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venerdì 27 luglio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 luglio.
Il 27 luglio 1929 esce in tipografia "Gli indifferenti", di Alberto Moravia.
Il romanzo fornisce uno spaccato di vita di una famiglia borghese negli anni di pieno sviluppo del fascismo italiano e si configura come una denuncia della perdita di valori dell’Italia di quegli anni. La storia è quasi priva di trama: i personaggi si muovono come manichini, spinti nelle loro azioni dalla noia e dall’insofferenza, senza provare vere pulsioni emotive e attratti solo dai falsi valori del benessere e del piacere fisico. Dietro la maschera di ricchezza dei personaggi si nasconde una miseria sia economica che morale.
Carla, ventiquattrenne figlia di Mariagrazia, viene sedotta da Leo Merumeci, amante della madre interessato a frequentare villa Ardengo anche per diventarne possessore. La famiglia infatti si trova in condizioni di forte precarietà economica e dovrebbe vendere la casa, ma Mariagrazia rifiuta sempre le proposte di vendita di Leo, perché interessata a mantenere l’apparenza di ricchezza agli occhi degli altri. Merumeci approfitta del desiderio di Carla di uscire da quella vita monotona e priva di stimoli, provando a sedurla già in apertura del romanzo, nel salotto di casa. I due sono sempre interrotti dall’arrivo della madre, da Michele o da Lisa, ex amante di Leo che viene spesso in visita all’amica Mariagrazia. Lisa, oggetto delle gelosie di Mariagrazia, è in realtà innamorata di Michele, che però inizialmente la respinge. È proprio lei a scoprire la relazione tra Leo e Carla e ad informare Michele. Il giovane tenta di uscire dal suo stato di indifferenza e reagire, prendendo una pistola e recandosi a casa di Leo, dove trova la sorella. Il tentativo fallisce poiché il colpo va a vuoto. Il romanzo si conclude con una festa in maschera, dove nulla è cambiato e dove i personaggi continuano nella loro finzione. Si intuisce forse un futuro matrimonio tra Carla e Leo e quindi il pieno successo di Merumeci.
Moravia scrive Gli indifferenti a soli 18 anni e il giornalista del Corriere della Sera Pietro Pancrazi ne scrive una recensione dal titolo Il realismo di Moravia, che contribuisce al successo dell’opera. È il romanzo che segna, all’interno del grande sperimentalismo della letteratura del Novecento, l’inizio della corrente neo-realista italiana, che si carica dei drammi sociali di un Paese tormentato. È una letteratura triste e drammatica, priva di ideali, definita da Benedetto Croce come “letteratura del vuoto”, in cui i personaggi vivono “come se” e non in forma diretta.
La dimensione del romanzo è di tipo teatrale. L’azione si svolge infatti nell’arco di soli due giorni e con pochi personaggi. Lo spazio è sempre l’interno di un’abitazione: villa Ardengo prima e la casa di Leo dopo. Gli unici spazi esterni sono caratterizzati da oscurità e pioggia. Moravia pone l’attenzione sulle luci artificiali, che contribuiscono a dare il senso di claustrofobia e angoscia dei personaggi. Carla passa dall’interno della villa a un’altra casa, quella di Leo.
Non è un romanzo di formazione: tutto ruota attorno al benessere e alla sessualità, che è l’elemento dominante, in una compravendita di corpi, ma non di affetti. Forte è l’insistenza sulla fisicità dei personaggi, già all’inizio del romanzo, dove l’incontro tra Michele e Leo avviene con un commento sull’abbigliamento, all’insegna della fatuità.
Pervasivo negli Indifferenti è anche il tema dello specchio, che si ritrova in ogni stanza e dove già all’inizio i personaggi si riflettono attraversando il corridoio. Esemplare è la svestizione di Carla nella sua camera e il suo confronto con lo specchio. Si tratta di una pagina di grande audacia per l’epoca, tanto che il governo fascista condanna la ristampa dell’opera. Qui Moravia introduce un espediente che utilizzerà anche in altri romanzi (es. la descrizione della bottega di Cesira ne La ciociara), dove gli oggetti sono utilizzati per ricostruire la psicologia di un personaggio: le bambole e il saluto agli oggetti prima di lasciare l’abitazione. È una camera che presenta elementi ambigui, bambineschi e più femminili. L’arredamento di fanciulla non è stato sostituito perché la madre ha sempre sperato in un imminente matrimonio della figlia. Si tratta di una tipica pagina novecentesca in cui parlano le cose. L’unico parametro di Carla è la bellezza.
I personaggi sono creature vuote, che agiscono come manichini, con pesantezza di gesti molto calcolati. Pancrazi afferma che il testo gli suggerisce qualcosa di espressionistico.
Carla, Leo e gli altri protagonisti dialogano senza un unico fulcro, ognuno tentando di imporre il proprio pensiero e la propria visione del mondo, senza uscire dai propri stereotipi. Nessuno di loro sa creare qualcosa di diverso dalla mera ripetizione di gesti: la stessa Carla è una Mariagrazia in piccolo, con gli stessi limiti e le stesse debolezze.
Venendo al fulcro degli Indifferenti, Moravia non descrive l’atto sessuale in sé, ma il momento appena precedente, delineando in modo molto preciso le perplessità di Carla, che si raggomitola nelle coperte e non vuole vedere il suo amante. La ragazza vuole osare, ma ha paura. Per esprimere questo salto alla maturità l’autore si rifà ad un illustre modello: l’addio ai monti manzoniano, dove però la svolta di Lucia è di tutt’altro tipo e più innocente. Lo spazio del letto si configura come una sorta di nuova prigione per Carla, che sente indifferenza per Leo e nostalgia della madre.
In Leo non c’è romanticismo, è un personaggio grossolano ed arrogante che alla fine ha la meglio. È l’unico personaggio “vincente” del romanzo.
La rappresentazione di Michele è condotta sottolineando l’assenza in lui di ogni qualità. È un antieroe, un inetto che ricorda i personaggi di Svevo, ma che probabilmente Moravia ricava dalle letture giovanili di Dostoevskij e dai testi teatrali di Pirandello. Michele è privo di pulsioni, gelido e agisce per noia. L’acquisto della pistola è dettato da un dovere di ribellione più che da una reale indignazione e dallo sdegno per la morale offesa. La scena dello sparo che va a vuoto è tragicomica e si allontana completamente dalla scena madre romantica in cui la giustizia si fa strada e i colpevoli vengono puniti.
Il romanzo termina con una festa in maschera, che conclude l’andamento circolare dell’opera, dove niente si è evoluto. Moravia vuole denunciare l’ipocrisia di questo mondo borghese, in cui i personaggi continuano a comportarsi senza alcuna ideologia positiva e in cui manca completamente anche l’orizzonte religioso.

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