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domenica 8 aprile 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 aprile.
L'8 aprile 1877 un gruppo di 26 anarchici occupa il municipio di Letino (BN), per protesta contro l'iniqua tassa sul macinato.
Protagonista del tentativo insurrezionale fu la cosiddetta Banda del Matese che contava tra i suoi militanti Errico Malatesta, Carlo Cafiero, gli imolesi Giuseppe Bennati, Luigi Castellazzi, Ugo Conti, Sante Celoni, Francesco Ginnasi , Luigi e Domenico Poggi, Pietro Gagliardi; i bolognesi Ariodante Facchini e Uberto Lazzati; i ravennati Domenico Bezzi; i toscani Alamiro Bianchi, Guglielmo Sbigoli, Giuseppe Volponi, Gaetano Grassi, Leopoldo Ardinghi e Massimo Innocenti; i marchigiani Napoleone Papini, Sisto Buscarini; gli umbri Angelo Lazzari e Carlo Pallotta, entrambi di Terni e Florido Matteucci; e tanti altri.
Il Matese fu ritenuta zona adatta alla guerriglia. Da qui - nel cuore del Mezzogiorno - gli anarchici intendevano far scoccare la scintilla della rivoluzione. Non pensavano ad un'insurrezione generale, bensì ad un'azione di vera e propria guerriglia. Lo scopo era quello di occupare, con pochi uomini, una zona simbolicamente importante perché inespugnabile, e da lì incitare all'azione chi agognava alla libertà. L'operazione era prevista a marzo, ma la neve ancora presente nel Matese fece rallentare i piani degli anarchici (e permise al ministero degli Interni, debitamente informato, di studiare delle contromosse). Il luogo dell'incontro dei cospiratori doveva essere San Lupo, un piccolo paesello. Ma invece di cento - come preventivato - si presentarono solo ventisei compagni.  Si decise di continuare comunque e il piccolo gruppo di uomini cominciò a marciare, naturalmente ognuno con la sua bella sciarpa rossa in evidenza.
Le guide non si presentarono, i viveri non giunsero a destinazione. La leggenda dice che i rivoluzionari avessero deciso di passare agli espropri, ma quando - alla prima pecora sequestrata - il piccolo pastore, tale Purchia, cominciò a piangere, la restituirono. Dopo tre giorni di marcia, la mattina dell'8 aprile 1877 entrarono a Letino in armi. Dichiararono  decaduta la monarchia sabauda e distrussero i ritratti di Vittorio Emanuele, dando alle fiamme, tra il giubilo degli abitanti di Letino, sia i registri fiscali che tutte le carte dell'archivio comunale. Vennero distrutti i titoli di proprietà (catasto, ipoteche, gravami a favore della Santa Chiesa) e ufficialmente proclamata la rivoluzione sociale. Il popolo plaudente salutò il lancio dalle finestre del municipio di grossi fasci di cartaccia che alimentano un grande falò acceso sulla pubblica piazza. Vennero, infine, guastati, sui mulini, i contatori dell'iniqua tassa sul macinato.
La rivoluzione venne spiegata con pochi esempi pratici, e in dialetto. Carlo Cafiero saltò sul basamento di una grossa croce divelta, e sul quale sventolava la bandiera rossa e nera dell'Anarchia. Spiegò cosa fosse la rivoluzione sociale, i suoi fini e i suoi metodi. illustrando, sempre in dialetto stretto, il programma dell'Internazionale: non più soldati, non più prefetti, non più proprietari. E, secondo le testimonianze registrate dai carabinieri, il popolo di Letino, quello della santa religione, gridava: "Evviva l'Internazionale! Evviva la repubblica comunista di Letino!".
Lo stesso parroco del paese, don Raffaele Fortini (cognome diffusissimo a Letino e nel Matese), spiegò come Vangelo e socialismo fossero la stessa cosa e che gli anarchici erano i "veri apostoli mandati dal Signore per predicare le sue leggi divine". Il popolo applaudiva. né servi né padroni; la terra in comune, il potere a tutti. E a gran voce si chiedeva ai rivoluzionari di completare l'opera iniziata, confiscando le terre e ridistribuendole. Ma Cafiero, a nome della Banda, rifiutò decisamente sia perché il gruppo doveva andare in altri paesi a portare la scintilla della rivoluzione, sia soprattutto, perché i contadini dovevano imparare a far da soli, sfruttando le loro forze. "I fucili e le scuri ve li aviamo dati, i coltelli li avite - se vulite facite e si no, vi futtite".
Alla fine i rivoluzionari lasciarono il paese tra gli applausi dei contadini diretti verso Gallo. Qui furono ripetuti gli stessi atti compiuti a Letino tra un analogo entusiasmo da parte dei contadini e del parroco Vincenzo Tamburri. Intanto si stava organizzando la reazione del governo che, a detta di alcuni storici era già informato da tempo del progetto di rivoluzione sociale preparato dagli internazionalisti.
Pare infatti che la persona scelta come guida perché a conoscenza dei luoghi impervi del Matese, tal Farina di Maddaloni, avesse tradito rivelando tutto al ministro degli interni Nicotera, ex Mazziniano come lui. Dopo gli eventi di Letino e Gallo, la banda vagò per tre giorni sui monti del Matese, sorpresa dal freddo e dalla neve, senza guide né carte, né viveri, con i paesi resi ormai inaccessibili dall'arrivo dei soldati e con tutte le vie di fuga, sia verso Isernia che verso Piedimonte Matese e Benevento sbarrate dall'esercito (circa 12.000 uomini) che avevano ormai circondato tutto il territorio.
La mattina dell'11 aprile un contingente di bersaglieri, a quanto pare partiti proprio, ironia della sorte, da Pontelandolfo, localizzò la banda in una masseria alla contrada Rava della Noce quindi arrestò i rivoluzionari. Un sogno di riscatto, recita la lapide a San Lupo, rimasto senza compimento.

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