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martedì 5 maggio 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 maggio.
Il 5 maggio 2002, si gioca l'ultima giornata di campionato. L'Inter di Ronaldo, dopo un'annata fantastica, gioca la sua ultima partita a Roma contro la Lazio; gli eterni rivali della Juventus, a inseguire, giocano a Udine.
Il primo tempo dell'Inter è una corsa senza fiato, con i polmoni chiusi, bloccati da un masso. Lo stomaco sottosopra e la gola secca da morire. La partita più strana del mondo si gioca su due campi: a Udine a e Roma, con i tifosi dell'Olimpico uniti in un incredibile gemellaggio. Tutti a tifare Inter.
Ad ascoltare urla e slogan si capisce dove sta andando la domenica. Il primo mormorio arriva dall'altro campo, quello in Friuli. Dopo due minuti segna Trezeguet e i bianconeri sono virtualmente campioni d'Italia. Il mormorio diventa urlo di gioia al 12' quando Vieri approfitta di un errore di Peruzzi e butta dentro l'1 a 0.
E' a questo punto che sembra tutto facile. Via le biro, chiusi i taccuini non è più tempo di cronaca della partita: come quasi sempre in passato (l'anno passato andò così Roma-Parma) il conteggio delle azioni non ha più senso. Conta solo far girare la palla e le lancette del cronometro. Ma questa non è una partita normale, questa è la partita più strana del mondo: cose da Osvaldo Soriano. E infatti le biro serviranno ancora.
Al 19' ci pensa Poborsky a cambiare il pomeriggio: l'esterno sfida i suoi tifosi e va a segnare l'1 a 1. La Juve è tranquilla sul 2 a 0 (il secondo è di Del Piero) e per l'Inter diventa di nuovo tutto difficile. Scudetto in altalena, si dice. Scudetto per gente dai nervi saldi, per gente alla Di Biagio che una manciata di minuti dopo ci mette la testa: è il 23' e l'Inter è di nuovo in vantaggio e campione d'Italia.
Adesso solo una squadra di masochisti potrebbe divertirsi a rovinarsi la domenica. E il gruppo Cuper non sembra avere questa predisposizione: la palla scivola con sufficiente lucidità, le gambe rispondono. Prima Ronaldo, poi Recoba hanno qualche possibilità di segnare il gol sicurezza: occasioni non eccezionali, sufficienti per rammaricarsi.
Più che sufficienti per disperarsi quando al 45' Gresko regala un pallone d'oro a Poborsky che non si fa pregare per battere Toldo. E' il 2 a 2, è di nuovo tutto difficile per l'Inter, quasi impossibile. E' la Juve sul trono d'Italia.
Favorita al primo minuto, l'Inter inizia la ripresa in rincorsa: le gambe già di legno, diventano di marmo e il pallone è una bomba che fa paura solo a sfiorarlo. La tattica non conta più, la confusione e la rabbia sono le uniche cose che ancora hanno un senso. Illogico ovviamente.
Il cronometro corre. Cuper fuma la decima sigaretta, Massimo Moratti è di pietra in tribuna. Al suo fianco Tronchetti Provera perde la proverbiale abbronzatura. Il trionfo annunciato inizia a trasformarsi sempre di più in una sconfitta storica.
Al decimo la tragedia nerazzurra ha la faccia impassibile di Simeone, l'ex interista che di testa batte Toldo e non esulta. Adesso tutto diventa impossibile, assurdamente impossibile.
Tra la squadra di Cuper e lo scudetto adesso ci sono due gol da realizzare in poco più di mezz'ora. Una corsa contro il tempo da compiere con la zavorra del rimpianto sulle spalle. Il tecnico butta dentro Dalmat al posto di Conceicao, l'Inter sembra ritrovarsi, ma è solo una fiammata. Ormai è tardi. Troppo tardi.
A Torino segna la Roma e l'Inter scivola al terzo posto. La lotta disperata di Vieri, i lampi di classe impotente di Ronaldo e le corse di Dalmat non riescono a spostare il risultato. Il cronometro che prima sembrava bloccato ora nella testa degli interisti corre veloce come mai nella loro vita.
L'ultima spallata la dà Simone Inzaghi: cross da sinistra e gol di testa per il 4 a 2 che regala lo scudetto alla Juventus e gela l'Olimpico. La partita più strana del mondo è finita: piangono i tifosi di tutte e due le squadre, festeggiano solo sull'altro campo, quello di Udine. Il campionato è finito. Vieri è immobile, Ronaldo al suo fianco si copre la faccia con le mani e piange disperato. Gresko singhiozza. Moratti non c'è più. Hector Cuper fuma da solo la millesima sigaretta. Il sogno di quest'argentino triste e testardo finisce con il campionato.
Sono passati più di dieci anni. E chi dimentica, impossibile, quel giorno. La madre di tutte le sconfitte.
Una settimana, una stagione, in fondo quasi quindici anni di attesa. La fibrillazione che cresceva, di giorno in giorno, partita in partita. Poi, solo lacrime: d’illusa gioia, all’inizio, quando tutto sembrava andare come doveva andare; di sofferenza, amara delusione alla fine. Ma era scritto nel destino.
Dell’Inter. E di quel condottiero, tanto valoroso, tanto bistrattato dalla Fortuna. La propria fine la recava scritta nel suo nome: argentino, certo, ma di origini così classiche e lontane. Quasi meglio che in italiano, tale e quale alla latina: Hector. Ettore, l’eroe umano per antonomasia, capace – e quella fu la vera impresa – di andare incontro al suo tragico destino. La morte, lì davanti, e lui a testa alta, senza mai piegarsi. Proprio come Hector, l’hombre vertical. Davvero troppo evocativo quel suo nome epico.
E poi la data: il 5 maggio. Giorno di avvenimenti storici, per cui valga la pena scrivere pagine indimenticabili.
“Ei fu. Siccome immobile, / dato il mortal sospiro, / stette la spoglia immemore”. Della difesa dell’Inter: trafitta, a un passo dal meritato riposo, da quella maledetta ala ceca. Cieca, soprattutto, del prodigio che si stava realizzando, e che avrebbe irreparabilmente rovinato. Lui, e il suo semi-compatriota, sciagurato carneade: l’uomo sbagliato al momento sbagliato nel posto sbagliato, anche così si passa alla storia.
“Così percossa, attonita / la terra al nunzio sta”. E il suo popolo di nerazzurri: ammutoliti, increduli. Per un dolore senza precedenti, acuito dalla festa degli eterni rivali. Da allora, ogni anno, tristi ricordi, amari sfottò.
Ma di quel giorno non ci dobbiamo vergognare. Perché il destino per i grandi scrive grandi storie.
Per passare dall’inferno al paradiso ci sarebbe voluto ancora qualche anno, il tempo di festeggiare il centesimo anniversario, ed accogliere un altro condottiero, questo sì invincibile, perché baciato dalla Dea Bendata.
Ma il mito della Grande Inter è nato quel 5 maggio 2002. Già, la Grande Inter, la seconda della storia: perché quell’aggettivo sembra fatto apposta per noi. Per la nostra vicenda umana e sportiva, sempre straordinaria. Senza la disfatta epocale dell’Olimpico non sarebbe stata così grande la gioia per quello scudetto vinto a Siena. Con due gol di una bandiera che cinque anni prima piangeva disperato. Come il capitano, in lacrime ma di gioia, nell’alzare quella Coppa che attendevamo da 45 anni.
Non esiste epos senza un prologo tragico: dell’Inter fu quel dì. E otto anni e quattordici giorni dopo, gli eroi erano gli stessi: Zanetti, Matrix, tutti noi tifosi.
Insomma, il 5 maggio non è un disonore ma una cicatrice da esibire con fierezza. Perché è il marchio indelebile delle malefatte altrui, di chi oggi reclama false stelle dimenticandosi passato e processi. E perché ci ricorda la grandezza di cui solo noi siamo capaci, nel bene e nel male.
Le altre sono solo squadre, l’Inter è leggenda. E, di nuovo, risorgerà: forse con un altro 5 maggio, sicuramente con altri trionfi. Perché la sentenza non è ardua: fu vera gloria. E sempre lo sarà.

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