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martedì 8 marzo 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 marzo.
L'8 marzo 1908 è la data in cui tradizione vuole che abbia tratto origine la festa della donna, a commemorazione di un'incendio che avrebbe ucciso oltre 100 operaie a New York.
In realtà è un falso storico, e l'incendio in questione avvenne il 25 marzo 1911, sempre a New York, in una fabbrica di camicie chiamata Triangle.
Quell'incendio causò l’orrenda morte di 146 persone e fino all’11 settembre 2001 è stato l’evento più sanguinoso avvenuto sul suolo della Grande Mela. In quella tragedia causata dalla completa mancanza di norme di sicurezza, dalla totale sottovalutazione delle condizioni critiche nelle quali si lavorava nei primi anni del Novecento, morirono esclusivamente immigrati. Immigrati italiani, russi, polacchi e gli operai che persero la vita erano al 90 per cento donne.
L’inverno stava lasciando il posto alla primavera: probabilmente in quel pomeriggio molte delle operaie presenti nel turno di lavoro pensavano anche a questo; oppure erano angosciate dai sacrifici per costruirsi una dignità, la nuova vita messa su negli Stati Uniti, la speranza di un futuro sicuro e agiato; forse alcune erano tormentate ancora dalla miseria da cui erano fuggite, lasciata alle spalle di interminabili viaggi oceanici. L’indifferenza e l’odio dei bianchi anglosassoni al loro arrivo nel porto di New York dopo il ghetto di Ellis Island dinanzi alle loro facce disperate, una ferita che tutti certamente portavano dentro. Ma nonostante questo, avevano accettato di lavorare in quel palazzone fatiscente per costruire e partecipare al sogno americano. Bastarono poco meno di due ore di fiamme e poco più di un fumo acre e denso, per spezzare quel sogno.
Al di là della forte commozione che allora suscitò, dovettero trascorrere ancora anni perché negli Stati Uniti e nel mondo si prendessero in seria considerazione le problematiche relative alle condizioni dei lavoratori. L’evento, per quanto tragico fu  dimenticato, tanto che soltanto pochi anni fa, grazie alle ostinate ricerche di uno studioso di genealogia Micheal Hirsh, si è giunti a compilare l’elenco completo e definitivo delle vittime del rogo. Gli ultimi nomi mancanti rispondono a Faiga Resnik, ucraina, Maria Giuseppa Lauletti, Josephine Cammarata e Concetta Prestifilippo, tutte giovanissime e tutte provenienti dalla Sicilia.
Queste come le altre, lavoravano anche 14 ore al giorno, all’interno di stanzoni poco illuminati, umidi, spesso chiuse a chiave dalle guardie affinché non scappassero via dalla linea di produzione o rubassero il materiale, immerse in quintali di tessuti infiammabili e tossici. La paga era 6, 7 dollari alla settimana; il prodotto, le celebri camicette “Shirtwais” allora tanto di moda presso la borghesia americana, garantivano alla proprietà enormi introiti. Una proprietà che più volte si era rifiutata di firmare accordi che garantissero le minime condizioni di dignità ai lavoratori e alle lavoratrici. Quando in quel pomeriggio di cento anni fa l’incendio divampò improvviso e violentissimo, molte delle vittime tentarono di salvarsi lanciandosi dalle finestre come estrema e tragica via d’uscita. I proprietari attesero la fine dell’incendio all’ultimo piano dello stabile che non fu aggredito dalle fiamme.
Immigrazione, sfruttamento del lavoro, diritti, nostri connazionali che abbandonano la patria in cerca di un futuro migliore; sono tanti gli aspetti che incredibilmente, a distanza di un secolo, vanno a cozzare con la cronaca di questi giorni e dovrebbero aprire ampi passaggi di meditazione. Dovrebbero.
I movimenti di emancipazione e uguaglianza femminili passarono anche attraverso tragedie come questa. La stessa festa dell’8 marzo prende spunto dal quel tragico pomeriggio. E’ dei nostri giorni il riaffacciarsi delle rivendicazioni delle donne, l’esigenza di una soggettività nuova e sempre al passo con i tempi, al di fuori degli schemi nei quali le stesse lotte femministe degli anni settanta racchiusero in recinti ideologici quelle tematiche. I diritti dei lavoratori, sempre urgenti e mai acquisiti del tutto, da ripensare nelle dinamiche contraddittorie della globalizzazione. E ancora i nomi di quelle sventurate sono echi dell’Italia che fu, un paese di emigranti. Dalla Sicilia partirono Maria Giuseppa Lauletti, Josephine Cammarata e Concetta Prestifilippo. A Lampedusa (Sicilia, Italia) oggi sbarcano centinaia di disperati in fuga dalle follie dittatoriali e dalla miseria di interi continenti. Spesso donne, che in prima persona con estremo e ammirevole coraggio hanno combattuto per la libertà e la dignità dei loro popoli. La nostra memoria storica sta diventando una miccia sempre più corta.
Le celebrazioni dei nostri primi 150 anni “da italiani”, trasformatesi per mediocri interessi partitici, in una corsa ad ostacoli, probabilmente avrebbero dovuto anche ricordare, pensandoli come “esempi” di dignità, quelle donne e quegli uomini, italiani che a milioni dissero addio alle loro terre di miseria e che in silenzio, con la tenacia del lavoro, hanno contribuito alle ricchezze delle nazioni della terra. Molti di loro, come le donne della fabbrica Triangle non ce la fecero.


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