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venerdì 14 dicembre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 dicembre.
Il 14 dicembre 1546 nasce in Danimarca Tycho Brahe.
Come Copernico era stato il primo europeo dal tempo dei greci ad innalzarsi all'altezza di Aristarco e di Tolomeo nel campo teorico, così Tycho Brahe fu il primo ad innalzarsi all'altezza di Ipparco nel campo dell'osservazione astronomica. 
Sinceramente contrario alla teoria copernicana, il suo sistema era ancora geocentrico anche se diverso dal sistema Tolemaico. Egli infatti immaginava che la Terra fosse immobile al centro dell'universo, che il Sole e la Luna ruotassero attorno alla Terra  e che tutti i pianeti ruotassero attorno al Sole. 
 Fino alla fine della sua vita egli non fu capace di accorgersi che questa cosiddetta nuova teoria era esattamente uguale a quella di Copernico. Infatti dal punto di vista matematico, la trasformazione da un sistema all'altro è insignificante. 
Pur essendo ingenuo in campo teorico, il suo lavoro di osservazione fu preziosissimo per lo sviluppo successivo dell'astronomia. 
Nato in Danimarca, a Knudstrup, Tycho era figlio del governatore del castello di Helsingborg. 
Dopo aver compiuto gli studi a Copenaghen e in Germania, si interessò presto di astronomia e di astrologia. Possiamo già farci un'idea della sua particolare personalità da un fatto curioso: arrivò a sfidare a duello un compagno di studi che aveva osato mettere in dubbio le sue capacità matematiche. Ci rimise il naso che si fece poi ricostruire con una protesi in oro.
Osservando nel 1563 una congiunzione di Giove e Saturno si rese conto che anche le più recenti e aggiornate tavole astronomiche (le Tabulae Prutenicae di Erasmo Rehinold) erano in errore di parecchi giorni. 
 Cominciò a progettare e  collezionare strumenti di osservazione sempre più imponenti fra cui un grande quadrante per osservazioni stellari e un globo celeste sul quale andava segnando le posizioni delle stelle confermando ancora  l'imprecisione e la lacunosità delle misurazioni astronomiche fino ad allora eseguite. 
Il grande contributo di Tycho Brahe all'astronomia fu infatti soprattutto quello di imporre l'esigenza di misurazioni e osservazioni continue e sempre più precise, a differenza dei precedenti astronomi che, influenzati dalla concezione aristotelica, davano molta più importanza agli aspetti qualitativi che a quelli quantitativi. 
Nel novembre del 1572 compariva una stella molto luminosa nella costellazione di Cassiopea. Si trattava di una supernova. Tycho la osservò accuratamente nelle sue fasi di luce, notando che doveva essere molto più lontana della Luna. Infatti non presentava nessuna parallasse sensibile e quindi doveva appartenere al cielo delle stelle fisse. La cosa dovette suscitare un certo scalpore negli ambienti accademici, visto che si riteneva che tutti i corpi celesti appartenenti al cielo delle stelle fisse non avrebbero dovuto essere soggetti a mutazioni e corruzioni. 
Viaggiò parecchio in Germania e in Italia, pensando poi di andare a stabilirsi a Basilea con la famiglia. Il re Federico II, che era un protettore delle arti e delle scienze, per timore di perderlo gli fece un dono favoloso: gli conferì l'isola danese di Hveen con tutte le rendite che produceva e si impegnò a costruirgli un osservatorio a spese dello stato. 
Nacque così un grande edificio chiamato Uranjborg (castello del cielo), una singolare costruzione situata nel mezzo di un giardino quadrato circondato da mura come una fortezza e orientato con i vertici verso i quattro punti cardinali. Il castello possedeva torri di osservazione con tetti mobili, una biblioteca, un laboratorio di alchimia e altri locali di lavoro e di abitazione. Vi installò molti strumenti astronomici (sestanti, armille equatoriali, strumenti parallattici, orologi ecc.). Un secondo edificio, costruito da Tycho in seguito, fu chiamato Stjerneborg (castello delle stelle). Aveva la particolarità di essere in gran parte sotterraneo, probabilmente per porvi gli strumenti in posizioni più stabili che non sulle terrazze. I tetti di questi vani sotterranei erano a forma di cupola e le osservazioni potevano essere eseguite attraverso delle aperture praticate sulle cupole stesse. 
Visse a Uranjborg per vent'anni, durante i quali raccolse un'ampia collezione di dati che gli sarebbe servita in seguito per costruire il suo nuovo sistema cosmologico. 
La megalomania di cui soffriva lo portò presto a tiranneggiare i poveri abitanti dell'isola di Hveen con balzelli non dovuti e condanne per insolvenze. Si circondò persino di una incredibile "corte" con tanto di "nano-buffone" che pranzava sotto la tavola.
Proprio per porre un freno a questa situazione, il successore di Federico II cominciò a limitarne gli appannaggi di cui godeva e  Tycho, offeso, abbandonò l'isola e  riprese le sue peregrinazioni per l'Europa portandosi dietro la famiglia e i suoi numerosi strumenti. Finì alla corte di re Rodolfo II (personaggio altrettanto eccentrico) con l'incarico di Mathematicus imperialis. Nel 1600 incontrò Keplero nel quale Tycho sperava di trovare un fedele discepolo della sua teoria, ma il rapporto tra i due astronomi fu breve e insofferente. Tycho infatti morì nel 1601 misteriosamente senza riuscire a convincere Keplero sul suo sistema geocentrico.  
L’enigma della morte di Tycho Brahe è stato definitivamente svelato. Il Dipartimento della Cultura di Praga ha accordato ad alcuni ricercatori il permesso di aprire la tomba dell’astronomo, che si trova nella cattedrale di Tyn, nella stessa città di Praga. Un gruppo di esperti danesi e cechi è stato in grado di compiere un’analisi dettagliata sulle ossa dell’astronomo, sui capelli e sull’abbigliamento rimasto, nel tentativo di trovare la risposta a un mistero vecchio di secoli, e cioè se sia stato assassinato o no. Anche se gli storici hanno generalmente attribuito la sua morte a problemi alla vescica o a calcoli renali, alcuni credono che egli possa essere stato avvelenato. Molti ricercatori credono che possa essere morto, accidentalmente o intenzionalmente, per avvelenamento da mercurio. La questione è stata ripresa negli ultimi anni, dopo che un professore svedese ha scoperto un diario in cui un lontano parente di Tycho Brahe, Erik Brahe, sosteneva che l’astronomo era stato avvelenato.
Occorre però ricordare che questi uomini che fecero la storia dell’astronomia e cambiarono definitivamente le conoscenze erano e rimanevano uomini, dotati di virtù che li hanno resi grandi, ma anche di vizi che li accomunano a noi “comuni mortali”. Tycho Brahe non fece eccezione: vita sessuale movimentata, duelli, interesse nell’alchimia e una morte ancora velata da un alone di mistero. Si pensi, per esempio, al già citato duello in cui Tycho Brahe perse parte del naso durante la sua permanenza all’ Università di Rostock; questa menomazione lo costrinse ad indossare una protesi metallica per il resto della sua vita.
L’episodio, prima di giungere alla questione della sua morte, merita un piccolo approfondimento: la discussione con Manderup Parsbjerg, membro della nobiltà danese, sfociò in un duello al buio che gli costò il setto nasale, costringendolo a portare una piastra di rame per coprire la cavità nasale esposta. La ragione dello scontro non fu una donna, non furono i soldi, ma una diatriba matematica a noi sconosciuta.
Questa mutilazione, contrariamente a quanto si possa pensare, non fece altro che contribuire a rendere Brahe l’uomo di scienza che diventò nel futuro: da quel momento, infatti, Brahe si interessò anche di medicina e di alchimia, oltre a divenire uno degli uomini più facoltosi di Danimarca.
Tycho Brahe, nel corso della sua vita, ebbe modo di entrare quotidianamente a contatto con il mercurio, sia per le sue attività di alchimista, dove il metallo era ampiamente utilizzato, sia per gli unguenti e le polveri medicinali che egli stesso si preparava ed assumeva. È noto che lo stesso imperatore Rodolfo si fece più volte curare da Tycho con preparati di cui non si conosce l’esatta composizione, e sarebbe interessante verificare se anche i baffi dell’imperatore conservino tracce di mercurio (fra l’altro, intorno al 1610, lo stesso imperatore fu vittima di strani attacchi di pazzia che potrebbero essere stati prodotti dal mercurialismo, un avvelenamento del sangue dovuto all’ingestione o all’inalazione di mercurio).
Ricordiamo che Tycho fece uso per decenni di una pomata con la quale si ungeva il moncherino che aveva al posto del naso, triste ricordo del duello giovanile, moncherino che poi ricopriva con la protesi in lega d’oro e d’argento. E non è da escludere che in tale impiastro ci fosse del cinabro (solfuro rosso di mercurio) o l’acqua fagedenica (bicloruro di mercurio sciolto in acqua di calce), con proprietà cicatrizzanti e disinfettanti, che nel corso del tempo possono aver prodotto il mercurialismo riscontrato nei baffi analizzati all’università di Copenaghen.
Nel 1901, a circa trecento anni dalla morte di Tycho Brahe, il suo corpo venne riesumato e mostrò livelli alti di mercurio, cosa che portò a pensare che la vescica potesse non essere stata la causa della sua morte. La leggenda infatti vuole che la vescica di Brahe esplose durante un banchetto reale a causa di una grave infezione contratta undici giorni prima. A seguito di un tentativo estremo di contenersi educatamente durante questo banchetto importante, Tycho morì per il cedimento della propria vescica. A quell’epoca, infatti, alzarsi da tavola prima di chi aveva un rango più nobile era considerato estremamente maleducato e inopportuno.
Jens Vellev della Aarthus University ha guidato un team di scienziati nella riapertura della tomba dell’astronomo, allo scopo di ottenere campioni migliori di quelli prelevati oltre un secolo fa. Le analisi di Vellev sembrano sorprendentemente escludere l’ipotesi dell’avvelenamento da mercurio. “Tutti i test hanno dato lo stesso risultato: quelle concentrazioni di mercurio non erano sufficienti per ucciderlo”.
Brahe non avrebbe subito alcun avvelenamento da mercurio. Al contrario, sembra che non sia stato mai esposto a questo metallo negli ultimi 5-10 anni della sua vita, e la descrizione della sua morte fatta da Keplero sarebbe coerente con il decesso per una grave infezione alla vescica.

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