Buongiorno, oggi è il 21 settembre.
Il 21 settembre 19 a.C. muore Virgilio.
Publio Virgilio Marone nasce ad Andes, nei pressi di Mantova, il 15 ottobre del 70 a. C. Il padre è Stimicone Virgilio Marone, un piccolo proprietario terriero, mentre la madre è Polla Magio, figlia di un noto mercante. Il giovane Publio Virgilio studia a Cremona presso la scuola di grammatica, conseguendo all'età di quindici anni la toga virile. Si trasferisce a Milano, dove studia retorica e poi nel 53 a. C. a Roma, dedicandosi allo studio del greco, del latino, della matematica e della medicina.
A Roma frequenta la scuola del celebre maestro Epidio, dedicandosi allo studio dell'eloquenza che gli sarebbe servito per intraprendere la carriera professionale di avvocato. In occasione però del suo primo discorso in pubblico, Virgilio, avendo un carattere molto riservato, non riesce nemmeno a introdurre una frase. Avendo dei difetti nella pronuncia, decide di abbandonare gli studi di oratoria, continuando però quelli di medicina, filosofia e matematica.
Virgilio vive in un periodo storico molto complesso, infatti, nel 44 a. C. muore Giulio Cesare in una congiura, poi si accende la rivalità tra Marco Antonio e Ottaviano. Con la battaglia di Filippi del 42 a. C. in cui si scontrano l'esercito di Ottaviano e le Forze di Bruto e Cassio, Virgilio perde molte proprietà che possiede nell'area mantovana e che vengono consegnate ai veterani di Ottaviano. La perdita delle proprietà mantovane lo segna tantissimo, ricordandole sempre con una grande nostalgia. In occasione del suo rientro ad Andes, il poeta incontra dopo anni l'amico Asinio Pollione, che deve distribuire le terre del mantovano ai veterani di Ottaviano.
Nonostante abbia cercato di fare tutto il possibile per tenere i suoi possedimenti, Virgilio non ci riesce, facendo ritorno a Roma nel 43 a. C. L'anno successivo, insieme al padre e agli altri suoi familiari, si trasferisce in Campania, a Napoli. Nonostante l'ospitalità offerta da Augusto e dall'illustre Mecenate a Roma, Virgilio preferisce fare una vita tranquilla nel Sud Italia. Nel suo soggiorno a Napoli egli frequenta la scuola epicurea dei celebri filosofi Filodemo e Sirone.
Nel corso delle lezioni che si tengono nella scuola, conosce numerosi intellettuali, artisti e politici. E' in quest'occasione che incontra Orazio. Dedicandosi alla lettura del "De rerum natura" di Lucrezio, non condivide la concezione secondo cui deve essere negata l'immortalità dell'anima.
Grazie a Mecenate entra a far parte del suo circolo letterario, diventando un poeta molto illustre nell'epoca imperiale. La prima opera di Virgilio è "Le Bucoliche", scritta a Napoli. In questa composizione letteraria il poeta trae ispirazione dai precetti epicurei. Nell'opera sembra voler rappresentare, tramite i suoi personaggi, il dramma che ha segnato la sua vita, ovvero l'esproprio dei suoi possessi mantovani dopo la battaglia di Filippi.
Tra il 36 e il 29 a. C. , durante il suo soggiorno a Napoli, compone un altro dei suoi capolavori letterari: "Le Georgiche". In quest'opera, articolata in quattro libri, racconta il lavoro sui campi, descrive attività come l'allevamento, l'arbicoltura e l'apicoltura. In questo poema inoltre vuole indicare il modello ideale di società umana. I quattro libri contengono sempre una digressione storica: ad esempio, nel primo libro, racconta l'episodio della morte di Cesare, avvenuta il 15 marzo del 44 a. C.
Nel 29 a. C. nella sua abitazione campana, il poeta ospita Augusto che è di ritorno dalla spedizione militare vittoriosa di Azio contro Marco Antonio e Cleopatra. Virgilio, con l'aiuto di Mecenate, legge ad Augusto il suo componimento poetico, "Le Georgiche". Diventa così uno dei poeti prediletti di Augusto e di tutto l'Impero romano.
L'ultima opera letteraria da lui scritta è "L'Eneide" composta tra il 29 a. C. e il 19 a. C. nella città di Napoli e in Sicilia. Nell'Eneide viene narrata la vicenda di Enea, rappresentato come uomo pio, dedito allo sviluppo del proprio Paese. Enea, con la sua pietas, riesce quindi a fondare la città di Roma, rendendola gloriosa e importante. Il poema ha come obiettivo quello di ricordare la grandezza di Giulio Cesare, del suo figlio adottivo Cesare Ottaviano Augusto e dei loro discendenti. Infatti, Virgilio chiama Ascanio, il figlio di Enea, Iulo considerandolo come uno degli antenati della gloriosa Gens Iulia.
Nell'opera inoltre, con il suo grande ingegno letterario, immagina che i Troiani siano gli antenati dei Romani, mentre i Greci sono rappresentati come dei nemici, i quali poi saranno assoggettati all'Impero romano. Nonostante la sottomissione del popolo greco, i Romani rispettano la sua cultura e civiltà.
Nel 19 a. C. Virgilio svolge un lungo viaggio tra la Grecia e l'Asia con l'obiettivo di conoscere i luoghi che descrive nell'Eneide e per accrescere la sua cultura. Nella città di Atene il poeta incontra Augusto che in quel momento sta facendo ritorno dal suo viaggio nelle Province orientali dell'Impero. Su consiglio dell'imperatore, decide di tornare in Italia a causa delle sue deboli condizioni di salute.
Dopo avere visitato Megara, Publio Virgilio Marone muore a Brindisi il 21 settembre di quello stesso anno a causa di un colpo di sole, mentre sta ritornando dal suo lungo viaggio. Il poeta, prima di morire, chiede ai suoi compagni Varo e Tucca di bruciare il manoscritto dell'Eneide, poiché il poema non è ancora stato finito e sottoposto a revisione.
Le sue spoglie sono in seguito trasferite a Napoli, mentre Augusto e Mecenate fanno pubblicare l'Eneide, affidando il compito a Varo e Tucca, i compagni di studi di Virgilio. In epoca medievale i resti di Virgilio vanno perduti. Nella sua tomba compaiono ancora le seguenti frasi in latino: "Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope, cecini pascua, rura, duces".
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mercoledì 21 settembre 2022
mercoledì 21 aprile 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 21 aprile.
Secondo la tradizione, il 21 aprile 753 a.C. è la data nella quale fu fondata Roma.
La nascita di Roma si confonde tra storia, mito e leggenda.
Circa mille anni a.C. alcune navi, che da tempo veleggiavano sui mari in cerca di un approdo, giunsero in vista di una terra sconosciuta. Quegli uomini erano i soli riusciti a fuggire dal terribile incendio con cui, dopo una lunga guerra, era stata distrutta la loro città. Apparivano tristi e stanchi, per anni avevano dovuto vagare sui mari alla vana ricerca di un po' di riposo e di un po' di pace...
Ed ecco ora davanti a loro stendersi una terra dall'aspetto sereno e accogliente. Giunsero in un luogo dove c'era un maestoso fiume che irrompeva in mare mescolando le sue tumultuose acque gialle con le onde azzurre. Così quando il capo diede l'ordine, fu con vero entusiasmo che essi si accinsero a sbarcare.
Gli uomini che finalmente poterono toccare terra erano i Troiani, ed erano sbarcati nel Lazio, sulle rive del fiume Tevere guidati dal valorosissimo guerriero Enea. Egli, mentre Troia crollava sotto il furioso assalto dei Greci, era riuscito a trarre in salvo il proprio padre, Anchise, e il proprio figlioletto. Ma il padre era morto durante il lungo viaggio; gli restava solo il figlioletto Ascanio, detto anche Iulo (Julo).
La vita e le imprese di Enea sono mirabilmente narrate nel poema Eneide, scritto da Virgilio.
La riva sinistra del fiume Tevere, nei primi anni del I millennio a.C., era una pianura acquitrinosa e malarica che portava al mar Tirreno; all'interno della pianura si innalzavano dei colli con pendici molto scoscese. Qui si erano stabiliti inizialmente gli Italici (di origine indoeuropea) che poi si erano differenziati fra loro formando vari gruppi, tra i quali quello dei Latini. Questi, amalgamandosi gradualmente con le genti indigene, avevano costruito i loro villaggi sulle alture poste fra la riva sinistra del Tevere e i Colli Albani, sia per sfuggire dalla malaria delle paludi, sia per difendersi meglio dalle razzie delle tribù vicine dei Sabini, Equi, Volsci ed Ernici.
Gli usi, i costumi e i valori dei Latini erano molto simili alle popolazioni nordiche da cui discendevano: forza bruta, guerra di rapina, duelli mortali per il comando, culto della virilità, patriarcato assoluto. Adoravano alcune divinità naturali, alle quali innalzavano altari e sacrificavano animali, ma soprattutto veneravano Zeus, la massima divinitaà degli Arii, dei primi Achei e dei Dori, che chiamavano Juppiter. Il re degli Dei era padrone dei cieli, signoreggiava i fenomeni atmosferici come la pioggia e il fulmine, vigilava sulle vicende umane e manifestava la sua ira per mezzo del tuono. Zeus, però, non si occupava di politica o di guerre, preferendo lasciare queste incombenze ad altre divinità minori, i cosiddetti Dei militari.
Alle feste e ai riti sacri partecipavano gli abitanti di più villaggi, che nel tempo si riunirono dando vita a leghe religiose. Fra queste leghe particolare importanza assunse quella posta sotto la direzione di Albalonga, un villaggio situato presso l'attuale Castelgandolfo. Albalonga divenne infatti il centro di una federazione, istituita inizialmente a scopi religiosi, a cui si aggiunsero in seguito anche scopi difensivi, per cui ebbe presto in seno ai Latini un notevole peso militare e politico.
Nel frattempo sul colle Palatino, dove si sarebbe poi sviluppata la città di Roma, c'era solo un agglomerato di misere capanne di legno e fango, con tetti di paglia.
Ma torniamo ad Enea ed ai Troiani. Come si è appena detto, quando questi sbarcarono nel Lazio, questo era popolato da varie popolazioni: gli Etruschi, i Volsci, i Sabini, gli Equi, i Rutuli e gli Ausoni, la cui più importante popolazione, stanziata in un gruppo di città organizzate nel territorio pianeggiante lungo le rive del Tevere, era quella dei Latini. I Troiani vennero subito in contatto con questo popolo e con il loro re, il saggio Latino. Egli li accolse con benevolenza, diede loro ospitalità e, qualche tempo dopo offrì in sposa ad Enea la propria figlia Lavinia già promessa a Turno, re dei Rutuli che scatenò una guerra per vendicare l'offesa ricevuta. Fu una guerra feroce, che si concluse con un lungo duello fra Enea e Turno, finchè quest'ultimo rimase ucciso. Seguì un lungo periodo di pace, durante il quale Enea fondò una città, Lavinium (presso l'attuale Pratica di Mare), in onore della sposa.
Ascanio, il figlio di Enea, diventato grande, fondò a sua volta la citta' di Albalonga (collocata tra l'attuale Albano e Castelgandolfo), sulla quale regnarono lui e poi i suoi discendenti per molto tempo.
Come si è accennato in precedenza, Albalonga (il cui nome deriva da Alba=Bianca Longa=Lunga) diventerà ben presto il centro di una federazione nata prima per scopi religiosi e poi per scopi difensivi, acquistando in seno ai Latini un notevole peso militare e politico.
Molti anni dopo la morte di Ascanio, divenne re di Albalonga il buon Numitore. Egli, però, aveva un fratello invidioso e cattivo di nome Amulio, che avrebbe voluto regnare anch'egli. Per raggiungere il suo scopo, questi fece imprigionare Numitore, gli uccise tutti i figli tranne Rea Silvia rinchiudendola nel Tempio di Vesta e costringendola a farsi sacerdotessa (vestale) e a fare quindi voto di castità.
Amulio poteva, ormai, considerarsi sicuro e tranquillo e sarebbe stato il solo re; fino a quando, però, il dio Marte s'invaghisce di Rea Silvia e la rende madre di due gemelli, Romolo e Remo. Amulio, adirato, fece uccidere Rea Silvia a bastonate e, per non avere legittimi concorrenti al trono, ordinò che i due gemelli venissero immediatamente uccisi, ma il servo incaricato di eseguire l'assassinio non ne trovò il coraggio e li abbandonò in una cesta di vimini alla corrente del fiume Tevere, con la speranza che qualcuno li salvasse.
La cesta nella quale i gemelli sono stati adagiati si arena sulla riva, presso la palude del Velabro tra Palatino e Campidoglio, dove i due vengono trovati e allevati da una lupa. Li trova poi il pastore Faustolo che insieme alla moglie Acca Larenzia li cresce come suoi figli.
Una volta divenuti adulti e conosciuta la propria origine Romolo e Remo fanno ritorno ad Alba Longa, uccidono Amulio, e rimettono sul trono il nonno Numitore. Romolo e Remo ottengono quindi il permesso di andare a fondare una nuova città, nel luogo dove sono cresciuti.
Romolo vuole chiamarla Roma ed edificarla sul Palatino, mentre Remo la vuole battezzare Remora e fondarla sull'Aventino.
E' lo stesso Tito Livio (storico romano nato a Patavium nel 59 a.C. e ivi morto nel 17, autore di una monumentale storia di Roma, gli Ab Urbe Condita libri CXLII, dalla sua fondazione fino al regno di Augusto) che riferisce le due piu' accreditate versioni dei fatti:
"Siccome erano gemelli e il rispetto per la primogenitura non poteva funzionare come criterio elettivo, toccava agli dei che proteggevano quei luoghi indicare, attraverso gli auspici, chi avessero scelto per dare il nome alla nuova città e chi vi dovesse regnare dopo la fondazione. Così, per interpretare i segni augurali, Romolo scelse il Palatino e Remo l'Aventino. Il primo presagio, sei avvoltoi, si dice toccò a Remo. Dal momento che a Romolo ne erano apparsi il doppio quando ormai il presagio era stato annunciato, i rispettivi gruppi avevano proclamato re l'uno e l'altro contemporaneamente. Gli uni sostenevano di aver diritto al potere in base alla priorità nel tempo, gli altri in base al numero degli uccelli visti. Ne nacque una discussione e dal rabbioso scontro a parole si passò al sangue: Remo, colpito nella mischia, cadde a terra."
"E' più nota invece la versione secondo la quale decisero di osservare il volo degli uccelli: avrebbe dato il nome alla città chi ne avesse visti in maggior numero. La fortuna favorì Romolo, il quale prese un aratro e, sul Colle Palatino, tracciò un solco per segnare la cinta della città, che da lui fu detta Roma. Era il giorno 21 Aprile, 753 anni prima che nascesse Gesù Cristo.
La nascita della nuova città segnò, purtroppo, la fine della vita di Remo. Era stato stabilito che nessuno, per nessuna ragione, poteva passare al di là del solco senza il permesso del capo. Ma Remo, invidioso, oppure per burla, lo oltrepassò con un salto e, ridendo, esclamò: - Guarda com'e' facile! - Romolo, pieno d'ira, si scagliò contro Remo e, impugnata la spada, lo uccise, esclamando: Così, d'ora in poi, possa morire chiunque osi scavalcare le mie mura e chiunque avesse offeso il nome di Roma. Romolo, rimasto solo, governò la città in modo saggio, poi un giorno, durante un temporale, egli scomparve, rapito in cielo dal dio Marte."
La città è quindi stata fondata sul colle Palatino, e Romolo divenne il primo Re di Roma.
Le versioni storiche vogliono invece leggere la nascita di Roma in altro modo. Secondo quest'ultima la leggenda di Romolo e Remo sulla fondazione di Roma fu ideata quando Roma era già potente e sentiva l'esigenza di un fondatore semidivino che riscattasse le sue umili origini. Per questo dunque fu attribuita un'origine divina ai padri della città: Enea era figlio di Venere e suo figlio Ascanio, detto anche Iulo, diede il nome alla gente Iulia, alla quale appartennero Cesare e Augusto.
In effetti non ci fu un vero atto di fondazione, perchè Roma si sviluppò sul Palatino come aggregato di capanne di pastori-agricoltori, con boschi, orti, recinti per il bestiame, campi coltivati in comune. Il primo nucleo urbano si formò probabilmente fin dal II millennio nel luogo dove in seguito sarebbe sorto il Foro Boario, cioè l'area destinata al commercio del bestiame.
Questo primo nucleo con il tempo si ingrandì grazie alla sua posizione strategica: dominava l'ansa del Tevere nel punto in cui l'Isola Tiberina rendeva agevole il guado del fiume alle correnti commerciali tra il nord e il sud dell'Italia, collegando Etruschi e Campani. Sempre in quella zona transumavano le greggi delle pianure tirreniche verso i pascoli estivi dell'interno e vi passava la pista del sale (la futura via Salaria) che dalle spiagge di Ostia veniva portato alle popolazioni appenniniche. Presto, quindi, vi fiorì un ricco mercato di prodotti agricoli, di bestiame e di sale che attirò sempre più le popolazioni dell'Italia centrale.
Durante l'VIII e il VII secolo a.C. il villaggio del Palatino si fuse, anche per difendersi soprattutto dagli Etruschi che spadroneggiavano al di là del Tevere, con i villaggi vicini; l'Esquilino, il Celio, il Viminale, il Quirinale, il Capitolino, mentre l'Aventino dovrà attendere il IV secolo per essere incluso entro la cerchia delle mura. Tutti questi villaggi si riunirono in una lega religiosa il cui ricordo rimase nella festa del settimonzio, un rito celebrato ancora in età storica con sacrifici alle divinità sulle alture dei colli meridionali (da saeptimontes = monti chiusi da staccionate o da argini di terriccio).
Successivamente questi villaggi si riunirono anche militarmente, soprattutto dopo che sul Quirinale si erano insediati i Sabini scesi dall'entroterra appenninico per garantirsi il guado del Tevere e la possibilità di accesso alle saline.
Attraverso questo processo di amalgama si formò Roma, che diventò pian piano una vera e propria città, munita di un valido sistema difensivo, sotto il comando di un re, affiancato dagli esponenti delle più importanti famiglie. La fisionomia della città allora si trasformò: vennero tracciate strade, costruite case e quartieri, innalzati templi ed edifici pubblici, ampliate le mura.
Si sviluppò, sempre in questo periodo, l'artigianato, si incrementarono i commerci, furono accolti gli stimoli della più progredita civilta' etrusca.
Per quanto concerne la data della fondazione di Roma anche su questa regna il mistero.
Secondo il letterato romano Marco Terenzio Varrone (Rieti, 116 a.C. – 27 a.C.), sulla base di calcoli effettuati dal suo amico astrologo Lucio Taruzio (anche conosciuto come Lucio Tarunzio Firmano, nato a Fermo nel I secolo a.C.), Romolo avrebbe fondato Roma il 21 aprile 753 a.C. (Natale di Roma).
Da questa data deriva la cronologia romana definita con la locuzione latina Ab Urbe Condita, ossia dalla fondazione della città. Sembra che Bonifacio IV, vissuto intorno al 600 d.C., fosse il primo a riconoscere un collegamento tra questo tipo di datazione e l'Anno Domini, cioè A.D. 1 = AUC 754.
La correttezza del calcolo di Lucio Taruzio tuttavia non è mai stata provata in modo scientifico. Ed è sempre a Taruzio che si deve una presunzione di data di nascita di Romolo, che, secondo i suoi calcoli, doveva essere nato il 23 settembre dell'anno successivo alla seconda olimpiade, nel 771 a.C. in coincidenza con una eclissi di sole; datazione che fu ritenuta comica dal suo contemporaneo Marco Tullio Cicerone (Arpinum, 3 gennaio 106 a.C. – Formia, 7 dicembre 43 a.C.).
Secondo la tradizione, il 21 aprile 753 a.C. è la data nella quale fu fondata Roma.
La nascita di Roma si confonde tra storia, mito e leggenda.
Circa mille anni a.C. alcune navi, che da tempo veleggiavano sui mari in cerca di un approdo, giunsero in vista di una terra sconosciuta. Quegli uomini erano i soli riusciti a fuggire dal terribile incendio con cui, dopo una lunga guerra, era stata distrutta la loro città. Apparivano tristi e stanchi, per anni avevano dovuto vagare sui mari alla vana ricerca di un po' di riposo e di un po' di pace...
Ed ecco ora davanti a loro stendersi una terra dall'aspetto sereno e accogliente. Giunsero in un luogo dove c'era un maestoso fiume che irrompeva in mare mescolando le sue tumultuose acque gialle con le onde azzurre. Così quando il capo diede l'ordine, fu con vero entusiasmo che essi si accinsero a sbarcare.
Gli uomini che finalmente poterono toccare terra erano i Troiani, ed erano sbarcati nel Lazio, sulle rive del fiume Tevere guidati dal valorosissimo guerriero Enea. Egli, mentre Troia crollava sotto il furioso assalto dei Greci, era riuscito a trarre in salvo il proprio padre, Anchise, e il proprio figlioletto. Ma il padre era morto durante il lungo viaggio; gli restava solo il figlioletto Ascanio, detto anche Iulo (Julo).
La vita e le imprese di Enea sono mirabilmente narrate nel poema Eneide, scritto da Virgilio.
La riva sinistra del fiume Tevere, nei primi anni del I millennio a.C., era una pianura acquitrinosa e malarica che portava al mar Tirreno; all'interno della pianura si innalzavano dei colli con pendici molto scoscese. Qui si erano stabiliti inizialmente gli Italici (di origine indoeuropea) che poi si erano differenziati fra loro formando vari gruppi, tra i quali quello dei Latini. Questi, amalgamandosi gradualmente con le genti indigene, avevano costruito i loro villaggi sulle alture poste fra la riva sinistra del Tevere e i Colli Albani, sia per sfuggire dalla malaria delle paludi, sia per difendersi meglio dalle razzie delle tribù vicine dei Sabini, Equi, Volsci ed Ernici.
Gli usi, i costumi e i valori dei Latini erano molto simili alle popolazioni nordiche da cui discendevano: forza bruta, guerra di rapina, duelli mortali per il comando, culto della virilità, patriarcato assoluto. Adoravano alcune divinità naturali, alle quali innalzavano altari e sacrificavano animali, ma soprattutto veneravano Zeus, la massima divinitaà degli Arii, dei primi Achei e dei Dori, che chiamavano Juppiter. Il re degli Dei era padrone dei cieli, signoreggiava i fenomeni atmosferici come la pioggia e il fulmine, vigilava sulle vicende umane e manifestava la sua ira per mezzo del tuono. Zeus, però, non si occupava di politica o di guerre, preferendo lasciare queste incombenze ad altre divinità minori, i cosiddetti Dei militari.
Alle feste e ai riti sacri partecipavano gli abitanti di più villaggi, che nel tempo si riunirono dando vita a leghe religiose. Fra queste leghe particolare importanza assunse quella posta sotto la direzione di Albalonga, un villaggio situato presso l'attuale Castelgandolfo. Albalonga divenne infatti il centro di una federazione, istituita inizialmente a scopi religiosi, a cui si aggiunsero in seguito anche scopi difensivi, per cui ebbe presto in seno ai Latini un notevole peso militare e politico.
Nel frattempo sul colle Palatino, dove si sarebbe poi sviluppata la città di Roma, c'era solo un agglomerato di misere capanne di legno e fango, con tetti di paglia.
Ma torniamo ad Enea ed ai Troiani. Come si è appena detto, quando questi sbarcarono nel Lazio, questo era popolato da varie popolazioni: gli Etruschi, i Volsci, i Sabini, gli Equi, i Rutuli e gli Ausoni, la cui più importante popolazione, stanziata in un gruppo di città organizzate nel territorio pianeggiante lungo le rive del Tevere, era quella dei Latini. I Troiani vennero subito in contatto con questo popolo e con il loro re, il saggio Latino. Egli li accolse con benevolenza, diede loro ospitalità e, qualche tempo dopo offrì in sposa ad Enea la propria figlia Lavinia già promessa a Turno, re dei Rutuli che scatenò una guerra per vendicare l'offesa ricevuta. Fu una guerra feroce, che si concluse con un lungo duello fra Enea e Turno, finchè quest'ultimo rimase ucciso. Seguì un lungo periodo di pace, durante il quale Enea fondò una città, Lavinium (presso l'attuale Pratica di Mare), in onore della sposa.
Ascanio, il figlio di Enea, diventato grande, fondò a sua volta la citta' di Albalonga (collocata tra l'attuale Albano e Castelgandolfo), sulla quale regnarono lui e poi i suoi discendenti per molto tempo.
Come si è accennato in precedenza, Albalonga (il cui nome deriva da Alba=Bianca Longa=Lunga) diventerà ben presto il centro di una federazione nata prima per scopi religiosi e poi per scopi difensivi, acquistando in seno ai Latini un notevole peso militare e politico.
Molti anni dopo la morte di Ascanio, divenne re di Albalonga il buon Numitore. Egli, però, aveva un fratello invidioso e cattivo di nome Amulio, che avrebbe voluto regnare anch'egli. Per raggiungere il suo scopo, questi fece imprigionare Numitore, gli uccise tutti i figli tranne Rea Silvia rinchiudendola nel Tempio di Vesta e costringendola a farsi sacerdotessa (vestale) e a fare quindi voto di castità.
Amulio poteva, ormai, considerarsi sicuro e tranquillo e sarebbe stato il solo re; fino a quando, però, il dio Marte s'invaghisce di Rea Silvia e la rende madre di due gemelli, Romolo e Remo. Amulio, adirato, fece uccidere Rea Silvia a bastonate e, per non avere legittimi concorrenti al trono, ordinò che i due gemelli venissero immediatamente uccisi, ma il servo incaricato di eseguire l'assassinio non ne trovò il coraggio e li abbandonò in una cesta di vimini alla corrente del fiume Tevere, con la speranza che qualcuno li salvasse.
La cesta nella quale i gemelli sono stati adagiati si arena sulla riva, presso la palude del Velabro tra Palatino e Campidoglio, dove i due vengono trovati e allevati da una lupa. Li trova poi il pastore Faustolo che insieme alla moglie Acca Larenzia li cresce come suoi figli.
Una volta divenuti adulti e conosciuta la propria origine Romolo e Remo fanno ritorno ad Alba Longa, uccidono Amulio, e rimettono sul trono il nonno Numitore. Romolo e Remo ottengono quindi il permesso di andare a fondare una nuova città, nel luogo dove sono cresciuti.
Romolo vuole chiamarla Roma ed edificarla sul Palatino, mentre Remo la vuole battezzare Remora e fondarla sull'Aventino.
E' lo stesso Tito Livio (storico romano nato a Patavium nel 59 a.C. e ivi morto nel 17, autore di una monumentale storia di Roma, gli Ab Urbe Condita libri CXLII, dalla sua fondazione fino al regno di Augusto) che riferisce le due piu' accreditate versioni dei fatti:
"Siccome erano gemelli e il rispetto per la primogenitura non poteva funzionare come criterio elettivo, toccava agli dei che proteggevano quei luoghi indicare, attraverso gli auspici, chi avessero scelto per dare il nome alla nuova città e chi vi dovesse regnare dopo la fondazione. Così, per interpretare i segni augurali, Romolo scelse il Palatino e Remo l'Aventino. Il primo presagio, sei avvoltoi, si dice toccò a Remo. Dal momento che a Romolo ne erano apparsi il doppio quando ormai il presagio era stato annunciato, i rispettivi gruppi avevano proclamato re l'uno e l'altro contemporaneamente. Gli uni sostenevano di aver diritto al potere in base alla priorità nel tempo, gli altri in base al numero degli uccelli visti. Ne nacque una discussione e dal rabbioso scontro a parole si passò al sangue: Remo, colpito nella mischia, cadde a terra."
"E' più nota invece la versione secondo la quale decisero di osservare il volo degli uccelli: avrebbe dato il nome alla città chi ne avesse visti in maggior numero. La fortuna favorì Romolo, il quale prese un aratro e, sul Colle Palatino, tracciò un solco per segnare la cinta della città, che da lui fu detta Roma. Era il giorno 21 Aprile, 753 anni prima che nascesse Gesù Cristo.
La nascita della nuova città segnò, purtroppo, la fine della vita di Remo. Era stato stabilito che nessuno, per nessuna ragione, poteva passare al di là del solco senza il permesso del capo. Ma Remo, invidioso, oppure per burla, lo oltrepassò con un salto e, ridendo, esclamò: - Guarda com'e' facile! - Romolo, pieno d'ira, si scagliò contro Remo e, impugnata la spada, lo uccise, esclamando: Così, d'ora in poi, possa morire chiunque osi scavalcare le mie mura e chiunque avesse offeso il nome di Roma. Romolo, rimasto solo, governò la città in modo saggio, poi un giorno, durante un temporale, egli scomparve, rapito in cielo dal dio Marte."
La città è quindi stata fondata sul colle Palatino, e Romolo divenne il primo Re di Roma.
Le versioni storiche vogliono invece leggere la nascita di Roma in altro modo. Secondo quest'ultima la leggenda di Romolo e Remo sulla fondazione di Roma fu ideata quando Roma era già potente e sentiva l'esigenza di un fondatore semidivino che riscattasse le sue umili origini. Per questo dunque fu attribuita un'origine divina ai padri della città: Enea era figlio di Venere e suo figlio Ascanio, detto anche Iulo, diede il nome alla gente Iulia, alla quale appartennero Cesare e Augusto.
In effetti non ci fu un vero atto di fondazione, perchè Roma si sviluppò sul Palatino come aggregato di capanne di pastori-agricoltori, con boschi, orti, recinti per il bestiame, campi coltivati in comune. Il primo nucleo urbano si formò probabilmente fin dal II millennio nel luogo dove in seguito sarebbe sorto il Foro Boario, cioè l'area destinata al commercio del bestiame.
Questo primo nucleo con il tempo si ingrandì grazie alla sua posizione strategica: dominava l'ansa del Tevere nel punto in cui l'Isola Tiberina rendeva agevole il guado del fiume alle correnti commerciali tra il nord e il sud dell'Italia, collegando Etruschi e Campani. Sempre in quella zona transumavano le greggi delle pianure tirreniche verso i pascoli estivi dell'interno e vi passava la pista del sale (la futura via Salaria) che dalle spiagge di Ostia veniva portato alle popolazioni appenniniche. Presto, quindi, vi fiorì un ricco mercato di prodotti agricoli, di bestiame e di sale che attirò sempre più le popolazioni dell'Italia centrale.
Durante l'VIII e il VII secolo a.C. il villaggio del Palatino si fuse, anche per difendersi soprattutto dagli Etruschi che spadroneggiavano al di là del Tevere, con i villaggi vicini; l'Esquilino, il Celio, il Viminale, il Quirinale, il Capitolino, mentre l'Aventino dovrà attendere il IV secolo per essere incluso entro la cerchia delle mura. Tutti questi villaggi si riunirono in una lega religiosa il cui ricordo rimase nella festa del settimonzio, un rito celebrato ancora in età storica con sacrifici alle divinità sulle alture dei colli meridionali (da saeptimontes = monti chiusi da staccionate o da argini di terriccio).
Successivamente questi villaggi si riunirono anche militarmente, soprattutto dopo che sul Quirinale si erano insediati i Sabini scesi dall'entroterra appenninico per garantirsi il guado del Tevere e la possibilità di accesso alle saline.
Attraverso questo processo di amalgama si formò Roma, che diventò pian piano una vera e propria città, munita di un valido sistema difensivo, sotto il comando di un re, affiancato dagli esponenti delle più importanti famiglie. La fisionomia della città allora si trasformò: vennero tracciate strade, costruite case e quartieri, innalzati templi ed edifici pubblici, ampliate le mura.
Si sviluppò, sempre in questo periodo, l'artigianato, si incrementarono i commerci, furono accolti gli stimoli della più progredita civilta' etrusca.
Per quanto concerne la data della fondazione di Roma anche su questa regna il mistero.
Secondo il letterato romano Marco Terenzio Varrone (Rieti, 116 a.C. – 27 a.C.), sulla base di calcoli effettuati dal suo amico astrologo Lucio Taruzio (anche conosciuto come Lucio Tarunzio Firmano, nato a Fermo nel I secolo a.C.), Romolo avrebbe fondato Roma il 21 aprile 753 a.C. (Natale di Roma).
Da questa data deriva la cronologia romana definita con la locuzione latina Ab Urbe Condita, ossia dalla fondazione della città. Sembra che Bonifacio IV, vissuto intorno al 600 d.C., fosse il primo a riconoscere un collegamento tra questo tipo di datazione e l'Anno Domini, cioè A.D. 1 = AUC 754.
La correttezza del calcolo di Lucio Taruzio tuttavia non è mai stata provata in modo scientifico. Ed è sempre a Taruzio che si deve una presunzione di data di nascita di Romolo, che, secondo i suoi calcoli, doveva essere nato il 23 settembre dell'anno successivo alla seconda olimpiade, nel 771 a.C. in coincidenza con una eclissi di sole; datazione che fu ritenuta comica dal suo contemporaneo Marco Tullio Cicerone (Arpinum, 3 gennaio 106 a.C. – Formia, 7 dicembre 43 a.C.).
mercoledì 7 aprile 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 7 aprile.
Il 7 aprile del 1300 è la data convenzionale in cui Dante si perde nella "selva oscura", dando inizio alla storia raccontata nella Divina Commedia.
La datazione dell'opera è problematica. Probabilmente fu iniziata negli stessi anni in cui vennero interrotti i trattati dottrinali del Convivio e del De vulgari eloquentia, ossia tra il 1305 e il 1307, anche se il Boccaccio sostiene che i primi sette canti dell'Inferno siano stati scritti prima dell'esilio (1302). L'Inferno non contiene notizie posteriori al 1309 (la prima menzione di copie manoscritte è del 1313). Il Purgatorio non contiene riferimenti a fatti posteriori al 1313 e fu divulgato separatamente nei due anni seguenti. Il Paradiso fu forse iniziato nel 1316 e terminato negli ultimi anni di vita del poeta, mentre i singoli canti venivano divulgati man mano che erano compiuti. Dopo la morte del poeta cominciarono ad apparire commenti alle singole parti. Nell'epistola XIII, Dante spiega a Cangrande il titolo "comedia" (l'aggettivo "divina", usato da Boccaccio nella sua biografia dantesca Trattatello in laude di Dante fu introdotto in un'edizione a stampa del 1555). La ragione del titolo è retorica e connessa al tema ed al livello linguistico: l'opera inizia con una situazione spaventosa e termina felicemente (la tragedia invece ha inizio piacevole e fine tremenda), e il livello linguistico è dimesso e umile per facilitare la comunicazione (la parlata volgare).
Questo monumentale capolavoro dantesco, massima espressione di tutta la letteratura italiana, è un unico viaggio allegorico che il poeta compie attraverso i mondi ultraterreni al fine di ritrovare la propria fede e pace interiore perdute in una vita pericolosamente votata ai vizi e alla decadenza morale. L'opera è divisa in tre cantiche, "Inferno", "Purgatorio" e "Paradiso", ciascuna delle quali si compone di trentatre canti; un canto proemiale porta il numero totale dei canti a cento, ma è il numero perfetto e mistico per eccellenza, il tre, ad essere il fondamento di tutta l'opera. L'inferno, a forma di cono rovesciato, è uno scuro imbuto al fondo del quale è conficcato l'angelo del Male, il ribelle Lucifero, posto così nel luogo più lontano da Dio di tutto l'universo. Dante e la sua guida spirituale Virgilio lo discendono completamente, incontrando via via dannati colpevoli di delitti sempre più gravi. I personaggi danteschi sono personaggi storici e mitologici, ma anche contemporanei del poeta, protagonisti delle lotte intestine che dilaniavano tutti i comuni italiani e toscani in particolare. Lo sdegno del poeta colpisce tutti questi protagonisti dei mali italiani, e si appunta in modo particolare contro la corruzione del clero e del papato, più propensi ad occuparsi dei beni temporali che alla salute spirituale della cristianità. Le vicende personali di Dante, costretto all'esilio dopo anni di lotte tra le fazioni dei guelfi Neri e Bianchi di Firenze, offrono la chiave di lettura con la quale comprendere l'opera. Dopo la discesa agli inferi Dante risale nell'emisfero australe, dove sorge la montagna del Purgatorio; qui coloro che in vita si macchiarono di colpe minori si purificano attendendo il momento in cui potranno salire al cospetto del Creatore e prendere posto tra i beati. L'atmosfera di questa seconda cantica è molto più serena e calma, e la salita del monte si svolge senza intoppi; lo stesso Dante man mano che passa da una cornice a quella superiore vede mondarsi la propria anima dal peso dei peccati compiuti. Al termine si arriva nel Paradiso terrestre, dove la narrazione del viaggio lascia il posto ad allegorie mistiche sul ruolo dei due massimi poteri del tempo, il papato e l'impero, e sulla confusione dei loro rispettivi ruoli che purtroppo si è verificata nell'Europa del tardo Medioevo. Qui Virgilio, fedele compagno simboleggiante la ragione, lascia Dante alla guida di Beatrice: occorre infatti la Fede per salire al Paradiso e presentarsi al cospetto di Dio. La Beatrice che qui Dante ritrova non è più la donna sensuale delle canzoni amorose del giovane poeta: ora è una figura celestiale, spiritualizzata dalla Fede, che si pone come modello di vita religiosa e di splendore mistico, priva di caratteristiche terrene e completamente appagata dall'abbandono a Dio. Nel Paradiso Dante e Beatrice risalgono i cieli dei pianeti e delle stelle fisse, dove si presentano loro i beati che in diversa misura godono della contemplazione del Creatore; qui Dante incontra tra gli altri tutti i maggiori esponenti del pensiero cristiano, che si uniscono a lui nella deplorazione per la rovina dell'edificio che essi avevano costruito così mirabilmente; al termine dell'ascesa Dante giunge nell'Empireo, dove il mistico per eccellenza, San Bernardo, lo conduce alla visione di Cristo, della Vergine e dei Santi. La visione di Dio non può più essere un processo sensitivo, data l'insufficienza della condizione umana: solo un fugace atto intuitivo, permesso dalla Grazia divina, può far sì che Dante "veda" il Creatore di tutte le cose; ma il mistero divino e quello dell'Incarnazione di Cristo rimangono impossibili da penetrare e ancor più da riferire. Ancora due cenni sullo stile adoperato dal poeta: esso si adegua alla materia trattata, per cui nell'Inferno la lingua è "bassa" e volgare, gli episodi spesso buffoneschi, mentre nel Paradiso il discorso si fa ricco di concetti filosofici e difficili spiegazioni dottrinali, il che rende di solito la prima cantica molto più popolare della terza presso il pubblico.
Il 7 aprile del 1300 è la data convenzionale in cui Dante si perde nella "selva oscura", dando inizio alla storia raccontata nella Divina Commedia.
La datazione dell'opera è problematica. Probabilmente fu iniziata negli stessi anni in cui vennero interrotti i trattati dottrinali del Convivio e del De vulgari eloquentia, ossia tra il 1305 e il 1307, anche se il Boccaccio sostiene che i primi sette canti dell'Inferno siano stati scritti prima dell'esilio (1302). L'Inferno non contiene notizie posteriori al 1309 (la prima menzione di copie manoscritte è del 1313). Il Purgatorio non contiene riferimenti a fatti posteriori al 1313 e fu divulgato separatamente nei due anni seguenti. Il Paradiso fu forse iniziato nel 1316 e terminato negli ultimi anni di vita del poeta, mentre i singoli canti venivano divulgati man mano che erano compiuti. Dopo la morte del poeta cominciarono ad apparire commenti alle singole parti. Nell'epistola XIII, Dante spiega a Cangrande il titolo "comedia" (l'aggettivo "divina", usato da Boccaccio nella sua biografia dantesca Trattatello in laude di Dante fu introdotto in un'edizione a stampa del 1555). La ragione del titolo è retorica e connessa al tema ed al livello linguistico: l'opera inizia con una situazione spaventosa e termina felicemente (la tragedia invece ha inizio piacevole e fine tremenda), e il livello linguistico è dimesso e umile per facilitare la comunicazione (la parlata volgare).
Questo monumentale capolavoro dantesco, massima espressione di tutta la letteratura italiana, è un unico viaggio allegorico che il poeta compie attraverso i mondi ultraterreni al fine di ritrovare la propria fede e pace interiore perdute in una vita pericolosamente votata ai vizi e alla decadenza morale. L'opera è divisa in tre cantiche, "Inferno", "Purgatorio" e "Paradiso", ciascuna delle quali si compone di trentatre canti; un canto proemiale porta il numero totale dei canti a cento, ma è il numero perfetto e mistico per eccellenza, il tre, ad essere il fondamento di tutta l'opera. L'inferno, a forma di cono rovesciato, è uno scuro imbuto al fondo del quale è conficcato l'angelo del Male, il ribelle Lucifero, posto così nel luogo più lontano da Dio di tutto l'universo. Dante e la sua guida spirituale Virgilio lo discendono completamente, incontrando via via dannati colpevoli di delitti sempre più gravi. I personaggi danteschi sono personaggi storici e mitologici, ma anche contemporanei del poeta, protagonisti delle lotte intestine che dilaniavano tutti i comuni italiani e toscani in particolare. Lo sdegno del poeta colpisce tutti questi protagonisti dei mali italiani, e si appunta in modo particolare contro la corruzione del clero e del papato, più propensi ad occuparsi dei beni temporali che alla salute spirituale della cristianità. Le vicende personali di Dante, costretto all'esilio dopo anni di lotte tra le fazioni dei guelfi Neri e Bianchi di Firenze, offrono la chiave di lettura con la quale comprendere l'opera. Dopo la discesa agli inferi Dante risale nell'emisfero australe, dove sorge la montagna del Purgatorio; qui coloro che in vita si macchiarono di colpe minori si purificano attendendo il momento in cui potranno salire al cospetto del Creatore e prendere posto tra i beati. L'atmosfera di questa seconda cantica è molto più serena e calma, e la salita del monte si svolge senza intoppi; lo stesso Dante man mano che passa da una cornice a quella superiore vede mondarsi la propria anima dal peso dei peccati compiuti. Al termine si arriva nel Paradiso terrestre, dove la narrazione del viaggio lascia il posto ad allegorie mistiche sul ruolo dei due massimi poteri del tempo, il papato e l'impero, e sulla confusione dei loro rispettivi ruoli che purtroppo si è verificata nell'Europa del tardo Medioevo. Qui Virgilio, fedele compagno simboleggiante la ragione, lascia Dante alla guida di Beatrice: occorre infatti la Fede per salire al Paradiso e presentarsi al cospetto di Dio. La Beatrice che qui Dante ritrova non è più la donna sensuale delle canzoni amorose del giovane poeta: ora è una figura celestiale, spiritualizzata dalla Fede, che si pone come modello di vita religiosa e di splendore mistico, priva di caratteristiche terrene e completamente appagata dall'abbandono a Dio. Nel Paradiso Dante e Beatrice risalgono i cieli dei pianeti e delle stelle fisse, dove si presentano loro i beati che in diversa misura godono della contemplazione del Creatore; qui Dante incontra tra gli altri tutti i maggiori esponenti del pensiero cristiano, che si uniscono a lui nella deplorazione per la rovina dell'edificio che essi avevano costruito così mirabilmente; al termine dell'ascesa Dante giunge nell'Empireo, dove il mistico per eccellenza, San Bernardo, lo conduce alla visione di Cristo, della Vergine e dei Santi. La visione di Dio non può più essere un processo sensitivo, data l'insufficienza della condizione umana: solo un fugace atto intuitivo, permesso dalla Grazia divina, può far sì che Dante "veda" il Creatore di tutte le cose; ma il mistero divino e quello dell'Incarnazione di Cristo rimangono impossibili da penetrare e ancor più da riferire. Ancora due cenni sullo stile adoperato dal poeta: esso si adegua alla materia trattata, per cui nell'Inferno la lingua è "bassa" e volgare, gli episodi spesso buffoneschi, mentre nel Paradiso il discorso si fa ricco di concetti filosofici e difficili spiegazioni dottrinali, il che rende di solito la prima cantica molto più popolare della terza presso il pubblico.
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