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sabato 25 agosto 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi



Buongiorno, oggi è il 25 agosto.
Il 25 agosto 1975 esce il terzo album di Bruce Springsteen, intitolato Born to run.
Qualsiasi siano i vostri gusti musicali, dovrete arrendervi e ammettere che di gente come lui ce n'è poca in giro: una carriera più che trentennale, caratterizzata da dischi capolavoro, e un'ispirazione che non è quasi mai venuta meno. Nell'ultima annata, per esempio, ha pubblicato due ottimi dischi live, Hammersmith Odeon London '75 di inizio carriera e il più recente Live in Dublin: Bruce Springsteen with the Session Band, senza contare il tributo a Pete Seeger di We Shall Overcome (edito appunto con il sottotitolo di The Seeger Sessions) e il buon Magic, che rispetta in pieno la promessa del titolo. Considerando che almeno il 90% dei cantanti che possono vantare una militanza di 25 o più anni nella produzione musicale oggi sono quasi la parodia di sé stessi (vedi alla voce Rolling Stones) o decisamente fuori fuoco (vedi alla voce Neil Young), Springsteen è un esempio di coerenza e progressiva innovazione al tempo stesso che non può lasciare indifferenti.
Bruce Springsteen esordì nel 1973 e i suoi due primi album erano caratterizzati da un rock vivo e grezzo, salvo qualche ballata melodica, che già allora colpì qualche critico ma rimase pressoché sconosciuto al di fuori degli States. Springsteen aveva come caratteristica i testi molto lunghi e abbastanza articolati, che parlavano di motori, corse e personaggi ribelli, elevati quasi ad eroi in un'America che non mantiene mai quel che promette. Il 1975 è l'anno della svolta definitiva, che marchierà a fuoco il corso della musica: esce infatti Born To Run, otto canzoni di passione. Il disco riscosse subito un grandissimo successo commerciale anche grazie alla massiccia trasmissione della title-track sulle radio nazionali statunitensi, e vinse più volte il disco d'oro e di platino. Tuttora questi otto brani rimangono tra i più amati dai suoi fan, e spesso il Boss non esita ad eseguirli durante i live.
Born To Run può essere considerato come un chiavistello che di scatto scardina un'altra porta musicale, assegnando nuove parti alle chitarre e giostrando la voce sovrapponendola spesso alle tastiere, che nella maggior parte della discografia springsteniana rivestono parti importanti. L'avvio è fulminante: Thunder Road inizia con un piccolo accenno di fisarmonica e la tastiera, che poi prosegue a sostenere la voce di Springsteen finché nella canzone non si inseriscono chitarra e percussioni, perfettamente incastonate anche in improvvise frenate e leggeri cambi di ritmo; sul finale si inserisce anche il sassofono e ritorna prepotente la tastiera, a segnare una chiusura veramente epica alla canzone. Il cantato occupa molto spazio, ma le parole sono lanciate con una tale espressione che le frasi diventano un fuoco che incendia tutto quello che c'è intorno, sollevato dal vento della musica; proprio per questo motivo, anche se spesso i testi si dilungano, la voce non annoia mai, in un concentrato di espressione rabbiosa e speranzosa insieme.
Subito dopo c'è la sterzata di Tenth Avenue Freeze Out, che più che al rock attinge alla tradizione folk e lo mostra evidentemente: le chitarre sono infatti relegate momentaneamente in secondo piano con alcuni accordi, mentre i fiati compaiono dall'inizio e scavano una veloce e calda base, accentuata molto anche dalle note ripetute della tastiera. Gli strumenti musicali si lasciano andare a momentanei virtuosismi, con Springsteen che ripete e ripete il titolo, si crea quasi un piacevole loop, che viene sciolto da contemporanee riprese degli strumenti e la canzone finisce prima di quanto ci si aspetti. Con Night si ritorna invece sulla carreggiata del rock sostenuto e le chitarre che tracciano le trame principali, semplici e a tratti più estese, qui sostenute anche da un ottimo lavoro alle percussioni.
Ciò che rende il brano unico è il raggiungimento della perfetta forma-canzone springsteniana: cantato che, al solito, occupa gran parte della canzone ma che si avverte quasi come uno strumento umano, perché scandito dalle pause ripetute a fine strofa e dall'inserimento finale di fiati passionali e puntuali. Senza tregua, si viene subito lanciati nella monumentale Backstreets, che si dilata come un'equazione: aggiungi minuti e musica, ma il risultato non cambia, l'uguaglianza tra emozione e melodia resta la stessa: un minuto di introduzione pianistica, dissolta nelle formidabili aperture successive su cui il Boss non canta solamente, stavolta quasi urla nel ritornello senza però mai "steccare"; i tasti bianchi e neri si susseguono in cambi di ritmo incastonati l'uno con l'altro e la chitarra trova anche un breve assolo a metà brano; poi la situazione si rilassa in un crescendo che culmina con la frase "I'm on the backstreets" ripetuta a mille mentre la base musicale si impenna per poi atterrare dolcemente alla fine.
Si apre in seguito quello che è il brano più conosciuto dell'album a livello generale, la title-track Born To Run, che si merita però il successo riscosso: appoggio iniziale sulla rullata di batteria, poi a proseguire è tutta una meraviglia che procede senza mai guardarsi dietro con l'avanzare progressivo di doppie tastiere, chitarre, percussioni-metronomo e fiati cadenzati, tutto che si scambia il palcoscenico a turno: e così ora vieni addolcito dagli effetti tastieristici, ora ti emozioni su un giro di chitarra, ora balli sul sax scolpito in prima linea e mentre tutto risuona fastosamente Springsteen canta "baby, we were born to run" e tutto ha un senso, compiuto, meraviglioso.
La successiva She's the one ha la stessa durata e la stessa carica di intensità: Bruce inizia subito a dare carezze e schiaffi con la voce mentre sotto di lui lavorano una tastiera a scale crescenti e una chitarra ad accordi, poi alla pronuncia del titolo la strada si fa maggiormente in salita, e con le corde domina i tasti e l'onda del rock travolge la melodia; altra ripetizione del titolo e le chitarre variano ancor di più, con ancora l'inserimento, usato molto spesso in verità, del sassofono sul finire della canzone ed è ancora una festa di colori e di suoni, ripartiti in picchi e virtuosismi finali. Si ritira un po' il fiato con Meeting Across The River: una semplice ballata pianoforte, fisarmonica e leggeri archi a tinte acquarello a fare da cornice agli stacchi di sassofono, stavolta discreto e più evocativo che passionale, e le frasi amplificate dal microfono; per una volta, invece di un mare in tempesta, troviamo bonaccia, solo un po' di brezza. Ed è un bene. Per l'ultimo brano sarebbe lecito attendersi ancora qualcosa di più movimentato dopo questa parentesi melodica; puntualmente questo arriva, ma è molto di più di una semplice accelerazione, è lo scatto finale che permette al bravo corridore di vincere la corsa.
Pianoforte arrembante e sciolto, chitarra che graffia; immaginate una palla di neve fatta rotolare su un pendio nevoso, si ingrandisce pian piano e diventa talmente grande che alla fine è impossibile fermarla anzitempo. E' proprio così: ci si trova catapultati all'improvviso all'interno di un assolo coinvolgente mentre Springsteen domina ancora tutto con le parole. Ancora una cancellatura veloce, che permette di riscrivere ma non elimina del tutto quello che era stato fatto prima: si inseriscono fiati lenti nell'incedere e una scena è solo per loro, poi tornano ancora tastiere ed eccellenti percussioni per una conclusione semplice a sfociare in poche note; da poche diventano un fiume in piena che rompe ancora gli argini e allaga la fertile pianura del rock. Tutto questo è Jungleland, 9 minuti di emozione pura.
Born To Run era solo l'inizio per questo ragazzo che non credeva più nel sogno americano, e che però ne stava costruendo uno personale, molto più grande. Nel maggio del 1974 il critico musicale Jon Landau disse: "Ho visto il futuro del rock e il suo nome è Bruce Springsteen". Riascoltando questo disco non si può far altro che dargli ragione.

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