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martedì 10 luglio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 luglio.
Il 10 luglio 1991 viene messo in atto il cosiddetto "delitto dell'Olgiata".
E’ la storia di un mistero durato 20 anni. La storia di un delitto attorno al quale si sono fatte le ipotesi più suggestive e disparate. Risoltosi grazie ad una prova scientifica.
E’ il 10 luglio 1991. La giornata è appena cominciata quando, nella sua camera da letto, in una villa dell’Olgiata - una zona esclusiva a nord di Roma - viene trovato senza vita, il volto coperto da un lenzuolo, il corpo di Alberica Filo della Torre, nobildonna, sposata ad un costruttore della capitale, Pietro Mattei. La contessa è stata strangolata, ma prima è stata tramortita con un corpo contundente, si ipotizzerà  fin da subito uno zoccolo. Dalla stanza manca solo qualche gioiello, ma il grosso dei preziosi non è stato neppure cercato dall’assassino.
Sulle ipotesi gli inquirenti si dividono: la polizia si concentra inizialmente sul movente più ovvio, il delitto passionale: la contessa avrebbe ricevuto nella sua camera un uomo, un misterioso amante, sarebbe scoppiata una lite e un tremendo colpo alla testa avrebbe ucciso Alberica. Il colpo inferto al capo ed il successivo strangolamento sono infatti compatibili con un raptus omicida. Per i carabinieri, invece, l'assassino doveva essere qualcuno che la vittima conosceva e di cui si fidava, qualcuno in grado di entrare nella villa e muoversi pressoché indisturbato. Saranno questi ultimi, 20 anni dopo, ad avere ragione. Ma al momento qualcosa non torna. La villa dell’Olgiata, a quell’ora del mattino - tra le 8.45 e le 9.10 - era piena di gente: due domestici, i due piccoli figli della contessa, una baby sitter, quattro operai al lavoro, anche perché fervevano i preparativi di una festa che si sarebbe svolta la sera stessa.
Col marito della vittima che si trovava già  in ufficio durante il delitto, i primi sospetti si incentrano su Roberto Jacono, figlio dell’insegnante di inglese dei bambini di casa Mattei, un giovane con alcuni problemi psichici che viene inquisito per alcune macchie di sangue rinvenute sui suoi pantaloni: sarà  l'esame del Dna a scagionarlo. Dopo Jacono i sospetti si spostano su di un cameriere filippino licenziato poco tempo prima, Manuel Winston. Ma anche lui - oggi possiamo dire incredibilmente - viene scagionato con la prova del Dna. Winston è lo stesso che a 20 anni di distanza verrà  fermato il 30 marzo 2011 e che, due giorni dopo confesserà  l’omicidio della contessa. Ad incastrarlo, questa volta, un esame più sofisticato del suo Dna trovato sul lenzuolo con il quale l’assassino aveva coperto il volto della vittima. Resta il movente del delitto, stando alla confessione di Manuel Winston, quanto mai futile: Manuel, allora 21enne, da poco in Italia, era stato licenziato dalla contessa perché beveva troppo e continuava a chiedere anticipi sullo stipendio senza mai restituirli. Quella mattina - ha raccontato - passando dal garage senza farsi vedere era entrato nella stanza della contessa per un chiarimento. Uccise in preda ad un raptus. “La colpii con uno zoccolo - ha detto ai magistrati - Poi non ricordo più nulla”. Ma molti particolari ancora non tornano.
Alla fine, 20 anni dopo, i magistrati della procura di Roma sono riusciti a risolvere il rebus. Lo hanno fatto grazie ad una prova scientifica, la prova del Dna che oggi può giovarsi di nuove tecniche, ma soprattutto grazie alla tenacia di un legale, l'avv. Giuseppe Marazzita, che ha assistito il marito della contessa, Pietro Mattei e che per ben tre volte si è opposto alla decisione della procura stessa di archiviare il caso.
Ma per 20 anni i magistrati romani si sono lanciati su piste che - se paragonate al vero movente dell'omicidio - hanno dell'incredibile, tanto che anche l'omicidio della contessa sembrava destinato a restare perituro emblema della pochezza investigativa degli inquirenti della capitale, più propensi ad assecondare i clamori e le pruderie della stampa che a puntare l'obiettivo là, dove andava puntato.
Per più di due anni, quella sull'assassinio della contessa, sarà  un'indagine alla cieca per un delitto senza piste. Poi, due anni dopo, il primo errore. Quello di voler a tutti i costi allineare il delitto dell'Olgiata alla tendenza giudiziaria dell'epoca: le inchieste sulle tangenti, l'epopea di mani pulite, i misfatti di tangentopoli.
Ma andiamo con ordine. L'ipotesi d'inchiesta che inizialmente cattura l'attenzione della magistratura romana - ma che è destinata a durare lo spazio di un mattino - è quella del delitto passionale (come nel caso di via Poma). Sarà  perché la contessa viene trovata, discinta e massacrata, nella sua stanza da letto. Sarà  perché per ucciderla è stato usato un corpo contundente, forse uno zoccolo, che l'ha tramortita prima dello strangolamento, mezzi tipici di un raptus omicida. Sarà  perché l'ambiente in cui il delitto è maturato è quello che colpisce un pubblico ancora abituato a coniugare ricchezza e perversione, sfarzo lussuoso e torbide passioni, ville con piscina e improbabili triangoli amorosi.
Gli unici che sembrano vederci chiaro in quella calda mattinata di luglio sono invece i carabinieri: per loro chi ha ucciso Alberica - per gli amici Abelarda, per quel suo fare austero ed aristocratico - è stato qualcuno che la vittima conosceva bene, di cui la contessa si fidava. Qualcuno che poteva entrare nella villa noncurante del suo affollamento: quella mattina, tra le 8.45 e le 9.10, quando la contessa viene uccisa dopo aver fatto colazione con i suoi due bambini ed essere tornata in camera da letto, in casa ci sono anche due domestiche filippine; c'è Melanie, la baby sitter inglese dei piccoli; ci sono quattro operai che stanno preparando in giardino la festa per il decimo anniversario di matrimonio della coppia, in programma la sera stessa del delitto.
Improbabile un amante, stabiliscono gli ufficiali dell'Arma, più possibile qualcuno con cui la contessa era solita discutere di cose private, affari probabilmente.
Bingo? Per nulla al mondo. Gli stessi carabinieri non sanno o non vogliono mettere a fuoco quanto da loro stessi subito intuito: teorizzano un omicidio per rapina. Sono spariti alcuni gioielli della contessa, poca roba, due orecchini, una collana, mentre l'orologio d'oro è ancor al polso della vittima e gli altri preziosi non sono stati neppure cercati dall'assassino. Il fatto strano è che sul luogo del delitto le impronte siano pochissime. L'inchiesta è sulla pista giusta. Finiscono nel mirino colui che 20 anni dopo confesserà  di essere il vero assassino e un vicino di casa con problemi psichici. In verità  gli investigatori dei carabinieri puntano più su quest'ultimo, più facilmente mostrificabile. Si chiama Roberto Jacono, è il figlio dell'insegnante privata di Manfredi e Domitilla, i figli della contessa, assiduo frequentatore di centri di igiene mentale che sulla graticola rimarrà  per mesi. Su di lui la stampa si scatena: tossicomane, malato di mente, capace di improvvisi scoppi di violenza per il basso dosaggio di litio che ha nel sangue, carattere instabile, probabile amante della contessa, o forse no, aveva una relazione con la baby sitter. E via dicendo. Incredibilmente è la prova del Dna a scagionare entrambi. L'inchiesta subisce così la prima deviazione. Viene data eccessiva valenza al contesto in cui il delitto è avvenuto: nobiltà  decaduta, ma non del tutto, con amicizie importanti e che con un matrimonio con il prototipo del generone romano - Pietro Mattei, pingue costruttore edile, con soldi che troppo spesso vanno e in pochi casi vengono - che cerca di rinverdire i fasti del passato, scegliendo di vivere in un'oasi per neo ricchi, come il quartiere residenziale dell'Olgiata.
Due anni di silenzio, fino all'ottobre del 1993 quando uno scandalo che per i magistrati è da prendere con le molle - perché di mezzo c'è il nome del presidente della Repubblica in carica - torna ad impegnare allo spasimo gli inquirenti romani: sono le ruberie del SISDE, i servizi segreti civili. Nell'affanno che percorre le stanze di piazzale Clodio, qualcuno ricorda solo allora che nel giorno della morte della contessa, tra le stanze della villa dell'Olgiata, si muoveva con molta disinvoltura uno strano personaggio che nulla aveva a che fare con l'inchiesta: appunto un funzionario del SISDE, quel Michele Finocchi, latitante, che verrà  incriminato per aver costituito conti privati, usando i fondi riservati dell'intelligence.
L'inchiesta dell'Olgiata viene scongelata. Che ci faceva uno spione al capezzale della contessa? Sono un amico di famiglia, si giustifica lo 007. Ma è vero che Finocchi arrivò nella villa prima del magistrato e addirittura dei carabinieri?
La stampa italiana ci ricasca: Finocchi e Alberica erano amanti. Possibile, ma irrilevante. La novità  sta da tutt'altra parte. Ad esempio nei conti miliardari che la contessa ed il marito avevano in Svizzera, soldi che i Mattei - visto il patrimonio di lei e le attività  edilizie non proprio floride di lui - non potevano possedere, sentenzia Martellino. Il magistrato vola a Zurigo e di conti ne scopre addirittura sei. Finalmente il magistrato romano ha imboccato la pista giusta? Macché. Anzi è proprio da questo momento che le acque - se possibile - finiscono con l'intorbidirsi ancora di più. Salta fuori, ma non c'è alcun riscontro, che la contessa voleva divorziare da Pietro Mattei e che lui aveva un'amante la quale, stufa di lui, ora lo accusa. Anzi fa di più: spedisce al pubblico ministero milanese Antonio Di Pietro, alle prese con il processo Cusani e la maxi-tangente ENIMONT, il vestito che Mattei indossava nel pomeriggio in cui avvenne il delitto. Un giardiniere dell'Olgiata, nel frattempo, ha giurato: "Mattei quel giorno uscì dalla villa con un vestito e vi rientrò con un altro".
Di Pietro spedisce il vestito di Mattei a Martellino che lo affida all'ormai abituale prova del DNA. Risultato: zero via zero.
Mentre spuntano depistaggi e imbrogli messi in atto da uno strano tedesco amico di poliziotti (lo stesso che compare nell'inchiesta sul delitto di via Poma) oltre ad un giro di usurai vicini a Pietro Mattei, a Martellino - ora reso più sicuro dall'arrivo a palazzo di giustizia del nuovo procuratore aggiunto, Italo Ormanni - non restano che le rogatorie finanziarie internazionali. Che diventano però un complicato intrico di conti intestati alla contessa e al marito, con passaggi di miliardi dalla Svizzera al Lussemburgo, dietro cui si intravede l'ombra del SISDE, mentre spunta anche una pista cinese che porta il magistrato fino ad Hong Kong. E qui le indagini si fermano.
Ultimo personaggio ad entrare nell'inchiesta è un cinese, Franklin Yung, imprenditore, amico di famiglia, in rapporti di lavoro con il marito della contessa. Qualcosa non torna nel suo alibi. Ci sono dubbi che, però, tali restano.
Qualche ostinato (quanto ottuso) giornalista identifica in lui un nuovo amante da affibbiare alla contessa.
L'inchiesta in questa direzione prosegue fino al 1996. Poi il buio più assoluto.
E la sensazione che anche il delitto dell'Olgiata sia condannato ad aggiungersi all'infinito elenco dei casi di omicidio avvenuti a Roma e mai risolti. Fino al colpo di scena. 20 anni dopo. Con un cameriere filippino che, tra le lacrime, confessa il suo futile omicidio di una contessa.
Manuel Winston viene condannato a 16 anni di reclusione. Pena confermata anche in secondo grado.

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