di allora, per la prima volta nella storia trasmessa in eurovisione.
La cerimonia seguì le regole tradizionali dei monarchi precedenti. Gli ospiti passarono tra la folla festante per le vie di Londra, raggiungendo l'abbazia di Westminster, tra i quali si annoveravano moltissime teste coronate e capi di Stato di tutto il mondo.
Elisabetta venne incoronata verso le 11 dall'arcivescovo di Canterbury.
La regina, deceduta l'8 settembre 2022 all'età di 95 anni, è divenuta la più anziana sovrana britannica di tutti i tempi. A lei è succeduto il primogenito, Carlo, che ha assunto il nome di Carlo III.
La notte tra il 5 e il 6 febbraio del 1952 il re di Gran Bretagna Giorgio VI, gravemente malato di tumore ai polmoni, morì per un arresto cardiaco, e a lui succedette la sua primogenita, Elisabetta, che ha regnato per oltre 70 anni.
La regina seppe della morte del padre mentre era col marito in un viaggio di rappresentanza in Australia e Nuova Zelanda. Sebbene il passaggio del regno da Giorgio ad Elisabetta fu immediato, ci vollero ben 16 mesi per organizzare la cerimonia di incoronazione, che fu celebrata il 2 giugno dell'anno seguente.
Una cerimonia costata quattro milioni di dollari di allora, per la prima volta nella storia trasmessa in eurovisione.
La cerimonia seguì le regole tradizionali dei monarchi precedenti. Gli ospiti passarono tra la folla festante per le vie di Londra, raggiungendo l'abbazia di Westminster, tra i quali si annoveravano moltissime teste coronate e capi di Stato di tutto il mondo.
Elisabetta venne incoronata verso le 11 dall'arcivescovo di Canterbury.
La regina, deceduta l'8 settembre 2022 all'età di 95 anni, è divenuta la più anziana sovrana britannica di tutti i tempi. A lei è succeduto il primogenito, Carlo, che ha assunto il nome di Carlo III.
giovedì 5 febbraio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 5 febbraio.
Secondo la tradizione cristiana, il 5 febbraio del 251 S.Agata spirò dopo il martirio.
Si narra che fosse una giovane catanese di nobile e ricca famiglia, che a 15 anni si convertì al Cristianesimo. Studi storico-giuridici recenti portano a pensare che avesse almeno 21 anni alla conversione, per via del titolo (diaconessa) impossibile da ottenere prima di quell'età, e non oltre i 25, a causa della Lex Laetoria con la quale è stata processata.
Secondo l'editto dell'imperatore Settimio Severo, i cristiani dovevano essere arrestati ed invitati ad abiurare la fede in Dio, pena la tortura e la morte.
Il proconsole di Catania, Quinziano, secondo la tradizione si era invaghito della giovane donna; o forse, da un punto di vista storico, era più probabilmente interessato all'enorme fortuna della sua famiglia; essendo stato respinto, inviò la cortigiana Afrodisia e le sue figlie, tutte donne molto corrotte, a tentare di farle pressioni psicologiche e portarla a negare la fede in Dio. Falliti tutti i tentativi, a causa della grande rettitudine di Agata, il proconsole decise di farla processare.
La giovane non volle abiurare la fede nemmeno dopo essere stata più volte frustata, lacerata con pettini di ferro, scottata con lamine infuocate e addirittura sottoposta alla terribile violenza dello strappo delle mammelle con una tenaglia.
Questo risvolto delle torture, costituirà in seguito il segno distintivo del suo martirio, infatti Agata viene rappresentata con i due seni posati su un piatto e con le tenaglie. Riportata in cella sanguinante e ferita, soffriva molto per il bruciore e dolore, ma sopportava tutto per l’amore di Dio; verso la mezzanotte mentre era in preghiera nella cella, le appare s. Pietro apostolo, accompagnato da un bambino porta lanterna, che la risana le mammelle amputate.
Trascorsi altri quattro giorni nel carcere, viene riportata alla presenza del proconsole, il quale visto le ferite rimarginate, domanda incredulo cosa fosse accaduto, allora la vergine risponde: “Mi ha fatto guarire Cristo”.
Allora Quinziano ordina che venga bruciata su un letto di carboni ardenti, con lamine arroventate e punte infuocate.
A questo punto, secondo la tradizione, mentre il fuoco bruciava le sue carni, non brucia il velo che lei portava; per questa ragione “il velo di sant’Agata” diventò da subito una delle reliquie più preziose; esso è stato portato più volte in processione di fronte alle colate della lava dell’Etna, avendo il potere di fermarla.
Mentre Agata spinta nella fornace ardente muore bruciata, un forte terremoto scuote la città di Catania e il Pretorio crolla parzialmente seppellendo due carnefici consiglieri di Quinziano; la folla dei catanesi spaventata, si ribella all’atroce supplizio della giovane vergine, il proconsole fa togliere Agata dalla brace e la fa riportare agonizzante in cella, dove muore qualche ora dopo.
Nel 1040 le reliquie della santa furono trafugate dal generale bizantino Giorgio Maniace, che le trasportò a Costantinopoli; ma nel 1126 due soldati della corte imperiale, il provenzale Gilberto ed il pugliese Goselmo, le riportarono a Catania dopo un’apparizione della stessa santa, che indicava la buona riuscita dell’impresa; la nave approdò la notte del 7 agosto in un posto denominato Ognina, tutti i catanesi risvegliatasi e rivestitasi alla meglio, accorsero ad onorare la “Santuzza”.
Nei secoli le manifestazioni popolari legate al culto della santa richiamavano gli antichi riti precristiani alla dea Iside; per questo s. Agata con il simbolismo delle mammelle tagliate e poi risanate, assume una possibile trasfigurazione cristiana del culto di Iside, la benefica Gran Madre.
Ciò spiegherebbe anche il patronato di s. Agata sui costruttori di campane, perché si sa, nei culti precristiani la campana era simbolo del grembo della Mater Magna. Le sue reliquie sono conservate nel duomo di Catania in una cassa argentea, opera di celebri artisti catanesi; vi è anche il busto argenteo della “Santuzza”, opera del 1376, che reca sul capo una corona, dono secondo la tradizione, di re Riccardo Cuor di Leone.
Il culto per s. Agata fu talmente grande, che fino al XVI secolo essa era contesa come appartenenza anche da Palermo; la questione è stata a lungo discussa, finché a Palermo il culto per la santa, fu soppiantato da quello per s. Rosalia. Anche a Roma fu molto venerata: papa Simmaco (498-514) eresse in suo onore una basilica sulla Via Aurelia e un’altra le fu dedicata da S. Gregorio Magno nel 593.
Nel XIII secolo nella sola diocesi di Milano si contavano ben 26 chiese a lei intitolate. Celebrazioni e ricorrenze per la sua festa avvengono un po’ in tutta Italia, perfino a San Marino, ma è Catania il centro più folcloristico e religioso del suo culto; le feste sono due, il 5 febbraio e il 17 agosto, con caratteristiche processioni con il prezioso busto della santa, custodito nel Duomo.
Vi sono undici Corporazioni di mestieri tradizionali, che sfilano in processione con le cosiddette ‘Candelore’: fantasiose sculture verticali in legno, con scomparti dove sono scolpiti gli episodi salienti della vita di s. Agata. Il busto argenteo, preceduto dalle ‘Candelore’ è posto a sua volta sul “fercolo”, una macchina trainata con due lunghe e robuste funi, da centinaia di giovani vestiti dal caratteristico ‘sacco’.
Tante altre manifestazioni popolari e folcloristiche, oggi non più in uso, accompagnavano nei tempi trascorsi questi festeggiamenti, a cui partecipava tutto il popolo con le Autorità di Catania, devotissimo alla sua ‘Santuzza’.
Secondo la tradizione cristiana, il 5 febbraio del 251 S.Agata spirò dopo il martirio.
Si narra che fosse una giovane catanese di nobile e ricca famiglia, che a 15 anni si convertì al Cristianesimo. Studi storico-giuridici recenti portano a pensare che avesse almeno 21 anni alla conversione, per via del titolo (diaconessa) impossibile da ottenere prima di quell'età, e non oltre i 25, a causa della Lex Laetoria con la quale è stata processata.
Secondo l'editto dell'imperatore Settimio Severo, i cristiani dovevano essere arrestati ed invitati ad abiurare la fede in Dio, pena la tortura e la morte.
Il proconsole di Catania, Quinziano, secondo la tradizione si era invaghito della giovane donna; o forse, da un punto di vista storico, era più probabilmente interessato all'enorme fortuna della sua famiglia; essendo stato respinto, inviò la cortigiana Afrodisia e le sue figlie, tutte donne molto corrotte, a tentare di farle pressioni psicologiche e portarla a negare la fede in Dio. Falliti tutti i tentativi, a causa della grande rettitudine di Agata, il proconsole decise di farla processare.
La giovane non volle abiurare la fede nemmeno dopo essere stata più volte frustata, lacerata con pettini di ferro, scottata con lamine infuocate e addirittura sottoposta alla terribile violenza dello strappo delle mammelle con una tenaglia.
Questo risvolto delle torture, costituirà in seguito il segno distintivo del suo martirio, infatti Agata viene rappresentata con i due seni posati su un piatto e con le tenaglie. Riportata in cella sanguinante e ferita, soffriva molto per il bruciore e dolore, ma sopportava tutto per l’amore di Dio; verso la mezzanotte mentre era in preghiera nella cella, le appare s. Pietro apostolo, accompagnato da un bambino porta lanterna, che la risana le mammelle amputate.
Trascorsi altri quattro giorni nel carcere, viene riportata alla presenza del proconsole, il quale visto le ferite rimarginate, domanda incredulo cosa fosse accaduto, allora la vergine risponde: “Mi ha fatto guarire Cristo”.
Allora Quinziano ordina che venga bruciata su un letto di carboni ardenti, con lamine arroventate e punte infuocate.
A questo punto, secondo la tradizione, mentre il fuoco bruciava le sue carni, non brucia il velo che lei portava; per questa ragione “il velo di sant’Agata” diventò da subito una delle reliquie più preziose; esso è stato portato più volte in processione di fronte alle colate della lava dell’Etna, avendo il potere di fermarla.
Mentre Agata spinta nella fornace ardente muore bruciata, un forte terremoto scuote la città di Catania e il Pretorio crolla parzialmente seppellendo due carnefici consiglieri di Quinziano; la folla dei catanesi spaventata, si ribella all’atroce supplizio della giovane vergine, il proconsole fa togliere Agata dalla brace e la fa riportare agonizzante in cella, dove muore qualche ora dopo.
Nel 1040 le reliquie della santa furono trafugate dal generale bizantino Giorgio Maniace, che le trasportò a Costantinopoli; ma nel 1126 due soldati della corte imperiale, il provenzale Gilberto ed il pugliese Goselmo, le riportarono a Catania dopo un’apparizione della stessa santa, che indicava la buona riuscita dell’impresa; la nave approdò la notte del 7 agosto in un posto denominato Ognina, tutti i catanesi risvegliatasi e rivestitasi alla meglio, accorsero ad onorare la “Santuzza”.
Nei secoli le manifestazioni popolari legate al culto della santa richiamavano gli antichi riti precristiani alla dea Iside; per questo s. Agata con il simbolismo delle mammelle tagliate e poi risanate, assume una possibile trasfigurazione cristiana del culto di Iside, la benefica Gran Madre.
Ciò spiegherebbe anche il patronato di s. Agata sui costruttori di campane, perché si sa, nei culti precristiani la campana era simbolo del grembo della Mater Magna. Le sue reliquie sono conservate nel duomo di Catania in una cassa argentea, opera di celebri artisti catanesi; vi è anche il busto argenteo della “Santuzza”, opera del 1376, che reca sul capo una corona, dono secondo la tradizione, di re Riccardo Cuor di Leone.
Il culto per s. Agata fu talmente grande, che fino al XVI secolo essa era contesa come appartenenza anche da Palermo; la questione è stata a lungo discussa, finché a Palermo il culto per la santa, fu soppiantato da quello per s. Rosalia. Anche a Roma fu molto venerata: papa Simmaco (498-514) eresse in suo onore una basilica sulla Via Aurelia e un’altra le fu dedicata da S. Gregorio Magno nel 593.
Nel XIII secolo nella sola diocesi di Milano si contavano ben 26 chiese a lei intitolate. Celebrazioni e ricorrenze per la sua festa avvengono un po’ in tutta Italia, perfino a San Marino, ma è Catania il centro più folcloristico e religioso del suo culto; le feste sono due, il 5 febbraio e il 17 agosto, con caratteristiche processioni con il prezioso busto della santa, custodito nel Duomo.
Vi sono undici Corporazioni di mestieri tradizionali, che sfilano in processione con le cosiddette ‘Candelore’: fantasiose sculture verticali in legno, con scomparti dove sono scolpiti gli episodi salienti della vita di s. Agata. Il busto argenteo, preceduto dalle ‘Candelore’ è posto a sua volta sul “fercolo”, una macchina trainata con due lunghe e robuste funi, da centinaia di giovani vestiti dal caratteristico ‘sacco’.
Tante altre manifestazioni popolari e folcloristiche, oggi non più in uso, accompagnavano nei tempi trascorsi questi festeggiamenti, a cui partecipava tutto il popolo con le Autorità di Catania, devotissimo alla sua ‘Santuzza’.
mercoledì 4 febbraio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 4 febbraio.
Il 4 febbraio 211 d.C. Bassiano Antonino (poi chiamato volgarmente Caracalla, dal nome di un mantello militare gallico che egli distribuì al popolo e ai soldati) e Geta, figli dell'imperatore Settimio Severo, gli succedettero al trono.
I due si odiavano e vivevano separatamente nella reggia, protetti ciascuno dai propri soldati. Ma Caracalla decise ben presto di sbarazzarsi di Geta e diventare unico imperatore di Roma.
Fu nel febbraio del 212: Geta si trovava presso Giulia Domna, che lo aveva chiamato per riappacificarlo con il fratello, quando all'improvviso alcuni sicari gli furono addosso e lo pugnalarono.
Compiuto il misfatto, Caracalla si recò al campo dei pretoriani, ai quali Geta era molto popolare, e disse di essere a stento sfuggito ad una insidia tesagli dal fratello. Per calmare l'eccitazione delle coorti pretorie e della II Legione partica dovette dare a ciascun soldato duemila e cinquecento denari.
Mentre al Senato raccontò la storiella che aveva narrata ai pretoriani e disse che accordava una generale amnistia.
Invece da quel momento ebbero inizio orrende stragi: tutti gli amici e coloro che erano sospettati partigiani di Geta vennero trucidati dalla soldataglia e le loro case saccheggiate. Secondo lo storico Dione Cassio, contemporaneo di Caracalla, circa ventimila persone furono uccise; fra queste un figlio di Pertinace, un pronipote e una sorella di Marco Aurelio e Ostilio Papiniano, figlio del giureconsulto Fulvio, il quale, avendo all'imperatore che lo pregava di scrivere l'apologia del fratricidio risposto che era più facile commetterlo che giustificarlo, perdette la vita anche lui.
Giulia Domna dimenticò ben presto la tragedia che aveva insanguinata la reggia. Caracalla gliene fu grato e la mise dentro al governo, affidandole la direzione della cancelleria imperiale, e unendo al suo, il nome di lei nelle lettere e facendola circondare di rispetto e di onori.
Forse si devono a questa donna intelligentissima e colta tutte le cose buone del governo di Caracalla, il quale legò il suo nome al grandioso edificio delle Terme, munito di mille e seicento vasche marmoree, di musei, biblioteche, sale da studio, palestre ginnastiche, portici e giardini.
Nel suo impero Caracalla seguì, esagerandola, la politica del padre. Opportune riforme vennero apportate al codice militare, furono ritoccate le leggi concenenti la schiavitù, la successione e la tutela dei minorenni, provvedimenti rigorosi vennero presi contro gli adulteri ai quali fu applicata la pena capitale; il Senato vide peggiorare la propria condizione e l'esercito continuò a veder crescere i propri privilegi. Per aumentare le paghe ai soldati le spese militari furono accresciute di settanta milioni di dramme e Dione Cassio narra che Caracalla fosse solito dire: " Nessuno, all'infuori di me, deve avere denaro, affinchè io possa darlo ai soldati".
Né fu soltanto generoso con l'esercito; al popolo fece frequenti elargizioni di danaro, donativi ricchissimi diede ai cortigiani; per sé non badò a somme specialmente quando doveva mettersi in viaggio. Queste somme le fece gravare sui senatori i quali avevano l'ordine — secondo quel che scrive Dione Cassio — di fabbricargli dei sontuosi palazzi nelle città che lui doveva visitare, palazzi che l'imperatore non tutti né vide né mai abitò, di costruirgli circhi ed anfiteatri, che dopo venivano demoliti, nei luoghi in cui doveva svernare e di fornigli infine il vitto.
Per ricavare danari fu costretto a portare dal dieci al venti per cento la tassa di affrancamento e quella di successione; quest'ultima venne estesa anche ai parenti prossimi dell'estinto; nuove tasse furono applicate e contributi straordinari furono imposti con frequenza a città e a famiglie ricche dell' impero. Forse dal bisogno che aveva di accrescere il gettito delle imposte fu consigliata la costituzione del 212 che prese il nome di antoniniana con la quale venne accordata la cittadinanza romana a tutti i sudditi liberi dell' impero.
In pratica l'unificazione dell'Impero veniva ufficialmente sanzionata anche se perdeva il carattere profondamente romano.
Con questa costituzione cessa la supremazia di Roma sul mondo; tutti gli uomini liberi, i barbari al pari dei Romani, hanno il diritto di chiamarsi cives per il raggiungimento del quale tanto sangue era stato sparso dagli Italici, e su Roma e sul mondo ora non c'è che un potere solo: quello dell'imperatore.
Circa un anno dopo l'assassinio di Geta, Caracalla lasciò Roma e si recò in Gallia; di là andò nella Rezia per muovere guerra contro un popolo che aveva fatto la sua comparsa ai confini occidentali dell' impero, quello degli Alemanni.
Incerte sono le notizie che abbiamo di questa guerra. Si parla di una vittoria riportata oltre il Meno sugli Alemanni che fruttò all'imperatore i titoli di Germanicus e di Alemannicus, si dice anche che, dopo questo successo, egli fu vinto e dovette comprare dai barbari la pace e l'alleanza.
Queste ultime notizie sono forse molto esagerate: si deve infatti aver presente che egli riuscì a mettere la discordia tra i Vandali e i Marcomanni, che potè far sentire la sua autorità sui Quadi di cui punì con la morte il re, e che infine riuscì a lasciare abbastanza tranquilli i confini.
Dalla Rezia Caracalla si recò in Oriente. Egli ammirava e voleva (anche per lui, l'Alessandrite è sempre quel morbo che non ha mai risparmiato nessuno) emulare Alessandro il Grande e aveva in animo di assoggettare la Parzia traendo profitto dalla situazione di quel regno. Era morto nel 209 Vologeso IV e, dopo un certo periodo di ostilità, i due figli, Vologeso V e Artabano V, avevano diviso fra loro l'impero paterno.
Caracalla prese la via dal Danubio. Durante il viaggio concluse un accordo coi Daci Uberi facendosi consegnare ostaggi, in Tracia costituì una falange di sedicimila uomini, poi passò in Asia e si acquartierò a Nicomedia. Mentre si facevano i preparativi della guerra, si recò nella Troade e sulla tomba del suo liberto Festo scimmiottò il sacrificio che Achille aveva compiuto sul sepolcro dell'amico Patroclo; poi invitò a Nicomedia Abgare, principe dell'Osroene, tributario dell' impero e, dopo averlo fatto prigioniero e messo in prigione, si impadronì di quello stato e fece della capitale Edessa una colonia romana. Lo stesso tentò di fare con l'Armenia dove gli riuscì di prendere prigionieri il re la moglie e i figli, ma la popolazione non volle fare atto di sottomissione.
Da Nicomedia Caracalla passò in Antiochia e da qui nell'autunno del 215, ad Alessandria di Egitto. Gli abitanti di questa città avevano dato a Giulia Domna il nome di Giocasta alludendo ai rapporti incestuosi -del resto non provati- tra l'imperatrice e il figlio, e a questo il nome di Alexander Geticus che ricordava il fratricidio e la mania che Caracalla aveva di emulare il grande Macedone.
L'imperatore si vendicò sanguinosamente dei motti satirici degli alessandrini. Egli invitò i primati della città ad un banchetto, li fece uccidere tutti, poi sguinzagliò le sue soldatesche per le vie, dove furono massacrati un gran numero di cittadini. Dal tempio di Serapide l'imperatore contemplò la strage. Alessandria venne abbandonata al saccheggio poi fu divisa, per mezzo di un muro, in due quartieri affinché l'uno non potesse comunicare con l'altro.
Nel 216 Caracalla fece ritorno in Antiochia e mosse guerra ai Parti per punire Artabano V che gli aveva rifiutata la mano della figlia. Passato attraverso l'Osrobene, nella Media, la devastò; la città di Arbela fu espugnata e i sepolcri degli antichi re che vi si trovavano vennero distrutti. Al pari di Severo, Caracalla non si avventurò nel cuore della Parzia, dove il nemico era fuggito, e fece ritorno in Mesopotamia per passare a Edessa l'inverno e attendere a nuovi preparativi guerreschi.
A Edessa fu ordita una congiura contro l'imperatore e decisa la morte del tiranno. Capo del complotto fu Opellio Macrino, prefetto del pretorio; a sopprimere il principe fu chiamato Marziale, della guardia imperiale, che nutriva odio contro Caracalla per avergli questi negato una promozione.
Nell'aprile del 217 Caracalla si recò a Carre per fare un sacrificio al dio Luno. Durante il viaggio venne ucciso. Datosi alla fuga, Marziale venne poi inseguito da un arciere scita del seguito dell' imperatore, catturato e trucidato.
Giulia Domna si trovava ad Antiochia: appresa la notizia dell'uccisione del figlio, vinta dal dolore, si lasciò morire di fame.
Il 4 febbraio 211 d.C. Bassiano Antonino (poi chiamato volgarmente Caracalla, dal nome di un mantello militare gallico che egli distribuì al popolo e ai soldati) e Geta, figli dell'imperatore Settimio Severo, gli succedettero al trono.
I due si odiavano e vivevano separatamente nella reggia, protetti ciascuno dai propri soldati. Ma Caracalla decise ben presto di sbarazzarsi di Geta e diventare unico imperatore di Roma.
Fu nel febbraio del 212: Geta si trovava presso Giulia Domna, che lo aveva chiamato per riappacificarlo con il fratello, quando all'improvviso alcuni sicari gli furono addosso e lo pugnalarono.
Compiuto il misfatto, Caracalla si recò al campo dei pretoriani, ai quali Geta era molto popolare, e disse di essere a stento sfuggito ad una insidia tesagli dal fratello. Per calmare l'eccitazione delle coorti pretorie e della II Legione partica dovette dare a ciascun soldato duemila e cinquecento denari.
Mentre al Senato raccontò la storiella che aveva narrata ai pretoriani e disse che accordava una generale amnistia.
Invece da quel momento ebbero inizio orrende stragi: tutti gli amici e coloro che erano sospettati partigiani di Geta vennero trucidati dalla soldataglia e le loro case saccheggiate. Secondo lo storico Dione Cassio, contemporaneo di Caracalla, circa ventimila persone furono uccise; fra queste un figlio di Pertinace, un pronipote e una sorella di Marco Aurelio e Ostilio Papiniano, figlio del giureconsulto Fulvio, il quale, avendo all'imperatore che lo pregava di scrivere l'apologia del fratricidio risposto che era più facile commetterlo che giustificarlo, perdette la vita anche lui.
Giulia Domna dimenticò ben presto la tragedia che aveva insanguinata la reggia. Caracalla gliene fu grato e la mise dentro al governo, affidandole la direzione della cancelleria imperiale, e unendo al suo, il nome di lei nelle lettere e facendola circondare di rispetto e di onori.
Forse si devono a questa donna intelligentissima e colta tutte le cose buone del governo di Caracalla, il quale legò il suo nome al grandioso edificio delle Terme, munito di mille e seicento vasche marmoree, di musei, biblioteche, sale da studio, palestre ginnastiche, portici e giardini.
Nel suo impero Caracalla seguì, esagerandola, la politica del padre. Opportune riforme vennero apportate al codice militare, furono ritoccate le leggi concenenti la schiavitù, la successione e la tutela dei minorenni, provvedimenti rigorosi vennero presi contro gli adulteri ai quali fu applicata la pena capitale; il Senato vide peggiorare la propria condizione e l'esercito continuò a veder crescere i propri privilegi. Per aumentare le paghe ai soldati le spese militari furono accresciute di settanta milioni di dramme e Dione Cassio narra che Caracalla fosse solito dire: " Nessuno, all'infuori di me, deve avere denaro, affinchè io possa darlo ai soldati".
Né fu soltanto generoso con l'esercito; al popolo fece frequenti elargizioni di danaro, donativi ricchissimi diede ai cortigiani; per sé non badò a somme specialmente quando doveva mettersi in viaggio. Queste somme le fece gravare sui senatori i quali avevano l'ordine — secondo quel che scrive Dione Cassio — di fabbricargli dei sontuosi palazzi nelle città che lui doveva visitare, palazzi che l'imperatore non tutti né vide né mai abitò, di costruirgli circhi ed anfiteatri, che dopo venivano demoliti, nei luoghi in cui doveva svernare e di fornigli infine il vitto.
Per ricavare danari fu costretto a portare dal dieci al venti per cento la tassa di affrancamento e quella di successione; quest'ultima venne estesa anche ai parenti prossimi dell'estinto; nuove tasse furono applicate e contributi straordinari furono imposti con frequenza a città e a famiglie ricche dell' impero. Forse dal bisogno che aveva di accrescere il gettito delle imposte fu consigliata la costituzione del 212 che prese il nome di antoniniana con la quale venne accordata la cittadinanza romana a tutti i sudditi liberi dell' impero.
In pratica l'unificazione dell'Impero veniva ufficialmente sanzionata anche se perdeva il carattere profondamente romano.
Con questa costituzione cessa la supremazia di Roma sul mondo; tutti gli uomini liberi, i barbari al pari dei Romani, hanno il diritto di chiamarsi cives per il raggiungimento del quale tanto sangue era stato sparso dagli Italici, e su Roma e sul mondo ora non c'è che un potere solo: quello dell'imperatore.
Circa un anno dopo l'assassinio di Geta, Caracalla lasciò Roma e si recò in Gallia; di là andò nella Rezia per muovere guerra contro un popolo che aveva fatto la sua comparsa ai confini occidentali dell' impero, quello degli Alemanni.
Incerte sono le notizie che abbiamo di questa guerra. Si parla di una vittoria riportata oltre il Meno sugli Alemanni che fruttò all'imperatore i titoli di Germanicus e di Alemannicus, si dice anche che, dopo questo successo, egli fu vinto e dovette comprare dai barbari la pace e l'alleanza.
Queste ultime notizie sono forse molto esagerate: si deve infatti aver presente che egli riuscì a mettere la discordia tra i Vandali e i Marcomanni, che potè far sentire la sua autorità sui Quadi di cui punì con la morte il re, e che infine riuscì a lasciare abbastanza tranquilli i confini.
Dalla Rezia Caracalla si recò in Oriente. Egli ammirava e voleva (anche per lui, l'Alessandrite è sempre quel morbo che non ha mai risparmiato nessuno) emulare Alessandro il Grande e aveva in animo di assoggettare la Parzia traendo profitto dalla situazione di quel regno. Era morto nel 209 Vologeso IV e, dopo un certo periodo di ostilità, i due figli, Vologeso V e Artabano V, avevano diviso fra loro l'impero paterno.
Caracalla prese la via dal Danubio. Durante il viaggio concluse un accordo coi Daci Uberi facendosi consegnare ostaggi, in Tracia costituì una falange di sedicimila uomini, poi passò in Asia e si acquartierò a Nicomedia. Mentre si facevano i preparativi della guerra, si recò nella Troade e sulla tomba del suo liberto Festo scimmiottò il sacrificio che Achille aveva compiuto sul sepolcro dell'amico Patroclo; poi invitò a Nicomedia Abgare, principe dell'Osroene, tributario dell' impero e, dopo averlo fatto prigioniero e messo in prigione, si impadronì di quello stato e fece della capitale Edessa una colonia romana. Lo stesso tentò di fare con l'Armenia dove gli riuscì di prendere prigionieri il re la moglie e i figli, ma la popolazione non volle fare atto di sottomissione.
Da Nicomedia Caracalla passò in Antiochia e da qui nell'autunno del 215, ad Alessandria di Egitto. Gli abitanti di questa città avevano dato a Giulia Domna il nome di Giocasta alludendo ai rapporti incestuosi -del resto non provati- tra l'imperatrice e il figlio, e a questo il nome di Alexander Geticus che ricordava il fratricidio e la mania che Caracalla aveva di emulare il grande Macedone.
L'imperatore si vendicò sanguinosamente dei motti satirici degli alessandrini. Egli invitò i primati della città ad un banchetto, li fece uccidere tutti, poi sguinzagliò le sue soldatesche per le vie, dove furono massacrati un gran numero di cittadini. Dal tempio di Serapide l'imperatore contemplò la strage. Alessandria venne abbandonata al saccheggio poi fu divisa, per mezzo di un muro, in due quartieri affinché l'uno non potesse comunicare con l'altro.
Nel 216 Caracalla fece ritorno in Antiochia e mosse guerra ai Parti per punire Artabano V che gli aveva rifiutata la mano della figlia. Passato attraverso l'Osrobene, nella Media, la devastò; la città di Arbela fu espugnata e i sepolcri degli antichi re che vi si trovavano vennero distrutti. Al pari di Severo, Caracalla non si avventurò nel cuore della Parzia, dove il nemico era fuggito, e fece ritorno in Mesopotamia per passare a Edessa l'inverno e attendere a nuovi preparativi guerreschi.
A Edessa fu ordita una congiura contro l'imperatore e decisa la morte del tiranno. Capo del complotto fu Opellio Macrino, prefetto del pretorio; a sopprimere il principe fu chiamato Marziale, della guardia imperiale, che nutriva odio contro Caracalla per avergli questi negato una promozione.
Nell'aprile del 217 Caracalla si recò a Carre per fare un sacrificio al dio Luno. Durante il viaggio venne ucciso. Datosi alla fuga, Marziale venne poi inseguito da un arciere scita del seguito dell' imperatore, catturato e trucidato.
Giulia Domna si trovava ad Antiochia: appresa la notizia dell'uccisione del figlio, vinta dal dolore, si lasciò morire di fame.
martedì 3 febbraio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 3 febbraio 1957 va in onda sulla televisione un nuovo programma, molto particolare, si chiama Carosello.
È il primo spazio televisivo dedicato alla pubblicità e deve perciò rispondere a regole molto precise perché è concepito come un teatrino in cui i vari brani sono "solo" presentati da un prodotto commerciale. Regole essenziali sono perciò:
1) Ogni filmato dura (a seconda del periodo) da 1 minuto e 45 secondi a 2 minuti e 15 secondi.
2) Di questo tempo solo 35 secondi possono essere dedicati alla pubblicità vera e propria (codino pubblicitario)
3) Il resto del tempo è dedicato a una scenetta, un filmato, un cartone animato o altro che deve essere assolutamente slegato dal prodotto che viene pubblicizzato. La pubblicità deve essere presente perciò solo nel codino.
4) Assolutamente vietati i riferimenti a: sesso, adulterio, lusso eccessivo, oggetti superflui e odio di classe. Non deve creare troppi desideri e non deve fare uso di parole "indecenti" come sudore, mutande, reggiseno ecc. Bisogna insomma dare una giustificazione artistica a una forma di comunicazione commerciale, e il risultato è piuttosto positivo.
Fra il 1957 e il 1977 (data di chiusura della storica trasmissione) la parola "carosello" è stata sinonimo di "spot pubblicitario". Tutti i più grandi attori, registi e cantanti fanno "caroselli", da Eduardo de Filippo a Mina, da Vittorio Gassman a Dario Fo, da Sergio Leone a Totò, da Luciano Emmer (inventore di Carosello) a Francesco Guccini. E poi ancora attori come Macario, Peppino de Filippo, Nino Manfredi, Nino Taranto, Raimondo Vianello, Carlo Giuffrè, Renato Rascel, Paolo Panelli; e registi e sceneggiatori come Age e Scarpelli, Gillo Pontecorvo, Lina Wertmüller, Dino Risi, Ermanno Olmi, Pupi Avati, i fratelli Taviani, Ugo Gregoretti.
Nello stesso tempo Carosello è stato una importantissima palestra anche per nuovi registi e attori e certamente un'ottima vetrina per esibire le creazioni e sperimentazioni di disegnatori di cartoni animati che, grazie alla popolarità della trasmissione, avevano una immediata enorme diffusione. Nel 1976 si calcola che il pubblico di Carosello era di almeno 19 milioni di persone.
Un'attuale rilettura evidenzierebbe un'allora centralità socio culturale localizzata nelle regioni del Nord Ovest italiano (Milano, Torino) teatro allora della rinascita economica e meta preferenziale dell'emigrazione. Troviamo infatti lo stereotipo della massaia moderna ed avveduta, da uno spiccato accento milanese, con il compito di indicare il prodotto casalingo più aggiornato. In contropartita osserviamo la persona semplice e sprovveduta, sia attore che personaggio d'animazione come il pulcino di Calimero, entrambi con spiccato accento veneto, regione allora depressa e serbatoio di emigrazione. Potrebbe indurre il sospetto di un velato razzismo l'apporre tale dialetto al personaggio di una colf di colore ma tuttavia si tendeva ad evidenziare la differenza tra metropoli e provincia, l'ingresso o meno degli italiani nella cultura consumistica. Un buon esempio sono le avventure di un contadino in un negozio di casalinghi, alla ricerca di "una cosa cittadina". Inorridito davanti a degli elettrodomestici messi in prova da un commesso, l'uomo può rassicurarsi riconoscendo il marchio del prodotto richiesto, una comune lametta da barba.
Rispetto alla pubblicità moderna, la più lampante differenza rimane proprio il tentativo della RAI di integrare le novità di una nascente società dei consumi in un contesto legato alla tradizione nazionale popolare. Il messaggio pretendeva di essere rassicurante e a tratti persino pedagogico (sebbene certamente caratterizzato da elementi che si potrebbero definire kitsch). Attraverso lo slogan si elargiva una promessa delle qualità di un prodotto.
Sicuramente il mondo dei pubblicitari, in prima fila la Sipra - che gestiva la pubblicità RAI - vedevano in Carosello uno strumento sfuggito loro di mano, per passare ai "creativi": il personaggio e la storiella erano più importanti del messaggio pubblicitario: Calimero era più famoso del detersivo reclamizzato.
Definito da una certa cultura "diseducativo", di fatto poco pratico e dispendioso per la committenza, data l'eccessiva durata dello sketch, nel giorno di Capodanno del 1977 andò in onda l'ultima puntata di Carosello.
Molti pubblicitari moderni parlano oggi di una sindrome di carosello: sarebbe una malattia italiana che consiste nel non riuscire a staccarsi definitivamente dal modello pubblicitario di Carosello.
Ma è anche vero che numerosissimi slogan e personaggi inventati in quello spazio televisivo sono diventati dei veri e propri "modi di dire" e restano ancora oggi nella memoria collettiva degli italiani (...con più di trent'anni!); primo tra tutti, naturalmente, la frase "dopo Carosello, tutti a nanna!"
Nel 2013, la Rai decide di riproporre, in via sperimentale, il format di Carosello con una nuova trasmissione denominata Carosello reloaded, andato in onda dal 6 maggio al 28 luglio, quindi dal 29 settembre alle 21.10 su Raiuno. Il programma aveva una durata massima di 210 secondi (più breve rispetto ai 10 minuti del Carosello originale) ed aveva all'interno tre spot. La storica sigla è stata mantenuta e rivisitata in chiave moderna, ed il programma è stato curato dalla concessionaria pubblicitaria Rai, Rai Pubblicità, ex Sipra.
È il primo spazio televisivo dedicato alla pubblicità e deve perciò rispondere a regole molto precise perché è concepito come un teatrino in cui i vari brani sono "solo" presentati da un prodotto commerciale. Regole essenziali sono perciò:
1) Ogni filmato dura (a seconda del periodo) da 1 minuto e 45 secondi a 2 minuti e 15 secondi.
2) Di questo tempo solo 35 secondi possono essere dedicati alla pubblicità vera e propria (codino pubblicitario)
3) Il resto del tempo è dedicato a una scenetta, un filmato, un cartone animato o altro che deve essere assolutamente slegato dal prodotto che viene pubblicizzato. La pubblicità deve essere presente perciò solo nel codino.
4) Assolutamente vietati i riferimenti a: sesso, adulterio, lusso eccessivo, oggetti superflui e odio di classe. Non deve creare troppi desideri e non deve fare uso di parole "indecenti" come sudore, mutande, reggiseno ecc. Bisogna insomma dare una giustificazione artistica a una forma di comunicazione commerciale, e il risultato è piuttosto positivo.
Fra il 1957 e il 1977 (data di chiusura della storica trasmissione) la parola "carosello" è stata sinonimo di "spot pubblicitario". Tutti i più grandi attori, registi e cantanti fanno "caroselli", da Eduardo de Filippo a Mina, da Vittorio Gassman a Dario Fo, da Sergio Leone a Totò, da Luciano Emmer (inventore di Carosello) a Francesco Guccini. E poi ancora attori come Macario, Peppino de Filippo, Nino Manfredi, Nino Taranto, Raimondo Vianello, Carlo Giuffrè, Renato Rascel, Paolo Panelli; e registi e sceneggiatori come Age e Scarpelli, Gillo Pontecorvo, Lina Wertmüller, Dino Risi, Ermanno Olmi, Pupi Avati, i fratelli Taviani, Ugo Gregoretti.
Nello stesso tempo Carosello è stato una importantissima palestra anche per nuovi registi e attori e certamente un'ottima vetrina per esibire le creazioni e sperimentazioni di disegnatori di cartoni animati che, grazie alla popolarità della trasmissione, avevano una immediata enorme diffusione. Nel 1976 si calcola che il pubblico di Carosello era di almeno 19 milioni di persone.
Un'attuale rilettura evidenzierebbe un'allora centralità socio culturale localizzata nelle regioni del Nord Ovest italiano (Milano, Torino) teatro allora della rinascita economica e meta preferenziale dell'emigrazione. Troviamo infatti lo stereotipo della massaia moderna ed avveduta, da uno spiccato accento milanese, con il compito di indicare il prodotto casalingo più aggiornato. In contropartita osserviamo la persona semplice e sprovveduta, sia attore che personaggio d'animazione come il pulcino di Calimero, entrambi con spiccato accento veneto, regione allora depressa e serbatoio di emigrazione. Potrebbe indurre il sospetto di un velato razzismo l'apporre tale dialetto al personaggio di una colf di colore ma tuttavia si tendeva ad evidenziare la differenza tra metropoli e provincia, l'ingresso o meno degli italiani nella cultura consumistica. Un buon esempio sono le avventure di un contadino in un negozio di casalinghi, alla ricerca di "una cosa cittadina". Inorridito davanti a degli elettrodomestici messi in prova da un commesso, l'uomo può rassicurarsi riconoscendo il marchio del prodotto richiesto, una comune lametta da barba.
Rispetto alla pubblicità moderna, la più lampante differenza rimane proprio il tentativo della RAI di integrare le novità di una nascente società dei consumi in un contesto legato alla tradizione nazionale popolare. Il messaggio pretendeva di essere rassicurante e a tratti persino pedagogico (sebbene certamente caratterizzato da elementi che si potrebbero definire kitsch). Attraverso lo slogan si elargiva una promessa delle qualità di un prodotto.
Sicuramente il mondo dei pubblicitari, in prima fila la Sipra - che gestiva la pubblicità RAI - vedevano in Carosello uno strumento sfuggito loro di mano, per passare ai "creativi": il personaggio e la storiella erano più importanti del messaggio pubblicitario: Calimero era più famoso del detersivo reclamizzato.
Definito da una certa cultura "diseducativo", di fatto poco pratico e dispendioso per la committenza, data l'eccessiva durata dello sketch, nel giorno di Capodanno del 1977 andò in onda l'ultima puntata di Carosello.
Molti pubblicitari moderni parlano oggi di una sindrome di carosello: sarebbe una malattia italiana che consiste nel non riuscire a staccarsi definitivamente dal modello pubblicitario di Carosello.
Ma è anche vero che numerosissimi slogan e personaggi inventati in quello spazio televisivo sono diventati dei veri e propri "modi di dire" e restano ancora oggi nella memoria collettiva degli italiani (...con più di trent'anni!); primo tra tutti, naturalmente, la frase "dopo Carosello, tutti a nanna!"
Nel 2013, la Rai decide di riproporre, in via sperimentale, il format di Carosello con una nuova trasmissione denominata Carosello reloaded, andato in onda dal 6 maggio al 28 luglio, quindi dal 29 settembre alle 21.10 su Raiuno. Il programma aveva una durata massima di 210 secondi (più breve rispetto ai 10 minuti del Carosello originale) ed aveva all'interno tre spot. La storica sigla è stata mantenuta e rivisitata in chiave moderna, ed il programma è stato curato dalla concessionaria pubblicitaria Rai, Rai Pubblicità, ex Sipra.
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lunedì 2 febbraio 2026
AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 2 febbraio.
Il 2 febbraio del 1703, giorno della festività della Purificazione di Maria e del connesso rito della Candelora, un forte terremoto si verificò a nord della città dell'Aquila distruggendo quasi completamente il capoluogo abruzzese e causando forti danni in tutta la regione. Il sisma, che ebbe una magnitudo momento di 6,7, si verificò poco prima di mezzogiorno e pertanto sorprese i fedeli radunati nelle chiese per le celebrazioni liturgiche. Alcune centinaia di persone si trovavano in quel momento nella chiesa di San Domenico dove si concedeva una comunione generale quando le capriate del tetto cedettero seppellendo i presenti.
Altri crolli gravissimi si ebbero nella basilica di San Bernardino, ove rimasero in piedi solo il coro, la facciata e le mura laterali, e nella cattedrale di San Massimo, oltre che nelle chiese di San Filippo, San Francesco e Sant'Agostino. Alla scossa principale, per ventidue ore ne seguirono altre durante le quali la terra esalava pessimi odori e l'acqua dei pozzi cresceva e gorgogliava a causa dei gas. In totale L'Aquila contò circa 2.500 morti, 800 nella sola chiesa di San Domenico, cioè circa un terzo della popolazione ma il terremoto fece vittime anche nelle città vicine per un bilancio totale di oltre 6.000 decessi.
Pochi giorni dopo la tragedia venne inviato da Napoli il Marchese della Rocca, Marco Garofalo, che venne investito dei poteri di commissario straordinario: il vicario organizzò i soccorsi e tenne sotto controllo l'ordine pubblico, riuscendo anche a far desistere i sopravvissuti dall'idea di abbandonare definitivamente L'Aquila. Nel novembre del 1703 riuscì a far approvare l'esenzione fiscale per i cittadini colpiti per un tempo proporzionale ai danni subiti; per L'Aquila in particolare il pagamento delle tasse venne sospeso per dieci anni, un provvedimento che fu giudicato vitale per far ripartire l'economia e dare slancio all'opera di ricostruzione. Parallelamente venne però istituita una tassa straordinaria per permettere la realizzazione di 92 baracche per gli sfollati nella Piazza del Duomo, in una delle quali trovò posto anche il Consiglio Comunale.
In breve tempo sul terreno occupato in precedenza da dimore crollate sorsero i palazzi delle nuove famiglie aquilane, tra cui si ricordano i Romanelli, i Bonanni, i Pica e gli Oliva mentre molte tra le principale chiese del capoluogo vennero pesantemente modificate o riedificate secondo il nuovo gusto barocco.
Poiché i primi interventi riguardarono le abitazioni civili, per quasi due anni le principali architetture danneggiate rimasero ricoperte di macerie; il primo intervento di ricostruzione del patrimonio architettonico cittadino, il monastero di Sant'Agostino, venne iniziato solo nel 1705. Nel 1707 venne realizzato il progetto di restauro dell'adiacente chiesa ad opera di giovan Battista Contini, allievo del Bernini, che prevedeva una nuova pianta ellittica e la rotazione del prospetto principale su Piazza San Marco. La chiesa venne completata nel 1727, mentre i lavori sul monastero vennero interrotti a più riprese e portati a termine in maniera definitiva solo nel XIX secolo con la realizzazione del Palazzo della Prefettura in stile neoclassico. Anche la chiesa di Santa Caterina venne ricostruita a pianta ellittica e facciata a cuneo stondato, mentre nelle chiese di San Marciano e Santa Maria Paganica si perpetuò la rotazione della pianta con la facciata principale non più rivolta sul lato lungo dell'edificio, ma su quello corto.
Più complesso il discorso per quanto riguarda la cattedrale di San Massimo la cui ricostruzione, iniziata nel 1708 ad opera di Sebastiano Cipriani, risparmiò solo il perimetro murario su Via Roio; i lavori furono molto lunghi e la chiesa venne riaperta, seppur priva di cupola e facciata, solamente nel 1780. Anche la basilica di San Bernardino venne completamente ricostruita ad opera del Cipriani e del Contini e nel 1724 Ferdinando Mosca vi realizzò uno splendido soffitto in legno. La basilica di Santa Maria di Collemaggio venne impreziosita da numerose aggiunte barocche che successivamente sono state eliminate in seguito al restauro del 1972.
Legata alle vicende del terremoto è anche la chiesa delle Anime Sante, la cui costruzione fu iniziata nel 1713 quando si decise di erigere una nuova sede per la Confraternita del Suffragio; la struttura, affidata all'architetto Carlo Buratti, fu completata per apporti successivi: nel 1770 iniziò la realizzazione della facciata concava ad opera di Gianfrancesco Leomporri mentre la cupola del Valadier venne aggiunta solo nel 1805.
Nel 1712, alla vigilia del termine del periodo di esenzione fiscale, venne istituito un censimento per valutare il pagamento da versare alla Corona. Nel capoluogo risultarono 2.684 abitanti divisi in 670 famiglie, di cui ben 149 erano forestieri attratte dalle possibilità offerta dalla ricostruzione: di queste le più numerose erano quelle di origine milanese che già da qualche secolo avevano avviato una immigrazione verso l'Abruzzo Ultra e l'aquilano in particolare, mentre le altre provenivano per buona parte dal contado, il che attivò un processo di ruralizzazione cittadina. Nel ventennio successivo, fino al 1732, arrivarono all'Aquila 160 nuovi fuochi, famiglie povere del contado o ricchi proprietari terrieri interessati ad accrescere la propria posizione sociale, che contribuirono al ripopolamento della città.
La tragedia incise comunque profondamente la comunità, tanto da spingere a modificare gli storici colori della città (il bianco e il rosso) nel nero e nel verde attuali, rispettivamente uno a ricordo del lutto e l'altro in segno di speranza. Anche le principali festività subiscono il ricordo del terremoto tanto che il Carnevale aquilano non antecede mai il 2 febbraio, giorno della Candelora, e può essere considerato il più corto del mondo.
Il 2 febbraio del 1703, giorno della festività della Purificazione di Maria e del connesso rito della Candelora, un forte terremoto si verificò a nord della città dell'Aquila distruggendo quasi completamente il capoluogo abruzzese e causando forti danni in tutta la regione. Il sisma, che ebbe una magnitudo momento di 6,7, si verificò poco prima di mezzogiorno e pertanto sorprese i fedeli radunati nelle chiese per le celebrazioni liturgiche. Alcune centinaia di persone si trovavano in quel momento nella chiesa di San Domenico dove si concedeva una comunione generale quando le capriate del tetto cedettero seppellendo i presenti.
Altri crolli gravissimi si ebbero nella basilica di San Bernardino, ove rimasero in piedi solo il coro, la facciata e le mura laterali, e nella cattedrale di San Massimo, oltre che nelle chiese di San Filippo, San Francesco e Sant'Agostino. Alla scossa principale, per ventidue ore ne seguirono altre durante le quali la terra esalava pessimi odori e l'acqua dei pozzi cresceva e gorgogliava a causa dei gas. In totale L'Aquila contò circa 2.500 morti, 800 nella sola chiesa di San Domenico, cioè circa un terzo della popolazione ma il terremoto fece vittime anche nelle città vicine per un bilancio totale di oltre 6.000 decessi.
Pochi giorni dopo la tragedia venne inviato da Napoli il Marchese della Rocca, Marco Garofalo, che venne investito dei poteri di commissario straordinario: il vicario organizzò i soccorsi e tenne sotto controllo l'ordine pubblico, riuscendo anche a far desistere i sopravvissuti dall'idea di abbandonare definitivamente L'Aquila. Nel novembre del 1703 riuscì a far approvare l'esenzione fiscale per i cittadini colpiti per un tempo proporzionale ai danni subiti; per L'Aquila in particolare il pagamento delle tasse venne sospeso per dieci anni, un provvedimento che fu giudicato vitale per far ripartire l'economia e dare slancio all'opera di ricostruzione. Parallelamente venne però istituita una tassa straordinaria per permettere la realizzazione di 92 baracche per gli sfollati nella Piazza del Duomo, in una delle quali trovò posto anche il Consiglio Comunale.
In breve tempo sul terreno occupato in precedenza da dimore crollate sorsero i palazzi delle nuove famiglie aquilane, tra cui si ricordano i Romanelli, i Bonanni, i Pica e gli Oliva mentre molte tra le principale chiese del capoluogo vennero pesantemente modificate o riedificate secondo il nuovo gusto barocco.
Poiché i primi interventi riguardarono le abitazioni civili, per quasi due anni le principali architetture danneggiate rimasero ricoperte di macerie; il primo intervento di ricostruzione del patrimonio architettonico cittadino, il monastero di Sant'Agostino, venne iniziato solo nel 1705. Nel 1707 venne realizzato il progetto di restauro dell'adiacente chiesa ad opera di giovan Battista Contini, allievo del Bernini, che prevedeva una nuova pianta ellittica e la rotazione del prospetto principale su Piazza San Marco. La chiesa venne completata nel 1727, mentre i lavori sul monastero vennero interrotti a più riprese e portati a termine in maniera definitiva solo nel XIX secolo con la realizzazione del Palazzo della Prefettura in stile neoclassico. Anche la chiesa di Santa Caterina venne ricostruita a pianta ellittica e facciata a cuneo stondato, mentre nelle chiese di San Marciano e Santa Maria Paganica si perpetuò la rotazione della pianta con la facciata principale non più rivolta sul lato lungo dell'edificio, ma su quello corto.
Più complesso il discorso per quanto riguarda la cattedrale di San Massimo la cui ricostruzione, iniziata nel 1708 ad opera di Sebastiano Cipriani, risparmiò solo il perimetro murario su Via Roio; i lavori furono molto lunghi e la chiesa venne riaperta, seppur priva di cupola e facciata, solamente nel 1780. Anche la basilica di San Bernardino venne completamente ricostruita ad opera del Cipriani e del Contini e nel 1724 Ferdinando Mosca vi realizzò uno splendido soffitto in legno. La basilica di Santa Maria di Collemaggio venne impreziosita da numerose aggiunte barocche che successivamente sono state eliminate in seguito al restauro del 1972.
Legata alle vicende del terremoto è anche la chiesa delle Anime Sante, la cui costruzione fu iniziata nel 1713 quando si decise di erigere una nuova sede per la Confraternita del Suffragio; la struttura, affidata all'architetto Carlo Buratti, fu completata per apporti successivi: nel 1770 iniziò la realizzazione della facciata concava ad opera di Gianfrancesco Leomporri mentre la cupola del Valadier venne aggiunta solo nel 1805.
Nel 1712, alla vigilia del termine del periodo di esenzione fiscale, venne istituito un censimento per valutare il pagamento da versare alla Corona. Nel capoluogo risultarono 2.684 abitanti divisi in 670 famiglie, di cui ben 149 erano forestieri attratte dalle possibilità offerta dalla ricostruzione: di queste le più numerose erano quelle di origine milanese che già da qualche secolo avevano avviato una immigrazione verso l'Abruzzo Ultra e l'aquilano in particolare, mentre le altre provenivano per buona parte dal contado, il che attivò un processo di ruralizzazione cittadina. Nel ventennio successivo, fino al 1732, arrivarono all'Aquila 160 nuovi fuochi, famiglie povere del contado o ricchi proprietari terrieri interessati ad accrescere la propria posizione sociale, che contribuirono al ripopolamento della città.
La tragedia incise comunque profondamente la comunità, tanto da spingere a modificare gli storici colori della città (il bianco e il rosso) nel nero e nel verde attuali, rispettivamente uno a ricordo del lutto e l'altro in segno di speranza. Anche le principali festività subiscono il ricordo del terremoto tanto che il Carnevale aquilano non antecede mai il 2 febbraio, giorno della Candelora, e può essere considerato il più corto del mondo.
domenica 1 febbraio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 1 febbraio.
Il 1 febbraio del 2003, durante il volo di rientro dall'atmosfera, lo Space Shuttle Columbia si disintegrava sui cieli del Texas uccidente i sette astronauti a bordo.
Il Columbia era il secondo Shuttle a essere stato costruito dalla NASA e il primo ad avere compiuto un volo spaziale completo con la missione STS-1 nell’aprile del 1981. A inizio 2003 aveva portato e riportato dall’orbita 27 diversi equipaggi nel corso di altrettante missioni e il 16 gennaio era pronto sulla rampa di lancio per portarne un ventottesimo. La missione non era però iniziata sotto i migliori auspici, diciamo: a causa di diversi problemi tecnici e disguidi il lancio era stato progressivamente rimandato. La NASA lo aveva messo in programma per l’11 gennaio del 2001 ma la data fu spostata in avanti per ben 18 volte, cosa che si era rivelata alquanto frustrante per i responsabili della missione e i membri dell’equipaggio.
Il 16 gennaio 2003 era infine tutto pronto per il lancio. Le condizioni meteo in Florida erano ideali e i problemi tecnici riscontrati nei mesi precedenti erano stati tutti affrontati e risolti. A bordo del Columbia oltre al capitano Husband c’erano William C. McCool, Michael P. Anderson, l’israeliano Ilan Ramon, Kalpana Chawla, David M. Brown e Laurel Blair Salton Clark. Il centro di controllo della NASA diede tutti i “go” necessari e alle 14:39 (ora italiana) il Columbia fece la sua classica e fragorosa partenza spinto dai suoi tre motori a razzo e soprattutto dalla coppia di razzi a propellente solido, quelli bianchi alti ai due lati dell’enorme serbatoio esterno (ET), arancione. Tre elementi che si staccavano dagli Shuttle terminata la fase di lancio per ricadere sulla Terra ed essere recuperati nell’oceano.
Andò tutto per il verso giusto, o almeno così pensarono i responsabili della NASA e i membri dell’equipaggio. Ancora una volta l’incubo del Challenger, l’unico Shuttle a essersi disintegrato alla partenza, era stato messo da parte dopo i primi minuti di viaggio della navicella verso lo spazio. Nella turbolenta fase di lancio, si sarebbe scoperto in seguito, si era però staccata una parte della schiuma usata come isolante termico per l’ET. Il detrito, grande quanto una valigetta ventiquattrore, era precipitato nello spazio tra l’ET e il Columbia, andando a colpire e a danneggiare alcuni pannelli dello scudo termico dello Shuttle sulla sua ala sinistra. Accadde quando la navicella si trovava a un’altitudine di 20mila metri e viaggiava a una velocità di 840 metri al secondo.
Era già successo in passato che una parte della schiuma isolante del serbatoio si fosse staccata durante le fasi di lancio. Il fenomeno era stato osservato in almeno altre quattro missioni e per questo motivo la NASA aveva montato, per la prima volta, proprio sul Columbia una telecamera apposita per monitorare l’andamento dell’ET fino al suo completo distacco dallo Shuttle. Due ore dopo il lancio, come da routine, fu esaminato il video della partenza del Columbia e non fu rilevato nulla di strano. Il giorno seguente un altro video con una migliore definizione permise di identificare il distacco della schiuma e l’impatto dei detriti sull’ala sinistra della navicella, anche se non fu possibile identificare il punto preciso a causa della posizione della telecamera per il monitoraggio.
Come si sarebbe scoperto dopo l’incidente grazie alle inchieste governative sul disastro, la NASA non fu in grado di fare una precisa valutazione del rischio legato al danno subito dal Columbia alla partenza. Le richieste di realizzare immagini più dettagliate del punto di impatto della schiuma sullo scudo termico furono in gran parte ignorate, ma molto di che cosa accadde nella valutazione del rischio rimane a oggi segreto di stato. L’intero processo, si sarebbe concluso in seguito, fu condizionato dall’atteggiamento dei responsabili della NASA, convinti che non si sarebbe potuto fare nulla anche se il danno fosse stato identificato e valutato completamente. Dopo diverse analisi, anche di modelli statistici, la NASA concluse che il danno arrecato allo scudo termico era un problema di non fondamentale importanza.
Alle 14:10 del primo febbraio, all’equipaggio del Columbia fu comunicato il “go” per spostare lo Shuttle dall’orbita in cui aveva viaggiato per quasi 16 giorni. L’operazione fu eseguita qualche minuto dopo da Husband e McCool utilizzando due motori di manovra. In quel momento lo Shuttle era capovolto. Oltre 280 chilometri più in basso c’era l’Oceano Indiano. La navicella rallentò dai suoi 7,8 chilometri al secondo e circa mezz’ora dopo lasciò lo spazio per entrare nell’atmosfera, il grande involucro intorno al nostro pianeta che ci consente di vivere.
La compressione dei gas atmosferici causata dal volo ad alta velocità comportò un rapido aumento della temperatura sullo scudo termico del Columbia. Ai loro bordi, le ali raggiunsero i 1.370 °C in pochi minuti. A una velocità di circa 30mila chilometri orari, lo Shuttle compì una manovra programmata spostandosi verso destra e poi un altro movimento per ridurre la velocità e di conseguenza la temperatura. Alle 14:50 la navicella e le sette persone a bordo iniziarono il momento più critico del rientro, quello in cui lo scudo termico raggiungeva il massimo surriscaldamento a oltre 1.500 °C.
Il Columbia si trovava a circa 70mila metri di altitudine quando iniziò a perdere alcuni pezzi, fenomeno visibile nel cielo della Costa Occidentale dove non c’era ancora stata l’alba (9 ore in meno rispetto a quella italiana) da alcuni appassionati che stavano filmando il rientro della navicella: raccontarono dopo il disastro di avere visto alcuni detriti luminosi, perché incandescenti, staccarsi dalle ali dello Shuttle. A terra, il direttore di volo della NASA fu avvisato che i sensori sull’ala sinistra del Columbia avevano smesso di funzionare e inviare dati.
Alle 14:54 lo Shuttle si trovava sopra lo stato del Nevada, dove diversi testimoni osservarono alcuni lampi di luce prodotti dalla navicella. Nei minuti seguenti il Columbia proseguì il proprio rientro sorvolando in successione lo Utah, l’Arizona, il New Mexico e infine il Texas, dove passò a una altitudine di 63mila metri e a una velocità di quasi 21mila chilometri orari. Erano le 14:58 e la navicella perse dall’ala sinistra una delle piastrelle dello scudo termico che sarebbe stata trovata successivamente vicino Littlefield, nel nord-ovest del Texas.
“Roger, uh, bu…” furono le ultime parole ricevute quel giorno dal Columbia. Erano le 14:59 (le 8:59 sulla Costa est degli Stati Uniti) e nei cieli del Texas lo Shuttle stava diventando un insieme di piccole luminosissime meteore. Nei secondi seguenti continuarono a disintegrarsi e a ridursi in pezzi sempre più piccoli. Il modulo in cui si trovava l’equipaggio fu l’ultimo a distruggersi poco dopo le tre del pomeriggio e sparì dalla vista di chi osservava allibito da terra in meno di un minuto. Centinaia di piccoli detriti caddero in un’ampia area del Texas e ci sarebbero voluti giorni e giorni di lavoro per recuperarli tutti, portarli ai centri di ricerca della NASA e avviare le indagini per ricostruire le cause del disastro. Lo Shuttle Columbia si era disintegrato.
In pochi minuti la notizia fece il giro del mondo, finendo nelle edizioni straordinarie di tutti i principali telegiornali. Alle otto di sera, le due del pomeriggio a Washington, l’allora presidente degli Stati Uniti George W. Bush ebbe il difficile compito di annunciare quanto accaduto al popolo americano. Anni prima era successo a un altro presidente repubblicano, Ronald Reagan, che aveva tenuto un commovente discorso televisivo per il disastro del Challenger. Dalla Casa Bianca, Bush disse: “Il Columbia è perduto; non ci sono sopravvissuti”. Mostrò la propria vicinanza ai familiari e agli amici degli astronauti morti, rassicurò la nazione e confermò che l’incidente, per quanto grave, non avrebbe in alcun modo fermato “il nostro viaggio nello spazio”, la “causa per cui sono morti” i membri dell’equipaggio.
In seguito all’incidente la NASA condusse una propria indagine, seguita da un’altra inchiesta indipendente. La conclusione, dopo mesi di studi e di analisi, fu che a causare l’incidente fu la frattura sull’ala sinistra del Columbia causata al momento del lancio dal distacco di una parte di schiuma isolante dal serbatoio. Furono duramente criticate alcune scelte effettuate dai responsabili della NASA e fu messa in luce una certa impreparazione, tecnica e anche di atteggiamento, da parte di alcune persone, nel valutare il rischio per quanto riguardava il danno subito alla partenza dallo Shuttle. Si concluse anche che la NASA avrebbe potuto avviare una missione di salvataggio, per quanto rischiosa, utilizzando un altro Shuttle o facendo tentare ai membri dell’equipaggio del Columbia una passeggiata spaziale per riparare il danno all’ala sinistra.
Preparare uno Shuttle per una missione di salvataggio era considerato poco praticabile, perché di norma richiedeva tempi non compatibili con quelli stretti dovuti alla scarsità di acqua, corrente e ossigeno sulla navicella già in orbita. All’epoca era però quasi pronto lo Shuttle Atlantis, la cui partenza era prevista per il primo marzo. La NASA avrebbe potuto lanciare questo secondo Shuttle il 10 febbraio, in tempo utile. Ma si sarebbe comunque trattato di una missione pericolosa e che avrebbe messo a rischio la vita di un secondo equipaggio. Far riparare il danno all’equipaggio con una “passeggiata spaziale” non sarebbe stato ugualmente facile, anche perché a bordo il Columbia non aveva tutti gli strumenti necessari per effettuare una riparazione affidabile.
Il disastro del Columbia portò alla sospensione del programma spaziale degli Shuttle e comportò anche un ritardo nei lavori di costruzione della Stazione Spaziale Internazionale. Gli Shuttle tornarono a volare, con il Discovery, nell’estate del 2005. Nell’anno e mezzo di pausa, i tecnici della NASA elaborarono nuove procedure e sistemi per verificare l’integrità degli isolanti termici sulla navicella, grazie alla dolorosa lezione del Columbia.
In onore dei sette membri dell’equipaggio, la NASA ha nominato altrettanti asteroidi che erano stati scoperti nel 2001 con i loro nomi. Su Marte, il luogo in cui è atterrato il robot automatico (rover) Spirit è stato chiamato Columbia Memorial Station. Presso il Cimitero nazionale di Arlington, in Virginia, una lapide ricorda la storia e l’equipaggio del Columbia. E in Texas, dove la navicella si sbriciolò in cielo, la città di Amarillo ha dedicato il proprio aeroporto a Rick Husband, il comandante della missione originario della città. Il ragazzino che da grande aveva fatto l’astronauta.
Il 1 febbraio del 2003, durante il volo di rientro dall'atmosfera, lo Space Shuttle Columbia si disintegrava sui cieli del Texas uccidente i sette astronauti a bordo.
Il Columbia era il secondo Shuttle a essere stato costruito dalla NASA e il primo ad avere compiuto un volo spaziale completo con la missione STS-1 nell’aprile del 1981. A inizio 2003 aveva portato e riportato dall’orbita 27 diversi equipaggi nel corso di altrettante missioni e il 16 gennaio era pronto sulla rampa di lancio per portarne un ventottesimo. La missione non era però iniziata sotto i migliori auspici, diciamo: a causa di diversi problemi tecnici e disguidi il lancio era stato progressivamente rimandato. La NASA lo aveva messo in programma per l’11 gennaio del 2001 ma la data fu spostata in avanti per ben 18 volte, cosa che si era rivelata alquanto frustrante per i responsabili della missione e i membri dell’equipaggio.
Il 16 gennaio 2003 era infine tutto pronto per il lancio. Le condizioni meteo in Florida erano ideali e i problemi tecnici riscontrati nei mesi precedenti erano stati tutti affrontati e risolti. A bordo del Columbia oltre al capitano Husband c’erano William C. McCool, Michael P. Anderson, l’israeliano Ilan Ramon, Kalpana Chawla, David M. Brown e Laurel Blair Salton Clark. Il centro di controllo della NASA diede tutti i “go” necessari e alle 14:39 (ora italiana) il Columbia fece la sua classica e fragorosa partenza spinto dai suoi tre motori a razzo e soprattutto dalla coppia di razzi a propellente solido, quelli bianchi alti ai due lati dell’enorme serbatoio esterno (ET), arancione. Tre elementi che si staccavano dagli Shuttle terminata la fase di lancio per ricadere sulla Terra ed essere recuperati nell’oceano.
Andò tutto per il verso giusto, o almeno così pensarono i responsabili della NASA e i membri dell’equipaggio. Ancora una volta l’incubo del Challenger, l’unico Shuttle a essersi disintegrato alla partenza, era stato messo da parte dopo i primi minuti di viaggio della navicella verso lo spazio. Nella turbolenta fase di lancio, si sarebbe scoperto in seguito, si era però staccata una parte della schiuma usata come isolante termico per l’ET. Il detrito, grande quanto una valigetta ventiquattrore, era precipitato nello spazio tra l’ET e il Columbia, andando a colpire e a danneggiare alcuni pannelli dello scudo termico dello Shuttle sulla sua ala sinistra. Accadde quando la navicella si trovava a un’altitudine di 20mila metri e viaggiava a una velocità di 840 metri al secondo.
Era già successo in passato che una parte della schiuma isolante del serbatoio si fosse staccata durante le fasi di lancio. Il fenomeno era stato osservato in almeno altre quattro missioni e per questo motivo la NASA aveva montato, per la prima volta, proprio sul Columbia una telecamera apposita per monitorare l’andamento dell’ET fino al suo completo distacco dallo Shuttle. Due ore dopo il lancio, come da routine, fu esaminato il video della partenza del Columbia e non fu rilevato nulla di strano. Il giorno seguente un altro video con una migliore definizione permise di identificare il distacco della schiuma e l’impatto dei detriti sull’ala sinistra della navicella, anche se non fu possibile identificare il punto preciso a causa della posizione della telecamera per il monitoraggio.
Come si sarebbe scoperto dopo l’incidente grazie alle inchieste governative sul disastro, la NASA non fu in grado di fare una precisa valutazione del rischio legato al danno subito dal Columbia alla partenza. Le richieste di realizzare immagini più dettagliate del punto di impatto della schiuma sullo scudo termico furono in gran parte ignorate, ma molto di che cosa accadde nella valutazione del rischio rimane a oggi segreto di stato. L’intero processo, si sarebbe concluso in seguito, fu condizionato dall’atteggiamento dei responsabili della NASA, convinti che non si sarebbe potuto fare nulla anche se il danno fosse stato identificato e valutato completamente. Dopo diverse analisi, anche di modelli statistici, la NASA concluse che il danno arrecato allo scudo termico era un problema di non fondamentale importanza.
Alle 14:10 del primo febbraio, all’equipaggio del Columbia fu comunicato il “go” per spostare lo Shuttle dall’orbita in cui aveva viaggiato per quasi 16 giorni. L’operazione fu eseguita qualche minuto dopo da Husband e McCool utilizzando due motori di manovra. In quel momento lo Shuttle era capovolto. Oltre 280 chilometri più in basso c’era l’Oceano Indiano. La navicella rallentò dai suoi 7,8 chilometri al secondo e circa mezz’ora dopo lasciò lo spazio per entrare nell’atmosfera, il grande involucro intorno al nostro pianeta che ci consente di vivere.
La compressione dei gas atmosferici causata dal volo ad alta velocità comportò un rapido aumento della temperatura sullo scudo termico del Columbia. Ai loro bordi, le ali raggiunsero i 1.370 °C in pochi minuti. A una velocità di circa 30mila chilometri orari, lo Shuttle compì una manovra programmata spostandosi verso destra e poi un altro movimento per ridurre la velocità e di conseguenza la temperatura. Alle 14:50 la navicella e le sette persone a bordo iniziarono il momento più critico del rientro, quello in cui lo scudo termico raggiungeva il massimo surriscaldamento a oltre 1.500 °C.
Il Columbia si trovava a circa 70mila metri di altitudine quando iniziò a perdere alcuni pezzi, fenomeno visibile nel cielo della Costa Occidentale dove non c’era ancora stata l’alba (9 ore in meno rispetto a quella italiana) da alcuni appassionati che stavano filmando il rientro della navicella: raccontarono dopo il disastro di avere visto alcuni detriti luminosi, perché incandescenti, staccarsi dalle ali dello Shuttle. A terra, il direttore di volo della NASA fu avvisato che i sensori sull’ala sinistra del Columbia avevano smesso di funzionare e inviare dati.
Alle 14:54 lo Shuttle si trovava sopra lo stato del Nevada, dove diversi testimoni osservarono alcuni lampi di luce prodotti dalla navicella. Nei minuti seguenti il Columbia proseguì il proprio rientro sorvolando in successione lo Utah, l’Arizona, il New Mexico e infine il Texas, dove passò a una altitudine di 63mila metri e a una velocità di quasi 21mila chilometri orari. Erano le 14:58 e la navicella perse dall’ala sinistra una delle piastrelle dello scudo termico che sarebbe stata trovata successivamente vicino Littlefield, nel nord-ovest del Texas.
“Roger, uh, bu…” furono le ultime parole ricevute quel giorno dal Columbia. Erano le 14:59 (le 8:59 sulla Costa est degli Stati Uniti) e nei cieli del Texas lo Shuttle stava diventando un insieme di piccole luminosissime meteore. Nei secondi seguenti continuarono a disintegrarsi e a ridursi in pezzi sempre più piccoli. Il modulo in cui si trovava l’equipaggio fu l’ultimo a distruggersi poco dopo le tre del pomeriggio e sparì dalla vista di chi osservava allibito da terra in meno di un minuto. Centinaia di piccoli detriti caddero in un’ampia area del Texas e ci sarebbero voluti giorni e giorni di lavoro per recuperarli tutti, portarli ai centri di ricerca della NASA e avviare le indagini per ricostruire le cause del disastro. Lo Shuttle Columbia si era disintegrato.
In pochi minuti la notizia fece il giro del mondo, finendo nelle edizioni straordinarie di tutti i principali telegiornali. Alle otto di sera, le due del pomeriggio a Washington, l’allora presidente degli Stati Uniti George W. Bush ebbe il difficile compito di annunciare quanto accaduto al popolo americano. Anni prima era successo a un altro presidente repubblicano, Ronald Reagan, che aveva tenuto un commovente discorso televisivo per il disastro del Challenger. Dalla Casa Bianca, Bush disse: “Il Columbia è perduto; non ci sono sopravvissuti”. Mostrò la propria vicinanza ai familiari e agli amici degli astronauti morti, rassicurò la nazione e confermò che l’incidente, per quanto grave, non avrebbe in alcun modo fermato “il nostro viaggio nello spazio”, la “causa per cui sono morti” i membri dell’equipaggio.
In seguito all’incidente la NASA condusse una propria indagine, seguita da un’altra inchiesta indipendente. La conclusione, dopo mesi di studi e di analisi, fu che a causare l’incidente fu la frattura sull’ala sinistra del Columbia causata al momento del lancio dal distacco di una parte di schiuma isolante dal serbatoio. Furono duramente criticate alcune scelte effettuate dai responsabili della NASA e fu messa in luce una certa impreparazione, tecnica e anche di atteggiamento, da parte di alcune persone, nel valutare il rischio per quanto riguardava il danno subito alla partenza dallo Shuttle. Si concluse anche che la NASA avrebbe potuto avviare una missione di salvataggio, per quanto rischiosa, utilizzando un altro Shuttle o facendo tentare ai membri dell’equipaggio del Columbia una passeggiata spaziale per riparare il danno all’ala sinistra.
Preparare uno Shuttle per una missione di salvataggio era considerato poco praticabile, perché di norma richiedeva tempi non compatibili con quelli stretti dovuti alla scarsità di acqua, corrente e ossigeno sulla navicella già in orbita. All’epoca era però quasi pronto lo Shuttle Atlantis, la cui partenza era prevista per il primo marzo. La NASA avrebbe potuto lanciare questo secondo Shuttle il 10 febbraio, in tempo utile. Ma si sarebbe comunque trattato di una missione pericolosa e che avrebbe messo a rischio la vita di un secondo equipaggio. Far riparare il danno all’equipaggio con una “passeggiata spaziale” non sarebbe stato ugualmente facile, anche perché a bordo il Columbia non aveva tutti gli strumenti necessari per effettuare una riparazione affidabile.
Il disastro del Columbia portò alla sospensione del programma spaziale degli Shuttle e comportò anche un ritardo nei lavori di costruzione della Stazione Spaziale Internazionale. Gli Shuttle tornarono a volare, con il Discovery, nell’estate del 2005. Nell’anno e mezzo di pausa, i tecnici della NASA elaborarono nuove procedure e sistemi per verificare l’integrità degli isolanti termici sulla navicella, grazie alla dolorosa lezione del Columbia.
In onore dei sette membri dell’equipaggio, la NASA ha nominato altrettanti asteroidi che erano stati scoperti nel 2001 con i loro nomi. Su Marte, il luogo in cui è atterrato il robot automatico (rover) Spirit è stato chiamato Columbia Memorial Station. Presso il Cimitero nazionale di Arlington, in Virginia, una lapide ricorda la storia e l’equipaggio del Columbia. E in Texas, dove la navicella si sbriciolò in cielo, la città di Amarillo ha dedicato il proprio aeroporto a Rick Husband, il comandante della missione originario della città. Il ragazzino che da grande aveva fatto l’astronauta.
sabato 31 gennaio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 31 gennaio.
Il 31 gennaio 1797 a Lichtental, piccolo sobborgo di Vienna nacque Franz Schubert.
Il piccolo Franz si rivelò molto portato ad apprendere la musica e fu mandato a lezione di canto, organo, pianoforte ed armonia presso l'organista della parrocchia, Michael Holzer .
Nel 1808, a undici anni, lasciò la famiglia per l’Imperialregio Convitto (Stadtkonvikt) e accolto nella Cappella Reale come cantore, per la sua voce caratterizzata da un angelico timbro da soprano.
Duranti i cinque anni nel Convitto, Schubert scrisse le sue prime composizioni: una “Fantasia per pianoforte” ed alcuni “Lieder“. Nel comporre non si serviva del pianoforte, ma scriveva la musica come se scrivesse parole, facendo pochissime correzioni e, come esecutore al pianoforte, rivelava una grande dolcezza nel modo di sfiorare i tasti, producendo un suono chiaro e pulito.
La passione di Schubert per la musica sottraeva troppo tempo allo studio delle altre materie, ragion per cui nacquero aspri conflitti con il padre, finchè, nel 1814 il giovane Franz ritornò in famiglia dove assunse l’incarico di Assistente nella scuola diretta da suo padre.
Nel maggio del 1814 Schubert assistette alla rappresentazione del “Fidelio” e, sull’onda dall'entusiasmo che seguì alla visione dell’opera di Beethoven, scrisse una “Messa“, che fu eseguita nella parrocchia di Lichtental. Fu un buon successo, che Schubert visse doppiamente, essendo innamorato di Therese Grob, il soprano solista. Dieci giorni dopo, nella prestigiosa Chiesa degli Agostiniani, nel centro della Città Vecchia, andò in scena una versione perfezionata dell'opera, ormai definitivamente intitolata “Messa in Fa maggiore“ In quei dieci giorni Schubert compose anche il famoso lieder “Margherita e l'Arcolaio“(Gretchen am Spinnrade).
Schubert lavorava indefessamente alla sua musica, nel 1815 aveva già composto 4 Opere, 150 Lieder per voce e pianoforte, 2 Sinfonie, 2 Sonate pianistiche, 2 Messe, un Quartetto per Archi, e, l'anno dopo altri 100 Lieder, le Sinfonie n° 4 e n° 5 e la “Messa n° 4“.
Per assicurarsi uno stipendio sufficiente Franz rispose al bando di concorso per insegnante alla scuola tedesca di Lubiana, ma, malgrado l'autorevole raccomandazione di Salieri, Schubert non superò l'esame.
Nel 1816 Franz Schubert abbandonò il lavoro da assistente scolastico, privandosi dell'unica fonte sicura di guadagno perché era pressoché sconosciuto al pubblico, anche se aveva scritto circa 500 composizioni, il suo nome non compariva nelle "hit parade" del tempo e gli editori musicali ne ignoravano completamente l'esistenza.
Nel 1818 alcuni suoi lavori vennero eseguiti in pubblico e recensiti sull'autorevole "Wiener allgemeine theater zeitung". I toni del recensore erano entusiastici e chiedevano a viva voce che il pubblico dedicasse maggior attenzione alla musica di Schubert, il quale per andare avanti, era comunque costretto a insegnare presso l'Istituto Scolastico di Rossau dal quale presto si dimise per dedicarsi alle lezioni private di musica.
Schubert, assiduo frequentatore dei caffè e dei luoghi più alla moda nella Vienna dei primi anni del secolo XIX, grazie a una sorta di mecenatismo borghese, visse la condizione del compositore esclusivamente dedito alla propria arte e sciolto da qualsiasi servizio. La piccola comunità di familiari e amici provvedeva a lui in cambio della musica che egli donava loro, come unica attività conservò le lezioni di musica alle contessine Maria e Carolina Esterhàzy, occupazione che gli garantivano l’acceso ai migliori salotti di Vienna.
Nel 1820, andò in scena, al Teatro di Porta Carinzia, l'atto unico “I fratelli gemelli” con il famoso baritono Michael Vogl nel ruolo principale ed il pubblico cominciò a notarlo. Ma insieme al successo venne anche la notizia del matrimonio di Therese Grob, la soprano di cui Schubert era innamorato.
Nel 1821, con un vero atto di mecenatismo, degli amici di Franz Schubert, uniti in un Consorzio Editoriale, diedero alle stampe sette quaderni contenenti circa venti suoi lieder.
Accanto ai Lieder uscirono le sue prime composizioni per pianoforte, tra cui 36 valzer e le Variazioni op.10, dedicate a Beethoven.
Nel 1822, stimolato da un ambiente musicale particolarmente vivo, qual era Vienna in quegli anni, Schubert compose alcuni tra i suoi capolavori: la “Messa in La bemolle“, il quintetto per pianoforte “La trota“, le sinfonie “Quinta“, “Sesta“, “Settima” e “Ottava“ (quest'ultima conosciuta con il nome di “Incompiuta“), il Lied “La morte e la Fanciulla“.
Nel 1823, a poco più di venticinque anni, Schubert era finalmente abbastanza noto nella capitale. Ma la sua fama subiva un notevole freno dal suo aspetto fisico, che lo faceva somigliare a un contadino bavarese e che lo penalizzava nell'alta società del tempo.
Gli Amici lo chiamavano "schwammerl", cioè funghetto, a causa della grossa testa incassata nel piccolo corpo grasso ed il suo carattere inclinava verso una fondamentale malinconia .
L’amico Vogl, per risollevargli il morale, lo portò con se in vari viaggi e nel 1825, risalirono il Danubio e toccarono Steyr, Linz, Gmunden e Salisurgo. Le lunghe passeggiate restituirono a Schubert la spensieratezza di un tempo e, dei due tristi anni precedenti rimase solo la produzione musicale, intensa e coinvolgente di “Ottetto in fa maggiore”, del “Quartetto in fa minore“ e soprattutto del “Divertimento alla ungherese” che sono tra le musiche più belle composte da Schubert in quegli anni.
Dai primi mesi del 1826 la combriccola di amici del musicista inaugurò un ciclo di serate a base di balli e salsicce (Wurstelball). Cominciarono così le "schubertiadi", durante le quali la musica di Franz accompagnava strepitose abbuffate di ottimi wurstel.
La felicità di questi momenti, era però poca cosa, le Case Editrici gli pubblicavano solo Lieder, e ignorarono grandi opere alle quali Schubert teneva di più come il “Quartetto per archi in re minore” tratto dal Lied “La morte e la Fanciulla”, il “Quartetto in sol maggiore”, la “Sonata in sol maggiore per pianoforte” e il “Trio in si bemolle maggiore“.
Una serie di delusioni spinsero Schubert in gravi crisi depressive: perse il concorso per diventare Kappellmeister di Corte, appartenuto ad Antonio Salieri, perse il concorso da vicedirettore del Teatro di Porta Carinzia, la sua opera “Il conte di Gleichen” venne censurata e non riuscì a rappresentarla.
Nel 1827 pubblicò 24 Lieder con il titolo “Il viaggio d'inverno“ e nel 1828, scrisse ma non riuscì a pubblicare “Improvvisi” e “Momenti musicali al pianoforte“, “Fantasia in fa minore per pianoforte a quattro mani“, “Messa in mi bemolle” e “Sinfonia in do maggiore” che rimasero nei cassetti del musicista, e videro la luce decine di anni dopo la sua morte.
Franz Schubert morì a soli 31 anni, di febbre tifoide, il 19 novembre del 1828 e riposa nel cimitero viennese di Wharing a pochi metri di distanza da Beethoven che in vita tanto ammirò ma che non incontrò mai.
Il 31 gennaio 1797 a Lichtental, piccolo sobborgo di Vienna nacque Franz Schubert.
Il piccolo Franz si rivelò molto portato ad apprendere la musica e fu mandato a lezione di canto, organo, pianoforte ed armonia presso l'organista della parrocchia, Michael Holzer .
Nel 1808, a undici anni, lasciò la famiglia per l’Imperialregio Convitto (Stadtkonvikt) e accolto nella Cappella Reale come cantore, per la sua voce caratterizzata da un angelico timbro da soprano.
Duranti i cinque anni nel Convitto, Schubert scrisse le sue prime composizioni: una “Fantasia per pianoforte” ed alcuni “Lieder“. Nel comporre non si serviva del pianoforte, ma scriveva la musica come se scrivesse parole, facendo pochissime correzioni e, come esecutore al pianoforte, rivelava una grande dolcezza nel modo di sfiorare i tasti, producendo un suono chiaro e pulito.
La passione di Schubert per la musica sottraeva troppo tempo allo studio delle altre materie, ragion per cui nacquero aspri conflitti con il padre, finchè, nel 1814 il giovane Franz ritornò in famiglia dove assunse l’incarico di Assistente nella scuola diretta da suo padre.
Nel maggio del 1814 Schubert assistette alla rappresentazione del “Fidelio” e, sull’onda dall'entusiasmo che seguì alla visione dell’opera di Beethoven, scrisse una “Messa“, che fu eseguita nella parrocchia di Lichtental. Fu un buon successo, che Schubert visse doppiamente, essendo innamorato di Therese Grob, il soprano solista. Dieci giorni dopo, nella prestigiosa Chiesa degli Agostiniani, nel centro della Città Vecchia, andò in scena una versione perfezionata dell'opera, ormai definitivamente intitolata “Messa in Fa maggiore“ In quei dieci giorni Schubert compose anche il famoso lieder “Margherita e l'Arcolaio“(Gretchen am Spinnrade).
Schubert lavorava indefessamente alla sua musica, nel 1815 aveva già composto 4 Opere, 150 Lieder per voce e pianoforte, 2 Sinfonie, 2 Sonate pianistiche, 2 Messe, un Quartetto per Archi, e, l'anno dopo altri 100 Lieder, le Sinfonie n° 4 e n° 5 e la “Messa n° 4“.
Per assicurarsi uno stipendio sufficiente Franz rispose al bando di concorso per insegnante alla scuola tedesca di Lubiana, ma, malgrado l'autorevole raccomandazione di Salieri, Schubert non superò l'esame.
Nel 1816 Franz Schubert abbandonò il lavoro da assistente scolastico, privandosi dell'unica fonte sicura di guadagno perché era pressoché sconosciuto al pubblico, anche se aveva scritto circa 500 composizioni, il suo nome non compariva nelle "hit parade" del tempo e gli editori musicali ne ignoravano completamente l'esistenza.
Nel 1818 alcuni suoi lavori vennero eseguiti in pubblico e recensiti sull'autorevole "Wiener allgemeine theater zeitung". I toni del recensore erano entusiastici e chiedevano a viva voce che il pubblico dedicasse maggior attenzione alla musica di Schubert, il quale per andare avanti, era comunque costretto a insegnare presso l'Istituto Scolastico di Rossau dal quale presto si dimise per dedicarsi alle lezioni private di musica.
Schubert, assiduo frequentatore dei caffè e dei luoghi più alla moda nella Vienna dei primi anni del secolo XIX, grazie a una sorta di mecenatismo borghese, visse la condizione del compositore esclusivamente dedito alla propria arte e sciolto da qualsiasi servizio. La piccola comunità di familiari e amici provvedeva a lui in cambio della musica che egli donava loro, come unica attività conservò le lezioni di musica alle contessine Maria e Carolina Esterhàzy, occupazione che gli garantivano l’acceso ai migliori salotti di Vienna.
Nel 1820, andò in scena, al Teatro di Porta Carinzia, l'atto unico “I fratelli gemelli” con il famoso baritono Michael Vogl nel ruolo principale ed il pubblico cominciò a notarlo. Ma insieme al successo venne anche la notizia del matrimonio di Therese Grob, la soprano di cui Schubert era innamorato.
Nel 1821, con un vero atto di mecenatismo, degli amici di Franz Schubert, uniti in un Consorzio Editoriale, diedero alle stampe sette quaderni contenenti circa venti suoi lieder.
Accanto ai Lieder uscirono le sue prime composizioni per pianoforte, tra cui 36 valzer e le Variazioni op.10, dedicate a Beethoven.
Nel 1822, stimolato da un ambiente musicale particolarmente vivo, qual era Vienna in quegli anni, Schubert compose alcuni tra i suoi capolavori: la “Messa in La bemolle“, il quintetto per pianoforte “La trota“, le sinfonie “Quinta“, “Sesta“, “Settima” e “Ottava“ (quest'ultima conosciuta con il nome di “Incompiuta“), il Lied “La morte e la Fanciulla“.
Nel 1823, a poco più di venticinque anni, Schubert era finalmente abbastanza noto nella capitale. Ma la sua fama subiva un notevole freno dal suo aspetto fisico, che lo faceva somigliare a un contadino bavarese e che lo penalizzava nell'alta società del tempo.
Gli Amici lo chiamavano "schwammerl", cioè funghetto, a causa della grossa testa incassata nel piccolo corpo grasso ed il suo carattere inclinava verso una fondamentale malinconia .
L’amico Vogl, per risollevargli il morale, lo portò con se in vari viaggi e nel 1825, risalirono il Danubio e toccarono Steyr, Linz, Gmunden e Salisurgo. Le lunghe passeggiate restituirono a Schubert la spensieratezza di un tempo e, dei due tristi anni precedenti rimase solo la produzione musicale, intensa e coinvolgente di “Ottetto in fa maggiore”, del “Quartetto in fa minore“ e soprattutto del “Divertimento alla ungherese” che sono tra le musiche più belle composte da Schubert in quegli anni.
Dai primi mesi del 1826 la combriccola di amici del musicista inaugurò un ciclo di serate a base di balli e salsicce (Wurstelball). Cominciarono così le "schubertiadi", durante le quali la musica di Franz accompagnava strepitose abbuffate di ottimi wurstel.
La felicità di questi momenti, era però poca cosa, le Case Editrici gli pubblicavano solo Lieder, e ignorarono grandi opere alle quali Schubert teneva di più come il “Quartetto per archi in re minore” tratto dal Lied “La morte e la Fanciulla”, il “Quartetto in sol maggiore”, la “Sonata in sol maggiore per pianoforte” e il “Trio in si bemolle maggiore“.
Una serie di delusioni spinsero Schubert in gravi crisi depressive: perse il concorso per diventare Kappellmeister di Corte, appartenuto ad Antonio Salieri, perse il concorso da vicedirettore del Teatro di Porta Carinzia, la sua opera “Il conte di Gleichen” venne censurata e non riuscì a rappresentarla.
Nel 1827 pubblicò 24 Lieder con il titolo “Il viaggio d'inverno“ e nel 1828, scrisse ma non riuscì a pubblicare “Improvvisi” e “Momenti musicali al pianoforte“, “Fantasia in fa minore per pianoforte a quattro mani“, “Messa in mi bemolle” e “Sinfonia in do maggiore” che rimasero nei cassetti del musicista, e videro la luce decine di anni dopo la sua morte.
Franz Schubert morì a soli 31 anni, di febbre tifoide, il 19 novembre del 1828 e riposa nel cimitero viennese di Wharing a pochi metri di distanza da Beethoven che in vita tanto ammirò ma che non incontrò mai.
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