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domenica 18 febbraio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 febbraio.
Il 18 febbraio 1248 Federico II di Svevia viene sconfitto nella battaglia di Parma.
Se le cose fossero andate diversamente, oggi Parma non esisterebbe più.
I suoi resti si troverebbero  sotto la prima periferia est di Vittoria, la città fondata durante il lungo assedio a cavallo tra il 1247 ed il 1248 dall’Imperatore Federico II di Svevia e che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto sostituire la città Ducale di cui  era stata decretata la totale distruzione.
 Il motivo della rabbia di Federico era il tradimento di Parma che, nel mese di giugno del 1247, era passata dai ghibellini, fedeli all’Imperatore, ai guelfi, sostenitori  del Papa.
Un tradimento che non poteva essere tollerato, neppure da un sovrano colto ed illuminato come Federico Hoenstaufen.
Parma poteva essere un esempio pericoloso e  l’impero non poteva permettersi ulteriori defezioni proprio quando la lotta contro l’influenza del Papa aveva raggiunto un punto decisivo.
 La città meritava una punizione dura ed esemplare, che servisse da monito  a tutti i riottosi Comuni italiani.
E fu così che l’Imperatore cinse Parma d’assedio ponendo il proprio campo  ad ovest della città, fuori le mura di barriera Santa Croce.
Agli occhi dell’Imperatore l’ipotesi di una sconfitta non era contemplata.
Cosa poteva fare una piccola città contro l’esercito più forte d’Italia ed i suoi numerosi alleati?
Federico non aveva fretta.
Non c’era bisogno di logorare eccessivamente le truppe perché il tempo era dalla sua parte.
Si trattava semplicemente di aspettare che la fame, la sete e le epidemie portassero i parmigiani allo stremo e la città sarebbe caduta da sola.
Tanto valeva, nel frattempo, mettersi comodi…
 Federico ordinò che, sulle fondamenta del proprio accampamento, venisse eretta Vittoria.
Fu così che, nei lunghi mesi dell’assedio,  sorse una vera e propria città in miniatura, dotata di una chiesa, opportunamente dedicata a San Vittore, e di una zecca ove veniva coniato il  "vittorino", embrione di quella che, nelle intenzioni del sovrano, avrebbe dovuto essere la futura capitale del Sacro Romano Impero.
Federico II vi installò la propria corte  compresi il suo Harem e la temibile guardia del corpo, composta esclusivamente da guerrieri musulmani a lui fanaticamente devoti.
Non solo. L’Imperatore trasferì a Vittoria anche la sua personale collezione di animali esotici ed il tesoro reale.
Sulla personalità di Federico si è detto e scritto tantissimo. Vero è che la sua è una delle figure più affascinanti ed anticonformiste del medioevo.
“Stupor Mundi”, così veniva chiamato già dai contemporanei e non senza motivo: animato da una sete di conoscenza senza pari, religiosamente agnostico  e tollerante riuscì, durante la sesta crociata, a farsi consegnare Gerusalemme direttamente dalle mani del Sultano, dopo mesi di negoziati ed un viaggio nella città Santa durante il quale ricevette un accoglienza calorosa.
Il talento eccezionale di Federico trovò espressione anche in campo legislativo con le Costituzioni di Melfi, un corpo di leggi d’impronta moderna, con le quali l’Imperatore tentò di ristabilire la pace sociale nel regno di Sicilia mitigando l’influenza dei feudatari.
Ma la passione più grande del sovrano era l’antica e nobile arte della Falconeria, la caccia con i rapaci. Federico II era un falconiere colto ed appassionato, autore di un volume dal titolo ars venandi cum avibus e, non appena poteva, indulgeva in lunghe battute.
Fu proprio la sua passione più grande  a perderlo o a salvargli la vita -a seconda dei punti di vista- la mattina del 18 febbraio del 1248.
Per i parmigiani la fine era questione di pochi giorni; l’assedio durava oramai da lunghi mesi, i viveri stavano terminando e non vi era alcuna speranza di ricevere aiuto dall’esterno.
Ogni mattina l’Imperatore faceva condurre un gruppo di prigionieri sotto le mura cittadine, più o meno all’altezza dell’attuale ponte Caprazucca, facendoli decapitare sotto lo sguardo impotente dei propri concittadini.
I parmigiani sapevano bene di non avere scelta: o l’inedia o la spada….
E’ probabile che quel giorno gli assediati si fossero accorti dell’assenza dell’Imperatore, che si era recato sul Taro, insieme con il suo seguito,  per una battuta di caccia con il falcone.
In ogni caso decisero di fare un’ultima, disperata,  sortita.
Il popolo intero, donne, vecchi e bambini compresi, si unì agli armati e l’esercito imperiale, preso alla sprovvista e senza il suo comandante, venne travolto e messo in fuga.
Vittoria fu data alle fiamme non prima che i parmigiani la sottoponessero ad un sacco minuzioso.
La corona imperiale fu ritrovata da un ciabattino, dal soprannome eloquente di cortopasso, che la rivendette al comune per duecento lire imperiali.
Federico si rese conto dell’accaduto vedendo colonne di fumo ergersi dal luogo ove sorgeva la sua città e dovette fuggire, dapprima nella fedele Borgo san Donnino e quindi a Cremona.
In molti, ancora oggi, sono convinti che Viale Vittoria debba il suo nome alla Grande Guerra.
La verità è però un’altra e giace sepolta sotto la periferia ovest di Parma.

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