Buongiorno, oggi è il 12 febbraio.
Il 12 febbraio 2002 inizia, presso il tribunale dell'Aja, il processo per crimini di guerra a carico di Slobodan Milošević, l'ex presidente della Serbia.
Slobodan Milošević è nato il 20 agosto 1941 nella città di Pozarevac nella Repubblica di Serbia. Una storia intensa e drammatica la sua.
Nato in un piccolo centro della Serbia centrale, è un bambino con gravi problemi di peso, isolato a scuola dai suoi compagni. Scrive poesie e coltiva sogni di grandezza.
Entra giovanissimo nella Lega dei comunisti. Mentre a Belgrado studia legge, suo padre si uccide. Undici anni dopo la madre farà lo stesso. Anche suo zio materno, ex generale, si suicida. Tragedie che segnano profondamente il giovane Slobodan. Terminata l'università nel 1964, (ottiene la laurea in legge all'università di Belgrado) inizia una carriera nei settori amministrativo e bancario.
Si iscrive al Partito comunista, fase di percorso obbligato per fare carriera nella Jugoslavia di Tito. Milošević diventa funzionario dapprima della compagnia statale del gas, passa poi alla guida della Beobanka, il principale istituto di credito del Paese. Viaggia spesso e soggiorna a lungo negli Stati Uniti. Impara i segreti della finanza e affina il suo inglese alla perfezione.
Sposa Mirjana Markovic, insegnante di sociologia marxista a Belgrado e membro dell'Accademia Russa Delle Scienze Sociali. A detta di molti, Mirjana ha un ruolo fondamentale nella carriera politica del marito. Fonda il Partito della sinistra jugoslava, alleato del Partito socialista. Da lei ha due figli, Marija e Marko.
Dopo essere entrato in politica, Milosevic ricopre alcune delle più importanti cariche pubbliche della Repubblica di Serbia, si avvicina al presidente della Serbia Ivan Stambolic. Nel 1986 è eletto segretario del Partito comunista serbo.
Il 28 giugno 1989, tiene un discorso destinato a diventare storico a Kosovo Polje. Si tratta di un luogo sacro per i serbi. Qui, nel 1389 (nella famosa piana "degli uccelli neri" ) furono trucidati 10.000 nobili serbi dai turchi e il Kosovo entrò a far parte dell'Impero Ottomano.
Nel seicentesimo anniversario della sconfitta, Slobo infiamma i serbi kosovari promettendo: "Nessuno vi toccherà più".
Diventa così il paladino del nuovo nazionalismo serbo. Nello stesso anno, messo fuori gioco il suo vecchio mentore Stambolic, Milošević diventa presidente della Serbia con il 55 per cento dei voti. Revoca immediatamente l'autonomia del Kosovo e invia esercito e polizia a presidiare Pristina e dintorni.
Fondatore e presidente del partito socialista serbo, sia nelle elezioni nazionali del 1990 sia in quelle del 1992, Milošević è stato eletto presidente della Serbia dalla grande maggioranza degli elettori. Affronta con cinismo e scaltrezza le guerre di Croazia e Bosnia. Piovono su di lui le critiche della comunità internazionali per le atrocità commesse dalle sue milizie serbe.
Nell'aprile del 1992 è costituita la nuova Repubblica federale di Jugoslavia formata dalle sole Serbia e Montenegro. Nel novembre del 1995 firma gli accordi di Dayton che pongono fine al conflitto in Bosnia.
Vince le elezioni federali del novembre 1996, ma alle municipali è battuto dalla coalizione democratica Zajedno. Annulla allora il risultato, scatenando un'ondata di manifestazioni di protesta popolare nel Paese. Altrettanto contestate le elezioni presidenziali serbe del dicembre 1997, vinte da Milan Milutinovic, membro del Partito socialista e stretto alleato di Milosevic. Il 15 Luglio 1997, viene eletto presidente della Jugoslavia mediante una votazione segreta svoltasi durante la riunione della Camera Della Repubblica e della Camera Dei Cittadini, facenti parte dell'Assemblea Federale.
Il suo mandato comincia il 23 Luglio 1997, dopo aver giurato fedeltà alla Repubblica durante la riunione dell'Assemblea Federale.
In Kosovo continuano gli scontri tra i guerriglieri kosovari dell'Uck e la polizia serba. Interviene allora la comunità internazionale, che teme una recrudescenza del conflitto nei Balcani. A Rambouillet falliscono i tentativi di accordo tra Slobodan e il "gruppo di contatto" (Usa, Gran Bretagna, Russia, Francia, Germania e Italia) che vigila sulla situazione jugoslava.
A marzo la Nato comincia a bombardare Serbia e Kosovo. Slobo reagisce da tiranno accerchiato. Accusa la Nato di codardia e chiama i serbi alla guerra.
Il 27 maggio 1999 il Tribunale Penale Internazionale notifica la messa in accusa di Milošević come criminale di guerra. Il giorno dopo Slobodan accetta di trattare sulla base degli accordi del G8. Nell'estate del 1999 sembra che la fine di Milosevic sia prossima.
Il 15 giugno la Chiesa ortodossa ne chiede le dimissioni. Il 24 giugno il dipartimento di Stato Usa mette sul suo capo una taglia di 5 milioni di dollari. Resiste ancora per un anno, sempre più isolato a livello internazionale.
Nell'ottobre 2000 è sconfitto alle elezioni presidenziali da Vojislav Kostunica. Per qualche giorno sembra non voler accettare la sconfitta. Poi sparisce per quasi un mese.
Il 30 marzo, a sorpresa, Kostunica ne dispone l'arresto.
Ai primi di luglio è tutto pronto per l'estradizione che avviene qualche giorno dopo.
Inizia il processo per crimini di guerra. Per Slobodan inizia anche la fine. Considerato uno dei maggiori responsabili del genocidio che è stato perpetrato in Serbia nei confronti dei kosovari, denunciato per crimini contro l'umanità poiché, secondo l'accusa, "dal gennaio 1999 fino al 20 giugno 1999, Slobodan Milošević , Milan Milutinovic, Nikola Sainovic, Dragoljub Ojdanic e Vlajko Stojiljkovic hanno pianificato, istigato, ordinato, eseguito o in qualunque altro modo sostenuto e favorito una campagna di terrore e violenza diretta verso civili albanesi abitanti nel Kosovo, all'interno della Repubblica Federale Yugoslava".
Milošević è stato trovato morto per un attacco di cuore nella sua cella del carcere dell'Aia la mattina dell'11 marzo 2006.
Poco prima della morte aveva espresso timori che lo si stesse avvelenando. Il 12 gennaio 2006, due mesi prima della morte, vi era stato uno scandalo in quanto nelle analisi del sangue di Milošević era stato rilevato l'antibiotico Rifampicin ordinariamente usato per la tubercolosi e la lebbra e capace di neutralizzare l'effetto dei farmaci che l'ex presidente serbo usava per la pressione alta e la cardiopatia di cui soffriva. Della presenza di tale farmaco nel suo sangue egli si era lamentato in una lettera inviata al ministro degli esteri russo.
Il Tribunale penale internazionale per i crimini nella ex-Jugoslavia ha disposto un'indagine sulle cause e le circostanze del decesso. Dai risultati degli esami autoptici sembra escluso che l'ex leader serbo abbia assunto, negli ultimi giorni prima della morte, il farmaco Rifampicin.
Milošević aveva richiesto nei mesi precedenti la morte il ricovero presso una clinica specializzata a Mosca, senza ottenere l'autorizzazione a recarvisi. Da parte dei critici di Milošević si è dunque avanzata l'ipotesi che in gennaio egli avesse assunto volontariamente il farmaco, onde forzare il Tribunale a permettergli di viaggiare in Russia e scappare. Tuttavia sembra escluso che egli potesse procurarsi il Rifampicin in carcere. Infatti, dopo che nel settembre 2005 Milošević aveva utilizzato un farmaco prescritto da un medico serbo ma non autorizzato dai medici del Tribunale, tutte le persone che gli rendevano visita venivano preventivamente perquisite con il compito specifico di non permettere che gli fosse consegnato alcun farmaco.
Entro pochi giorni il Tribunale avrebbe dovuto decidere sulla richiesta, avanzata da Milošević, di un confronto in aula con l'ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton e con Wesley Clark, il generale statunitense che aveva guidato l'intervento NATO contro la Jugoslavia nel 1999. La morte di Milošević - che dopo anni di processo aveva ormai esaurito i quattro quinti del tempo a disposizione per la sua difesa - precede di qualche mese la data presumibile della conclusione del processo a suo carico e mette in grave imbarazzo il Tribunale, che il 14 marzo 2006 ha ufficialmente estinto l'azione penale e chiuso senza una sentenza il più importante processo per il quale era stato istituito.
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giovedì 12 febbraio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
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giovedì 3 febbraio 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 3 febbraio.
Il 3 febbraio 1991, dopo 70 anni, cessa di esistere il Partito Comunista Italiano.
Il 31 gennaio 1991 si apre a Rimini il XX e ultimo congresso del Pci . A maggioranza decide la nascita di una nuova formazione politica, il Pds, Partito democratico della sinistra, che nasce il 3 febbraio abbandonando dopo 70 anni la falce e il martello del Pci. Il vecchio simbolo, notevolmente rimpicciolito, finisce sotto la Quercia , nuovo simbolo del nuovo partito.
Grande agitazione nel Pci: contrari alla svolta il filosovietico Armando Cossutta, l'ex segretario Alessandro Natta, la "sinistra" interna di Pietro Ingrao.
Favorevole è Massimo D'Alema. Fuori dal Pci, reazioni positive giungono da Vittorio Foa, l'intellettuale azionista per il quale il nuovo che inizia rimarrà comunque un "partito di lotta". Lo strappo proposto dal segretario al congresso non investe solo posizioni politiche più o meno consolidate, ma va a lacerare una storia collettiva fatta di tante biografie individuali e famigliari e, soprattutto, contrappone una generazione di giovani quarantenni (Occhetto, D'Alema, Veltroni ) alla vecchia classe dirigente dei sessanta e settantenni visceralmente legati alla storia del Pci (Ingrao, Natta, Tortorella).
Alla mozione vincente di Occhetto, appoggiata da D'Alema, Fassino, Iotti, Reichlin, Mussi, Veltroni e Folena, si oppongono quella del Fronte del No (Cossutta, Garavini, Salvato, Ingrao, Magri, Bertinotti, Natta, Tortorella, Angius) e la mozione di Antonio Bassolino. Tra i fondatori del nuovo Pds, anche 300 intellettuali eletti tra simpatizzanti e club sorti per la costituente. Un gruppo di delegati del "No" sconfitto, capeggiato da Armando Cossutta, Sergio Garavini, Lucio Libertini ed Ersilia Salvato, decide così di non aderire al Pds e di continuare l'esperienza del Pci sotto il nome di una nuova formazione politica, Rifondazione comunista, che nascerà il 15 dicembre 1991.
Ma il 4 febbraio 1991 un clamoroso colpo di scena scuote il neonato Pds: il fautore della svolta e traghettatore nel futuro, Achille Occhetto, a conclusione del congresso, per soli 10 voti non ottiene l'elezione a segretario del nuovo partito. Su 547 membri del consiglio nazionale che dovevano nominarlo, 132 consiglieri risultano assenti al momento del voto, e i "sì" per Occhetto non raggiungono il quorum di 274 voti necessario. I "no" sono 37 in più di quelli di cui sulla carta disponeva l'opposizione. Sconcerto, voci di complotto, l'immagine del segretario "in pectore" e del nuovo Pds ne escono sfregiate. Occhetto dichiara: "non mi ricandido, ma resto a disposizione del partito". Poi, quattro giorni dopo, l'8 febbraio 1991, Occhetto diviene segretario del Pds con 376 sì sui 524 membri del Parlamentino del partito, 127 no, 17 astenuti e 4 schede bianche. Raccoglie quasi il 72% dei consensi. Massimo D'Alema, numero due del partito e grande tessitore dietro le quinte, è l'artefice di questo secondo round vittorioso. E il 16 febbraio, il giurista Stefano Rodotà viene eletto presidente del partito.
Il Pds si propone come alternativa di governo al pentapartito a guida democristiano-socialista e, al congresso di Rimini, il partito si divide sulla partecipazione dell'Italia alla guerra del Golfo in corso tra Usa e Iraq. Se, da un lato, Aldo Tortorella definisce un "gesto esemplare" la prospettiva delineata da Occhetto di far ritirare le navi e gli aerei italiani dal Golfo, e Lucio Libertini propone di votare un ordine del giorno per il ritiro immediato delle truppe italiane, dall'altro, la componente riformista dei "miglioristi" di Giorgio Napolitano definisce un "grave errore" la rottura con lo schieramento eurosocialista e si scontra su questo tema con la sinistra interna di Pietro Ingrao, vicina alle posizioni del Vaticano e del pacifismo cattolico e laico, contrari all'intervento dell'Italia verso Saddam Hussein. Il vertice del Pds, per bocca di D'Alema, alla fine si dirà favorevole a un "cessate il fuoco", congelando le richieste di ritiro dei nostri militari.
In politica interna, il Pds si schiera per una riforma dello Stato bicamerale in conflitto con i socialisti di Craxi, ripropone il regionalismo, ma è preoccupato dall'avanzata delle Leghe.
Dopo lo scioglimento anticipato del Parlamento eletto nel 1992 , gravato dal grande numero di parlamentari inquisiti a causa dell'inizio dell'inchiesta Mani Pulite, nelle elezioni politiche del marzo 1994, con le nuove regole maggioritarie, il Polo delle libertà di centrodestra guidato da Silvio Berlusconi sconfigge l'alleanza dei Progressisti di centrosinistra capeggiata dal Pds, che proponeva Achille Occhetto alla guida del Paese. Il centrodestra ottiene la maggioranza assoluta di seggi alla Camera ma non al Senato. Nel marzo 1994, quando tutti i sondaggi davano già il centrodestra vincente, Massimo D'Alema in una intervista aveva sottolineato che in caso di una vittoria elettorale della sinistra, il capo del Governo più indicato sarebbe potuto essere Carlo Azeglio Ciampi (indebolendo così la posizione del segretario pidiessino Occhetto). Nel giugno 1994 anche le elezioni europee premiano il nuovo partito di centrodestra Forza Italia, e Achille Occhetto, doppiamente sconfitto, si dimette da segretario del Pds.
Per la successione a Occhetto, il partito procede alla consultazione dei dirigenti locali.
L'ex segretario si schiera contro D'Alema e nettamente a favore della candidatura dell'allora direttore dell'Unità, Walter Veltroni. Si parla anche di un congresso straordinario, poi si consultano i dirigenti locali con la famosa "battaglia dei fax" che premia in un primo momento Veltroni, dato in vantaggio, e che rispetto a D'Alema, gode anche dell'appoggio di alcuni importanti mezzi d'informazione. Poi, però, il 1 luglio 1994, al consiglio nazionale del partito, D'Alema è eletto segretario del Pds con 249 voti contro i 173 di Veltroni, che figurava in vantaggio nell'ampia consultazione delle strutture periferiche delle settimane precedenti. L'elezione di D'Alema, per la modalità nella quale avviene, suona come una sorta di spaccatura tra gli umori della base e dei "compagni" delle sezioni, e il gruppo dirigente del partito.
Di fatto, con l'elezione di D'Alema del luglio 1994, inizia una sorta di diarchia al vertice del partito tra l'uomo di Gallipoli e Veltroni, che guiderà le fasi salienti del Pds-Ds per molti anni. Una diarchia che riassume in una dialettica interna non sempre felicemente composta, le due anime del partito post-comunista, quella democratica-kennedyana di Veltroni e quella socialdemocratica-europea di D'Alema.
Il 3 febbraio 1991, dopo 70 anni, cessa di esistere il Partito Comunista Italiano.
Il 31 gennaio 1991 si apre a Rimini il XX e ultimo congresso del Pci . A maggioranza decide la nascita di una nuova formazione politica, il Pds, Partito democratico della sinistra, che nasce il 3 febbraio abbandonando dopo 70 anni la falce e il martello del Pci. Il vecchio simbolo, notevolmente rimpicciolito, finisce sotto la Quercia , nuovo simbolo del nuovo partito.
Grande agitazione nel Pci: contrari alla svolta il filosovietico Armando Cossutta, l'ex segretario Alessandro Natta, la "sinistra" interna di Pietro Ingrao.
Favorevole è Massimo D'Alema. Fuori dal Pci, reazioni positive giungono da Vittorio Foa, l'intellettuale azionista per il quale il nuovo che inizia rimarrà comunque un "partito di lotta". Lo strappo proposto dal segretario al congresso non investe solo posizioni politiche più o meno consolidate, ma va a lacerare una storia collettiva fatta di tante biografie individuali e famigliari e, soprattutto, contrappone una generazione di giovani quarantenni (Occhetto, D'Alema, Veltroni ) alla vecchia classe dirigente dei sessanta e settantenni visceralmente legati alla storia del Pci (Ingrao, Natta, Tortorella).
Alla mozione vincente di Occhetto, appoggiata da D'Alema, Fassino, Iotti, Reichlin, Mussi, Veltroni e Folena, si oppongono quella del Fronte del No (Cossutta, Garavini, Salvato, Ingrao, Magri, Bertinotti, Natta, Tortorella, Angius) e la mozione di Antonio Bassolino. Tra i fondatori del nuovo Pds, anche 300 intellettuali eletti tra simpatizzanti e club sorti per la costituente. Un gruppo di delegati del "No" sconfitto, capeggiato da Armando Cossutta, Sergio Garavini, Lucio Libertini ed Ersilia Salvato, decide così di non aderire al Pds e di continuare l'esperienza del Pci sotto il nome di una nuova formazione politica, Rifondazione comunista, che nascerà il 15 dicembre 1991.
Ma il 4 febbraio 1991 un clamoroso colpo di scena scuote il neonato Pds: il fautore della svolta e traghettatore nel futuro, Achille Occhetto, a conclusione del congresso, per soli 10 voti non ottiene l'elezione a segretario del nuovo partito. Su 547 membri del consiglio nazionale che dovevano nominarlo, 132 consiglieri risultano assenti al momento del voto, e i "sì" per Occhetto non raggiungono il quorum di 274 voti necessario. I "no" sono 37 in più di quelli di cui sulla carta disponeva l'opposizione. Sconcerto, voci di complotto, l'immagine del segretario "in pectore" e del nuovo Pds ne escono sfregiate. Occhetto dichiara: "non mi ricandido, ma resto a disposizione del partito". Poi, quattro giorni dopo, l'8 febbraio 1991, Occhetto diviene segretario del Pds con 376 sì sui 524 membri del Parlamentino del partito, 127 no, 17 astenuti e 4 schede bianche. Raccoglie quasi il 72% dei consensi. Massimo D'Alema, numero due del partito e grande tessitore dietro le quinte, è l'artefice di questo secondo round vittorioso. E il 16 febbraio, il giurista Stefano Rodotà viene eletto presidente del partito.
Il Pds si propone come alternativa di governo al pentapartito a guida democristiano-socialista e, al congresso di Rimini, il partito si divide sulla partecipazione dell'Italia alla guerra del Golfo in corso tra Usa e Iraq. Se, da un lato, Aldo Tortorella definisce un "gesto esemplare" la prospettiva delineata da Occhetto di far ritirare le navi e gli aerei italiani dal Golfo, e Lucio Libertini propone di votare un ordine del giorno per il ritiro immediato delle truppe italiane, dall'altro, la componente riformista dei "miglioristi" di Giorgio Napolitano definisce un "grave errore" la rottura con lo schieramento eurosocialista e si scontra su questo tema con la sinistra interna di Pietro Ingrao, vicina alle posizioni del Vaticano e del pacifismo cattolico e laico, contrari all'intervento dell'Italia verso Saddam Hussein. Il vertice del Pds, per bocca di D'Alema, alla fine si dirà favorevole a un "cessate il fuoco", congelando le richieste di ritiro dei nostri militari.
In politica interna, il Pds si schiera per una riforma dello Stato bicamerale in conflitto con i socialisti di Craxi, ripropone il regionalismo, ma è preoccupato dall'avanzata delle Leghe.
Dopo lo scioglimento anticipato del Parlamento eletto nel 1992 , gravato dal grande numero di parlamentari inquisiti a causa dell'inizio dell'inchiesta Mani Pulite, nelle elezioni politiche del marzo 1994, con le nuove regole maggioritarie, il Polo delle libertà di centrodestra guidato da Silvio Berlusconi sconfigge l'alleanza dei Progressisti di centrosinistra capeggiata dal Pds, che proponeva Achille Occhetto alla guida del Paese. Il centrodestra ottiene la maggioranza assoluta di seggi alla Camera ma non al Senato. Nel marzo 1994, quando tutti i sondaggi davano già il centrodestra vincente, Massimo D'Alema in una intervista aveva sottolineato che in caso di una vittoria elettorale della sinistra, il capo del Governo più indicato sarebbe potuto essere Carlo Azeglio Ciampi (indebolendo così la posizione del segretario pidiessino Occhetto). Nel giugno 1994 anche le elezioni europee premiano il nuovo partito di centrodestra Forza Italia, e Achille Occhetto, doppiamente sconfitto, si dimette da segretario del Pds.
Per la successione a Occhetto, il partito procede alla consultazione dei dirigenti locali.
L'ex segretario si schiera contro D'Alema e nettamente a favore della candidatura dell'allora direttore dell'Unità, Walter Veltroni. Si parla anche di un congresso straordinario, poi si consultano i dirigenti locali con la famosa "battaglia dei fax" che premia in un primo momento Veltroni, dato in vantaggio, e che rispetto a D'Alema, gode anche dell'appoggio di alcuni importanti mezzi d'informazione. Poi, però, il 1 luglio 1994, al consiglio nazionale del partito, D'Alema è eletto segretario del Pds con 249 voti contro i 173 di Veltroni, che figurava in vantaggio nell'ampia consultazione delle strutture periferiche delle settimane precedenti. L'elezione di D'Alema, per la modalità nella quale avviene, suona come una sorta di spaccatura tra gli umori della base e dei "compagni" delle sezioni, e il gruppo dirigente del partito.
Di fatto, con l'elezione di D'Alema del luglio 1994, inizia una sorta di diarchia al vertice del partito tra l'uomo di Gallipoli e Veltroni, che guiderà le fasi salienti del Pds-Ds per molti anni. Una diarchia che riassume in una dialettica interna non sempre felicemente composta, le due anime del partito post-comunista, quella democratica-kennedyana di Veltroni e quella socialdemocratica-europea di D'Alema.
lunedì 8 novembre 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è l'8 novembre.
L'8 novembre 1926 viene arrestato Antonio Gramsci.
Antonio Gramsci nasce ad Ales, in Sardegna, il 22 gennaio 1891, quarto dei sette figli avuti da Francesco Gramsci e Giuseppina Marcias.
Al periodo del trasferimento della famiglia a Sòrgono (in provincia di Nuoro), risale, dopo una caduta, la malattia che gli lascerà una sgradevole malformazione fisica: la schiena, infatti, andrà lentamente incurvandosi mentre le cure mediche tenteranno invano di arrestare la sua deformazione.
Il giovane Antonio respira in famiglia un'atmosfera difficile, a causa soprattutto dell'irrequieto padre, protagonista nel 1897 di una sospensione dall'impiego e di un arresto per irregolarità amministrative. Nel 1905 riesce comunque ad iscriversi al liceo-ginnasio di Santu Lussurgiu, mentre nel 1908 cambia e approda al liceo Dettori di Cagliari, città dove in pratica comincia a condurre una vita autonoma. Inizia a leggere la stampa socialista che il fratello Gennaro gli invia da Torino.
Insieme a molti giovani del liceo Dettori, Gramsci partecipa alle "battaglie" per l'affermazione del libero pensiero e a discussioni di carattere culturale e politico. In quel periodo abita in una poverissima pensione in via Principe Amedeo, e le cose non cambiano certo in meglio quando si trasferisce in un'altra pensione di Corso Vittorio Emanuele.
Cagliari, in quel tempo, è una cittadina culturalmente vivace, dove si diffondono i primi fermenti sociali che influiranno notevolmente sulla sua formazione complessiva, sia sul piano culturale che caratteriale. A scuola si distingue per i suoi vivi interessi culturali, legge moltissimo (in particolare Croce e Salvemini), ma rivela anche una notevole tendenza per le scienze esatte e per la matematica.
Conseguita la licenza liceale, nel 1911 vince una borsa di studio per l'università di Torino. Si trasferisce così in quella città e si iscrive alla facoltà di Lettere. Stringe amicizia con Angelo Tasca, già socialista.
Vive i suoi anni universitari in una Torino industrializzata, dove sono già sviluppate le industrie della Fiat e della Lancia. È in questo periodo di forti agitazioni sociali che matura la sua ideologia socialista. A Torino frequenta anche gli ambienti degli immigrati sardi; l'interesse per la sua terra, infatti, sarà sempre vivo in lui, sia nelle riflessioni di carattere generale sul problema meridionale che per ciò che riguarda gli usi e i costumi.
Gli interessi politici lo vedono organizzatore instancabile di numerose iniziative, tanto che addirittura di lì a qualche anno lo troviamo in Russia. Si sposa a Mosca con una violinista di talento che gli darà due figli per i quali, dal carcere italiano di cui in seguito patirà i rigori, scriverà una serie di commoventi favole pubblicate con il titolo "L'albero del riccio".
Nel frattempo, avendo in precedenza aderito al Psi, si convince che bisogna dar vita a un partito nuovo, secondo le direttive di scissione già indicate dall'Internazionale comunista. Nel gennaio del 1921 si apre a Livorno il 17° congresso nazionale del Psi; le divergenze tra i vari gruppi: massimalisti, riformisti ecc., inducono l'intellettuale italiano e la minoranza dei comunisti a staccarsi definitivamente dai socialisti. Nello stesso mese di quell'anno, nella storica riunione di San Marco, nasce il Partito comunista d'Italia: Gramsci sarà un membro del Comitato centrale.
Nel 1926 viene arrestato dalla polizia fascista nonostante l'immunità parlamentare. Il re e Mussolini, intanto, sciolgono la Camera dei deputati, mettendo fuori legge i comunisti. Gramsci e tutti i deputati comunisti sono processati e confinati: Gramsci inizialmente nell'isola di Ustica poi, successivamente, nel carcere di Civitavecchia e Turi. Non essendo adeguatamente curato è abbandonato al lento spegnimento fra sofferenze fisiche e morali.
Muore nel 1937, dopo undici anni di prigionia, senza aver mai rivisto i figlioletti. Negli anni della reclusione scrive 32 quaderni di studi filosofici e politici, definiti una delle opere più alte e acute del secolo; pubblicati da Einaudi nel dopoguerra, sono noti universalmente come i "Quaderni dal carcere", e godono tuttora di innumerevoli traduzioni e di altissima considerazione presso gli intellettuali di tutti i Paesi.
L'8 novembre 1926 viene arrestato Antonio Gramsci.
Antonio Gramsci nasce ad Ales, in Sardegna, il 22 gennaio 1891, quarto dei sette figli avuti da Francesco Gramsci e Giuseppina Marcias.
Al periodo del trasferimento della famiglia a Sòrgono (in provincia di Nuoro), risale, dopo una caduta, la malattia che gli lascerà una sgradevole malformazione fisica: la schiena, infatti, andrà lentamente incurvandosi mentre le cure mediche tenteranno invano di arrestare la sua deformazione.
Il giovane Antonio respira in famiglia un'atmosfera difficile, a causa soprattutto dell'irrequieto padre, protagonista nel 1897 di una sospensione dall'impiego e di un arresto per irregolarità amministrative. Nel 1905 riesce comunque ad iscriversi al liceo-ginnasio di Santu Lussurgiu, mentre nel 1908 cambia e approda al liceo Dettori di Cagliari, città dove in pratica comincia a condurre una vita autonoma. Inizia a leggere la stampa socialista che il fratello Gennaro gli invia da Torino.
Insieme a molti giovani del liceo Dettori, Gramsci partecipa alle "battaglie" per l'affermazione del libero pensiero e a discussioni di carattere culturale e politico. In quel periodo abita in una poverissima pensione in via Principe Amedeo, e le cose non cambiano certo in meglio quando si trasferisce in un'altra pensione di Corso Vittorio Emanuele.
Cagliari, in quel tempo, è una cittadina culturalmente vivace, dove si diffondono i primi fermenti sociali che influiranno notevolmente sulla sua formazione complessiva, sia sul piano culturale che caratteriale. A scuola si distingue per i suoi vivi interessi culturali, legge moltissimo (in particolare Croce e Salvemini), ma rivela anche una notevole tendenza per le scienze esatte e per la matematica.
Conseguita la licenza liceale, nel 1911 vince una borsa di studio per l'università di Torino. Si trasferisce così in quella città e si iscrive alla facoltà di Lettere. Stringe amicizia con Angelo Tasca, già socialista.
Vive i suoi anni universitari in una Torino industrializzata, dove sono già sviluppate le industrie della Fiat e della Lancia. È in questo periodo di forti agitazioni sociali che matura la sua ideologia socialista. A Torino frequenta anche gli ambienti degli immigrati sardi; l'interesse per la sua terra, infatti, sarà sempre vivo in lui, sia nelle riflessioni di carattere generale sul problema meridionale che per ciò che riguarda gli usi e i costumi.
Gli interessi politici lo vedono organizzatore instancabile di numerose iniziative, tanto che addirittura di lì a qualche anno lo troviamo in Russia. Si sposa a Mosca con una violinista di talento che gli darà due figli per i quali, dal carcere italiano di cui in seguito patirà i rigori, scriverà una serie di commoventi favole pubblicate con il titolo "L'albero del riccio".
Nel frattempo, avendo in precedenza aderito al Psi, si convince che bisogna dar vita a un partito nuovo, secondo le direttive di scissione già indicate dall'Internazionale comunista. Nel gennaio del 1921 si apre a Livorno il 17° congresso nazionale del Psi; le divergenze tra i vari gruppi: massimalisti, riformisti ecc., inducono l'intellettuale italiano e la minoranza dei comunisti a staccarsi definitivamente dai socialisti. Nello stesso mese di quell'anno, nella storica riunione di San Marco, nasce il Partito comunista d'Italia: Gramsci sarà un membro del Comitato centrale.
Nel 1926 viene arrestato dalla polizia fascista nonostante l'immunità parlamentare. Il re e Mussolini, intanto, sciolgono la Camera dei deputati, mettendo fuori legge i comunisti. Gramsci e tutti i deputati comunisti sono processati e confinati: Gramsci inizialmente nell'isola di Ustica poi, successivamente, nel carcere di Civitavecchia e Turi. Non essendo adeguatamente curato è abbandonato al lento spegnimento fra sofferenze fisiche e morali.
Muore nel 1937, dopo undici anni di prigionia, senza aver mai rivisto i figlioletti. Negli anni della reclusione scrive 32 quaderni di studi filosofici e politici, definiti una delle opere più alte e acute del secolo; pubblicati da Einaudi nel dopoguerra, sono noti universalmente come i "Quaderni dal carcere", e godono tuttora di innumerevoli traduzioni e di altissima considerazione presso gli intellettuali di tutti i Paesi.
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