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domenica 13 marzo 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 marzo.
Il 13 marzo 1881 alle ore 14, terroristi della temuta associazione segreta Narodnaja Volja (Volontà del popolo) assalirono e bombardarono a San Pietroburgo il corteo imperiale, uccidendo lo zar Alessandro II (1818-1881).
In realtà la prima bomba lanciata contro la carrozza dello Zar mancò l’obiettivo. Quando invece Alessandro II scese dal landò per portare aiuto a due uomini della guardia rimasti feriti, fu investito in pieno dalla seconda esplosione. La folla impaurita presente lungo il percorso fin dal mattino cominciò a scappare, molti urlarono, altri alla vista del sangue si misero a piangere. A stento i soldati del seguito rimasti incolumi riuscirono a farsi largo e trasportare lo Zar a palazzo. Le vittime dell’attentato furono tre, compreso un attentatore, e i feriti venti.
L’assassinio di Alessandro II scosse profondamente non solo la Russia, ma tutta l’Europa, dando inizio a quella che sarà definita “Epoca degli attentati” contro re, regine, imperatori e capi di stato e che culminò nel 1914 a Sarajevo con l’uccisione del principe Francesco Ferdinando e l’inizio della Prima guerra mondiale.
Ma come si arrivò a organizzare e ad attuare una simile azione? Quali erano le motivazioni che spingevano quei giovani all’estremo sacrificio? Quali ingiustizie, quali crimini venivano imputati ad Alessandro II per renderlo meritevole di morte?
Il regno di Alessandro II fu in effetti contraddistinto da due periodi molto diversi tra loro: uno di riforme, l’altro di repressione e dispotismo. In un primo tempo, contrariamente al padre Nicola I, Alessandro II, una volta terminata la disastrosa guerra di Crimea, si distinse per l’avvio di grandi riforme sociali e politiche che fecero ben sperare il popolo russo. Soppresse i tribunali di casta, avviò l’emancipazione dei servi della gleba, creò istituzioni locali, gli Zemstvo, dotati di ampia autonomia, riorganizzò la scuola di base e incrementò il commercio con la costruzione di numerose linee ferroviarie interne. Sembrava, in sostanza, iniziata una nuova era nella storia della Russia, caratterizzata da una crescente modernizzazione e da un progressivo sviluppo economico.
Le cose poi cambiarono repentinamente. La rivolta polacca (1863) e un attentato subito nel 1866 segnarono la fine della politica delle riforme e l’inizio di una svolta autoritaria, che portarono alla chiusura dei circoli studenteschi, alla censura sulla stampa e alla repressione delle organizzazioni politiche.
In politica estera lo Zar riprese la guerra contro l’impero turco conquistando il controllo del Caucaso e dell’Asia centrale. Accentuò infine una politica antibritannica, stringendo un’alleanza con gli imperi di Germania e Austria.
La persistente estrema povertà di intere popolazioni, lo stato di polizia che terrorizzava chiunque anelasse a una maggiore giustizia sociale e gli scandalosi privilegi goduti dall’aristocrazia contribuirono ad aggravare la situazione, esasperando gli animi e convincendo i più determinati a passare all'azione. Le notizie che giungevano dall’Europa occidentale, i principi di libertà ed eguaglianza sanciti dalla rivoluzione francese avevano varcato i confini e ora erano diventati patrimonio culturale di molti giovani e di larga parte della classe intellettuale russa. L’immobilismo economico e sociale del governo e la repressione operata su ordine dello Zar non potevano dunque più essere passivamente subiti. L’attentato allo Zar, nel convincimento di molti giovani esasperati dalla drammatica situazione socio-politica ed economica della Russia, rientrava perfettamente nel novero delle azioni lecite, seppur estreme, da intraprendere per avviare un profondo cambiamento nel paese. Fu così che alcuni di loro il 13 marzo 1881 passarono dalle parole ai fatti.
La rapidità dell’azione e l’effetto sorpresa garantirono il “buon esito” dell’operazione, ma non furono sufficienti a evitare l’arresto ai protagonisti di quell’azione tanto temeraria quanto inutile. In verità, la situazione politico-sociale era da diverso tempo in ebollizione e in diverse città della “Santa Madre Russia” la polizia aveva scoperto circoli e gruppi rivoluzionari che non nascondevano la loro ostilità alla politica dello Zar.
I cinque principali organizzatori ed esecutori dell’attentato allo Zar, tra i quali si distinse la giovane ventisettenne Sofia Perovskaja, vennero quasi subito catturati, sottoposti a un sommario processo e impiccati pochi giorni dopo. Tutti gli imputati si dichiararono colpevoli e sicuri che il loro gesto avrebbe scosso tutti i russi dal loro torpore e creato le premesse per un futuro migliore.
Il nichilismo e il populismo, sorti in Russia negli anni sessanta del XIX sec. come movimenti di protesta e di rifiuto dell’ordine costituito, avevano dato, dunque, i loro primi terribili frutti e ora immolavano i loro figli migliori, tanto ingenui, quanto generosi.
Al processo Sofia, che in realtà aveva 27 anni, apparve ai giudici come una bambina dai capelli biondi e gli occhi grigio-azzurri.
I giudici e il pubblico restarono increduli e affascinati dinnanzi a una simile e apparentemente fragile creatura. In quella terribile circostanza la sua forza d’animo fu pari alla convinzione nelle sue idee e ancora una volta sorprese tutti i presenti, destando anche una qualche simpatia. Era difficile per tutti, infatti, credere ai propri occhi, immaginare che quella giovane donna dai lineamenti da bambina avesse potuto osare tanto. La sua provenienza familiare, l’educazione ricevuta e l’esempio paterno complicavano ancora di più il quadro.
Il corrispondente del giornale reazionario tedesco Koelnische Zeitung fu costretto a riconoscere: “Sofia Perovskaia dà prova di una forza d’animo straordinaria. Le sue guance conservano sempre il bel rosso, mentre il viso serio senz’ombra di iattanza spira un sereno coraggio ed un’abnegazione inesausta. Lo sguardo è tranquillo, pacato, sicuro senza ostentazione”.
La famiglia paterna era molto conosciuta e godeva il rispetto della corte imperiale e di tutta la città: un avo era stato ministro della pubblica istruzione, il padre governatore generale di Pietroburgo, mentre lo zio, il conte Perowsky, aveva assicurato all’impero una parte estesissima dell’Asia Centrale.
Fin da giovanissima Sofia, dotata di un’ottima istruzione, aveva passato le giornate nei quartieri popolari, insegnando a leggere e a scrivere ai contadini e agli operai. Sappiamo anche che grazie a lei presero il via i primi tentativi di istruzione popolare e si sperimentò con successo l’avvio delle scuole di campagna. Il padre fece di tutto per riportarla a casa, ma ogni suo sforzo si rivelò vano.
Consapevole dell’enorme differenza di classe che la separava dai quei poveretti e della naturale diffidenza che in loro poteva suscitare, come i suoi compagni di fede non esitò a vestire poveri abiti e a vivere la triste vita dei contadini per meglio comprenderne le pene ed essere da loro accettata. Girò instancabilmente di villaggio in villaggio, portò conforto ai più disperati, cercò d’organizzare forme minime di sopravvivenza e di assistenza sanitaria.
Poi la sua attività nei confronti dei più deboli si andò accentuando, fino a portarla a osare azioni, anche violente, di rivolta contro il dispotismo e l’insensibilità dello Zar e della sua corte.
Quando l’eco della Comune di Parigi raggiunse anche la Russia, Sofia volle diffonderne pubblicamente gli ideali di libertà e di eguaglianza tra la popolazione. La risposta del governo, come era prevedibile, fu la repressione di ogni manifestazione e l’arresto suo e dei suoi compagni. Grazie però all’intervento del padre, Sofia rimase in carcere solo nove mesi e obbligata a risiedere in Crimea fino alla celebrazione del processo. Assolta nel 1877, riuscì a fuggire e per tre anni si rese latitante, cambiando continuamente domicilio e nome.
Da quel momento il solco che la divideva dallo Zar e dai suoi lacchè si andò sempre di più allargando, esasperando il suo animo a tal punto che, quando venne il momento e l’occasione giusta, non esitò a organizzare l’attentato alla vita stessa del tiranno.
All’alba del 15 aprile 1881, salì i gradini del patibolo, sorrise al boia e affrontò l’esecuzione con estremo coraggio. L’aria era ancora gelida e il ghiaccio sulla Neva iniziava a sciogliersi, annunciando l’arrivo della primavera russa. Quando i condannati arrivarono in piazza il cielo mostrò i primi raggi pallidi di sole, quasi volesse salutare per l’ultima volta quei giovani tanto generosi quanto incoscienti.
Gli imputati furono visti abbracciarsi sorridenti, felici di condividere insieme la stessa fine. L’agonia di Kibaltchich e quella di Michajlov durò quindici minuti, essendosi spezzata due volte la corda. Anche la fine di Sofia fu lunga e orrenda a vedersi. Una folla enorme riempì la piazza di San Pietroburgo.
Da allora in poi gli anarchici, ma anche i socialisti, di tutto il mondo onorarono e ricordarono a più riprese Sofia, considerandola, a tutti gli effetti, una loro eroina. Poi il trascorrere degli avvenimenti e del tempo fece calare su di lei il silenzio, cancellandone quasi del tutto la memoria.
I cinque cadaveri furono lasciati penzolare in piazza per oltre un’ora. Molti piansero e si inginocchiarono in preghiera. Poi il medico delle carceri, dopo aver constatato il decesso, fece rimuovere i corpi che vennero deposti in altrettante bare. Il popolo seguì silenzioso i carri fino al cimitero. Molti stringevano già in mano i loro ritratti.
L’impressione suscitata da quelle impiccagioni fu enorme e scosse tutta l’Europa. Anche il socialista riformista Filippo Turati sentì il bisogno di rendere omaggio a Sofia e agli altri giovani compagni di sventura (Michajlov, Russakof, Scheljabow, Kibaltchich), con una poesia Fiori d’aprile, pubblicata, il 24 aprile 1881, sul periodico milanese “La Farfalla”. In essa, tra l’altro, si legge:

Ahi! Nella stretta del capestro osceno
scorgola ancor divincolarsi, al fato
recalcitrando: e scompigliava il vento
la chioma errante.

Piangete o donne! Più soave stelo
Mai non fiorì di Vergine la terra.
Il re ed il boia han quello stelo infranto
Santa Sofia!..

Il giornale anarchico Umanità Nova del 15 aprile 1933 terminava il suo ricordo dell’eroina russa con queste parole: “Ancora oggi questa donna che a ventisette anni sa morire sorridendo, dopo aver vissuto interamente per la causa, ci affascina e ci umilia. Come vivono eternamente i martiri e gli eroi”.
Il movimento Narodnaja Volja (Volontà del popolo) era sorto in Russia nel 1879 con lo scopo di unificare tutti i gruppi cospirativi (nichilisti e populisti) intenzionati a rovesciare l’autocrazia zarista. Organizzò diversi attentati ai danni di Alessandro II, compreso quello del 1881. L’atto terroristico non portò però le conseguenze che i capi dell’organizzazione si aspettavano. Lo stato infatti non crollò e il potere autarchico riprese vigore con l’ascesa al trono di Alessandro III, che diede una stretta poliziesca al regime e represse duramente ogni forma di protesta.
Nel punto esatto dove avvenne l’attentato e morì lo zar, Alessandro III fece costruire la “Chiesa del Salvatore sul Sangue versato” che volle grande, ricca, imponente e che ancora oggi è possibile ammirare.

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