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mercoledì 12 luglio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 luglio.
Il 12 luglio 1555 Papa Paolo IV istituisce il ghetto ebraico a Roma.
La comunità ebraica di Roma è considerata la più antica al mondo, poiché se ne conosce l'esistenza sin dal tardo II secolo aC. A quell'epoca gli ebrei giungevano in larga parte come schiavi, provenienti dalla Palestina sotto il dominio romano; ma si ricorda anche un'alleanza militare stipulata tra Roma e Giuda Maccabeo, condottiero degli ebrei in rivolta contro l'Impero Seleucide nel 167 aC.
Tanto nei primi secoli quanto durante tutto il medioevo, gli ebrei romani non ebbero particolari difficoltà di convivenza con la locale popolazione cristiana; la loro principale attività era il commercio. Ma i tempi si fecero duri nel tardo Rinascimento quando la Chiesa di Roma, dopo lo scisma protestante e il successivo Concilio di Trento, inasprì il suo atteggiamento nei confronti della popolazione non cristiana. Il neoeletto papa Paolo IV decise di rinchiudere l'intera comunità ebraica entro un'area molto ristretta e impose severe leggi discriminatorie. Questa non fu l'unica misura repressiva per cui questo papa viene ricordato: nel 1559 istituì l'Indice dei Libri Proibiti, una lunga lista di titoli che tra gli altri comprendevano qualsiasi testo scritto da autori non cattolici, a prescindere dall'argomento, qualsiasi edizione della Bibbia considerata non ortodossa, qualsiasi libro di astrologia e predizioni.
Inoltre era fatto divieto di leggere la versione autorizzata della Bibbia in volgare a qualsiasi donna e a chiunque non conoscesse il latino (a tal fine, andava infatti richiesto uno specifico permesso!).
La zona in cui furono confinati gli ebrei era conosciuta come il ghetto (dal nome dell'analoga enclave istituita a Venezia già nel 1516). Comprendeva le poche strette vie situate fra piazza Giudea (oggi scomparsa), i resti del Portico d'Ottavia e la riva del Tevere presso l'Isola Tiberina.
Oggi gran parte delle antiche vie non esiste più e la topografia complessiva è alquanto cambiata.
In seguito alla bolla pontificia del 1555 di Paolo IV, intitolata Cum nimis absurdum (cioè "perché è oltremodo inconcepibile", in riferimento alla tolleranza verso gli ebrei), furono innalzati degli enormi portoni a chiudere fisicamente l'area di circa 3 ettari entro la quale avrebbero dovuto risiedere i circa 3000 membri della comunità ebraica, che è infatti menzionata nelle piante e nei testi scritti dell'epoca come recinto degli Hebrei. L'aspetto con cui doveva presentarsi agli occhi di un'osservatore lo descrive in forma concisa ma efficace Giuseppe Berneri in un'ottava del suo poema dialettale Il Meo Patacca, della fine del '600
Il Ghetto, è un loco, al Tevere, vicino,
Da una parte, e dall'altra à Pescaria;
È un recinto di strade assai meschino,
Ch'è ombroso, e renne ancor malinconia.
Hà quattro gran portoni, e un portoncino;
Il dì s'apre, acciò el trafico ce sia,
Mà dalla sera inzino à giorno ciaro,
Lo tiè inserrato un sbirro portinaro.
I residenti potevano lasciarlo solo durante il giorno; poi, dal tramonto all'alba successiva, i tre accessi al quartiere venivano serrati a mezzo di grosse porte, sorvegliate da guardie, la cui retribuzione era a carico della stessa comunità. In origine i portoni erano tre, ma pochi decenni dopo, quando papa Sisto V fece leggermente ampliare il ghetto dal lato del fiume, il loro numero crebbe a cinque.
La popolazione ebraica, però, continuava a crescere rapidamente, anche perché gli ebrei di altre città dello Stato Pontificio venivano costretti ad emigrare a Roma: nella seconda metà del XVII secolo gli abitanti del ghetto erano divenuti circa 9000 e il recinto dovette essere leggermente allargato. Un ulteriore allargamento venne concesso solo nel 1825 da papa Leone XII, dopo aver ricevuto un finanziamento dai banchieri ebrei Rotschild; in questa occasione fu aperta una sesta porta, in via della Reginella.
Oggi non esistono più i varchi né i portoni, che però si identificano molto chiaramente nelle antiche piante della città. Chiunque si fosse attardato e fosse rimasto fuori oltre l'orario consentito avrebbe fatto i conti con l'implacabile giustizia papalina.
Inizialmente l'unica risorsa di acqua potabile per la comunità era rappresentata da una bella fontana di Giacomo Della Porta situata nella metà settentrionale di piazza Giudea, di fronte al portone principale del ghetto, quindi al di fuori dei confini: le condizioni igieniche all'interno del recinto dovevano essere spaventose. Solo molti anni dopo l'enclave fu raggiunta dall'acqua corrente grazie ad una piccola fontana a muro in piazza delle Scuole e altre due fontanelle semplicissime in piazza delle Tre Cannelle (così detta proprio dalla fontana) e in vicolo de' Savelli. Inoltre, essendo questo uno dei punti altimetricamente più bassi di Roma, un'altra costante minaccia era il rischio di finire sommersi durante i frequenti straripamenti del Tevere.
Fuori del ghetto i membri della comunità dovevano indossare un pezzo di stoffa di colore azzurrino (glaucus nella bolla del 1555) o un velo dello stesso colore, il cosiddetto sciamanno, come contrassegno della loro appartenenza alla religione ebraica; gli uomini lo indossavano sul berretto, mentre le donne lo portavano a mo' di scialle. Tale voce è rimasta in uso nel dialetto locale per definire un capo di abbigliamento sciatto o logoro.
Agli ebrei non era permesso possedere beni immobili; le case dove abitavano venivano prese in affitto da proprietari non ebrei, che le affittavano ai membri della comunità a prezzi calmierati da una legge chiamata Ius Ghazagà (nome per metà latino e per metà ebraico), emanata sotto il papa Pio IV (1561). Di norma, il contratto di affitto passava in eredità ai discendenti del primo locatario, per cui molti appartamenti venivano occupati dalle stesse famiglie per varie generazioni.   
Tuttavia l'affollamento all'interno dell'enclave era tale che di tanto in tanto si rendeva necessario ampliare le case, costruendo altane; il risultato era un conglomerato di tuguri, strettamente addossati gli uni agli altri, e frequentemente comunicanti con passaggi interni ed anche esterni, i cosiddetti passetti (che prendevano il nome da quello famoso di Borgo). In tempi di persecuzione costituivano una via di fuga per gli abitanti.
Leggi speciali, che assai spesso cambiavano col succedersi dei vari papi, limitavano le attività che i membri della comunità potevano ufficialmente svolgere. Tra i lavori a cui erano maggiormente dediti i membri della comunità c'era quello dello stracciarolo, cioè lo straccivendolo che batteva le strade con un carretto al grido di aèo! e in giudaico-romanesco era detto peromante, cioè colui che andava in giro per Roma. Le donne ebree erano particolarmente abili nel cucito, per cui quella della rammendatrice era un'altra frequente occupazione. E tra i mestieri tipici c'era anche quello del falegname: degli ebanisti ebrei, di cui era nota l'abilità, si servivano anche famiglie nobili.
Nel 1572 Gregorio XIII decretò che il sabato i membri adulti della comunità fossero costretti ad assistere alle cosiddette prediche coatte, il cui scopo era di convincere gli ebrei a convertirsi al cristianesimo; questi sermoni si tenevano nella piccola chiesa di San Gregorio, detta perciò anche San Gregoretto (ora dirimpetto alla grande sinagoga eretta nel 1904) e presso il minuscolo Tempietto del Carmelo di via Santa Maria in Publicolis. Si dice che in molti usassero tapparsi le orecchie con la cera per non dover ascoltare le odiate prediche; ma coloro che finivano con l'addormentarsi venivano risvegliati a calci dalle guardie papaline che sorvegliavano lo svolgimento della funzione.
Sulla facciata della chiesa di San Gregorio si legge ancora oggi un'eloquente iscrizione bilingue in latino ed ebraico, riferita ad un passaggio del profeta Isaia: « ho teso per tutto il giorno le mani ad un popolo incredulo, che procede lungo una strada non buona, seguendo le proprie idee, ad un popolo che proprio davanti a me continuamente mi provoca all'ira ». Solo all'interno del ghetto agli ebrei era consentito professare la propria religione: un unico edificio dell'enclave ospitava cinque scuole (che fungevano anche da luogo di preghiera), una per ciascuna confessione ebraica a cui apparteneva la popolazione locale. Ciò perché era vietata la costruzione di più di una sinagoga.
Oltre alle discriminazioni, gli abitanti del ghetto dovevano sottostare a diverse tradizioni e rituali umilianti. Per esempio, durante le feste del Carnevale Romano, un certo numero di ebrei anziani veniva fatto correre lungo l'arteria centrale della città, mentre la folla li beffeggiava e lanciava ogni sorta di rifiuti; questa tradizione fu poi trasformata nella corsa dei cavalli barberi.
Roma non era l'unica città dove in quegli anni le comunità ebraiche erano sottoposte a discriminazioni: leggi simili a queste furono promulgate anche altrove in Italia (Venezia, Bologna, Ferrara, ecc.); già nel medioevo erano state attuate campagne di espulsione in paesi quali la Spagna, la Francia, l'Inghilterra. Infatti sembra che lo stesso vocabolo ghetto derivi da quello veneziano, il primo mai istituito (1511), che trovandosi nei pressi di una fonderia fu chiamato campo gheto (da getto, cioè scarto della produzione di metalli).   
Dopo la bolla di Paolo IV altre ne seguirono: Pio V ne emise una nel 1569 con cui espulse gli ebrei da tutti i territori dello Stato Pontificio, fatta eccezione per i ghetti di Roma e Ancona, disposizione poi ribadita da Clemente VIII nel 1593.
Però non tutti i papi mostrarono la stessa durezza nei confronti degli ebrei. Ad esempio, Pio IV (1559-65) si mostrò più tollerante, Gregorio XIII (1572-85) assunse una posizione intermedia, mentre Sisto V (1585-90), uno dei pontefici più severi della storia ("er papa tosto"), ebbe curiosamente un atteggiamento protettivo verso la comunità ebraica, seppure col persistere delle restrizioni dei diritti civili. In pratica, all'elezione di ogni nuovo papa l'atteggiamento della Chiesa di Roma verso gli ebrei poteva mutare in modo sostanziale, passando dalla tolleranza alla persecuzione o viceversa.
Quando nel 1798 Roma cadde sotto l'assedio delle truppe napoleoniche, l'amministrazione francese aprì il ghetto. Ma poi nel 1815 fu restaurata l'autorità papale e Pio VII sancì nuovamente la chiusura notturna delle porte del recinto. L'unica concessione fatta dal successivo papa Leone XII, poco dopo il 1830, fu di decretare un'ulteriore espansione del confine del ghetto, comprendendovi via di Sant'Ambrogio e via della Reginella; a quest'ultima strada si provvide ad applicare un sesto portone. Ma il fanatico pontefice inasprì ancora di più le restrizioni per la comunità ebraica, vietando ai suoi membri qualsiasi diritto al possesso privato e costringendoli a disfarsi dei propri beni materiali nel più breve tempo possibile. Per questo molti di loro dovettero abbandonare Roma.
Il ghetto fu brevemente riaperto durante i cinque mesi della Repubblica Romana (febbraio - luglio 1849); in questa occasione furono abbattuti muri e porte dell'enclave. Ma Pio IX, una volta tornato in carica, costrinse la comunità a rientrare nel ghetto, anche se ormai privo di barriere fisiche.
I cancelli virtuali dell'odioso recinto caddero definitivamente solo dopo la fine dello Stato Pontificio (1870), quando la nuova amministrazione italiana concesse agli ebrei romani la libertà di lasciare quest'area e riconobbe a tutti i cittadini pari dignità, a prescindere dal credo religioso.
Verso la fine della II Guerra Mondiale però la storia tornò ad esigere dal ghetto un pesantissimo tributo, durante l'occupazione di Roma da parte delle milizie naziste. Tra gli episodi più tragici di quei giorni si ricorda infatti il rastrellamento di 1022 esponenti della comunità ebraica, poi deportati ad Auschwitz, gran parte dei quali non fecero ritorno. Era il 16 ottobre 1943.
Oggi molti membri della comunità vivono in altri quartieri di Roma, sebbene tutti considerino ancora il ghetto come un luogo comune di incontro in occasioni speciali e festività religiose.
Qualche ristorante in zona mantiene viva la cucina giudaico-romanesca, una tradizione vecchia di secoli che fonde tipici piatti ebraici con ricette romane, fra cui i famosi carciofi fritti alla giudìa. Invece i cosiddetti "fagottari", clienti che usavano portare il proprio pasto in un fagotto, per cui ordinavano solo il vino, non si incontrano più; questa abitudine è ormai scomparsa.
Nel ghetto anche la lingua subiva l'influenza della cultura di origine degli abitanti. Il dialetto giudaico-romanesco, che una volta era diffuso tra i membri della comunità, non era troppo dissimile da quello "classico" parlato altrove a Roma, ma faceva uso di molti vocaboli diversi, di chiara origine ebraica.   
Oggi nei vicoli del ghetto si sente ancora in parte questo dialetto, sebbene l'italiano lo abbia largamente sostituito. Va segnalato un lodevole tentativo di mantenerlo vivo grazie ad alcune iniziative culturali, quali le opere teatrali di Alberto Pavoncello (autore ed interprete). Alla fine del 2006 è stata anche data alle stampe una riedizione lungamente attesa dei sonetti di Crescenzo Del Monte (1868-1935), l'unico poeta dialettale giudaico-romanesco.
A partire dal 1888, a pochi anni di distanza dalla riapertura del ghetto, tutte le vecchie case furono rase al suolo, in parte perché erano in pessime condizioni, ma in parte anche per seguire la politica urbanistica di quell'epoca, che mirava ad allargare molte strade per motivi di viabilità legata al crescente traffico dei veicoli, anche a costo di commettere dei veri e propri scempi architettonici. Perfino la fontana di piazza Giudea fu rimossa (la piazza stessa scomparve), per poi essere ricollocata presso il vicino Palazzo Cenci. La topografia del luogo, quindi, appare oggi del tutto stravolta, ma rimane ancora pressoché intatta via della Reginella e i vicoli adiacenti, che conservano ancora un'atmosfera magica, una miscela unica di storia, architettura e tradizione.

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