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domenica 1 febbraio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 1 febbraio.
Il 1 febbraio del 2003, durante il volo di rientro dall'atmosfera, lo Space Shuttle Columbia si disintegrava sui cieli del Texas uccidente i sette astronauti a bordo.
Il Columbia era il secondo Shuttle a essere stato costruito dalla NASA e il primo ad avere compiuto un volo spaziale completo con la missione STS-1 nell’aprile del 1981. A inizio 2003 aveva portato e riportato dall’orbita 27 diversi equipaggi nel corso di altrettante missioni e il 16 gennaio era pronto sulla rampa di lancio per portarne un ventottesimo. La missione non era però iniziata sotto i migliori auspici, diciamo: a causa di diversi problemi tecnici e disguidi il lancio era stato progressivamente rimandato. La NASA lo aveva messo in programma per l’11 gennaio del 2001 ma la data fu spostata in avanti per ben 18 volte, cosa che si era rivelata alquanto frustrante per i responsabili della missione e i membri dell’equipaggio.
Il 16 gennaio 2003 era infine tutto pronto per il lancio. Le condizioni meteo in Florida erano ideali e i problemi tecnici riscontrati nei mesi precedenti erano stati tutti affrontati e risolti. A bordo del Columbia oltre al capitano Husband c’erano William C. McCool, Michael P. Anderson, l’israeliano Ilan Ramon, Kalpana Chawla, David M. Brown e Laurel Blair Salton Clark. Il centro di controllo della NASA diede tutti i “go” necessari e alle 14:39 (ora italiana) il Columbia fece la sua classica e fragorosa partenza spinto dai suoi tre motori a razzo e soprattutto dalla coppia di razzi a propellente solido, quelli bianchi alti ai due lati dell’enorme serbatoio esterno (ET), arancione. Tre elementi che si staccavano dagli Shuttle terminata la fase di lancio per ricadere sulla Terra ed essere recuperati nell’oceano.
Andò tutto per il verso giusto, o almeno così pensarono i responsabili della NASA e i membri dell’equipaggio. Ancora una volta l’incubo del Challenger, l’unico Shuttle a essersi disintegrato alla partenza, era stato messo da parte dopo i primi minuti di viaggio della navicella verso lo spazio. Nella turbolenta fase di lancio, si sarebbe scoperto in seguito, si era però staccata una parte della schiuma usata come isolante termico per l’ET. Il detrito, grande quanto una valigetta ventiquattrore, era precipitato nello spazio tra l’ET e il Columbia, andando a colpire e a danneggiare alcuni pannelli dello scudo termico dello Shuttle sulla sua ala sinistra. Accadde quando la navicella si trovava a un’altitudine di 20mila metri e viaggiava a una velocità di 840 metri al secondo.
Era già successo in passato che una parte della schiuma isolante del serbatoio si fosse staccata durante le fasi di lancio. Il fenomeno era stato osservato in almeno altre quattro missioni e per questo motivo la NASA aveva montato, per la prima volta, proprio sul Columbia una telecamera apposita per monitorare l’andamento dell’ET fino al suo completo distacco dallo Shuttle. Due ore dopo il lancio, come da routine, fu esaminato il video della partenza del Columbia e non fu rilevato nulla di strano. Il giorno seguente un altro video con una migliore definizione permise di identificare il distacco della schiuma e l’impatto dei detriti sull’ala sinistra della navicella, anche se non fu possibile identificare il punto preciso a causa della posizione della telecamera per il monitoraggio.
Come si sarebbe scoperto dopo l’incidente grazie alle inchieste governative sul disastro, la NASA non fu in grado di fare una precisa valutazione del rischio legato al danno subito dal Columbia alla partenza. Le richieste di realizzare immagini più dettagliate del punto di impatto della schiuma sullo scudo termico furono in gran parte ignorate, ma molto di che cosa accadde nella valutazione del rischio rimane a oggi segreto di stato. L’intero processo, si sarebbe concluso in seguito, fu condizionato dall’atteggiamento dei responsabili della NASA, convinti che non si sarebbe potuto fare nulla anche se il danno fosse stato identificato e valutato completamente. Dopo diverse analisi, anche di modelli statistici, la NASA concluse che il danno arrecato allo scudo termico era un problema di non fondamentale importanza.
Alle 14:10 del primo febbraio, all’equipaggio del Columbia fu comunicato il “go” per spostare lo Shuttle dall’orbita in cui aveva viaggiato per quasi 16 giorni. L’operazione fu eseguita qualche minuto dopo da Husband e McCool utilizzando due motori di manovra. In quel momento lo Shuttle era capovolto. Oltre 280 chilometri più in basso c’era l’Oceano Indiano. La navicella rallentò dai suoi 7,8 chilometri al secondo e circa mezz’ora dopo lasciò lo spazio per entrare nell’atmosfera, il grande involucro intorno al nostro pianeta che ci consente di vivere.
La compressione dei gas atmosferici causata dal volo ad alta velocità comportò un rapido aumento della temperatura sullo scudo termico del Columbia. Ai loro bordi, le ali raggiunsero i 1.370 °C in pochi minuti. A una velocità di circa 30mila chilometri orari, lo Shuttle compì una manovra programmata spostandosi verso destra e poi un altro movimento per ridurre la velocità e di conseguenza la temperatura. Alle 14:50 la navicella e le sette persone a bordo iniziarono il momento più critico del rientro, quello in cui lo scudo termico raggiungeva il massimo surriscaldamento a oltre 1.500 °C.
Il Columbia si trovava a circa 70mila metri di altitudine quando iniziò a perdere alcuni pezzi, fenomeno visibile nel cielo della Costa Occidentale dove non c’era ancora stata l’alba (9 ore in meno rispetto a quella italiana) da alcuni appassionati che stavano filmando il rientro della navicella: raccontarono dopo il disastro di avere visto alcuni detriti luminosi, perché incandescenti, staccarsi dalle ali dello Shuttle. A terra, il direttore di volo della NASA fu avvisato che i sensori sull’ala sinistra del Columbia avevano smesso di funzionare e inviare dati.
Alle 14:54 lo Shuttle si trovava sopra lo stato del Nevada, dove diversi testimoni osservarono alcuni lampi di luce prodotti dalla navicella. Nei minuti seguenti il Columbia proseguì il proprio rientro sorvolando in successione lo Utah, l’Arizona, il New Mexico e infine il Texas, dove passò a una altitudine di 63mila metri e a una velocità di quasi 21mila chilometri orari. Erano le 14:58 e la navicella perse dall’ala sinistra una delle piastrelle dello scudo termico che sarebbe stata trovata successivamente vicino Littlefield, nel nord-ovest del Texas.
“Roger, uh, bu…” furono le ultime parole ricevute quel giorno dal Columbia. Erano le 14:59 (le 8:59 sulla Costa est degli Stati Uniti) e nei cieli del Texas lo Shuttle stava diventando un insieme di piccole luminosissime meteore. Nei secondi seguenti continuarono a disintegrarsi e a ridursi in pezzi sempre più piccoli. Il modulo in cui si trovava l’equipaggio fu l’ultimo a distruggersi poco dopo le tre del pomeriggio e sparì dalla vista di chi osservava allibito da terra in meno di un minuto. Centinaia di piccoli detriti caddero in un’ampia area del Texas e ci sarebbero voluti giorni e giorni di lavoro per recuperarli tutti, portarli ai centri di ricerca della NASA e avviare le indagini per ricostruire le cause del disastro. Lo Shuttle Columbia si era disintegrato.
In pochi minuti la notizia fece il giro del mondo, finendo nelle edizioni straordinarie di tutti i principali telegiornali. Alle otto di sera, le due del pomeriggio a Washington, l’allora presidente degli Stati Uniti George W. Bush ebbe il difficile compito di annunciare quanto accaduto al popolo americano. Anni prima era successo a un altro presidente repubblicano, Ronald Reagan, che aveva tenuto un commovente discorso televisivo per il disastro del Challenger. Dalla Casa Bianca, Bush disse: “Il Columbia è perduto; non ci sono sopravvissuti”. Mostrò la propria vicinanza ai familiari e agli amici degli astronauti morti, rassicurò la nazione e confermò che l’incidente, per quanto grave, non avrebbe in alcun modo fermato “il nostro viaggio nello spazio”, la “causa per cui sono morti” i membri dell’equipaggio.
In seguito all’incidente la NASA condusse una propria indagine, seguita da un’altra inchiesta indipendente. La conclusione, dopo mesi di studi e di analisi, fu che a causare l’incidente fu la frattura sull’ala sinistra del Columbia causata al momento del lancio dal distacco di una parte di schiuma isolante dal serbatoio. Furono duramente criticate alcune scelte effettuate dai responsabili della NASA e fu messa in luce una certa impreparazione, tecnica e anche di atteggiamento, da parte di alcune persone, nel valutare il rischio per quanto riguardava il danno subito alla partenza dallo Shuttle. Si concluse anche che la NASA avrebbe potuto avviare una missione di salvataggio, per quanto rischiosa, utilizzando un altro Shuttle o facendo tentare ai membri dell’equipaggio del Columbia una passeggiata spaziale per riparare il danno all’ala sinistra.
Preparare uno Shuttle per una missione di salvataggio era considerato poco praticabile, perché di norma richiedeva tempi non compatibili con quelli stretti dovuti alla scarsità di acqua, corrente e ossigeno sulla navicella già in orbita. All’epoca era però quasi pronto lo Shuttle Atlantis, la cui partenza era prevista per il primo marzo. La NASA avrebbe potuto lanciare questo secondo Shuttle il 10 febbraio, in tempo utile. Ma si sarebbe comunque trattato di una missione pericolosa e che avrebbe messo a rischio la vita di un secondo equipaggio. Far riparare il danno all’equipaggio con una “passeggiata spaziale” non sarebbe stato ugualmente facile, anche perché a bordo il Columbia non aveva tutti gli strumenti necessari per effettuare una riparazione affidabile.
Il disastro del Columbia portò alla sospensione del programma spaziale degli Shuttle e comportò anche un ritardo nei lavori di costruzione della Stazione Spaziale Internazionale. Gli Shuttle tornarono a volare, con il Discovery, nell’estate del 2005. Nell’anno e mezzo di pausa, i tecnici della NASA elaborarono nuove procedure e sistemi per verificare l’integrità degli isolanti termici sulla navicella, grazie alla dolorosa lezione del Columbia.
In onore dei sette membri dell’equipaggio, la NASA ha nominato altrettanti asteroidi che erano stati scoperti nel 2001 con i loro nomi. Su Marte, il luogo in cui è atterrato il robot automatico (rover) Spirit è stato chiamato Columbia Memorial Station. Presso il Cimitero nazionale di Arlington, in Virginia, una lapide ricorda la storia e l’equipaggio del Columbia. E in Texas, dove la navicella si sbriciolò in cielo, la città di Amarillo ha dedicato il proprio aeroporto a Rick Husband, il comandante della missione originario della città. Il ragazzino che da grande aveva fatto l’astronauta.

mercoledì 28 gennaio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 gennaio.
La mattina del 28 gennaio 1986 alle ore 11:39 della costa orientale degli Stati Uniti, lo Space Shuttle Challenger esplose dopo 73 secondi di volo (all'inizio della missione STS-51-L, la 25ª missione del programma STS e il 10º volo del Challenger) a causa di un guasto a una guarnizione, detta O-ring, nel segmento inferiore del razzo a propellente solido (Solid-fuel Rocket Booster, SRB) destro. La rottura della guarnizione provocò una fuoriuscita di fiamme dall'SRB che causarono un cedimento strutturale del serbatoio esterno (External Tank, ET) contenente idrogeno ed ossigeno liquidi. Alcune parti dell'orbiter come lo scomparto dell'equipaggio e molti altri frammenti furono recuperati dal fondo dell'oceano. Il lancio fu trasmesso in diretta TV, anche se molti telespettatori lo seguirono in differita nella giornata. Christa McAuliffe sarebbe dovuta essere la prima insegnante presente in un programma spaziale e gli studenti di tutto il mondo aspettarono la trasmissione televisiva per una sua lezione di scienze trasmessa dallo spazio. I voli nello spazio con equipaggio non ripresero prima di due anni, con il lancio dello Space Shuttle Discovery il 29 settembre 1988 e la sua missione di "Ritorno al volo" STS-26.
Il decollo seguì la normale sequenza di operazioni dello Shuttle: quando mancavano 6,6 secondi dal lancio si accesero i tre motori principali (SSME). Fino a quando non avviene il lancio vero e proprio, questi motori possono essere spenti in sicurezza e il lancio può essere annullato. Al momento del decollo (T=0), i tre motori erano accesi al 100% delle prestazioni e iniziarono ad aumentare fino al 104% sotto il controllo del computer. In quel momento i due razzi a combustibile solido vennero accesi e furono rimossi con cariche esplosive i blocchi che assicurano il veicolo alla rampa.
Una successiva analisi del video del lancio mostrò che nell'istante T+0.678 dal razzo a propellente solido di destra veniva emesso del fumo grigio scuro vicino al punto di aggancio del razzo al serbatoio esterno. L'ultima emissione di fumo avvenne a T+2.733 e questo venne visto fino all'istante T+3.375. Una saldatura tra due sezioni dell'SRB era stata spaccata dalla pressione; l'O-ring primario avrebbe dovuto sigillare il foro, ma il gelo aveva praticamente azzerato le sue proprietà elastiche. Le labbra dello squarcio, piegandosi, avevano bloccato l'O-ring secondario. Gli ossidi d'alluminio prodotti dalla combustione del carburante avevano creato un sigillo provvisorio, fermando l'emissione di fumo.
Durante l'ascesa si verificò il più violento wind shear nella storia del volo spaziale. Le raffiche di vento spaccarono il velo di ossido. All'istante T+58.788 una telecamera riprende la formazione di un pennacchio vicino alla struttura di aggancio del razzo di destra. All'insaputa dell'equipaggio del Challenger o del personale di Houston, il gas infiammato iniziò a fuoriuscire attraverso la falla nella giunzione. Nel tempo di un secondo, il pennacchio divenne ben definito e intenso (anche se il controllo di missione se ne fosse accorto, non avrebbe potuto fare nulla). Tutto il resto era apparentemente normale e l'equipaggio aspettava il "go" mentre gli SSME acceleravano.
Invece, la fiamma investì il serbatoio esterno creando un cedimento della struttura che mise in contatto l'idrogeno liquido e l'ossigeno, disintegrandolo.
Con la disintegrazione del serbatoio esterno, il Challenger, che viaggiava a Mach 1.92 a un'altezza di 46.000 piedi venne avvolto completamente nel fuoco esplosivo, virò dal suo corretto assetto rispetto al flusso dell'aria e fu immediatamente fatto a pezzi dalle forze aerodinamiche. I due SRB, che possono resistere a carichi aerodinamici maggiori, si separarono dal serbatoio esterno e iniziarono a volare in modo indipendente.
Lo Shuttle e il serbatoio esterno non "esplosero" effettivamente. Essi vennero rapidamente disintegrati dalle tremende forze aerodinamiche, essendo lo Shuttle vicino al punto Max Q di massima pressione aerodinamica. La cabina dell'equipaggio e gli SRB resistettero alla rottura. Mentre la cabina staccata continuava la sua traiettoria balistica, il carburante immagazzinato nel serbatoio esterno e nell'orbiter bruciarono per alcuni secondi, producendo un'enorme palla di fuoco. Se ci fosse stata una vera esplosione, l'intero Shuttle sarebbe stato distrutto all'istante, uccidendo nello stesso momento l'equipaggio. I due razzi SRB, separatamente, continuarono a volare mentre si allontanavano dalla palla di fuoco.
Alla rottura del veicolo, la robusta cabina dell'equipaggio si staccò, restando intera, e iniziò lentamente a cadere. Almeno qualche astronauta doveva essere vivo e cosciente dopo la rottura, perché tre delle sette "personal egress air pack" (PEAP, ovvero le riserve di ossigeno di emergenza) dei caschi furono attivate.
Gli investigatori scoprirono che la scorta di aria rimanente era compatibile con il consumo previsto dovuto alla traiettoria di caduta della cabina di 2 minuti e 45 secondi. La progettazione degli interruttori del PEAP rende molto improbabile l'attivazione accidentale dovuta alla rottura del veicolo o all'impatto con l'acqua. La NASA stima che le forze di separazione furono da 12 a 20 volte la forza di gravità per un brevissimo momento, entro due secondi l'accelerazione scese a 4 G e in dieci secondi la cabina si trovò in caduta libera. Queste forze sono tollerabili dal corpo umano, e di solito non causano che qualche svenimento.
Non si sa se gli astronauti rimasero coscienti a lungo dopo la rottura. In gran parte dipende dalla tenuta della pressione della cabina; in caso contrario, la durata dello stato di coscienza a quella altitudine è di qualche secondo, siccome i PEAP forniscono solo aria non pressurizzata essi non sarebbero stati di grande aiuto.
La cabina dell'equipaggio impattò nell'oceano a circa 333 km/h (207 mph), con una decelerazione di più di 200 G, molto oltre i limiti strutturali della cabina e quelli di sopravvivenza dell'equipaggio.
L'incidente del Challenger avvenne a causa della rottura del field joint del SRB di destra, che permise ai gas sotto pressione e ad alta temperatura e alle fiamme di fuoriuscire dall'O-ring e toccare il serbatoio esterno, provocando un cedimento strutturale.
Col senno di poi è chiaro che i field joint furono progettati male, ma non avrebbero probabilmente causato un problema così grave se il Challenger fosse decollato alle normali temperature della Florida (superiori a 10 °C). Il cedimento venne causato quindi dalla combinazione della cattiva progettazione e delle basse temperature dell'ultima missione. Gli ingegneri del costruttore Morton Thiokol degli SRB erano a conoscenza del problema e avvertirono di non effettuare il lancio, ma questi avvisi non furono comunicati adeguatamente alla NASA.
I resti identificabili dell'equipaggio furono restituiti alle famiglie il 29 aprile 1986. Due astronauti, Dick Scobee e Michael Smith furono sepolti dalle famiglie al cimitero nazionale di Arlington in due tombe separate, mentre i resti non riconoscibili furono sepolti nel memoriale allo Space Shuttle Challenger ad Arlington il 20 maggio 1986.

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