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martedì 12 maggio 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 maggio.
Il 12 maggio 1932 venne ritrovato il corpicino senza vita del bambino di Charles Lindbergh, il famoso transvolatore atlantico. Era stato rapito 2 mesi prima, la notte del 2 marzo.
In quel freddo week-end di inizio marzo del 1932, nella grande casa tra le montagne del New Jersey, immersa nel silenzio e nel verde, la giornata era trascorsa tranquilla; i Lindbergh, Charles, Anne e il piccolo Charles Junior, di 20 mesi, erano attesi, a New York, dai nonni materni, ma la visita era stata rimandata: Junior aveva l’influenza, il medico aveva consigliato tranquillità e riposo e la famiglia era rimasta così nella villa, con Betty, la baby sitter, e una coppia di domestici. Nessuno avrebbe dovuto sapere che i Lindbergh si trovavano lì, nel loro rifugio di lusso nei dintorni di East Amwell, una cittadina a metà strada tra New York e Philadelphia. L’eroe della prima trasvolata atlantica senza scalo New York-Parigi, l’intrepido aviatore che, con la giovane moglie, si era avventurato su nuove rotte nel nord del Pacifico e in Oriente, sentiva la pressione della notorietà: la villa di pietra tra i boschi lo nascondeva dalla curiosità della stampa e dei suoi ammiratori e gli permetteva di dedicarsi ala sua vera, grande passione, il volo.
Erano da poco passate le dieci di sera, Charles e Anne, fedeli al rito della buona società americana, prendevano il caffè in salotto quando, con grande sgomento, la baby sitter, salita a vegliare sul sonno del piccolo, si era accorta che Charles Junior era scomparso. Nella stanzetta al secondo piano, accanto al lettino vuoto, aveva trovato un messaggio: in un inglese incerto e sgrammaticato, il rapitore chiedeva un riscatto di 50.000 dollari per il rilascio del bambino; una somma decisamente notevole nell’America della Grande Depressione, con i suoi milioni di americani gettati sul lastrico dal crollo di Wall Street nel 1929. Una cifra pari a quanto i Lindbergh avevano investito per costruire la loro residenza: quelle venti stanze, simbolo della fortuna e della fama conquistate da Charles "aquila solitaria" con il suo leggendario volo attraverso l’Atlantico, si trasformavano ora nel palcoscenico di un dramma. Perchè, nel momento in cui, fallite le prime frenetiche ricerche, Lindbergh decideva di chiedere l’intervento della polizia di stato, i riflettori si sarebbero riaccesi su tutta la famiglia; una decisione sofferta dato che Anne era di nuovo incinta e, ora più che mai, bisognava proteggere lei e il bambino che stava per nascere. Quella notte, al seguito dei poliziotti, guidati dal colonnello Norman Schwarzkopf, i giornalisti erano piombati a casa Lindbergh; si erano gettati letteralmente sulla notizia: un eroe nazionale protagonista di una vicenda tanto drammatica assicurava la prima pagina. Ma il loro arrivo alla villa aveva messo in difficoltà gli investigatori e aveva cancellato eventuali orme lasciate dal rapitore durante la fuga, sicuramente visibili sul leggero strato di neve che era caduta nella notte.
Un particolare importante vista la scarsità di indizi: oltre alla domanda di riscatto, la polizia non aveva trovato altro che una scala, realizzata a mano e utilizzata per accedere alla finestra della nursery, al secondo piano, e un martello, che erano stati abbandonati nei pressi dell’abitazione; nessuna traccia esterna e niente impronte digitali all’interno.
Come previsto, il giorno dopo, il 2 marzo, la notizia apparve su tutti i principali quotidiani e il clamore suscitato travolse i Lindbergh: nei giorni successivi, il flusso di lettere e di telefonate di possibili intermediari, che lasciavano intendere diretti contatti con il sequestratore; di veri e propri sciacalli che cercavano di spaculare sulla vicenda, ma anche di quanti esprimevano la loro solidarietà e offrivano sincero aiuto, fu ininterrotto. E mentre gli investigatori lavoravano, senza risultato, per vagliare la veridicità delle segnalazioni, le ipotesi sviluppate dai giornali complicavano ulteriormente le indagini. Gli occhi dell’opinione pubblica, in quel periodo, erano puntati sui gangster, responsabili dell’ondata criminale che aveva investito il paese. E chi, se non il pericolo pubblico numero 1, il famigerato Al Capone, poteva essere responsabile di un tale efferato rapimento? Detenuto a Chicago, per una condanna a undici anni per evasione fiscale, il gangster italo-americano, forse seriamente intenzionato al gesto eclatante, forse semplicemente per sfruttare le accuse a suo vantaggio, offrì una ricompensa di 10.000 dollari in cambio di informazioni utili alla liberazione di "baby Lindbergh"; non solo, chiese anche di essere rilasciato per poter attivamente collaborare, con tutti i suoi uomini, alla ricerca del colpevole. Una proposta che suscitò un vero e proprio dibattito a livello nazionale e divise gli americani in pro e contro; finchè non intervenne l’agente Elmer Irey, colui che era finalmente riuscito ad assicurare il gangster alla giustizia; convinse Lindbergh della malafede di Al Capone che, una volta rilasciato, non avrebbe fatto altro che darsi alla fuga.
Era passato poco più di un mese dal rapimento e il caso sembrava senza via d’uscita; gli investigatori non facevano passi avanti e la pressione della stampa se da un lato intralciava le ricerche, dall’altro ne denunciava anche l’inefficienza. Ottenuta finalmente dalla polizia libertà di azione nella trattativa con i rapitori, Lindbergh accettava l’offerta di un insegnante in pensione di New York, John Condon che, con un annuncio su un giornale, aveva messo a disposizione mille dollari dei suoi risparmi come aiuto alla liberazione del piccolo Charles. E fu proprio Condon che, accompagnato dallo stesso Lindbergh, consegnò il riscatto all’appuntamento fissato: gli accordi erano stati presi per telefono con un uomo che si identificava come John e parlava con forte accento tedesco. Nel cimitero del Bronx, 50.000 dollari, tra banconote e certificati del tesoro, erano stati scambiati con le indicazioni per il ritrovamento di "baby Lindbergh" nascosto, secondo il rapitore, in una barca lungo la costa del Massachusetts.
Perseguitato da fotografi e giornalisti, Lindbergh aveva dato il via personalmente alle ricerche, sorvolando, ai comandi del suo aereo, miglia e miglia di costa, per diversi giorni finchè, il 12 maggio 1932, un camionista, fermatosi a riposare nei boschi lungo la strada verso Princeton, a sole due miglia dalla casa dei Lindbergh, scopriva con raccapriccio i resti del corpo di Charles Lindbergh Junior. Il bambino, verrà appurato in seguito, era deceduto per frattura cranica.
Saranno i numeri di serie delle banconote del riscatto a portare all’arresto, due anni dopo, di Bruno Richard Hauptmann, un carpentiere di origine tedesca fuggito dal suo paese per evitare il carcere; in Germania, negli anni venti, aveva scontato tre anni di prigione per rapina a mano armata e furto con scasso, arrestato una seconda volta, era riuscito a scappare negli Stati Uniti prima del processo. Un immigrato clandestino quindi che, agli inizi, aveva vissuto di lavori saltuari e con il ricavato di piccole speculazioni in Borsa; poi, negli anni trenta, il suo tenore di vita era decisamente aumentato. Nel 1934 era stato individuato perchè, a un distributore di benzina, aveva pagato con alcune banconote identificate e il gestore aveva annotato il numero di targa della sua automobile. Dopo l’arresto e la perquisizione, la polizia aveva trovato altri 14.000 dollari contrassegnati, nascosti nel garage della sua casa e lo stesso materiale utilizzato per costruire la scala. Pochi dubbi quindi sulla sua colpevolezza e, a poche ore dall’arresto, i giornali invocavano la pena di morte. Oltre alle prove, apparentemente schiaccianti, pesavano come aggravanti i precedenti penali e l’origine tedesca dell’accusato, in un momento in cui l’America, dopo l’ascesa di Hitler al potere, guardava con preoccupazione alla Germania.
A nulla valsero i tentativi di Hauptmann di giustificare la presenza del denaro, sostenendo che gli era stato lasciato da un socio in affari, tale Isidor Fish, morto ormai da tempo.
Il 2 gennaio 1935, 700 tra giornalisti e cameramen invadevano la piccola cittadina di Fleminton, nel New Jersey, per documentare l’apertura del "processo del secolo", improvvisando studi radiofonici e sale stampa nelle hall degli alberghi, completamente esauriti. Oltre ai reporter, una folla di curiosi assediava l’ingresso della Corte di giustizia in Main Street per vedere in faccia l’imputato.
Era evidente, fin dalla prima udienza, che si voleva giustizia a tutti i costi; il destino di Hauptmann era segnato: lo stesso avvocato difensore, Edward Reilly, ormai alcolizzato dopo una brillante carriera, lo riteneva colpevole; condusse male la difesa, basata su testimoni-chiave che non vennero mai a deporre. Fu così facile all’accusa, condotta dal procuratore David Willentz, convincere i 12 giurati che Hauptmann non solo aveva rapito "baby Lindbergh" ma lo aveva deliberatamente ucciso.
Il 13 febbraio 1935 la giuria, dopo 11 ore di camera di consiglio, condannava l’imputato, con verdetto unanime, alla sedia elettrica. Hauptmann si era sempre proclamato innocente. L’esecuzione avvenne il 2 aprile 1936.

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