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martedì 6 gennaio 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi





Buongiorno, oggi è il 6 gennaio.
Il 6 Gennaio 1720 ebbe inizio una delle prime bolle speculative della storia dell'economia, quella relativa alla società inglese della "Compagnia dei mari del sud".
La compagnia fu fondata nel 1711 da Robert Harley (conte di Oxford), alla fine della guerra di secessione spagnola. A causa della guerra il debito pubblico inglese si era fatto nel corso degli anni progressivamente più ingente, fino a raggiungere cifre astronomiche. Tale compagnia nacque proprio con lo scopo di rilevare l'ingente debito pubblico in cambio di interesse e del monopolio dei commerci con le colonie spagnole nel Sud America. La compagnia assunse così su di sé gran parte del debito pubblico, lo stato pagava un interesse del 6% e concedeva il diritto di emettere azioni da collocare presso gli investitori e di avere l'esclusiva del commercio e del traffico con l'America.
In questo periodo storico, le persone avevano grandi aspettative verso le colonie, questo nuovo mondo pieno di ricchezze, una zona vergine dove arricchirsi; l'idea stimolò gli investitori che vedevano la possibilità di fare enormi profitti; così ogni emissione di azioni fu un completo successo. Le azioni vennero a costare cifre sempre maggiori senza che ci fossero profitti reali in grado da giustificare tale incremento dei prezzi. Si riponeva nella società fiducia illimitata.
Il trattato di Utrecht nel 1713, garantì alla compagnia un solo viaggio all'anno; un commercio poco redditizio per le aspettative create dagli investitori, tuttavia l'interesse per l'impresa non accennò a diminuire; nemmeno dopo il 1718 anno in cui la Spagna, che cercava di ostacolare l'Inghilterra nei sui traffici, confiscò le navi della South Sea Company. Nonostante ciò gli investitori continuarono a vedere profitti a lungo termine. Nel 1719 la compagnia propose di rilevare oltre la metà del debito pubblico inglese (pari a 30.981.712 sterline) finanziando il tutto con nuove azioni, che vennero ovviamente vendute subito.
E in effetti un aumento dei profitti di tale compagnia avvenne: le azioni passarono dalla quotazione di 128 sterline nel gennaio 1720, a 220 sterline in marzo, poi salirono a 550 in maggio, 890 in giugno fino a 1000 nel mese di luglio. L'impennata delle azioni proseguì fino a toccare la punta massima di 1050 sterline. Subito dopo avvenne il crollo: dal valore massimo le azioni precipitarono vertiginosamente del 90% in poche settimane. Gli investitori furono presi dal panico, al quale seguì la rabbia nei confronti della dirigenza, colpevoli di aver ingannato gli azionisti vendendo poco prima del crollo. In questa bolla finanziaria vi erano molti elementi aberranti; in primo luogo il massiccio indebitamento compensato da un modesto interesse, la compagnia era nata infatti con l'intento di vendere azioni al mercato più che di fare profitti. In secondo luogo il business era inesistente, anche se appariva estremamente innovativo, catturando l'immaginazione degli investitori che caddero nell'errore di valutazione, anche grazie a campagne di annunci ben orchestrate. Dopo questo crollo il paese cadde in una profonda crisi economica che interessò tutto il secolo, a tal punto che venne varata una legge, il Bubble Act, che fino al 1862 (quando verrà promulgato il Joint Stock company Act) vietò la libera costituzione di società per azioni, subordinandone la nascita all'esplicita concessione della Corona o del Parlamento inglese.

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