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lunedì 11 maggio 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 maggio.
L'11 maggio 1860 Garibaldi sbarca a Marsala con la spedizione dei Mille, iniziando così la campagna per la unificazione dell'Italia.
Giuseppe Capuzzi, un bresciano che fece parte della spedizione, tenne in quel periodo un diario, scritto nei pochi momenti di riposo tra marce e battaglie, che pubblicò a Palermo in giugno, quando ancora le sorti della spedizione non erano ancora chiare.
Ecco quel che scrisse a proposito di quel giorno di sbarco:
Verso le ore tre pomeridiane dell’undici maggio noi eravamo già nel porto di Marsala ed attendevamo a sbarcare, quando alcuni legni della marina napolitana comparvero. I cannoni erano stati trasportati e noi pressoché tutti avevamo toccata la terra ... Sfilavamo lungo la via per entrare in Marsala, quando i legni nemici ci mandarono palle e mitraglia; erano salve di gioia pel nostro arrivo, alle quali abbiamo risposto col grido entusiastico di Viva l’Italia, Viva Garibaldi. Nessuno fu ferito, onde in bell’ordine entrammo in città. I regi, non avendo potuto nuocerci in modo alcuno, vollero vendicarsi calando a fondo uno dei nostri vascelli e trasportando l’altro seco loro; rappresaglia degna di anime codarde ! Appena entrati in Sicilia ci fermammo lungo la via, e si fecero i fasci d’armi; la popolazione, sorpresa per la nostra inaspettata venuta, sbigottita dal tempestare dei cannoni, ci ricevette freddamente; poche persone del volgo si avvicinarono a noi, ma nulla ci fu dato comprendere del loro dialetto. Avevamo bisogno di cibo, ma la disciplina militare non permetteva che potessimo staccarci dalle nostre armi, onde ben pochi poterono avere del pane. Un ordine venne in breve di marciare fuori della porta ed io fui messo colla mia squadra di avamposto all’oriente della città, altri vennero mandati vicino al porto, onde garantirci da uno sbarco dei regi e da un attacco. La vita militare incominciava con tutti i suoi pesi, ma noi prima di abbandonare le case nostre sapevamo a quali fatiche, a quali abnegazioni andavamo incontro, onde non ci tornò grave l’acconciarvisi. Alla mia volta venni posto a guardare la spiaggia del mare colla consegna di chiamare all’armi, ove qualche nemico comparisse di là. Era tetro il sito e vi regnava un silenzio sepolcrale, solo il vento sibilava fra le erbe. Un’ora corre veloce vicino alla persona che si ama, o in lieta brigata, ma col fucile in ispalla e facendo sentinella passa lentamente. Cogli occhi fissi alla riva del mare, a stomaco digiuno, stanco dei disagi sofferti, io ricordava gli ozi della paterna casa, paragonava il passato col presente, ma la virtù sta nei sacrifici onde alzava il volto al cielo superbo del compito che mi era assunto, chiedendo a Dio la forza di poter reggere alla vita disastrosa che imprendeva, e perseverare nel santo proposito. Smontato di guardia riparai coi miei compagni in una casetta senza finestre, dove, sdraiatomi con loro sulla terra, dormii saporitamente fino alle due ore. Un sergente venne dipoi ad ordinarmi di seguirlo in unione ad altri quattro; era notte ancora, una splendida luna illuminava il creato e noi per sentieri tortuosi e mal noti, dilungandoci due miglia dal corpo di guardia, fecimo una ricognizione sulla spiaggia del mare. Eravamo a metà del nostro cammino quando il raggio solare indorava le vette delle circostanti colline, e tutta la natura siccome risorta a novella vita si vestiva dei suoi mirabili colori. Gli uccelli salutavano la luce, le campane coi loro tocchi chiamavano alla preghiera, mentre le genti di contado, lasciando gli abituri, guidavano le greggi al pascolo. Il nostro sguardo allora spaziò fra i vigneti, fra gli ulivi, ammirammo la profusione dei doni che la natura avea largiti a quella contrada diletta. Pittoresco era il sito, alla terga avevamo un castelletto, abitazione di qualche ricco proprietario, di fronte il mare, alla destra un colle. L’anima incantata sognava le gioie dei fortunati abitatori del luogo; qui era il silenzio, la meditazione, le segrete dolcezze di una vita solitaria note solo a chi ha sofferto, e il cuore con uno slancio ardente le desiderava, ma il tempo del riposo non è giunto per chi nacque nella terra di Dante; solo quando l’italiana famiglia sarà riunita avremo posa. Di là, ricalcando le nostre orme, in breve fummo riuniti ai compagni, ma appena giunti venne l’ordine della partenza. Tornammo in città, furono dispensate le razioni di pane, ci si diede un franco di paga, poi dopo una breve rivista ci incamminammo. Muovevamo innanzi il piede sbocconcellando, si mangiava pensando ai ricchi che di tutto sazi trovavano insipido ogni cibo, mentre per noi quel pane avea il più grande sapore, condito come era dalla fame. Dopo cinque miglia di cammino vi fu una fermata di pochi minuti, la quale tornò molto accetta dacché la sferza del sole ci avea alquanto molestati e non eravamo peranco abituati alle marce. Il generale per tutto quel giorno viaggiò a piedi: eravamo divisi in due file sui cigli della strada ed egli camminava in mezzo a noi, scambiando cortesi parole con l’uno o con l’altro. Era consolante il vedere quell’uomo raro conversare familiarmente coi gregari, dividendo seco loro la fatica del viaggio. Dopo aver percorso un tratto di strada ci siamo internati nelle campagne, e si progredì fra gli sterpi e le erbe; da un lato ci stavano campi interi di frumento vicino a maturanza, dall’altro terre ripiene di fave. La marcia si faceva sempre più disastrosa, sia per la stanchezza, sia per la crescente difficoltà del viaggio. La sete ci tormentava, rare erano le fonti che si incontrarono lungo la via, e ci era stato proibito il bere acqua, temendo potesse nuocere sudati come eravamo. Si aveva ricorso pero a dei succhi di erbe e a qualche grano di fava, che sembrava confortasse un poco le arse fauci. In sul mezzogiorno abbiamo volto il passo fuori della strada che percorrevamo; ad una cascina era stato posto un grande recipiente pieno di vino misto coll’acqua, mano mano passavamo ci veniva data una scodella per bere. Lo champagne, il bordeaux, i vini del Reno non parvero mai a palato d’uomo più prelibati di questa mistura d’acqua e vino. Dopo un tale conforto vi ebbe un po’ di sosta, poi si riprese la marcia.

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