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domenica 24 maggio 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 maggio.
Il 24 maggio 1915, l'Italia dichiarò ufficialmente guerra all'Austria e prese parte alla "grande guerra", il primo conflitto mondiale. Il fatto è raccontato anche dalla famosa "canzone del Piave", scritta da Giovanni Gaeta nel 1918. La celebre canzone patriottica italiana infatti, al primo verso recita "Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio / dei primi fanti il ventiquattro maggio".     L'inno contribuì a ridare morale alle truppe italiane, al punto che il generale Armando Diaz inviò un telegramma all'autore nel quale sosteneva che aveva giovato alla riscossa nazionale più di quanto avesse potuto fare lui stesso.
Nel 1914, nonostante la "triplice alleanza" (il patto di alleanza tra Italia, Germania e impero Austro-ungarico), il nostro paese era rimasto neutrale, basandosi sulla clausola che lo obbligava a intervenire in soccorso degli alleati solo nel caso di attacco subito, mentre formalmente era l’Austria a risultare il primo paese aggressore. Tuttavia, già dai primi giorni in cui in Europa si era cominciato a combattere, in Italia si aprì un accesso dibattito tra due correnti: i neutralisti e gli interventisti, che a loro volta si divisero in interventisti di destra e sinistra.
Il 23 Maggio del 1915 Antonio Salandra, Primo Ministro del governo italiano, rompeva gli indugi e denunciando gli accordi della Triplice Alleanza, si pronunciava a favore dell'intervento del nostro paese in favore degli Alleati, uscendo dalla neutralità dichiarata fin dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, avvenuto nel Luglio dell'anno precedente.
L'illusione che il conflitto sarebbe stato di breve durata era largamente diffuso sia a livello politico sia tra le gerarchie militari. Antonio Salandra n'era talmente certo che nel concordare con gli Alleati i termini di cooperazione non aveva previsto nessun tipo di rifornimento bellico. Si arrivava a negare l'evidenza degli enormi massacri di uomini che già si erano verificati sul fronte francese, confondendo un'ormai lampante guerra di posizione combattuta attraverso armi tecnologicamente avanzate con una guerra in stile coloniale, come quelle che ci avevano visti impegnati in Eritrea prima e in Libia poi. Secondariamente si era certi che la vittoria non avrebbe potuto sfuggire alle potenze alleate. E' impossibile sapere con certezza quali ragioni fossero alla base di quest'ipotesi, si può solo congetturare che il governo italiano considerasse sufficiente l'intervento del nostro esercito per rompere l'equilibrio instauratosi nell'anno precedente. L'irruenza del governo Salandra ci avrebbe portati nel primo Conflitto Mondiale impreparati sotto ogni aspetto.
Sul lato economico, il periodo di neutralità, invece di avvantaggiare l'industria e il commercio italiani, li aveva ulteriormente indeboliti. Le gravi fluttuazioni finanziarie causate dalla guerra avevano costretto la Borsa a chiudere i battenti. Fin dallo scoppio delle ostilità le materie prime necessarie a un paese industrializzato, quale ricordiamo ancora l'Italia non era, vennero a mancare, essendo legate in massima parte all'importazione, minacciata dai blocchi contrapposti delle nazioni in lotta. Ben l'87% del combustibile utilizzato nel nostro paese veniva importato dalla Gran Bretagna, ma come abbiamo già ricordato ci si guardò bene da ricomprendere questa fornitura nel patto di collaborazione. La chiusura dei mercati commerciali tradizionali, quali la Francia e la Germania, misero sul lastrico numerose aziende che non potevano più essere sostenute attraverso contributi di tipo statale. Le grandi forze industriali videro nella guerra l'unico sbocco accettabile per permettere alla calata domanda da parte interna di riprendere quota, salvaguardando nello stesso tempo i capitali nazionali. Si voleva cioè tutti i vantaggi produttivi dello scontro armato senza prendere in considerazione i lati negativi.
La preparazione strettamente militare era forse ancor più insufficiente che quella economica. Due difetti principali si sarebbero evidenziati durante i primi mesi: innanzi tutto un'arretratezza strategica nel pensiero del quadro comandanti dell'esercito italiano e, deficienza maggiore, totale mancanza di approvvigionamenti adeguati. Il generale Cadorna, comandante supremo delle forze sul fronte austriaco, apparteneva a quella schiera di uomini d'arme formatisi col mito garibaldino dell'assalto all'arma bianca. Nella sua circolare "Attacco frontale e ammaestramento tattico" rinverdiva la teoria secondo la quale la miglior difesa sarebbe l'attacco e, nello specifico, l'attacco frontale di fanteria dopo preparazione di artiglieria. Già Napoleone nella battaglia della Moscova aveva sperimentato quanto fosse controproducente tale impostazione quando di fronte si avevano delle truppe trincerate e ben disciplinate e gli Austriaci rispondevano alla perfezione a questo stereotipo. Durante il periodo della nostra neutralità l'Austria aveva provveduto a fortificare tutto il confine dal Trentino alla Venezia Giulia, fidandosi ben poco della parola data dall'Italia di rimanere estranea alla guerra. Quindi non si andava contro uomini impreparati, ma si sarebbero fronteggiati fanti motivati e spesso già provati dal fuoco del fronte russo. Ulteriore fattore di rottura con le passate tecniche militari fu l'introduzione di una rivoluzionaria arma leggera: la mitragliatrice. Collaudata con successo dagli inglesi durante la guerra boera di inizio secolo fu ben presto adottata da tutte le altre potenze. Con un minimo impiego di personale, questo strumento di morte poteva garantire la copertura di un largo tratto di terreno, contro qualunque assalto di fanteria. Il comando italiano sembrò ignorare questa semplice verità. Non soltanto i nostri soldati vennero mandati a morire contro le armi a ripetizione austriache, ma ci vollero diversi mesi prima che le nostre trincee vedessero spuntare mitragliatrici a sufficienza per controbattere gli attacchi dell'esercito degli Asburgo.
L'unica vera forza che si rivelerà tale fino al momento della vittoria era quella del povero fantaccino italiano. L'esercito poté contare fin da subito su di un numero di uomini che tendenzialmente fluttuava tra un 1.000.000 e un 1.500.000 individui, compresi i riservisti; una cifra nettamente superiore a quella che gli austriaci potevano disporre sullo stesso fronte. Purtroppo per coloro che dovettero cimentarsi in quell'ardua prova di resistenza che fu il servizio di leva, la superiorità numerica divenne il maggior handicap per la sopravvivenza in linea. I comandi, consci della situazione, considerarono le divisioni d'assalto nulla più che strumenti alla pari delle altre armi, solo facilmente sostituibili. Il termine "carne da cannone" sebbene non coniato in quel tempo divenne tristemente famoso per gli inutili e ripetuti assalti ordinati per guadagnare poche centinaia di metri di terra al prezzo considerato modico di migliaia di vittime per volta.
Per chi non portava i gradi la guerra presentò inaspettate e amare sorprese. La stolta convinzione di una guerra breve aveva impedito al governo di provvedere per tempo al confezionamento delle divise invernali, così che al sopraggiungere della brutta stagione anche i soldati sul fronte del Trentino si trovarono senza neppure la mantellina per ripararsi dalla pioggia e dalla neve. L'addestramento sommario che veniva impartito agli uomini, subito inviati in trincea spesso nell'imminenza di un attacco, risultava del tutto inutile. Solo i più esperti (coloro che sopravvivevano al battesimo del fuoco e non superavano il 40%) capivano che una pala da campo poteva essere un'arma più sicura della baionetta che tendeva a incastrarsi tra le costole dei nemici, rendendo inutilizzabile il fucile o che era da evitarsi assolutamente il servizio di corvée per il rancio visto che gli austriaci sparavano a vista sui malcapitati inservienti di cucina, cercando di affamare l'avversario. Sotto questo aspetto non ci voleva poi molto perché il pasto quotidiano del soldato italiano si limitava a zuppa di cavoli o patate e pane (non sempre disponibile). La sopravvivenza in trincea era legata alla facilità con cui si apprendevano alcuni semplici trucchi: non fumare di notte, non orinare calandosi i calzoni per non rischiare l'assideramento nelle zone di montagna, dividere il cibo con il compagno anche se non lo si conosceva (avveniva di frequente che non ci fosse neppure il tempo di farsi dire il nome del proprio vicino, da qui il grande numeri di caduti ignoti). All'inizio i morti venivano recuperati anche a rischio della vita dagli infermieri che si avventuravano nella terra di nessuno tra le trincee contrapposte, in seguito i corpi vennero lasciati là dove cadevano, anche all'interno degli stessi camminamenti. Ratti e pidocchi divennero i primi compagni del fante (ciò non solo dalla nostra parte della barricata).
Nelle visite alle famiglie fu rivelato uno dei risvolti più truci dell'esistenza dei soldati: la crudele disciplina che veniva impartita per costringere i reparti a combattere. La sanguinosa realtà della guerra rivelatasi all'improvviso a centinaia di migliaia di giovani aveva causato una serie inesauribile di diserzioni. Per limitare il fenomeno furono adottate delle misure che arrivarono al punto di far temere più i propri ufficiali superiori del nemico. Prima fra tutte la decimazione. Nel caso di inottemperanza agli ordini o di codardia di un reparto veniva scelto a caso per essere fucilato un uomo ogni dieci. Lo stesso Cadorna si attenne alla filosofia che un buon comando "deve porre i soldati di fronte alla scelta tra la morte probabile al fronte e quella inevitabile dietro il fronte". Si è discusso a lungo sull'utilità della decimazione per la condotta della guerra ed è innegabile che essa servi quale deterrente contro la fuga in massa, altrimenti in agguato dietro l'angolo. Però fu l'applicazione in pratica che generò distorsioni aberranti. I plotoni venivano decimati anche se solo sospettati di fellonia e in certi casi anche solo per l'accusa di avere tra le proprie fila un ladro. Accanto alla decimazione che rimaneva comunque una soluzione legalmente riconosciuta e approvata ufficialmente con circolari del Comando Supremo, vi era l'esecuzione sommaria posta in essere dai sottufficiali di squadra o di compagnia. Il rifiuto di uscire dalle trincee era considerata colpa sufficiente per ricevere una pallottola sul posto, senza bisogno di nessuna corte marziale. Dei metodi così arbitrari originarono odio profondo tra la truppa e gli ufficiali che si risolse in diversi episodi di insubordinazione aperta (poi punita con la decimazione) o di giustizia sommaria (certi ufficiali furono assassinati alle spalle dai loro stessi subalterni). I carabinieri ebbero pessima fama tra i soldati perché furono preposti al recupero dei disertori e perciò accomunati agli ufficiali. Se vogliamo cercare un lato positivo nella disciplina applicata fu quello di creare un forte spirito di corpo tra i soldati, facendo venire meno quell'iniziale diffidenza di classe che aveva diviso i contadini dagli operai ed entrambi dai borghesi.
Per due lunghi anni le posizioni sul fronte italiano rimasero pressoché immutate. Nessuna delle due parti aveva forze per sfondare le linee nemiche e i combattimenti si risolvevano in infruttuose attacchi di fanteria puntualmente respinti. Nei pochi casi in cui si riusciva a conquistare una trincea o una collina tatticamente importante, non era raro doverla abbandonare per un successivo contrattacco. Niente di diverso di ciò che avveniva in Francia, dopo tutto. I due eserciti si logoravano lentamente perdendo secondo stime attendibili poco più di 700.000 uomini complessivamente. Forse la guerra avrebbe potuto continuare così se non fosse intervenuto un avvenimento dalle conseguenze epocali: la rivoluzione in Russia. Il rivolgimento avvenuto sul fronte orientale permise agli stati dell'Europa Centrale di liberare un numero imponente di forze che furono immediatamente disponibili per un reimpiego contro le nazioni occidentali. Le avvisaglie di un'imminente offensiva furono molteplici: i movimenti sempre più frequenti degli austriaci, i resoconti di prigionieri sullo spostamento di rifornimenti e armi e addirittura l'intercettazione di messaggi radio che comunicavano ai comandi tattici le modalità dell'attacco.
Si giunse così nel 1917 alla fatidica disfatta di Caporetto. Come sempre accade in ogni grande disfatta si sommarono i meriti e i demeriti delle fazioni in campo e purtroppo per l'Italia, la mediocrità dei generali che la guidavano si dimostrò appieno in quel frangente. Un'inchiesta condotta subito dopo la cessazione delle ostilità identificò quali maggiori responsabili lo stesso Cadorna e il generale Capello, responsabile del tratto di fronte su cui si riversò il primo duro colpo. Egli avrebbe dovuto mantenere un'impostazione difensiva, invece si preoccupò, unico tra tanti, di salvaguardare la vita dei propri soldati e permise la ritirata. Essa si trasformò in pratica in una fuga, tanto che dopo aver abbandonato le posizioni intorno a Udine, il nostro esercito fu costretto a retrocedere prima sul Tagliamento e quindi fino al Piave. Il limitato impegno delle truppe tedesche al fianco degli Austriaci consentì sul fiume di riorganizzare le linee e arginare l'avanzata. Due importanti conseguenze derivarono dalla disfatta di Caporetto. In primo luogo la definitiva presa di coscienza che le motivazioni di allargamento territoriale che avevano spinto alla guerra era seriamente minacciate, addirittura la stessa Milano avrebbe potuto cadere in mano nemica! Poi ci si accorse che Cadorna non poteva rimanere al posto di comando. Egli fu fortunatamente sostituito con Armando Diaz, un militare dalle più ampie vedute che si premurò di analizzare i motivi del basso morale dei soldati, cercando di porvi rimedio con urgenza. Per il livello politico fu una vera rivoluzione. Boselli, succeduto a Salandra dopo gli stalli del 1916 si dovette dimettere in favore di Vittorio Emanuele Orlando. Il momento era grave. Circa 300.000 uomini erano stati fatti prigionieri, la metà delle divisioni erano state annientate. Un solo aspetto positivo si poteva rilevare in tutto ciò e stava nell'accorciamento del fronte di ben 250 km. Ciò comportava una maggiore densità di soldati per km di fronte e permetteva di supplire al ridotto numero disponibile. Per tornare a riempire le fila si fu costretti a richiamare anche la classe dei diciassettenni che venne lanciata nella mischia come ultima speranza. Pure per i nostri alleati la vita non era rosea. In Francia alcuni reparti minacciarono di marciare su Parigi e la disobbedienza aperta fu l'unica risposta di fronte ad ordini insensati che non tenevano conto dell'alto numero di vittime che provocavano. Una vittoria della Triplice si profilava all'orizzonte.
Quali furono i cambiamenti che permisero all'Italia di arrivare comunque alla vittoria? Ci fu innanzi tutto una modifica del trattamento dei soldati che si può sintetizzare in un solo vocabolo: rispetto. Fu, infatti, la considerazione del fante non più come semplice automa da combattimento, ma come risorsa da salvaguardare che fece aumentare, sebbene di poco, il morale della truppa. Non si arrivò certo a un senso di puro amor patrio che era estraneo ai soldati italiani, ma l'adozione di una tattica difensiva nei primi mesi del 1918 limitò le perdite giornaliere a poco più di 600 contro le 2000 del precedente semestre. Una maggiore sopravvivenza consentì la formazione di un nucleo di veterani che sostenesse con la propria esperienza i nuovi arrivati (ancor meno addestrati che nei precedenti anni). L'intervento degli Stati Uniti, oltre ad un contingente militare ,fu foriero di nuove e indispensabili forniture di viveri e materiale bellico. La grave crisi militare servì a far unire tutte le forze politiche in un fronte nazionale che diede allo stato una nuovo impostazione centrista. Persino i socialisti diedero il loro appoggio, anche se contrari alla guerra per principio. L'accentramento del potere nelle mani del governo diede slancio alla produzione nazionale coordinata finalmente verso un solo scopo: la vittoria. Con un'impostazione di tal fatta fu possibile rimpiazzare tutto il materiale perso durante la ritirata verso il Piave. I miglioramenti attuati nei confronti dei soldati non fecero venire meno la feroce repressione che aveva caratterizzato il periodo di Cadorna, anzi essa divenne ancora più pressante e violenta, con l'aumento delle fucilazioni e delle incarcerazioni. Soltanto non aveva più quei caratteri di parzialità che terrorizzavano gli uomini. I processi sommari diminuirono nettamente e le condanne a morte furono sempre motivate.
E' difficile sapere quante di queste iniziative ebbero successo anche solo parzialmente. Un dato certo è che gli italiani, soldati e civili, si unirono veramente per cercare la vittoria ed essa fu conseguita. I referenziati politici che si avventuravano in comizi pubblici erano sistematicamente fischiati, ma ciononostante il sentimento di unione che Salandra predicava nella sua dichiarazione fu finalmente raggiunto. L'ultima offensiva della Triplice fu condotta nel Giugno del 1918 e si andò ad arenare sulle trincee del Piave. Da quel momento in avanti l'Italia avrebbe ripreso in mano l'iniziativa, producendosi in una serie di offensive consecutive che ci avrebbero condotto alla definitiva resa dell'Impero asburgico. Il nostro nemico aveva sofferto quanto noi gli anni della guerra con in più le difficoltà di essere uno stato multietnico e multinazionale. Ciò produsse tensioni e attriti negli avversari dell'Italia nella stessa misura delle nostre vittorie sul campo. Non fu certo un caso che dopo la sconfitta l'Austria-Ungheria si frantumasse in una molteplicità di stati. Si gridò alla vittoria leggendaria su di uno stato che stava già morendo ben prima che i nostri due eserciti si scontrassero!
In cifre la guerra era costata 571.000 morti e un milione di feriti tra i quali 450.000 grandi invalidi. Il debito pubblico era aumentato da 15 miliardi di lire del 1915 a 69 del 1918. L'inflazione era cresciuta nell'ordine delle dieci o dodici volte rispetto al periodo prebellico. Ma le cifre non possono rappresentare tutto.
L'Italia raggiungeva quelli che erano ritenuti, a torto o a ragione, i suoi confini naturali, terminando la fase di unificazione iniziata nel lontano 1859. Il suo costo in termini sociali fu però enorme. 5.600.000 soldati dovevano essere riportati ad una vita civile che non era in grado di riassorbirli nella piena occupazione. Il loro posto in fabbrica era stato preso da lavoratrici che costavano mediamente il 30% meno degli uomini e l'industria bellica aveva avuto uno sviluppo che non poteva essere sostenuto in tempo di pace, tanto che i licenziamenti non si fecero attendere. Le promesse espansioni territoriali furono ridotte e si limitarono a zone già densamente popolate che non potevano in alcun modo ricevere altra popolazione immigrante. I contadini non ricevettero le terre promesse e in diversi casi si trovarono senza l'occupazione avuta prima della guerra. Ciò li spinse verso le grandi città, finendo a rimpolpare quel proletariato già duramente provato. Le donne che avevano assaporato per la prima volta in Italia il brivido dell'indipendenza economica non fecero valere per tempo il peso contrattuale che avevano assunto, vedendosi progressivamente respingere verso una zona marginale del mondo del lavoro. I socialisti che tanto avevano influito sulla sorte della guerra erano stati duramente colpiti e indeboliti sia nell'ala moderata sia in quella massimalista. L'aver combattuto al fianco delle potenze occidentali non ci aveva portato al loro livello di progresso sociale e gli effetti si sarebbero notati col nascere dei primi partiti totalitari. L'Italia divenne terreno fertile per loro in quanto terra di povertà e repressione sindacale con quaranta milioni d'abitanti e il 18% di disoccupati. Il "Maggio radioso" del 1915 avrebbe dato fondamenta ad un ventennio oscuro e privo di libertà.


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