Cerca nel web

domenica 17 settembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 settembre.
Il 17 settembre 1907, dopo alcuni primi anni di produzione di prototipi, viene ufficialmente aperta la Harley-Davidson Motor Company.
Se parliamo della storia della moto ci vengono in mente nomi famosi nel vecchio continente: Triumph, BMW, Moto Guzzi. Ma certo non si può prescindere da un nome che urla la sua presenza dall’altra parte dell’Oceano, un nome che è rimasto per tanti anni sinonimo di grandi cilindrate e di lunghe percorrenze chilometriche nel coast to coast. Oggi i transatlantici della strada sono diffusi un po’ dappertutto tra le case motociclistiche, europee o giapponesi che siano, ma certo quel nome continua ad essere un faro, per un certo modo di intendere il turismo in moto: Harley-Davidson.
Milwaukee è una piccola città nel Wisconsin, nel cuore dell’America rurale del nord, famosa per una squadra di basket tra le più titolate nell’NBA ma anche per aver dato i natali a quella leggenda dei bikers che è l’Harley-Davidson: nel 1902 William Harley e Arthur Davidson, due ventenni intraprendenti, costruirono una bicicletta motorizzata nel garage di Arthur, uno spazio di tre metri per cinque.
Da quel prototipo il 28 agosto 1903 nacque l’azienda e ne iniziò la produzione che per il primo anno si fermò al numero di tre esemplari prodotti.
Il primo stabilimento vero e proprio sorse nel 1906 in Juneau Avenue dove sorge ancor oggi il quartier generale dell’azienda. La prima sede era un edificio di 240 metri quadri, nel ’07 i mezzi prodotti furono 150 e, soprattutto, iniziarono a fornire i primi mezzi alla polizia, primo gradino nella costruzione della leggenda.
Le prime moto furono tutte monocilindriche, il primo bicilindrico a V di 45° nacque nel ’909: con una cilindrata di 810 cm3 erogava 7 hp e una velocità massima di 97 kmh. Venne prodotta in 1149 esemplari. Questo portò la H-D ad espandere lo stabilimento che nel ’13 raggiunse una superficie di 28.000 mq nella quale vennero prodotti in quell’anno quasi tredicimila esemplari. Il colosso del motociclismo era nato.
Le guerre, se sono un tormento e una sofferenza per le popolazioni, per molti affaristi sono invece una miniera d’oro per incrementare i propri giri d’affari. L’Harley-Davidson non produceva articoli di interesse bellico, ma nella prima guerra mondiale i militari necessitavano di molti mezzi per le operazioni, H-D ne sfornò circa 45.000 (due monocilindriche e tre bicilindriche), la strada era ormai tracciata.
Dopo la fine della guerra, nel 1920, Harley-Davidson era la maggiore produttrice mondiale di moto, presente in 67 paesi, il 28 aprile 1921 un suo mezzo raggiunse – primo al mondo – i 160 kmh. Le cilindrate erano intanto salite fino ai 1200 cc e alcune caratteristiche tipiche della casa di Milwaukee fecero la loro comparsa, a partire dal tipico serbatoio a goccia (Teardrop). La grande depressione degli anni trenta non impose la sua dura legge all’Harley-Davidson che rimase aperta insieme alla Indian, uniche due “factory” a salvarsi in quel periodo tragico.
Ancora una volta, qualche anno dopo, un’altra guerra contribuì alle fortune della factory di Milwaukee come le 88.000 moto prodotte per il secondo conflitto mondiale stanno lì a dimostrare, in realtà un migliaio di queste furono delle copie della BMW utilizzata dall’esercito tedesco. La quasi totalità fu comunque rappresentata dalle WLA delle quali una 750 la ritroviamo protagonista con Alberto Sordi in “Un americano a Roma”, quale rappresentante delle molte entrate nel mercato postbellico e diventate icone nell’immaginario collettivo dei motociclisti di casa nostra.
Gli anni successivi vedono la Harley crescere sia nelle cilindrate sia nei fatturati ma la capacità innovativa si era arenata a confronto dei competitor giapponesi. Tuttavia, passata sotto la guida dell’AMF, fu alla metà degli anni ’70 che la H-D, legata al marchio italianissimo della Aermacchi, conquistò gli unici titoli iridati della sua storia con Walter Villa come pilota.
La risalita del marchio è da datare agli inizi degli anni ’80 dopo che la AMF rivendette il marchio ad un gruppo di 13 investitori. Fu la Softail Custom del 1984, un motore da 1340 cm3 a riportare la Harley-Davidson tra le moto più ricercate dalla sua tipica clientela, crescita che fu confermata, poco dopo, dalla Fat Boy del 1990.
La lunga storia dell’H-D prosegue, alla fine degli anni ’90, con l’acquisizione della Buell, creazione di un ex ingegnere della stessa Harley.
La storia moderna, a cavallo tra il 1999 e i primi anni del nuovo millennio, vede un’evoluzione tecnologica con i nuovi modelli e i nuovi motori, dai 1450 cc del Twin Cam 88 ai primi esempi di iniezione elettronica che porterà nel 2007 ad eliminare completamente il carburatore anche dai modelli 883 e 1200.
Oggi l’Harley offre un catalogo estremamente ricco sia per numero di modelli sia, soprattutto, per le molteplici possibilità di customizzazione estremamente gradite al proprio pubblico di appassionati, tanto che spesso è difficile trovare due esemplari dello stesso modello con la medesima configurazione. Le varie personalizzazioni comprendono anche il mondo extra motociclistico con un merchandising che copre molte aree, dall’abbigliamento ai gadget domestici – bicchieri, stoviglie, accessori vari – e un grande dinamismo anche in questo settore.
Certo l’Harley-Davidson è rientrata a pieno diritto nell’immaginario collettivo, non solo dei motociclisti, tanto che inforcando una concorrente dotata di un bicilindrico le cui forme potrebbero ricordare quello della casa di Milwaukee spesso qualche passante ti avvicina chiedendoti se si tratta proprio di un’ H-D.
In realtà un vero possessore di Harley saprebbe riconoscere subito dal sound del motore, se si tratta di un modello della casa americana, tanto che qualche anno fa la H-D provò anche – infruttuosamente – a brevettarne il suono.
In ogni caso , nonostante non sia certo tra i mezzi più economici, le Harley-Davidson sono tra le moto che più facilmente si incontrano sulle strade in qualunque stagione: il segreto di questa marca sta proprio nella filosofia “on the road” de suoi “owners”, gente per cui la strada non è un fine: è un mezzo per godere della propria due ruote, un mito a due cilindri.

Nessun commento:

Posta un commento

Cerca nel blog

Archivio blog