Cerca nel web

mercoledì 1 giugno 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il primo giugno.
Il primo giugno del 2009 la General Motors avvia la procedura di bancarotta. E' il quarto maggior fallimento della storia americana.
La General Motors fu diretta, all’inizio, da Pierre S. DuPont, i cui avi avevano introdotto al mondo la produzione in massa della polvere da sparo, arricchendosi in maniera straordinaria con la Guerra Civile: i suoi eredi, applicatisi anche alla chimica, avrebbero ottenuto guadagni straordinari con la Prima guerra mondiale.
La GM è diventata la più ricca azienda degli Stati Uniti, grazie alla Seconda guerra mondiale, e due volte. La prima, producendo quantità illimitate di materiale bellico a spese dei contribuenti. La seconda, facendosi prima detassare la perdita della filiale tedesca, e poi facendosi ripagare, dalla Germania ormai distrutta, più del suo valore.
E giustamente Eisenhower nominò il presidente della General Motors, Charles Erwin Wilson, segretario di difesa.
Insomma, nel paese del liberismo estremo, uno Stato finanziatore fa sempre comodo; tanto che negli Stati Uniti, la GM viene soprannominata Government Motors.
La GM puntò recentemente alla produzione di quei carri armati per privati che sono le SUV e quei megaSUV che sono i Hummer, una pessima scommessa in tempo di crisi economica e di aumenti del prezzo del petrolio: nel 2009, la GM dichiarò fallimento.
La linea dei Hummer, che avevano dato il peggio di sé in Iraq, fu venduta a un’azienda cinese.
E qui le opposte filosofie conservative e liberal poterono manifestarsi in pieno: nella secolare tradizione della destra statunitense, un capitalista che fallisce ha avuto ciò che si merita (almeno così dicono, quando sono all’opposizione).
Mentre per i liberal, lo Stato deve essere sempre a disposizione dell’economia.
Nel 2009, quando la General Motors presentò istanza di fallimento, il governo ne rilevò la maggioranza assoluta delle quote, spendendo quasi cinquanta miliardi di dollari. Da allora la GM è divenuta una vera e propria industria parastatale. Si disse che sarebbe stato solo un intervento straordinario temporaneo, ma ovviamente le cose non sono tanto semplici. Il governo federale è ancora azionista per il 26%: per dismettere l’intera sua partecipazione rientrando del fiume di dollari a suo tempo elargito dovrebbe vendere le azioni a 53 dollari l’una, ma oggi ne valgono sì e no 20 per cui vendere ora equivarrebbe a consolidare una perdita di circa 25 miliardi di dollari - soldi dei contribuenti. Al contempo, le vendite vanno male e i bilanci dell’azienda sono pericolosamente traballanti.
Le difficoltà maggiori General Motors le sta incontrando non negli Stati Uniti - dove pure il suo peso si è molto ridimensionato: vendendo a prezzi molto bassi riesce a mantenere circa il 20% del mercato dell’auto, mentre mezzo secolo fa superava il 50% - bensì in Europa, dove la GM ha investito tanto per poi ricavare risultati infimi per via della crisi. All’inizio dell’estate 2012 la casa di Detroit ha segnato un calo degli utili netti di ben il 40% nel secondo trimestre, e per settembre non è andata meglio. General Motors intanto ha scialato miliardi nel vano tentativo di soppiantare in Europa il marchio Opel con il suo principale, Chevrolet: il manager che ha speso 559 milioni di dollari per piazzare il logo Chevrolet sulla maglia dei giocatori del Manchester United è stato recentemente defenestrato. Un altro tasto dolente è quello delle auto ecologiche, fortemente spinto dal governo per ovvie ragioni politiche. Obama aveva promesso un milione di auto elettriche sulle strade d’America entro il 2015, ma la Chevy Volt vende appena 10mila esemplari all’anno.
Di questo passo, “Government Motors” potrebbe presto vedersi costretta a portare nuovamente i libri in tribunale: il che significa che Obama potrebbe poi trovarsi per le mani la patata bollente di un secondo “bailout” per GM. Potrebbe permetterselo?

Nessun commento:

Posta un commento

Cerca nel blog

Archivio blog