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martedì 17 maggio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 maggio.
Il 17 maggio 1972 viene ucciso mentre esce di casa il capo della questura di Milano, il commissario Luigi Calabresi.
La scritta 'Calabresi assassino' compariva ovunque sui muri delle strade di Milano, lo stesso slogan veniva gridato in tutte le manifestazioni mentre Lotta Continua nella sua campagna contro il commissario di polizia scriveva "Questo marine dalla finestra facile dovrà rispondere di tutto. Gli siamo alle costole, ormai, ed è inutile che si dibatta come un bufalo inferocito [...] Qualcuno potrebbe esigere la denuncia di Calabresi per falso in atto pubblico. Noi, più modestamente di questi nemici del popolo vogliamo la morte..." .
Calabresi era stato ritenuto responsabile della morte dell'anarchico Pino Pinelli, precipitato da una finestra del quarto piano della questura di Milano durante un interrogatorio per la strage di Piazza Fontana. E' in quel clima che il 17 maggio del 1972, tre anni dopo quella strage, un commando attende in via Cherubini a Milano che Luigi Calabresi esca di casa per recarsi in questura. Da un un'auto in sosta scende un uomo, si avvicina al commissario e spara due colpi di pistola, una Beretta 6,35, poi fugge sulla Fiat 125 dove ad attenderlo c'è un complice. Sono le 9,15: Calabresi viene ferito a morte da due proiettili che lo colpiscono alla testa e alla schiena e cade a terra accanto alla sua auto, una Fiat 500. Dalla morte di Giuseppe Pinelli, la campagna contro Calabresi va via via inasprendosi anche con interventi di personaggi di spicco del mondo giornalistico come Camilla Cederna, definita dal questore di Milano "mandante morale dell'omicidio Calabresi" per i suoi articoli sull'Espresso e della cultura come Dario Fo che porta in scena 'Morte di un anarchico'. Le querele porteranno in seguito alla condanna per diffamazione di alcuni esponenti di Lotta Continua che il giorno dopo l'assassinio titola a tutta pagina 'Ucciso Calabresi, il maggior responsabile dell'assassinio Pinelli' e l'articolo spiega: "L'omicidio politico non è certo l'arma decisiva per l'emancipazione delle masse dal dominio capitalista così come l'azione armata clandestina non è certo la forma decisiva della lotta di classe nella fase che attraversiamo: ma queste considerazioni non possono assolutamente indurci a deplorare l'uccisione di Calabresi, un atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia". Nel mirino della sinistra extraparlamentare finisce anche il giudice istruttore milanese Gerardo D'Ambrosio che, su iniziativa della vedova Pinelli, istruisce un processo per omicidio volontario. Tra gli imputati, oltre a Calabresi e al capo dell'Ufficio politico Antonino Allegra, tutti coloro che la notte in cui Pinelli morì erano nella stanza dell' interrogatorio. Il magistrato conclude l'istruttoria con un non doversi procedere "perché il fatto non sussiste" per l'omicidio e dichiara estinto, per intervenuta amnistia, il reato di arresto illegale solo per Allegra. Nelle motivazioni spiega che la morte di Pinelli doveva essere fatta risalire ad un malore, sentenziando inoltre che quando precipitò, Calabresi non era nell'ufficio. Per l'omicidio del commissario, invece, la svolta avviene 15 anni dopo, il 28 luglio del 1988, con l'arresto clamoroso di Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani, Ovidio Bompressi e il pentito Leonardo Marino. Sofri, secondo l'accusa, aveva dato l'assenso politico all'omicidio, pensato da Pietrostefani, ritenuto il 'capo' dell'ala militare di Lc. A sparare al commissario sarebbe stato Bompressi mentre Marino aveva fatto da autista. Al termine del processo, il 2 maggio 1990, Sofri, Pietrostefani e Bompressi vengono condannati a 22 anni di reclusione mentre Leonardo Marino a 11. La condanna viene confermata in appello ma annullata con rinvio dalla Cassazione. Anche il secondo appello si conclude con le assoluzioni ma la sentenza viene annullata un'altra volta. Al terzo appello si torna alla condanna a 22 anni per Sofri, Pietrostefani e Bompressi mentre per Marino scatta la prescrizione. Gli imputati, nel frattempo in carcere, tranne Pietrostefani latitante in Francia, chiedono la revisione del processo ma ogni loro istanza viene rigettata. Mentre Marino si rifà una vita vendendo crepes a Bocca di Magra, Sofri dal carcere scrive per molti giornali e dopo una grave malattia, e una lunga detenzione ai domiciliari, il 16 gennaio del 2012  torna libero. Ovidio Bompressi, accusato di esser il killer, il 30 marzo del 2005 ottiene la grazia dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

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