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venerdì 26 dicembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 26 dicembre.

Il 26 dicembre 1945 vengono creati il Franco CFA e il Franco CFP.

 Il Franco CFA è una moneta istituita nel 1945, che ha una storia particolare, a partire dal significato stesso di quell’acronimo. Infatti, in origine CFA era l’accostamento delle iniziali di “Colonie Francesi d’Africa” e identificava appunto la moneta, diversa da quella della madrepatria, ma sempre assoggettata al controllo della Banca Centrale di Parigi, adottata nelle colonie africane dell’impero francese, che si affiancava anche al Franco CFP, la moneta analoga utilizzata nelle Colonie Francesi del Pacifico. Tutte queste monete aderivano agli accordi di Bretton Woods, ratificati dalla Francia il 26 dicembre 1945. Successivamente, con la disgregazione degli imperi coloniali europei e la progressiva conquista dell’indipendenza da parte di tutti i paesi africani che ne facevano parte, l’acronimo CFA è passato a significare prima Comunità Francese d’Africa e infine Comunità Finanziaria Africana.

Al giorno d’oggi, si hanno due diversi franchi CFA, associati a due diverse aree del continente africano, costituite in totale da 14 paesi, nei quali sono adottati come moneta ufficiale. Si tratta dell’UEMOA, l’Unione Economica e Monetaria Ovest Africana, costituita da: Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo. L’altra area è invece rappresentata dalla CEMAC, la Comunità Economica e Monetaria dell’Africa Centrale, che è costituita da: Camerun, Ciad, Gabon, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana e Repubblica del Congo. I suddetti paesi appartenevano tutti all’impero coloniale francese, ad eccezione della Guinea Equatoriale, ex-colonia spagnola e della Guinea Bissau, ex- colonia portoghese. Nella prima area indicata viene adottato il Franco della Comunità Finanziaria dell’Africa, mentre nella seconda viene adottato il Franco della Cooperazione Finanziaria dell’Africa centrale. Le due monete non sono intercambiabili e sono emesse e controllate da due autorità monetarie diverse: nell’UEMOA la banca centrale di riferimento è la BCEAO (Banque centrale des États de l’Afrique de l’Ouest), mentre nella CEMAC l’autorità monetaria è la BEAC (Banque des États de l’Afrique centrale).

L’adesione alle aree di adozione del Franco CFA è volontaria e non vincolante. Per questo motivo molti paesi ne sono usciti o vi sono entrati nel corso degli anni. Il caso più particolare è rappresentato dal Mali, che nel 1962 uscì, iniziando ad emettere una propria moneta autonoma denominata franco maliano, ma che poi nel 1984 è rientrato all’interno dell’area monetaria comune. Le altre ex colonie che inizialmente adottavano il Franco CFA perché facenti parte dell’impero francese, ma che poi hanno iniziato a emettere una moneta propria sono la Guinea (nel 1960), la Mauritania (nel 1973) e il Madagascar (nel 1973), che sono passate rispettivamente ad emettere il Franco guineano, il Franco malgascio e l’Ouguiya mauritana. Il fenomeno opposto è quello che ha caratterizzato la Guinea Equatoriale e la Guinea-Bissau, che non facevano parte dell’impero coloniale francese e quindi per questo motivo non adottavano come moneta il Franco CFA, ma che rispettivamente nel 1985 e nel 1997 sono entrate a far parte delle due diverse aree monetarie comuni.

L’accordo che lega le due monete africane e le rispettive banche centrali di riferimento con la moneta francese e la sua autorità monetaria è rimasto negli anni sempre lo stesso. Il rapporto di cambio tra il franco francese e il franco CFA era fisso e la convertibilità delle divise valutarie era garantita dalla Banca di Francia. A seguito dell’adozione dell’euro, il 1° gennaio 1999 è stato fissato il nuovo rapporto di cambio con la moneta unica europea, in base al quale 1 euro equivale a 656 franchi CFA. Rimangono comunque l’autorità bancaria e il Tesoro di Parigi a svolgere il ruolo di garante della convertibilità della moneta africana, mentre la Banca Centrale Europea ne resta completamente al di fuori. Senza dubbio quello appena descritto rappresenta un unicum nell’area euro. Inoltre, è stato costituito un fondo di riserva di moneta estera a cui partecipano tutti i paesi che adottano il Franco CFA e, a garanzia del cambio monetario, almeno il 65% delle posizioni di tale fondo sono depositate presso il Tesoro francese. Risulta evidente come l’importanza del ruolo di garanzia svolto e il conseguente forte potere contrattuale permettano alle autorità di Parigi di partecipare, direttamente o indirettamente, alla definizione della politica monetaria dell’area CFA.

Oltre agli aspetti monetari e politici, l’adozione del franco CFA comporta conseguenze economiche e sociali non irrilevanti. Tra i più grandi sostenitori della ex moneta coloniale vi sono le élite dei paesi africani, che infatti sono notevolmente avvantaggiate dall’adozione di una moneta a cambio fisso, perché permette loro di spendere le grandi quantità di denaro di cui sono in possesso (spesso frutto di corruzione o di traffici illeciti) acquistando agevolmente i beni di lusso prodotti in Europa. A trarre grandi benefici dal franco CFA sono anche le multinazionali francesi, che possono investire a condizioni molto vantaggiose in quei paesi africani che l’adottano, poiché sono protette dal rischio di forti svalutazioni monetarie. Dall’altro lato, i soggetti economici più svantaggiati da questo sistema sono i produttori africani che vorrebbero esportare i loro prodotti in Europa, poiché il cambio fisso rende loro molto costoso l’approvvigionamento delle merci e agevola gli esportatori francesi, che a causa di questo gap non devono temere la concorrenza africana.

lunedì 5 giugno 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 giugno.
Il 5 giugno 1981 viene evidenziato il primo caso conclamato dell'AIDS.
In realtà, come spiega l’edizione italiana di Science, «Ha un luogo e un tempo precisi l’inizio della pandemia di AIDS che ha infettato fino a oggi quasi 75 milioni di persone e fatto 36 milioni di morti. Il luogo è il tratto camerunense del fiume Sangha, un affluente del Congo, dove, intorno al 1920, qualcuno si mise in viaggio verso Léopoldville (l’attuale Kinshasa) dopo essere stato infettato, probabilmente durante una battuta di caccia, da uno scimpanzé portatore del ceppo di SIV (simian immunodeficiency virus) più simile a quello dell’HIV che si conosca».
E’ così che è cominciata la lenta propagazione dell’AIDS da Kinshasa, allora oscura città dello Stato Libero del Congo, regno privato di Leopoldo II del Belgio, che poi si sarebbe diffuso in Africa seguendo i percorsi delle ferrovie.
La prima pubblicazione su  un caso di AIDS  risale al 1981 e l’identificazione dell’HIV-1, il più diffuso nel mondo, è del 1983.  Nonostante tutte le teorie complottiste circolate da allora, non ci sono ormai più dubbi che l’HIV-1 sia una forma evolutasi da un virus che è  passato dalla scimmia all’uomo e poi portato da qualcuno, quasi 100 anni fa, dalle foreste del Camerun fino ad una grande città africana.
Per ricostruire la storia dell’AIDS un team internazionale di virologi, genetisti e biologi  ha analizzato le sequenze genetiche di centinaia di campioni di HIV-1 prelevati nella Repubblica democratica del Congo ed in 4 Paesi vicini nel corso del XX secolo e conservati negli Usa, nel Los Alamos National Laboratory, risalendo così a subito dopo la comparsa delle mutazioni del virus e capendo dove era localizzato il primo focolaio di infezione.  Science sottolinea che « I ricercatori hanno così documentato 13 diversi episodi in cui un virus dell’immunodeficienza delle scimmie ha fatto il salto di specie e infettato l’essere umano. Ma solo il virus noto come HIV-1 di gruppo M è riuscito a diffondersi e a dar luogo a un’epidemia».
Per cercare di capire le circostanze che hanno permesso all’epidemia di diffondersi da Leopoldville/Kinshasa, i ricercatori hanno confrontato i loro risultati  con la storia delle attività umane in Africa Centrale e  Martine Peeters, virologa dell’unità multidisciplinare UMI 233 del’Institut de recherche pour le développement di Montpellier, spiega su Le Monde: «Abbiamo messo insieme i pezzi del puzzle per stabilire dove e quando il virus è transitato dal suo serbatoio animale per passare all’uomo. Questo passaggio dalla scimmia all’uomo si era senza dubbio prodotto a più riprese senza che scoppiasse un’epidemia, il virus restava relegato nella foresta, ma il virus si è trovato al posto giusto nel momento giusto e l’epidemia è iniziata».
Probabilmente il ceppo all’origine della pandemia di Aids che fino ad oggi ha infettato 75 milioni di persone aveva come ospite uno scimpanzé che viveva nel sud-est del Camerun e che è stato abbattuto per mangiarne la carne, oppure qualcuno si è infettato attraverso una ferita,  è questo cacciatore umano contaminato che ha portato  il virus a Leopoldiville/Kinshasa dove, secondo gli archivi coloniali, all’epoca c’era un intenso sviluppo degli scambi commerciali fluviali tra Camerun e Congo, soprattutto per l’avorio ed il caucciù.
Dopo, tra gli anni ’20 e ’50, l’urbanizzazione ed i trasporti, in particolare quelli ferroviari, hano fatto il resto, collegando l’industria mineraria coloniale a Kinshasa.  Nel 1937, l’antenato dell’HIV-1 pandemico si era già insediato a Brazzaville, allora capitale dell’ex colonia francese del Congo ed oggi della Repubblica del Congo, a 6 km da Leopoldville/Kinshasa, sull’altra sponda del fiume Congo. Più o meno alla stessa epoca, il virus si era già diffuso in altre grandi città dell’attuale Repubblica democratica del Congo (Rdc) a sud-est di Kinshasa. Nello stesso periodo ha raggiunto  Lubumbashi e  poi Mbuji-Mayi, sempre seguendo i binari della ferrovia che traversava il Congo Belga da ovest a sud-est, trasportando nel 1922 più di 300.000 persone che nel 1948 erano più di un milione. Nel decennio successivo l’Aids ha raggiunto Bwamanda e Kisangani, nel nord-est della RDc, ma stavolta per via fluviale. E’ proprio a Mbuji-Mayi  che si sarebbero sviluppati sia il sottotipo C del gruppo M, all’origine della metà circa di tutte le infezioni nell’Africa sub-sahariana, sia il sottotipo B, responsabile della maggior parte delle infezioni in Europa e negli Usa.
L’espansione dell’epidemia è stata poi favorita dallo spostamento dei lavoratori verso le aree minerarie e i centri urbani, dall’aumento della prostituzione e dalle iniezioni per trattare le malattie trasmesse sessualmente eseguite su più persone con materiale non sterilizzato.
Quando il Congo-Kinshasa diventò indipendente nel 1960 nel Paese c’erano già lavoratori immigrati da Haiti e sono loro che hanno portato l’AIDS nei Caraibi al loro ritorno, avvenuto intorno al 1964. E’ da Haiti che il virus ha raggiunto gli Usa, mentre allo stesso tempo si stava propagando negli altri Paesi dell’Africa subsahariana.
I ricercatori hanno confermato la predominanza nell’epidemia dell’HAIV-1 del gruppo M (maggioritario) a detrimento del gruppo O e la Peeters spiega ancora: «Un virus passato dall’animale all’uomo deve potersi adattare a questo nuovo ospite, l’HIV-1 del gruppo M doveva possedere delle caratteristiche. Una volta adattatosi, il virus deve potersi replicare nell’ospite e bisogna che quest’ultimo possa trasmetterlo ad altri individui, senza di che non si può avere un’epidemia».
La ricostruzione del percorso cronologico del virus dell’AIDS, uscito dalla foresta, passato da un animale (uno scimpanzé) all’uomo (probabilmente un cacciatore) e propagatosi in una grande città sotto forma di epidemia non riconosciuta, assume un particolare rilievo mentre l’epidemia di Ebola (che sembra avvenuta più o meno con le stesse modalità) fa strage in Africa Occidentale. Secondo la Peeters «Esiste un parallelo tra le due epidemie, ma nessuno si aspettava che il virus Ebola uscisse e si trasmettesse  così velocemente, molto più velocemente dell’HIV. Bisogna dire che le vie di trasmissione non sono le stesse, essendo molto più facili per Ebola, e che l’incubazione è nettamente più breve che per il virus HIv».
La dimostrazione sta nel fatto che l’AIDS ci ha messo 60 anni per diventare epidemico, Ebola solo 40.

giovedì 2 dicembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 dicembre.
Il 2 dicembre 1913 la scrittrice Karen Blixen lascia la Danimarca per andare ad acquistare una fattoria in Africa. Da questa esperienza nascerà il bestseller autobiografico "La mia Africa".
Karen Blixen, il cui vero nome era Karen Christence Dinesen, nasce il 17 aprile 1885 a Rungstedlund, in Danimarca. Figlia di un proprietario terriero dedito alla politica (poi morto suicida) visse per lungo tempo nella residenza di campagna che il padre prima acquistò e in seguito restaurò a sue spese. Oltre alla placida routine della campagna danese Karen conobbe, almeno per la prima parte della sua vita, gli agi, i pettegolezzi e le mollezze degli ambienti "upperclass" della vicina e moderna Copenaghen.
Nel 1913 si fidanza con il cugino svedese, il barone Bror von Blixen-Finecke, e insieme a lui decide di partire per l'Africa con l'idea di acquistarvi una fattoria. La vita "civile" non sembrava adatta al carattere ribelle e forse un po' romantico della futura scrittrice.
Nei salotti si annoia profondamente, quasi sentendo che la vita le sfugge fra le mani senza aver provato emozioni reali e autentiche. L'epilogo rosa di questa specie di fuga, anche se dai caratteri non propriamente tali (almeno agli occhi delle persone che circondano i due) è costituito dal matrimonio che li ufficializza come marito e moglie, celebrato a Mombasa nel 1914. Una volta uniti e in regola con la legge, di comune accordo si trasferiscono in una grande piantagione nei pressi di Nairobi.
Purtroppo l'iniziale idillio dopo qualche anno va in pezzi. Quella che sembrava una grande storia d'amore coronata da interessi e passioni comuni si rivela in realtà una prigione difficile da sopportare. Il 1921 è l'anno del doloroso divorzio. Bror lascia l'Africa mentre Karen continua a vivere nella piantagione di caffè, ormai sua ragione di vita, facendola crescere e dirigendola con intelligenza e tenacia per ben diciassette anni.
Ma anche questa laboriosa routine sarà destinata a terminare.
L'improvvisa crisi sopravviene nel 1931 quando crolla il mercato del caffè e Karen Blixen si trova costretta a chiudere l'attività della piantagione dopo alcuni anni di stentata sopravvivenza. A questo punto ragioni economiche più che sentimentali la costringono a lasciare l'Africa e a tornare alla casa di famiglia, dove si dedica con intensità alla scrittura.
Fra le molteplici storie che scrive una in particolare è destinata a rievocare i suoi anni africani. Questa sorta di diario intimo, considerato il suo capolavoro, altro non è che il celeberrimo "La mia Africa", titolo che vedrà la luce solo nel 1937.
La prima pubblicazione che però la vede affermarsi sul mercato è "Sette storie gotiche", edito in Inghilterra e in America nel 1934.
Malgrado la bruciante nostalgia per il Kenya, nostalgia che ha tutti i caratteri di un vero e proprio "mal d'Africa", la scrittrice passerà il resto dei suoi giorni in Danimarca, peraltro afflitta da una salute malferma e vacillante, forse attribuibile secondo alcune ricostruzioni ad una malattia venerea mal curata che avrebbe contratto dal marito durante il primo anno di matrimonio.
Gli ultimi anni dunque sono particolarmente tristi e delicati. Minata dall'inesorabile malattia che non le lascia un attimo di tregua, trascorre lunghi periodi in ospedale, talvolta impossibilitata addirittura a scrivere o ad assumere la posizione seduta. Per dare corpo alla sua creatività si affida alla segretaria, depositaria fedele e trascrittrice attenta delle sue flebili dettature.
La fine arriva il 7 settembre 1962 quando Karen Blixen ha da poco superato i settantasette anni.
Una particolarità di questa autrice è che lungo tutta la sua carriera ha amato celarsi dietro numerosi pseudonimi: da Isak Dinesen a Tania Blixen fino ad arrivare al mascheramento androgino con le pubblicazioni a nome di Pierre Andrézel. Questo strano e per certi versi incomprensibile atteggiamento attirò su di lei un gran numero di pettegolezzi, anche relativamente all'originalità dei suoi scritti. Resta il fatto che Hemingway, al momento della consegna del premio Nobel, insinuò che il suddetto premio avrebbe dovuto essere anche assegnato alla gran signora venuta dal Nord.
Nel 1985 Sydney Pollack fece una famosa trascrizione cinematografica del suo romanzo africano, con Maryl Streep e Robert Redford, che gli valse ben sette premi Oscar l'anno successivo (Miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura non originale, miglior fotografia, miglior scenografia, miglior sonoro e miglior colonna sonora).

martedì 6 luglio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 luglio.
Il 6 luglio 1967 le truppe nigeriane invadono il Biafra.
La guerra del Biafra ha segnato, sotto diversi aspetti, l'affermarsi di un nuovo periodo storico e culturale per l'intera umanità. E' stata una tragedia di proporzioni enormi (si stimano quasi 3 milioni di morti, di cui due terzi - in gran parte bambini - dovuti alla fame) di cui le immagini dei bambini gravemente malnutriti hanno girato il mondo. E' stato il punto di avvio per una nuova generazione di "militanti umanitari" infrangendo la regola della neutralità a favore dell'idea del diritto d'ingerenza nelle questioni internazionali, non più riservate solo a diplomatici e militari (dall'esperienza dei medici francesi in Biafra con la Croce Rossa e in particolare di Bernard Kouchner, nascerà nel 1971 Medecins Sans Frontieres - Medici Senza Frontiere).
Infine vi è un aspetto marginale, e perfino offensivo delle popolazioni Igbo, ed è quello dell'uso dei "bambini del Biafra" nel linguaggio comune da parte delle mamme per convincere i propri figlioli (spesso grassottelli) a non buttare il cibo ("pensa ai bambini del Biafra che non hanno nulla da mangiare") sia per indicare genericamente una magrezza esagerata ("sembri un bambino del Biafra"). Insomma la parola Biafra è diventata una sorta di neologismo come sinonimo di povertà infinita.
La guerra del Biafra durerà dal 6 luglio 1967 al 13 gennaio 1970, e sarà determinata dal tentativo di secessione della provincia sud-orientale della Nigeria, popolata da etnia Igbo, cristiana ed animista, che scatenerà la risposta del governo centrale nigeriano.
Ma come si arriva alla dichiarazione della secessione?
Tutto ha inizio il 15 gennaio 1966, quando sulla base di presunti (e probabilmente veri) brogli elettorali che hanno favorito le popolazioni del nord, alcune sezioni dell'esercito, principalmente di etnia Igbo, guidate dal generale Johnson Aguyi-Ironsi, attuano un colpo di stato.
Il 29 luglio 1966, l'esercito "settentrionale", etnie Yoruba e Hausa, organizzano un contro-golpe, dando il potere al colonnello Yakubu Gowon e massacrando le minoranze cristiane Igbo del nord. Gli Igbo del Biafra saranno completamente esclusi dal potere.
Le popolazioni del Sud, preoccupate che il nord si impadronisse delle grandi risorse petrolifere presenti nel loro territorio (delta del Niger) - si calcoli che nel 1966 la Nigeria ha estratto 20 milioni di tonnellate di petrolio e di queste 17 provenivano dal Biafra- il 30 maggio 1967, guidate dal governatore militare del Sud-Est, col. Odunegwu Ojukwu, dichiarano la seccessione dalla Nigeria della Repubblica del Biafra, con capitale Enugu.
La nuova nazione sarà ufficialmente riconosciuta solo dal Gabon, da Haiti, dalla Costa d'Avorio, dallo Zambia e dalla Tanzania.
Il 6 luglio 1967 l'esercito nigeriano entra in Biafra occupando le città di Nsukka e Garkem e decretando l'inizio della guerra.
Dopo una controffensiva del Biafra (che giungerà a 200 km da Lagos), la guerra assume la forma di assedio. La truppe nigeriane dopo aver conquistato i porti, determinano il blocco completo navale, terrestre e aereo.
La lenta agonia del Biafra ha inizio. Le foto dei bambini malnutriti iniziano a girare il mondo e volontari iniziano ad effettuare ponti aerei a favore della popolazione affamata. Non mancheranno ovviamente accuse di infiltrazioni mercenarie e di contrabbando di armi. I volontari della Croce Rossa saranno attaccati dall'esercito nigeriano.
In questo clima, il 9 maggio 1969, avviene un fatto che colpisce direttamente l'Italia. Dieci tecnici italiani e un arabo vengono uccisi nei campi petroliferi dell'ENI da un commando di soldati del Biafra. Altri 3 italiani, saranno rapiti e rilasciati secondo fonti non confermate con un riscatto di 12 miliardi di lire. Mentre milioni di bambini morivano di fame, nello stesso luogo qualcuno continuava ad estrarre, noncurante, il petrolio.
Nel giugno 1969, oramai stremato dall'assedio, il Biafra tenta l'ultima disperata offensiva sostenuta da mercenari stranieri (tra cui lo svedese Carl Gustav von Rosen, aviatore pioniere e già istruttore in Etiopia dell'Ethiopian Air Force).
Il 23 dicembre 1969 le forze nigeriane spezzano in due il Biafra e il 7 gennaio lanciano l'offensiva finale. Il 13 gennaio cadrà l'ultima città e Ojukwu dichiara la resa fuggendo in Costa d'Avorio e lasciando al suo vice, Philip Effiong, il compito di negoziare.
Il bilancio finale sarà catastrofico: oltre 3 milioni di morti di cui un milione e duecentomila in battaglia e quasi due milioni per fame.
L'intera regione distrutta (ancora oggi vi sono i segni) , l'etnia Igbo discriminata e ridotta tra i gruppi etnici più poveri dell'Africa Centro-Occidentale.
I paesi stranieri non furono assolutamente estranei a questo conflitto. Gli Stati Uniti - all'epoca impantanati nel Vietnam - avevano altro a cui pensare. La Nigeria fu rifornita di armi dalla Gran Bretagna in quanto ex colonia, dalla Russia e dall'Egitto. Il Biafra ottenne l'appoggio della Francia (in chiave anti inglese per il controllo dei territori africani), oltre che del Sudafrica e della Rhodesia (futuro Zimbabwe). Inoltre determinante fu il ruolo del Portogallo (unico paese all'epoca ad avere ancora ampi territori in Africa) di sostegno al Biafra attraverso la colonia di Sao Tomè e Principe. A Lisbona fu stampata la moneta del Biafra e vi furono insediati gli uffici di rappresentanza del governo del Biafra.
Nel 1999 il neo eletto presidente Obasanjo, che aveva combattuto nella guerra del 1967-70, (guiderà la Nigeria dal 1999 al 2007) tentò una timida riconciliazione con il Biafra (riconoscendo la pensione ai militari congedati dopo la guerra e che aveva combattuto per l'indipendenza).
Le questioni che erano alla base della guerra del Biafra - gli interessi derivanti dai ricchi giacimenti di petrolio della regione - appare ancora oggi irrisolta, anzi è all'attenzione della comunità internazionale per quello che già si configura come il conflitto del delta del Niger. Nel 2009 la Nigeria ha estratto 122,1 milioni di tonnellate di petrolio - (12° paese nel mondo e primo dell'Africa).
Dal 1999 è inoltre attivo nell'area del Biafra (oggi popolata da circa 40 milioni di individui di etnia Igbo) il gruppo Massob (Movimento per la creazione dello stato sovrano del Biafra) che si richiama, idealmente alle rivendicazioni secessionistiche degli anni '60.


martedì 10 novembre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 novembre.
Il 10 novembre 1871 a Ujiji, in Africa, l'esploratore statunitense Henry Morton Stanley riesce a ritrovare un altro famoso esploratore e missionario che si era disperso, il dott. David Livingstone.
Livingstone aveva esplorato gran parte dell'Africa centrale, scoprendo le cascate Vittoria (a cui diede il nome della regina) e andando alla ricerca delle sorgenti del Nilo. In una di queste missioni perse il contatto con il mondo esterno, a causa della malaria e di altri pericoli che avevano decimato i componenti della sua spedizione.
Il proprietario del giornale per il quale lavorava Stanley finanziò la missione per andare alla sua ricerca, che diede i suoi frutti il 10 novembre 1871 allorchè Stanley, una volta individuato l'esploratore disperso, lo apostrofò con la frase rimasta celebre ("il dottor Livingstone, presumo"). In verità non è affatto certo che fu questa la frase pronunciata da Stanley al momento dell'incontro, ma è comunque rimasta nel lessico collettivo a simboleggiare tutto il formalismo britannico del periodo vittoriano.
Stanley rimase un anno insieme a Livingstone nel quale giunsero alla conclusione che non c'era alcun nesso tra le sorgenti del Nilo e il lago Tanganica. Nel 1873 Livingstone morì in Zambia di malaria e per una emorragia interna dovuta a una occlusione intestinale. Il suo corpo, portato per oltre mille miglia dai suoi leali assistenti Chuma e Susi, ritornò in Inghilterra per essere sepolto nell'Abbazia di Westminster; il suo cuore venne invece sepolto nel luogo dov'era morto, sul Lago Bangweulu, a Chitomba.

lunedì 20 agosto 2012

Infine si è sposata con un albero #Kadd, secondo la tradizione #animista - Gianni #Celati, Passar la vita a #Diol Kadd, #Diari 2003-2006, #citazione, #Africa, #islam, #animismo, #tradizione #orale

Sul fondatore di Diol Kadd

C'è un argomento che gli anziani trattano con cautela, ed è la memoria della fondazione di Diol Kadd, che risale a circa tre secoli fa. Il fondatore è stato un certo Ibra N'Diaye, che sarebbe l'antenato di Mandiaye e della maggior parte degli abitanti attuali di Diol. Per saperne di più Mandiaye è andato a trovare un altro anziano, il signor Niang, enciclopedia vivente del passato locale. Secondo la prodigiosa memoria del signor Niang, il fondatore di Diol era un personaggio originario della regione di Kajor (Thiès), che verso la metà del Settecento ha abbandonato la famiglia per creare una piccola Daara (scuola di studio coranico). E come san Francesco ha abbandonato la famiglia per predicare un altro modo di vita, così Ibra ha deciso di entrare nel cuore del territorio serèr per predicare l'Islam in nome dello sheikh Ahanad Tidjiani (diffusore dello studio coranico con forti tendenze sufi). Quello studio si è sparso in modo nuovo nel Settecento, dal Marocco all'Algeria, per sbarcare tra le colonie fulbe (ossia peul), nell'alto Senegal. A quell'epoca la zona dove adesso sorge il villaggio di Diol Kadd era abitata da Serèr – e i Serèr erano l'unica etnia in tutto il centro del Senegal che non si fosse convertita all'Islam, mantenendo stretti legami con l'animismo.

Sviluppo d'una nuova cultura

Secondo il signor Niang, il suddetto Ibra N'Diaye doveva essere un capo spirituale islamico, ma doveva essere allo stesso tempo anche un capo spirituale animista che aveva legami di stregoneria con il Djaraaf (rappresentante del governo) dei Serèr. Pare che il suo compito fosse quello di salvaguardare il potere del Djaraaf, proteggendolo dai malefici. Per questo gli fu concesso uno spazio dove abitare e coltivare la terra e fondare le prime scuole coraniche della zona che poi si chiamerà Diol Kadd. Queste scuole debbono essere state il corrispettivo di quell'apertura mentale che nella stessa epoca in Europa si è chiamata Illuminismo.
Invece dell'enciclopedia e del pensiero di Rousseau qui c'era il Corano da studiare, con influenze sufi: ma si trattava di un'educazione che portava circa allo stesso risultato. Portava alla nascita d'una nuova cultura, dove la tolleranza e la fratellanza tra gli uomini diventano criteri fondamentali d'un modo di vivere, sganciato dalle culture arcaiche o tribali. Mandiaye dice che gli abitanti di Diol sono Serèr convertiti alle nuove tendenze, gente che ha dimenticato la propria origine e imparato a leggere il Corano, abbandonando rituali ancora praticati a cinque chilometri da qui (come il rito iniziatico ancora praticato dai Serèr). Altra cosa: l'educazione nelle scuole coraniche nella nuova cultura andava assieme a un'iniziazione all'agricoltura, con le colture del miglio e dell'arachide, che restano ancora i due generi di coltivazioni praticati a Diol Kadd. Sulla trasmissione del potere. In un'altra visita al signor Niang, Mandiaye ha appreso che Ibra N'Diaye doveva essere un meticcio peul-mauritano, come si capisce dai suoi legami con i Mauri di St-Louis (luogo di arrivo delle nuove dottrine di origine sufi e di fioritura delle scuole coraniche). Dal suo cognome si sente l'origine di Daara Djolof dei Fulbe del Nord. La sua prima moglie era una Serèr, che gli era stata concessa dal governatore serèr quando Ibra aveva quarant'anni. Da questa moglie serèr discende la linea dei cosiddetti tradizionalisti di cui fa parte anche Mandiaye. All'età di cinquant'anni Ibra ha sposato una seconda moglie, questa proveniente dalle sue zone d'origine, nell'area di Kadjor; e da lei discendono tutti i cosiddetti progressisti del villaggio, che ereditano il potere del capo. Il potere va nelle mani del capo del villaggio, come quello attuale, lievemente panciuto. In conclusione, gli abitanti di Diol hanno lo stesso antenato ma sono divisi in due gruppi, uno di discendenza paterna e uno di discendenza materna: gruppi che hanno convissuto pacificamente. E se il potere è del capo progressista, le decisioni sono prese dai due gruppi insieme. Per tradizione il villaggio appartiene a tutti i suoi abitanti. Studiare il Corano e imparare la coltivazione. Nelle scuole coraniche, insieme alla lettura che si faceva e si fa adesso, gli alunni erano avviati a imparare la coltivazione, con i loro prodotti classici (miglio e arachidi) tutt'ora i prodotti classici degli abitanti di Diol Kadd. Ma nel corso del tempo, quelle due coltivazioni hanno largamente contribuito a un impoverimento del terreno nelle zone savanicole, disseccando parte delle zone coltivate, con il risultato che nel giro di tre decenni tutto il panorama dei dintorni si è trasformato e spesso inaridito vertiginosamente. Sentieri sabbiosi, arbustivi. Di qui sono nate queste colture della savana, in parte zone di riserva, altre come punti che gli abitanti curano con una accanita dedizione per gran parte dell'anno.

[…]

Mandiaye mi scrive una lettera di notte

Tutto questo andrebbe riscritto meglio, perché sembra un eden pre-coloniale. Ma la bellezza delle storie di Mandiaye sta nel suo modo di raccontarle: e se togli di mezzo quel parlare che va verso uno sfondo lontano, tutto diventa una ridicola fantasia. Nell'aprile 2002 avevo scritto a Mandiaye di raccontarmi tutte le storie che ricordava sulla sua famiglia, sul suo villaggio, sulla sua infanzia a Diol Kadd, e sulla sua vita da ragazzo a Dakar. Mandiaye dice che dopo aver letto la mia lettera ha passato il resto della notte con la testa piena di visioni. E ha sognato a lungo, poi si è alzato dal letto per descrivermi le visioni avute. Nella lettera che mi ha mandato dice: "Davanti agli occhi mi passavano moltissime immagini del villaggio, e ho visto le capanne, e gli animali, gli anziani, e tanti bambini che correvano di qua e di là. Ho visto i campi di arachidi e i campi di miglio, ho visto i giganteschi baobab della savana, e gli alberi del tamarindo. Poi ho visto me stesso nella mia infanzia, come se facessi una discesa verso i miei antenati. Ho visto tante facce che conoscevo e altre che non conoscevo, in particolare mi sono incantato su una faccia che conoscevo ma non ho mai visto – cioè la faccia di mio nonno Seleman, padre di mio padre, che non ho mai conosciuto di persona...". Nella lettera rievoca la sua scomparsa, secondo i racconti di sua nonna Nogaye, moglie di Seleman. Questa gli raccontava che Seleman era scomparso volando in aria, e che un giorno o l'altro sarebbe tornato. Comunque, sono passati gli anni e s'è visto che Seleman non tornava. Parenti e anziani sollecitavano Nogaye a prendersi un altro marito, ma lei non voleva saperne. Così infine s'è sposata con un albero kadd, secondo la tradizione animista.



(Gianni Celati, Passar la vita a Diol Kadd, Diari 2003-2006, Milano, Feltrinelli, 2011, pp. 82-86)





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