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venerdì 2 novembre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 novembre.
Il 2 novembre 1930 Hailé Selassié viene incoronato imperatore dell'Etiopia.
L’imperatore d’Etiopia Hailé Selassié è una delle figure più celebri e discusse della recente storia africana. Non è facile dare un giudizio esauriente ed oggettivo.
Tafari Maconnen, questo il suo vero nome, sale al trono imperiale nel 1930 con il nome di Hailé Selassié. Le cronache riportano che tramò la sua ascesa contro il cugino Ligg Jasu allora reggente dopo Menelik II. La congiura era stata ordita con l’accordo di Italia, Francia e Gran Bretagna con la scusa di una non confermata conversione dell’imperatore all’Islam. Dopo un periodo di co-reggenza insieme all’imperatrice Zauditù (figlia di Menelik II) durato fino al 1930, con una sontuosissima incoronazione, Ras Tafari diventa l’Imperatore Hailé Selassié I, duecentoventicinquesimo discendente della dinastia Salomonica. La cerimonia attira centinaia di dignitari da tutto il mondo e segna un momento fondamentale nella storia del movimento rastafariano e di tutti i fenomeni culturali che vanno sotto il nome di etiopismo.
Il neo imperatore, pur mantenendo intatta la struttura feudale di ripartizione del potere attraverso le relazioni con la classe notabile, inizia una nuova stagione di riforme che porteranno il paese a uscire dal secolare isolamento internazionale e dalla medioevale struttura economica. Già prima della sua incoronazione era riuscito a far ammettere l’Etiopia alla Società delle Nazioni nel 1923 come unico paese africano quando ancora i membri erano poco più di venti. L’ammodernamento dello stato così come l’apertura internazionale, rappresentano due solide ed oggettive ragioni di merito: sebbene Tafari fosse molto giovane (diventa imperatore a 38 anni, ma come abbiamo visto già a 22 è reggente), aveva capito l’importanza di un riconoscimento internazionale ufficiale dopo quello implicito della vittoria di Adua sulle truppe italiane che dall’Eritrea avevano tentato l’invasione nel 1898.
Dal 1923 in avanti saranno decine i viaggi compiuti in tutto il mondo. Su invito dei vari governi Ras Tafari fa visita in Gran Bretagna, Francia, Italia, Egitto, Belgio, Lussemburgo e Grecia convinto di poter spiegare finalmente le ragioni dell’Etiopia ai grandi della terra e di poter stringere con loro importanti accordi economici e politici. Non bisogna infatti dimenticare che egli rappresenta l’unico stato indipendente  del continente (insieme alla Liberia, ma dalla storia completamente diversa). Dal 1885, data della Conferenza di Berlino e della cosiddetta spartizione dell’Africa, l’Etiopia rimane fuori dalle carte dei colonizzatori. Già respinta l’invasione italiana ad Adua, il giovane reggente sa quanto precaria sia la condizione d’indipendenza in un quadro che vede tutto il continente sotto il potere coloniale degli stati europei.
Nel 1936 lo slancio riformistico del giovane imperatore viene bruscamente interrotto dall’invasione dell'Italia fascista. A nulla sono serviti gli appelli alla Società delle Nazioni che sanzionano blandamente Mussolini e che sostanzialmente danno il via libera alla conquista con il tacito accordo di Francia e Gran Bretagna. Anche in questa occasione l’imperatore Selassié dimostrò una non comune abilità diplomatica ed una lungimiranza da illuminato statista. Nella contesa con l’Italia che riguardava una questione di confini tra l’Eritrea Italiana e l’Etiopia (già all’epoca dimostrata come una scusa in cui Mussolini ingiustamente rivendicava territori etiopi), Selassié utilizza ogni possibile canale ivi compresa la diplomazia ecclesiastica per evitare il conflitto. L’appello alla Società delle Nazioni del 1935, insieme allo storico discorso del 1963 alle Nazioni Unite, sono due delle numerosissime dimostrazioni della statura politica con cui da subito si presentò sulla scena diplomatica internazionale.
Dopo gli inutili tentativi di resistenza all’avanzata italiana (il generale Badoglio con l’autorizzazione di Mussolini utilizzò in più occasioni le letali bombe all’iprite, gas  vietati dalla convenzione di Ginevra del 1925), l’Imperatore è costretto suo malgrado a scappare in treno a Gibuti dove lo attende una nave inglese che lo porterà prima in Israele e poi a Bath, il suo esilio.
Seguirà l’avanzata dell’esercito invasore da questa piccola località inglese in cui il governo di sua maestà gli concede una modesta residenza. Continuerà ad appellarsi alla Società delle Nazioni senza risultati fino allo scoppio della seconda guerra mondiale quando, con l’entrata in guerra dell’Italia contro Francia ed Inghilterra, la sua posizione di Imperatore in esilio verrà sapientemente sfruttata da Churchill. Nel 1940 verrà armato di un efficientissimo reparto di soldati chiamato Gideon Force, volerà in Sudan a Kartoum ed inizierà la riconquista dell’Etiopia che si concluderà nel 1941.
E’ chiaro che, dal suo trionfale ingresso in Addis Abeba il 5 Maggio 1941, l’Imperatore Selassié godette di una infinita stima sconfinante nell’adorazione da parte di tutta la nazione. Aveva liberato l’Etiopia dall’invasore e ridato prestigio alla corona imperiale come mai prima. Per percorrere l’ultimo chilometro di strada fino al palazzo imperiale (trasformato in seguito in sede universitaria e museo) il convoglio impiegava più di un’ora attraverso una folla in delirio. Finalmente giunto l’Imperatore non perdette occasione per un breve discorso che rimarrà celebre:
“Poiché oggi è un giorno di felicità per tutti noi, dal momento che abbiamo battuto il nemico, rallegriamoci nello spirito di Cristo. Non ripagate dunque il male con il male. Non vi macchiate di atti di crudeltà, così come ha fatto sino all'ultimo istante il vostro avversario. State attenti a non guastare il buon nome dell’Etiopia. Prenderemo le armi al nemico e lo lasceremo ritornare a casa per la stessa via dalla quale è venuto.”
Gli anni successivi, con l’annessione dell’Eritrea (fino ad allora italiana) alla fine della II guerra Mondiale, rappresentano l’apogeo del regno di Selassié. Il successo segue una rafforzata posizione internazionale che lo porta a viaggiare sempre di più ed a intrattenere relazioni sempre più strette sia con i paesi occidentali che con i vicini africani. Completò l’ammodernamento dello stato dotandolo della prima costituzione nel 1955. La fondazione dell’Unione Africana del 1960 rappresenta forse il momento di maggior prestigio della sua intera carriera: Addis Abeba diventa metaforicamente la capitale del continente, essendo la prima sede del’UA. Ma è anche l’anno del primo colpo di stato a cui ne seguiranno altri da qui al 1974.
Dopo i mille successi ottenuti fino alla fine degli anni 50, inizia una fase della vita di Selassié e dell’Etiopia che verrà ricordata con meno enfasi e che getterà ombre sul governo dell’Imperatore. Sebbene l’Etiopia venga seguita dai media internazionali con ammirazione, il sovrano sia corteggiato dai reggenti di tutto il mondo e l’indipendenza sia presa ad esempio dalle nazioni vicine che man mano aspirano e raggiungono lo stesso stato, il malcontento della popolazione etiope cresce sempre più rivendicando riforme democratiche. La politica riformista di Selassié infatti, sebbene innovatrice, tese a non cambiare la società etiope che era sostanzialmente regolata da sistemi feudali in cui nobili e dignitari gestivano il potere concesso direttamente dall’imperatore. Quest’ultimo inoltre gestiva direttamente la giustizia in maniera assolutamente arbitraria, favorendo i propri fedeli in base a logiche di potere. Viveva circondato da una corte che non aveva nulla da invidiare a quelle europee del 700: se da una parte poteva essere giustificabile nell’Etiopia del 1930, lo era molto meno negli anni 60.
La politica di riforme prudenti in ambito sociale e fondiario poneva le basi nell’estrema frammentazione del potere: una delle abilità riconosciute a Selassié fu sempre quella di gestire sapientemente le velleità espansionistiche dei vari Ras a cui affidava il governo delle province (anche se spesso fu costretto ad utilizzare l’esercito ed a reprimere le rivolte nel sangue).
Con l’apertura internazionale degli scambi, l’invio di studenti all’estero, la modernizzazione del paese e la connessione alla rete di telecomunicazioni, si ruppe quel muro che aveva isolato il paese per secoli e si ampliarono le sacche di malcontento che mal sopportavano la dispotica gestione del potere da parte dell'imperatore. Complotti e colpi di stato militare rischiarono di cambiare la forma monarchica dello Stato e sebbene repressi con durezza essi rappresentarono un campanello d’allarme a cui Selassié non seppe rispondere adeguatamente. Ma più di tutto all’offuscamento dell’immagine di sovrano illuminato contribuì la carestia nella regione Wallo del 1973. Interi villaggi morirono di fame senza che il governo dell’Imperatore prendesse urgenti provvedimenti. Un famoso reportage di Jonathan Dimbleby della BBC, “Ethiopia, the hidden famine” (Etiopia, la carestia nascosta), fece vedere al mondo immagini di morte e desolazione. Questo episodio insieme alla spietata repressione dei movimenti indipendentistici dell’Eritrea rappresentano il momento più basso della parabola umana di Selassié.
Le foto dei suntuosi banchetti a palazzo in contrapposizione alla carestia delle regioni periferiche dell’impero furono massicciamente utilizzate dai cospiratori del futuro DERG, il regime di stampo marxista-leninista, che prese il potere con un colpo di stato nel 1974. Sebbene i segnali di importanti cambiamenti nel paese come rivolte militari e manifestazioni studentesche fossero ormai all’ordine del giorno, negli ultimi mesi precedenti al putsch, l’Imperatore si rifiutò di porvi rimedio concedendo maggiori libertà o abdicando. Del Boca nel suo saggio storico-biografico sulla figura del Negus, riporta come in molti, vicini all'imperatore, abbiamo tentato di smuoverlo dal suo immobilismo, ma senza successo. A questo punto non è chiaro se fosse pienamente in possesso delle sue facoltà mentali o il prolungato esercizio del potere assoluto ed il distacco tra la sua condizione e la realtà non gli abbiano permesso una reazione efficace in tempi utili. A nulla infatti valsero i tentativi di concessioni a maggiori libertà o il rimpasto di governo dell’ultimissimo periodo di reggenza. La rivoluzione era ormai in atto e non conosceva sosta. Ma sebbene la rivoluzione incontrasse i favori della maggior parte della popolazione, l’imperatore possedeva ancora un ascendente troppo potente, ed i membri del DERG non ebbero l’ardire di eliminare subito l’anziano sovrano. Una campagna di propaganda dipinse l’Imperatore come un impostore, possessore di immense ricchezze trafugate all’estero e colpevole di aver ignorato la carestia del Wallo dalla sua dorata residenza di Addis Abeba.
Il 12 settembre 1974 venne ufficialmente deposto nel giorno in cui prendeva il potere Mengistu Haile Mariam. Il 25 agosto 1975 veniva data notizia della morte dell’Imperatore: come si seppe in seguito era stato soffocato nel sonno e sepolto in un luogo segreto per evitare fenomeni di culto popolare.
Così conclude Del Boca, il suo appassionante ritratto ne “Il Negus, vita e morte dell’ultimo Re dei Re“
“Hailè Selassiè ha sicuramente commesso molti errori durante il suo lunghissimo regno, primo fra tutti quello di essere stato sempre in bilico tra riforma e conservazione, senza mai operare una scelta definitiva. Ma la rivoluzione che lo ha travolto nel nome della libertà e del progresso si è rivelata cento volte più infausta del suo regime; ha causato danni irreparabili; l’ha sprofondata in una guerra civile che Hailè Selassiè aveva sempre cercato di scongiurare; ha accelerato, anziché bloccare il processo di disgregazione del paese. (…)
Qualunque sia il giudizio finale su Hailè Selassiè, la sua figura merita rispetto e considerazione. E’ impossibile non provare un senso di grande ammirazione e di riconoscenza verso l’uomo che il 30 giugno 1936, dalla tribuna ginevrina della Società delle Nazioni, denunciava al mondo i crimini del fascismo e avvertiva che l’Etiopia non sarebbe stata che la prima vittima di quella funesta ideologia. Per questo suo messaggio, malauguratamente non ascoltato, gli siamo un po' tutti debitori.”

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