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venerdì 22 maggio 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 maggio.
Il 22 maggio 1156 il condottiero curdo Saladino sopravvisse a un tentativo di omicidio da parte di una setta di sicari inviati da arabi e turchi che non volevano che salisse al potere. Questa setta era chiamata setta degli Hashshashin (da cui il termine moderno "assassini").
Il Saladino nacque a Balbeek, oggi splendido sito archeologico del Libano, nel 1138, da Ayyub, il governatore di origine curda della città (ma altre fonti spostano il luogo natale del Saladino a Tikrit, la città di Saddam Hussein). Il vero nome del Saladino era al-Malik an-Nasir Salah ad-Din Yusuf ibn Ayyub, "il Vittorioso Sovrano, Integrità della Fede, Yusuf figlio di Ayyub". Noi occidentali avremmo preso a prestito solo una parte del nome, Salah ad-Din, "Integrità della Fede", ma per la cerchia di persone a lui più vicine era semplicemente Yusuf ibn Ayyub, e cioè "Giuseppe figlio di Giacobbe". A Balbeek ricevette un rigoroso insegnamento religioso in una scuola di sufi, una sorta di ordine "monastico" dalle spiccate caratteristiche mistiche e ascetiche.
Primo di sei fratelli, fu poi indirizzato alla carriera amministrativa e militare. In gioventù fu messo a servizio del sultano Norandino (o Nur ad-Din), il quale lo compensò facendone il suo amministratore di fiducia. Nel 1156 assunse la carica di rappresentante del governatore militare di Damasco, si trasferì quindi al seguito del sultano ad Aleppo e poi rientrò ancora a Damasco.
Fisicamente non era particolarmente prestante. Corporatura longilinea, statura nella media, pelle olivastra e occhi scuri, la barba tagliata corta, come in uso tra i curdi. Era appassionato di caccia al falcone e del gioco degli scacchi.
Ma furono la sua spiccata religiosità e la formazione mistica ricevuta a Balbeek a segnarne il carattere in modo indelebile.
Si trattava di una religiosità che attingeva direttamente al Profeta, in una sorta di unione mistica fortemente individualistica. E proprio attorno alla metà del XII secolo andava sempre più diffondendosi nelle terre dell'Islam la figura del sufi (letteralmente "portatore di lana", cioè che indossa un saio di povertà estrema), una sorta di "cavaliere errante" dello spirito, maestro di meditazione e cercatore di Verità, una persona insomma per la quale quel che è decisivo è l'essere, non l'agire. Molto si potrebbe ancora dire sulla mistica dei sufi, ma ciò che qui ci preme è spiegare il ruolo che quel pensiero ebbe nel forgiare il carattere del Saladino, che era sì guerriero ma sognante, tollerante, sensibile, quasi delicato e tutto sommato, poco "macho".
Nel 1164 Saladino partecipò insieme allo zio Shirkuh, e per conto di Norandino, alla conquista dell'Egitto, un califfato fatimide ribelle percorso da fazioni che per contendersi il potere si appoggiavano al regno crociato di Gerusalemme. Dopo alcuni anni di aspre battaglie gli eserciti di Norandino ebbero la meglio sul califfato e sui crociati loro alleati. Saladino ebbe modo di mettersi in vista durante quelle tenzoni, soprattutto in occasione dell'assedio di Alessandria. E dopo questi successi era pronto ad assumere incarichi di maggiore responsabilità. Che arrivarono nel 1169, con la nomina a vizir in Egitto.
Pare che nella scelta abbiano giocato a suo favore la notevole abilità politica e l'ottima dimestichezza con la gestione del potere. Assai meno le sue capacità strategiche, invero piuttosto scarse sul piano militare (ma in battaglia era un leone!). Nemmeno l'ambizione era il suo forte, tant'è che rispettò sempre le gerarchie e la figura del sultano Norandino, al quale si sottomise anche nei momenti in cui tra loro non correva buon sangue (sembra che Norandino non tollerasse la sua scarsa determinazione nel portare avanti la jihad contro gli europei).
Alla morte di Norandino, nel 1174, i possedimenti si smembrarono e per il Saladino fu difficile proporsi come naturale erede. Arabi e turchi non volevano accettare la sovranità di un curdo. Cercarono anche di farlo uccidere a tradimento da un discepolo della setta degli Assassini. Tutto inutile. Nel 1175, tra non poche difficoltà e l'ostilità di una parte del mondo arabo, il Saladino venne proclamato sultano, signore d'Egitto, Yemen e Siria. E una volta assunta la carica, tutto il mondo musulmano dimenticò i contrasti passati per farne una leggenda vivente. Unificatore delle forze musulmane, restauratore dell'ortodossia sunnita, signore del mondo arabo di tutta l'Asia anteriore, il suo impero si stava ormai chiudendo sul piccolo regno di Gerusalemme. Il mondo dei signori cristiani insediati in medio oriente dopo la prima crociata era quanto mai variegato.
Le entità statali create lungo la costa che da Antiochia arriva fino a Gaza (il principato di Antiochia, la contea di Tripoli, il regno di Gerusalemme) erano spesso in conflitto tra loro e per contrastare le mire dei principati vicini non esitavano di volta in volta ad allearsi con le potenze musulmane lungo i confini. Nel corso degli anni si era sviluppato anche un modo di vivere all'orientale, nel senso che principi e nobili cristiani avevano assunto modi di vita locali e spesso sposato dame della vicina Armenia. I nuovi crociati che arrivavano dal vecchio continente ne rimanevano sorpresi, al punto che per i franchi nati in Siria veniva usato il termine poulains, cioè "bastardi".
Nella seconda metà del XII secolo il regno di Gerusalemme era ormai ridotto al rango di una colonia decaduta, contesa attraverso matrimoni d'interesse, lotte per la successione al trono, consorterie che tramavano a favore dell'un principe o dell'altro, spesso replicando in sedicesimo le contemporanee rivalità vissute in Europa tra francesi e inglesi.
Rinaldo di Châtillon, signore di Transgiordania, fu la pietra dello scandalo. O meglio fu lui a far degenerare definitivamente la situazione di compromesso e di precario equilibrio politico che si era stabilita tra europei e arabi dopo la seconda crociata. Rinaldo era uno dei tanti nobili spiantati, avventurieri e bellimbusti in cerca di fortuna, giunti in Oriente più per acquisire potere e ricchezza che per mondare l’anima dai peccati. E a questi "ideali" si diede subito anima e corpo.
A lui si deve una serie di razzie messe a segno lungo la costa orientale del Mar Rosso per depredare i porti che smistavano il traffico commerciale verso la Mecca e Medina. Le scorrerie non passarono inosservate al Saladino, che temeva per l'integrità dei luoghi santi dell'Islam. Da qui la decisione del Sultano, nel 1183, di scatenare una campagna militare verso la Galilea e la Samaria, che però non diede grandi frutti.
A far precipitare gli eventi, o forse ad offrirne il pretesto, fu un'altra scorribanda di Rinaldo, che sul finire del 1186 attaccò una carovana di pellegrini arabi diretti alla Mecca. E nella carovana c’era anche la sorella del sovrano del Cairo e di Damasco. Saladino radunò allora a Damasco un potente esercito che nel luglio del 1187 sbaragliò nella battaglia di Hattin le truppe crociate guidate da Raimondo di Tripoli e Guido di Lusignano.
Di quell'epico scontro, che si risolse in un vero massacro ai danni dei crociati, è rimasta un'interessante descrizione fatta dal figlio del Saladino. «Ero a fianco di mio padre alla battaglia di Hattin, la prima alla quale avessi assistito. Quando il re dei franchi si ritirò sulla collina, lanciò la sua gente all'attacco con tale violenza da far indietreggiare le nostre truppe fino al luogo dove era mio padre. Io lo guardai. Era teso, scuro in volto, e si afferrava nervosamente la barba. Fece un passo in avanti e gridò: "Satana non deve vincere!". I musulmani tornarono al contrattacco. Quando vidi i franchi indietreggiare sotto la pressione delle nostre truppe, gridai di gioia: "Li abbiamo vinti!".
“Ma mio padre si voltò verso di me e disse: "Taci! Non li avremo vinti finché non cadrà quella tenda lassù!". Prima che avesse terminato la frase, la tenda del re [Guido di Lusignano] crollò. Mio padre smontò da cavallo e si prosternò a ringraziare Dio, piangendo di gioia».
Guido fu catturato, Rinaldo sgozzato personalmente dal Saladino, i Templari passati a fil di spada. Uno storico arabo contemporaneo così racconta la fine dei soldati dell'ordine del tempio: «Al mattino del lunedì diciassette rabì secondo, due giorni dopo la vittoria, il sultano fece cercare dei prigionieri Templari e Ospitalieri, e disse: "Purificherò la terra di queste due razze impure"... Egli ordinò fossero decapitati, preferendo ucciderli al farli schiavi... Quante infermità curò col rendere infermo un Templare... quante miscredenze uccise per dar vita all'Islam, e politeismi distrusse per edificare il monoteismo». Tutti gli altri fanti catturati furono venduti come schiavi sulla piazza di Damasco (per loro fu stabilito un prezzo irrisorio, che scombussolò quel fiorente mercato). Guido e il suo seguito furono imprigionati in attesa che per la loro liberazione venisse pagato un riscatto.
Sullo slancio, il Saladino, invece di puntare dritto verso Gerusalemme scelse un tortuoso giro che lo portò alla conquista di Tiberiade, Acri, Nazareth, Nablus, Haifa, Cesarea e Giaffa. E poi Ascalona, Sidone e Beirut. Solo alla fine pose l'assedio a Gerusalemme, che durò una manciata di giorni, tra la fine di settembre e i primi di ottobre del 1187.
Il 2 ottobre il Saladino fece il suo ingresso nella città santa. I cristiani latini non furono ammazzati ma dichiarati schiavi (potevano però riscattarsi pagando una somma piuttosto elevata) ed espulsi dalla città. Ai cristiani greco-ortodossi e ai siriani giacobiti il Saladino concesse di rimanere e acquistare i beni dei latini. Si narra che alle vedove e agli orfani dei soldati avversari abbia donato del denaro tratto dal suo tesoro personale.
Un cronista cristiano così racconta l'arrivo del Saladino in città: «Quando ebbe preso Gerusalemme non se ne volle andare finché non ebbe pregato nel Tempio e finché tutti i cristiani non fossero fuori dalla città. Egli mandò a prendere a Damasco dell'acqua di rose per lavare il Tempio prima di entrarvi [...]. E fece abbattere una grande croce dorata che stava sul Tempio, e che i saraceni poi legarono con delle corde e trascinarono fino alla torre di David. Là i saraceni miscredenti si dettero a spezzarla e le fecero gravi oltraggi: ma non posso dire se ciò sia avvenuto per comando del Saladino. Questi fece lavare il Tempio, vi entrò e rese grazie a Dio». Il Santo sepolcro fu chiuso e le principali chiese trasformate in scuole teologiche islamiche.
La conquista di Gerusalemme rappresentò l'apoteosi del Saldino, il punto più alto della sua fama. Pochi anni dopo dovette fronteggiare la terza crociata, che combatté non solo con spade e frecce ma mettendo in campo anche un'abile manovra diplomatica per dividere Riccardo Cuor di Leone da Corrado di Monferrato.
I crociati non riuscirono a riconquistare Gerusalemme. Ormai il regno di Saladino si stendeva ininterrottamente, fatta eccezione per una piccola striscia di terra in Palestina ancora in mano ai cristiani, dall'Egitto fino alla Siria. Il sultano era pronto per passare alla storia. Morì il 4 marzo 1193 in seguito a un accesso di febbre. «Prima di morire – racconta uno storico arabo – scrisse ai figli, raccomandando loro la pace e la concordia. Troppo sangue era stato versato». I tre figli - come spesso accade - non diedero ascolto alle ultime volontà del padre. Si spartirono subito le spoglie dell'impero facendo venir meno quell'unità tanto faticosamente conquistata.
Della sua fama furono responsabili, oltre alle gesta, anche numerosi cantori e cronachisti, nell'un schieramento come nell'altro. Cantori e cronachisti che di volta in volta, a seconda delle esigenze politiche o propagandistiche, ne misero in rilievo l'abilità guerresca o la saggezza, la spietatezza o le virtù cavalleresche. Talvolta riunendole tutte in una figura poliedrica e affascinante. Ne rimase colpito lo stesso Dante, che oltre a porre il Saladino nel limbo, tra gli "spiriti magni" (e non all'inferno, come invece cadde in sorte a Maometto), lo citò anche nel Convivio nella schiera dei personaggi generosi e magnanimi.
Pure Boccaccio destinò al sultano una parte. Anzi tre. Nell'austero De casibus virorum illustrium e poi in due novelle del Decameron: nella prima di queste si narra di una gara d'intelligenza tra un giudeo e il sultano, nella seconda, il condottiero di origine curda è descritto come il depositario di una serie di poteri magici e soprannaturali.
Ma Dante e Boccaccio scrivevano più di un secolo dopo la morte del sultano. Per gli uomini contemporanei agli eventi della terza crociata e alla caduta di Gerusalemme i giudizi sul Saladino erano ben poco lusinghieri. Nelle cronache era dipinto come il supremo nemico della cristianità. Nemico perché con la battaglia di Hattin si era impossessato della reliquia della Vera Croce di Cristo e perché, conquistata Gerusalemme, aveva fatto massacrare i cavalieri Templari e Ospitalieri e ucciso il prode Rinaldo di Châtillon. Il cronista crociato Guglielmo, arcivescovo di Tiro, lo definiva «superbo tiranno infedele». Altri cronachisti contemporanei si scusavano coi lettori per aver deturpato le pagine manoscritte vergando il nome di un uomo tanto spregevole. Gioacchino da Fiore lo metteva tra i grandi persecutori della Chiesa in compagnia di Erode, Nerone e Maometto.
E la tradizione ostile continuò dalla fine del XII secolo per tutto il XIII, in poemi e romanzi. Salvo poi trasformarsi radicalmente, evidenziando oltre agli aspetti negativi del personaggio anche le sue virtù morali. In un'esigenza, figlia delle regole cavalleresche che si stavano allora diffondendo, di attribuire al nemico la qualifica assai più nobile di "avversario" coraggioso.
A spingere in questo senso era anche un'esigenza che potremmo definire "promozionale": conferire grandezza al Saladino contribuiva infatti a restituire grandezza anche ai crociati, che altrimenti non si poteva spiegare come avessero potuto subire tanti rovesci ad opera dei musulmani.
Dell'animo "cavalleresco" del Saladino ci hanno lasciato testimonianza alcuni cronisti arabi. Si narra che durante l'assedio della fortezza di Kerak, dov'era asserragliato Rinaldo Châtillon, il Saladino, venuto a sapere che tra le mura si era appena celebrato il matrimonio tra due giovani nobili del seguito di Rinaldo, disponesse che la torre in cui era la camera dei novelli sposi non fosse colpita in alcun modo da ordigni o frecce.
Ma si racconta anche del suo atteggiamento benigno e prodigo, sempre attento ad aiutare i deboli contro i prepotenti, della generosità nei confronti dei suoi aiutanti (pare sia morto lasciando modesti beni), dell'ampio uso della grazia nei confronti dei soldati catturati (fatta eccezione per Ospitalieri e Templari) o di come consentisse ai pellegrini cristiani di raggiungere il santo sepolcro di Gerusalemme. Una cronaca araba racconta questo avvenimento: «Tra i prigionieri v'era un vecchio di età assai avanzata, senza più un dente in bocca e senza più forza altro che per muoversi. Saladino, attraverso l'interprete, gli chiese: "Che cosa mai ti ha indotto a venir qui, in così grave età, e quanto c'è di qui al tuo paese?".
Quello rispose: "Il mio paese è a mesi di viaggio, e io son venuto a fare il pellegrinaggio al Santo Sepolcro". Il sultano ne fu commosso e gli fece grazia, lasciandolo in libertà e facendolo tornare, montato su un cavallo, al campo nemico». Ora, c'è da dire che la maggior parte di tali cronache furono redatte poco dopo la scomparsa del sultano, in pieno clima di esaltazione post mortem, ma un pizzico di verità deve nascondersi anche tra queste righe.
La sua storia sarebbe poi approdata fino al XIX secolo, in pieno clima romantico, nelle pagine di Walter Scott. Nel romanzo Il talismano, il Saladino è un personaggio magico ed esperto di arti mediche. Nel XX secolo l'epilogo nelle nostrane figurine Liebig, dove il Saladino tornò ad essere "feroce", proprio come otto secoli prima, quando il confronto tra soldati della croce e musulmani era al culmine.

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