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venerdì 6 maggio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 maggio.
Il 6 maggio 1527 avvenne il famoso "sacco di Roma" da parte dei Lanzichenecchi.
Il sacco di Roma del 1527 rappresenta uno delle pagine più nere del Rinascimento italiano. Formalmente esso fu solo un episodio delle varie guerre d’Italia (1494-1559) che contrapposero Francia e Spagna per il controllo della nostra penisola. Tuttavia la sua valenza simbolica fu enorme, tanto da risuscitare negli ambienti culturali europei le terribili immagini delle antiche invasioni barbariche. Persino Enrico VIII d’Inghilterra rimase sconvolto dall’evento, alleandosi subito con la Francia in funzione anti-imperiale. Ma come fu possibile una simile tragedia?
Contrariamente a quel che si crede, essa fu più il frutto del caso che di politiche ben precise. E dimostrò l’inettitudine dei governanti italiani dell’epoca, incapaci di contrastare validamente la presenza straniera sul loro territorio. Dopo la disastrosa sconfitta di Francesco I a Pavia, infatti, sembrò che le forze imperiali avessero conquistato definitivamente il controllo del nostro paese. Carlo V costrinse il rivale a firmare il Trattato di Madrid (gennaio 1526), in cui il monarca transalpino si impegnava a rinunciare ad ogni suo diritto sull’Italia e sulla Borgogna. Liberato dalla prigionia, però , Francesco I rinnegò le clausole del documento, cercando subito alleanze per rovesciare la sfavorevole situazione politico-militare. Grazie ai buoni uffici della madre, Luisa di Savoia, egli ottenne presto il tacito appoggio di Venezia e del Papato, preoccupati dalle continue ingerenze spagnole nei loro domini. Alla coalizione anti-imperiale si unì anche il duca milanese Francesco Maria Sforza e il suo astuto cancelliere Girolamo Morone, che seminarono zizzania tra i fedeli italiani di Carlo V.
Finalmente nel maggio 1526 si giunse ad un’alleanza vera e propria tra la Francia e i vari principati della penisola, inclusa Firenze: ciascuno dei coalizzanti avrebbe contribuito con uomini, armi e denaro alla cacciata degli spagnoli dall’Italia, ridando l’indipendenza politica al Ducato di Milano e al regno di Napoli. Conosciuta come Lega di Cognac, l’alleanza partì subito con il piede sbagliato perchè Francesco I continuò segretamente a trattare con Carlo V per il riscatto dei figli, tenuti in ostaggio a Madrid come pegno della sua fedeltà al precedente trattato di pace. Nel frattempo l’esercito dei confederati, guidato da Francesco Maria della Rovere, condusse la guerra in modo così fiacco e inconcludente da permettere agli spagnoli - inizialmente svantaggiati - di riorganizzarsi e respingere l’attacco nemico. In luglio una rivolta milanese contro le truppe imperiali fallì miseramente, costringendo lo Sforza ad una fuga precipitosa, mentre i soldati di papa Clemente VII subivano una dura batosta a Castellina per mano dei Senesi. Due mesi dopo il cardinale Pompeo Colonna tentò un colpo di stato contro il pontefice, che fu quindi costretto a concludere una tregua di quattro mesi con l’imperatore.
La controffensiva di Carlo V fu rapida e implacabile. Nell’autunno 1526 egli inviò in Italia settentrionale un contingente di quattordicimila Lanzichenecchi (dal tedesco Landsknecht, “servo della terra”) comandati dal generale Georg von Frundsberg, veterano delle campagne contro la Francia, con il compito di sconfiggere la coalizione nemica e occupare lo Stato Pontificio. I Lanzichenecchi erano le migliori truppe di fanteria al servizio dell’Impero; modellate sull’esercito mercenario svizzero, avevano già dato buona prova di sé nella repressione delle rivolte contadine in Germania. Sfortunatamente per Carlo, tuttavia, esse erano anche assolutamente incontrollabili a causa della loro costante fame di denaro e del loro fanatismo religioso. Quasi tutti i Lanzichenecchi erano infatti di fede luterana, e vedevano con profondo odio la signoria del Pontefice, vista come una Babilonia decadente e corrotta. Tale concezione avrebbe avuto effetti gravissimi durante la loro avanzata nel cuore dell’Italia.
Finchè Frundsberg mantenne la guida dell’armata tedesca, le cose andarono piuttosto bene. Partiti da Trento, i Lanzichenecchi raggiunsero il Po con relativa facilità, senza alcun contrasto efficace da parte dell’eccessivamente cauto Francesco Maria della Rovere. Improvvisamente però il Frundsberg dovette ritirarsi dalla campagna per una grave malattia; lo sostituì al comando il duca Carlo di Borbone, abile condottiero ma pessimo amministratore di uomini. Questo fatto rappresentò una svolta drammatica nella vicenda perchè diede il via al rapido disgregamento disciplinare dell’esercito imperiale, ormai trasformatosi in una vera e propria orda predatrice. Malamente stipendiati dall’imperatore, i Lanzichenecchi si diedero infatti al saccheggio sistematico delle regioni attraversate, lasciando dietro di loro una terribile scia di morte e distruzione.
Nonostante il caos organizzativo, l’armata del Borbone riuscì a raggiungere Roma ai primi di maggio del 1527. Il generale francese decise di attaccare subito la città per evitare di essere intrappolato a sua volta dall’esercito della Lega, ancora stazionato in Toscana. Tuttavia il prode Carlo rimase ucciso durante il primo assalto e tale evento scatenò definitivamente la furia primitiva dei suoi uomini, che espugnarono le mura cittadine e dilagarono nella zona tra il Gianicolo e il Vaticano. Solo la fortuna consentì a Clemente VII di rifugiarsi dentro Castel Sant’Angelo, mentre i mercenari tedeschi davano libero sfogo al loro odio per la Chiesa cattolica devastando numerosi monasteri ed edifici di culto. Moltissime donne vennero barbaramente stuprate e parecchi sacerdoti furono uccisi con metodi orrendi. Per ironia della sorte Pompeo Colonna approfittò dell’occasione per scatenare nuovamente i suoi seguaci contro i nobili fedeli al Papa, contribuendo alla distruzione generale della città.
Il 5 giugno, privo di viveri e senza alcuna speranza di aiuto, Clemente VII capitolò e si consegnò prigioniero all’imperatore. Quest’ultimo, dopo la figuraccia rimediata presso l’intera Europa cristiana, trattò con rispetto lo stanco pontefice, negoziando un lento ritiro delle proprie forze dallo Stato Pontificio. Gli ultimi Lanzichenecchi lasciarono Roma nel febbraio 1528, lasciando in eredità oltre alle rovine anche la peste. Alla fine dell’anno la città aveva perso oltre un 1/5 dei propri abitanti originari.
Allora ambasciatore pontificio presso l’esercito dei confederati, Francesco Guicciardini scrisse più tardi un vivido ritratto della catastrofe romana nella sua celebre Storia d’Italia: in essa egli diede aperto sfogo alla sua amarezza nei confronti dei principati italiani, incapaci di difendere l’urbe capitolina dalla “barbarie tedesca”. E in effetti gli alleati avevano fatto ben poco per proteggere il pontefice, rimpallandosi poi tra loro la responsabilità dell’accaduto. La Lega di Cognac si esaurì ingloriosamente qualche anno dopo, lasciando Carlo V padrone quasi assoluto dell’Italia.
Il sacco del 1527 rappresentò la fine dello splendido Rinascimento romano iniziato da papa Giulio II. Dopo la tragedia, infatti, la riorganizzazione artistica della città perse molta della sua forza originale; la stessa fabbrica di San Pietro rimase ferma per quasi un decennio, per poi riprendere lentamente sotto il piglio austero di Paolo III. Una grande epoca storica si era tristemente conclusa.

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