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martedì 16 aprile 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 aprile.
Il 16 aprile 1971 i Rolling Stones pubblicano "Brown Sugar", una hit che conquisterà le vette delle classifiche musicali di tutto l'Occidente.
I Rolling Stones sono uno dei gruppi rock più famosi del pianeta e uno dei più importanti dell’intera storia del rock. Di origine britannica, sono formati da Mick Jagger (voce, armonica, chitarra), Keith Richards (chitarra, voce), Ronnie Wood (chitarra, cori), Charlie Watts (batteria, percussioni).
Insieme sono diventati una leggenda del rock mondiale, punto di riferimento per tutti gli artisti in questo campo e soprattutto idoli per diverse generazioni di giovani e non solo. La loro musica può definirsi il perfetto mix di rock e blues, evolvendosi proprio dai ritmi del rock and roll degli anni ’50.
I Rolling Stones (spesso indicati solo come Stones) sono diventati famosi oltre che per la loro musica anche per la loro trasgressione: furono tra i primi a fare riferimento nelle loro canzoni alla droga, al sesso, all’alcool e molto spesso passarono dal testo alla realtà, trasgredendo anche nella vita e diventando icone degli eccessi. Furono infatti chiamati “brutti, sporchi e cattivi” proprio per la loro vita borderline, in contrapposizione ai Beatles, l’altro gruppo inglese entrato nella storia della musica, ma universalmente riconosciuto come quello dei bravi ragazzi.
In realtà tra i due gruppi non c’erano grosse rivalità ma rapporti di stima e di amicizia. I Rolling Stones però premevano molto su questa contrapposizione, proprio per proporsi come una band fuori dal coro e dagli schemi.
Le “pietre rotolanti” erano originariamente cinque ragazzi inglesi appassionati di rhythm & blues, che adoravano suonare la chitarra e soprattutto la buona musica. I cinque erano molto diversi per estrazione sociale e infanzia; alcuni di loro nacquero da genitori insegnanti (Lewis Brian Jones), altri invece da famiglie operaie (Keith Richards), altri ancora di estrazione sociale più elevata (Charles Watts era figlio di un pilota della RAF).
I ragazzi si conobbero sui banchi di scuola e la musica ebbe sempre un posto importante nelle loro vite: iniziarono a suonare prima da soli e poi nei gruppi parrocchiali, intraprendendo la strada della musica.
L’unione ufficiale e la nascita dei Rolling Stones avvenne il 12 luglio 1962 quando negli studi della BBC il musicista Alexis Corner chiese al gruppo di sostituirli nella registrazione televisiva: suonarono così insieme Brian Jones, Mick Jagger, Keith Richards, Mick Taylor e Ian Stewart.
L’esordio ufficiale avvenne nel tempio del rock di Londra, il Marquee e il successo fu presto enorme.
Nel gennaio del 1963 Charlie Watts entrò ufficialmente nel gruppo sostituendo Tony Chapman alla batteria.
Gli anni dell’esordio (1962-1963) li vide associarsi all’etichetta Decca Records e contrapporsi ai Beatles come immagine e target. Famoso fu lo slogan pubblicitario: “Lascereste andare vostra figlia con un Rolling Stone?”.
Nel 1965 per la prima volta ottennero un enorme successo con il brano “Satisfaction”. Proprio in questo periodo Jones e Richard introdussero la tecnica della tessitura di chitarra (guitar weaving): i due chitarristi suonano la parte ritmica e solistica nello stesso momento. Richard dichiarò che ascoltando alcuni lavori di gruppo gli venne in mente questa tecnica per far assomigliare il suono di due chitarre a quello di quattro o cinque.
Nel 1966 uscì il primo disco composto da canzoni esclusivamente scritte da loro “Aftermath”. Seguì un periodo di concerti e un successo mondiale, dal quale però i componenti del gruppo uscirono piuttosto stanchi, anche a causa dell’eccessivo uso di alcool e droga.
Nel 1969 Brian Jones morì in circostanze misteriose: venne sostituito nel gruppo da Mick Taylor. Brian sarà però sempre rimpianto per l’immagine che diede al gruppo.
Il periodo di Taylor fu però comunque importante per il riavvicinamento al blues e alla freschezza di nuovi arrangiamenti ma sarà sostituito nel 1974.
Gli anni Settanta trascorsero tra successi in vetta alla classifica, come gli album Black and blue, Love you live e Some girls.
Nel 1974 Mick Taylor decise di abbandonare il gruppo, provocando grandi difficoltà agli Stones. Venne chiamato Ry Cooder che accompagnò la band nel tour di quell’anno; alla fine anche Ry Cooder non seppe gestire la convivenza con la sregolata formazione inglese, così per sostituirlo venne ingaggiato nel 1975 Ron Wood (amico di vecchia data che lavorò in passato con Rod Stewart nel Jeff Beck Group e nei Faces).
Keith Richards e Mick Jagger iniziarono poi ad avere delle divergenze: il primo voleva tornare al rock and roll, il secondo invece avvicinarsi al pop.
Si sentì così nell’aria lo scioglimento e la crisi, sancita con la pubblicazione nel 1988 da parte di Keith Richards del suo primo album da solista (Talk is cheap).
Negli anni 90’ i Rolling Stones tornarono a calcare le scene e a produrre un album ogni tre anni, seguito da tour mondiali.
Così dal 2000 in poi proseguirono i mega concertoni che la band tenne in tutto il mondo senza mai perdere spettatori e pubblico. In Italia i Rolling Stones vennero più volte; una delle più recenti esibizioni fu quella del 22 giugno 2014 a Roma, al Circo Massimo, davanti ad un pubblico di 71.000 spettatori.
Il mito dei Rolling Stones continua attraverso le generazioni, incarnando l’ideale di musica rock, aggressiva, potente e forte. Il loro simbolo (la lingua con la bocca spalancata) è diventato una delle icone più famose del mondo a dimostrazione che nonostante tutti i cambiamenti, i periodi di crisi e lo scioglimento, i brutti-sporchi e cattivi della musica mondiale non hanno mai mollato.



sabato 9 settembre 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 settembre.
Il 9 settembre 1956 Elvis Presley per la prima volta compare all'Ed Sullivan Show, consolidando il suo successo in tutto lo USA.
Il giorno 8 gennaio 1935, sotto il segno del capricorno, in una piccola abitazione a Tupelo, Mississippi, nasce la leggenda del rock: il suo nome è Elvis Aaron Presley. La sua infanzia è povera e difficile: a soli sei anni - narra le leggenda - Elvis spasima per una bicicletta che purtroppo (o per fortuna) è molto cara, così la madre Gladys decide di regalargli per il suo compleanno una chitarra trovata in un negozio dell'usato del valore di 12 dollari e 95 centesimi. Questo gesto fa nascere in Elvis la passione per la sei corde e per la musica tanto da rimanere ore ed ore ad ascoltare i gospel e gli spiritual cantati nella chiesetta vicino casa.
A 13 anni si trasferisce con la famiglia a Memphis dove frequenta l'area di maggior cultura nera della città. Nessuno però scommette un centesimo sull'avvenire del giovane ragazzo che comincia a lavorare come camionista ostentando un enorme ciuffo imbrillantinato sulla fronte.
Negli Stati Uniti qualcosa sta per accadere, il conformismo e la moralità delle vecchie generazioni cominciano a scricchiolare, niente di meglio per un giovane bianco che propone musica ed eccentricità da nero.
Sam Phillips, della Sun Records, ascolta un brano di Elvis in un sottoscala e ne rimane folgorato; sborsa 4 dollari e firma il primo contratto con Presley: un piccolo investimento per una vera gallina dalle uova d'oro. I primi brani lo dimostreranno subito.
Agli inizi della sua carriera, il 3 aprile 1956, Elvis prende parte ad uno degli spettacoli TV più visti, il Milton Berle Show; 40 milioni di spettatori assistono entusiasti alle sue esibizioni, ma i milioni sono davvero molti per quanto riguarda i suoi guadagni e per le dimensioni di vendita dei suoi dischi.
Anche il cinema si occupa di Elvis: arriverà a girare 33 film. Il primo lanciò anche la memorabile "Love me tender" che fece amare Presley per la sua voce profonda e terribilmente romantica.
Elvis "the Pelvis", come lo chiamavano i suoi fans a proposito dei suoi piroettanti movimenti del bacino, all'apice della sua carriera sembrava un mito intramontabile: ovunque ragazzine in delirio pronte a lanciare gridolini isterici e indumenti intimi; le cronache di quegli anni narrano di una polizia in perenne difficoltà per garantire l'incolumità di Elvis dopo ogni concerto fino a permettergli di tornare sano e salvo nella sua Graceland, un edificio coloniale a Memphis circondato da un grande parco. Da una vecchia chiesetta sconsacrata Graceland è stata trasformata nella sua reggia: gli architetti con qualche milione di dollari hanno creato un palazzo reale, degno di un re, tutt'oggi splendida meta turistica.
Elvis non nascose mai il suo lato più ingenuo di fanciullo mai cresciuto, tanto che un giorno disse: "da bambino ero un sognatore; leggevo un fumetto e diventavo l'eroe di quel fumetto, vedevo un film e diventavo l'eroe di quel film; ogni cosa che ho sognato è diventata 100 volte più vera".
Il 24 marzo del 1958 viene arruolato e destinato in un centro d'addestramento in Texas con il numero di matricola US53310761; un servizio militare anomalo, sotto la costante presenza di giornalisti, fotografi e giovani fans che assediano ogni sua libera uscita; si congeda il 5 marzo 1960, torna sul palco e duetta con Frank Sinatra al "Welcome Home Elvis".
La morte della madre Gladys è un brutto colpo per l'equilibrio emotivo: il forte legame troncato bruscamente diventa causa di malesseri e stati d'ansia. Ma il Re è tutt'altro che sconfitto; un giorno incontra una ragazzina 14enne, Priscilla figlia di un capitano dell'aviazione statunitense aggregato alle forze della NATO stanziate in Germania; un colpo di fulmine che il 1 maggio 1967 diventa un matrimonio. Esattamente 9 mesi dopo, il 1 febbraio 1968, nasce Lisa Marie (che sposerà il re del pop, Michael Jackson).
Dopo otto anni di assenza dalle scene nel 1968 Elvis torna protagonista di concerti live con lo spettacolo " Elvis the special Comeback": torna vestito di pelle nera con lo stesso carisma e la stessa energia che hanno caratterizzato e catturato le generazioni durante il decennio precedente.
Nel 1973 entra nella storia della televisione e dello spettacolo, con "Aloha from Hawaii via satellite", uno special che trasmesso in 40 paesi raggiunge più di un miliardo di spettatori.
Il 12 febbraio 1977, inizia una nuova tournée che si conclude il 26 giugno.
Deciso a prendersi un periodo di riposo, torna nella sua casa a Memphis. E' un giorno di piena estate quando viene ricoverato d'urgenza al Baptist Memorial Hospital; i medici lo dichiarano morto per aritmia cardiaca: sono le 15,30 del 16 agosto 1977.
Ma Elvis è veramente morto?
Sono in molti ad avere questo dubbio; così capita che la leggenda ogni tanto segnali la presenza di un tranquillo pensionato molto simile a Elvis a New York, a Los Angeles piuttosto che su una spiaggia caraibica.
Sicuramente Elvis non è morto per chi lo ha tanto amato e continua a renderlo l'uomo dello spettacolo che guadagna di più; in una speciale classifica dedicata ai guadagni post-mortem, Elvis stacca personaggi del calibro di Bob Marley, Marilyn Monroe e John Lennon. Solo nel 2001 Elvis Presley ha guadagnato 37 milioni di dollari.
Di Elvis, Bob Dylan ha detto: "La prima volta che ascoltai Elvis mi fece sentire come se finalmente fossi riuscito ad evadere da una prigione, ma la cosa veramente curiosa è che in vita mia non ero mai stato messo in una prigione".
Oggi i tributi dedicati ad Elvis Presley sono innumerevoli e, come si addice ad un vero mito, chiunque può star certo che la sua leggenda non morirà mai.

venerdì 25 agosto 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi



Buongiorno, oggi è il 25 agosto.
Il 25 agosto 1975 esce il terzo album di Bruce Springsteen, intitolato Born to run.
Qualsiasi siano i vostri gusti musicali, dovrete arrendervi e ammettere che di gente come lui ce n'è poca in giro: una carriera più che trentennale, caratterizzata da dischi capolavoro, e un'ispirazione che non è quasi mai venuta meno. Nell'ultima annata, per esempio, ha pubblicato due ottimi dischi live, Hammersmith Odeon London '75 di inizio carriera e il più recente Live in Dublin: Bruce Springsteen with the Session Band, senza contare il tributo a Pete Seeger di We Shall Overcome (edito appunto con il sottotitolo di The Seeger Sessions) e il buon Magic, che rispetta in pieno la promessa del titolo. Considerando che almeno il 90% dei cantanti che possono vantare una militanza di 25 o più anni nella produzione musicale oggi sono quasi la parodia di sé stessi (vedi alla voce Rolling Stones) o decisamente fuori fuoco (vedi alla voce Neil Young), Springsteen è un esempio di coerenza e progressiva innovazione al tempo stesso che non può lasciare indifferenti.
Bruce Springsteen esordì nel 1973 e i suoi due primi album erano caratterizzati da un rock vivo e grezzo, salvo qualche ballata melodica, che già allora colpì qualche critico ma rimase pressoché sconosciuto al di fuori degli States. Springsteen aveva come caratteristica i testi molto lunghi e abbastanza articolati, che parlavano di motori, corse e personaggi ribelli, elevati quasi ad eroi in un'America che non mantiene mai quel che promette. Il 1975 è l'anno della svolta definitiva, che marchierà a fuoco il corso della musica: esce infatti Born To Run, otto canzoni di passione. Il disco riscosse subito un grandissimo successo commerciale anche grazie alla massiccia trasmissione della title-track sulle radio nazionali statunitensi, e vinse più volte il disco d'oro e di platino. Tuttora questi otto brani rimangono tra i più amati dai suoi fan, e spesso il Boss non esita ad eseguirli durante i live.
Born To Run può essere considerato come un chiavistello che di scatto scardina un'altra porta musicale, assegnando nuove parti alle chitarre e giostrando la voce sovrapponendola spesso alle tastiere, che nella maggior parte della discografia springsteniana rivestono parti importanti. L'avvio è fulminante: Thunder Road inizia con un piccolo accenno di fisarmonica e la tastiera, che poi prosegue a sostenere la voce di Springsteen finché nella canzone non si inseriscono chitarra e percussioni, perfettamente incastonate anche in improvvise frenate e leggeri cambi di ritmo; sul finale si inserisce anche il sassofono e ritorna prepotente la tastiera, a segnare una chiusura veramente epica alla canzone. Il cantato occupa molto spazio, ma le parole sono lanciate con una tale espressione che le frasi diventano un fuoco che incendia tutto quello che c'è intorno, sollevato dal vento della musica; proprio per questo motivo, anche se spesso i testi si dilungano, la voce non annoia mai, in un concentrato di espressione rabbiosa e speranzosa insieme.
Subito dopo c'è la sterzata di Tenth Avenue Freeze Out, che più che al rock attinge alla tradizione folk e lo mostra evidentemente: le chitarre sono infatti relegate momentaneamente in secondo piano con alcuni accordi, mentre i fiati compaiono dall'inizio e scavano una veloce e calda base, accentuata molto anche dalle note ripetute della tastiera. Gli strumenti musicali si lasciano andare a momentanei virtuosismi, con Springsteen che ripete e ripete il titolo, si crea quasi un piacevole loop, che viene sciolto da contemporanee riprese degli strumenti e la canzone finisce prima di quanto ci si aspetti. Con Night si ritorna invece sulla carreggiata del rock sostenuto e le chitarre che tracciano le trame principali, semplici e a tratti più estese, qui sostenute anche da un ottimo lavoro alle percussioni.
Ciò che rende il brano unico è il raggiungimento della perfetta forma-canzone springsteniana: cantato che, al solito, occupa gran parte della canzone ma che si avverte quasi come uno strumento umano, perché scandito dalle pause ripetute a fine strofa e dall'inserimento finale di fiati passionali e puntuali. Senza tregua, si viene subito lanciati nella monumentale Backstreets, che si dilata come un'equazione: aggiungi minuti e musica, ma il risultato non cambia, l'uguaglianza tra emozione e melodia resta la stessa: un minuto di introduzione pianistica, dissolta nelle formidabili aperture successive su cui il Boss non canta solamente, stavolta quasi urla nel ritornello senza però mai "steccare"; i tasti bianchi e neri si susseguono in cambi di ritmo incastonati l'uno con l'altro e la chitarra trova anche un breve assolo a metà brano; poi la situazione si rilassa in un crescendo che culmina con la frase "I'm on the backstreets" ripetuta a mille mentre la base musicale si impenna per poi atterrare dolcemente alla fine.
Si apre in seguito quello che è il brano più conosciuto dell'album a livello generale, la title-track Born To Run, che si merita però il successo riscosso: appoggio iniziale sulla rullata di batteria, poi a proseguire è tutta una meraviglia che procede senza mai guardarsi dietro con l'avanzare progressivo di doppie tastiere, chitarre, percussioni-metronomo e fiati cadenzati, tutto che si scambia il palcoscenico a turno: e così ora vieni addolcito dagli effetti tastieristici, ora ti emozioni su un giro di chitarra, ora balli sul sax scolpito in prima linea e mentre tutto risuona fastosamente Springsteen canta "baby, we were born to run" e tutto ha un senso, compiuto, meraviglioso.
La successiva She's the one ha la stessa durata e la stessa carica di intensità: Bruce inizia subito a dare carezze e schiaffi con la voce mentre sotto di lui lavorano una tastiera a scale crescenti e una chitarra ad accordi, poi alla pronuncia del titolo la strada si fa maggiormente in salita, e con le corde domina i tasti e l'onda del rock travolge la melodia; altra ripetizione del titolo e le chitarre variano ancor di più, con ancora l'inserimento, usato molto spesso in verità, del sassofono sul finire della canzone ed è ancora una festa di colori e di suoni, ripartiti in picchi e virtuosismi finali. Si ritira un po' il fiato con Meeting Across The River: una semplice ballata pianoforte, fisarmonica e leggeri archi a tinte acquarello a fare da cornice agli stacchi di sassofono, stavolta discreto e più evocativo che passionale, e le frasi amplificate dal microfono; per una volta, invece di un mare in tempesta, troviamo bonaccia, solo un po' di brezza. Ed è un bene. Per l'ultimo brano sarebbe lecito attendersi ancora qualcosa di più movimentato dopo questa parentesi melodica; puntualmente questo arriva, ma è molto di più di una semplice accelerazione, è lo scatto finale che permette al bravo corridore di vincere la corsa.
Pianoforte arrembante e sciolto, chitarra che graffia; immaginate una palla di neve fatta rotolare su un pendio nevoso, si ingrandisce pian piano e diventa talmente grande che alla fine è impossibile fermarla anzitempo. E' proprio così: ci si trova catapultati all'improvviso all'interno di un assolo coinvolgente mentre Springsteen domina ancora tutto con le parole. Ancora una cancellatura veloce, che permette di riscrivere ma non elimina del tutto quello che era stato fatto prima: si inseriscono fiati lenti nell'incedere e una scena è solo per loro, poi tornano ancora tastiere ed eccellenti percussioni per una conclusione semplice a sfociare in poche note; da poche diventano un fiume in piena che rompe ancora gli argini e allaga la fertile pianura del rock. Tutto questo è Jungleland, 9 minuti di emozione pura.
Born To Run era solo l'inizio per questo ragazzo che non credeva più nel sogno americano, e che però ne stava costruendo uno personale, molto più grande. Nel maggio del 1974 il critico musicale Jon Landau disse: "Ho visto il futuro del rock e il suo nome è Bruce Springsteen". Riascoltando questo disco non si può far altro che dargli ragione.

domenica 3 luglio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 luglio.
Il 3 luglio 1971 muore a Parigi Jim Morrison, cantante e leader dei "Doors".
 James Douglas Morrison, o semplicemente Jim, com'è sempre stato per i suoi fan che ancora gli portano fiori sulla sua tomba parigina, nasce a Melbourne, in Florida, Usa, l'8 dicembre del 1943. Cantautore, icona del rock, poeta, leader carismatico della band The Doors: probabilmente il gruppo rock americano più importante della storia. Ha incarnato simbolicamente la contestazione giovanile sessantottina deflagrata dall'ateneo di Berkeley e giunta poi in tutta Europa, diventando per tutti una delle icone della rivoluzione di costumi degli anni '60, la quale ha trovato il suo sbocco politico nelle contestazioni pacifiste contro la guerra in Vietnam.
Profeta della libertà, ha pagato con la vita i suoi eccessi, fatalmente contrassegnati dall'abuso di alcol e droghe. Jim Morrison è, con il chitarrista Jimi Hendrix e la cantante Janis Joplin, uno dei tre rocker caduti nella cosiddetta "maledizione della J", caratterizzata dalla morte per tutti e tre i musicisti all'età di 27 anni e in circostanze mai del tutto chiare.
Autoproclamatosi il Re Lucertola, icona sessuale evocante Dioniso, divinità delirante e senza regole, Jim Morrison è stato anche e soprattutto un poeta, con due raccolte di versi di discendenza beat, ancora oggi lette e apprezzate non solo dai suoi fan, ma anche da una certa critica senza paraocchi. A lui e al suo nome si legano brani ormai storici del rock, come "The End", "Break on Through (To the Other Side)", "Light My Fire", "People are strange", "When the music's over", "Waiting for the sun" e "L.A. Woman". Nel 2008 inoltre, il cantante statunitense è stato posizionato al 47° posto tra i 100 migliori cantanti di sempre, stando alla nota rivista Rolling Stone. Un contributo importante al mito di Jim Morrison inoltre, lo ha dato senz'altro il regista Oliver Stone, con il suo film "The Doors", uscito nel 1991 e molto apprezzato dal pubblico. Nella parte del cantante troviamo l'attore Val Kilmer.
Andando alla sua stretta biografia, va detto che il piccolo Jim non è un bambino facile. Risente dei continui spostamenti, causa il lavoro di suo padre, George Stephen Morrison, un influente ammiraglio della Marina degli Stati Uniti d'America il quale, molti anni dopo, si troverà nel Golfo del Tonchino, al momento del famoso incidente che avrebbe offerto agli Usa il pretesto per muovere guerra al Vietnam. Sua madre è Clara Clarke, ed è una casalinga, figlia di un noto avvocato. James cresce insieme alla sorella Anne Robin e al fratello Andrew Lee: un'educazione severa per lui come per i suoi due fratelli, con i quali non legò mai. Tutti e tre cambiano spesso scuola e amicizie, costretti all'instabilità.
Appena tre anni dopo la nascita di Jim, da Pensacola, in Florida, la famiglia Morrison si trasferisce a Clearwater, sul Golfo del Messico. L'anno dopo, nel 1947, sono a Washington prima, ed a Albuquerque poi. Ed è proprio durante uno di questi spostamenti, in automobile, che Jim Morrison vive una delle esperienze che più lo segna nel corso della sua esistenza, fonte di ispirazione per diverse canzoni e, soprattutto, poesie. A detta dello stesso Morrison infatti, nel 1947 lui e la sua famiglia si trovano impelagati in un incidente, mentre percorrono il deserto tra Albuquerque e Santa Fe, nel Nuovo Messico. Qui, il piccolo Jim scopre per la prima volta la morte, scorgendo sulla strada una moltitudine di corpi appartenenti ad un gruppo di lavoratori indiani, della tribù Pueblo, molti dei quali insanguinati. Più in là, lo stesso cantante americano asserirà di aver sentito l'anima di uno shamano morto in quell'incidente entrare dentro di lui e influenzarlo per il resto della sua vita.
Ad ogni modo, la famiglia continua i suoi spostamenti. Arrivano a Los Altos, in California, dove la futura rockstar comincia le scuole elementari. Tre anni più tardi scoppia la Guerra di Corea e il padre deve andare al fronte. Le conseguenze sono un nuovo trasloco, questa volta a Washington, nel 1951. L'anno successivo poi, si stabiliscono a Claremont, vicino a Los Angeles.
Nel 1955 il piccolo Morrison è a San Francisco, nel sobborgo di Alameda, dove prende parte all'ottavo anno di scuola. Due anni dopo, comincia il nono anno, rivelando tutte le sue qualità d studente modello, divoratore di testi filosofici e letterari, tanto da meritarsi alcune menzioni d'onore.
L'inizio della sua ribellione allo status borghese, se si può dire così, avviene nella libreria del poeta beat Lawrence Ferlinghetti, che dal 1958 Jim comincia a frequentare assiduamente, insieme ai locali poco raccomandabili della stessa San Francisco.
Un breve scarto e arriva l'ennesimo trasferimento, questa volta di passaggio in Virginia, dove Jim stupisce gli insegnanti del liceo George Washington. Il suo quoziente di intelligenza è fuori dal comune e si attesta su 149. Tuttavia, il cambiamento è radicale e tra il 1960 e il 1961 avviene in lui qualcosa che, tra le altre azioni di ribellione confusa, lo porta a mancare clamorosamente la consegna dei diplomi, cosa che manda su tutte le furie suo padre.
Viene allora mandato dai nonni in Florida, per frequentare lo Junior College di Saint Petersburg, con scarsi risultati: è ormai indirizzato sulla strada beat e anche il suo look, sempre più trasandato, ne risente. Passa alla Florida State University di Tallahassee e comincia a frequentare la studentessa Mary Frances Werbelow.
Il 1964 è un anno importante per Jim Morrison e per la sua famiglia. Il futuro rocker vuole andare all'UCLA, il centro sperimentale di cinematografia della California. Suo padre non è intenzionato a dargli i soldi per questa nuova impresa, che reputa inutile: vuole per il primogenito un futuro nell'esercito. Jim allora, come ammetterà più in là, si taglia i capelli, si ripulisce, indossa abiti puliti e affronta suo padre in una lunga chiacchierata di convincimento la quale, a ben guardare, sarà praticamente l'ultima tra i due. Così facendo, ottiene i soldi per l'UCLA. È il taglio definitivo, in realtà, con le origini e con la sua famiglia. Morrison arriverà a dichiarare persino di essere rimasto orfano.
L'UCLA si rivela un'esperienza tanto deludente quanto stimolante all'inverso: incompreso dal punto di vista registico (due dei suoi unici cortometraggi non godranno di grossa considerazione all'interno della scuola), Jim si butta nella letteratura e nella musica, che interpreta come un'occasione per fare poesia. Ai corsi, con lui, ci sono personaggi di spicco come Martin Scorsese e Francis Ford Coppola, che passano per quella facoltà, ma Morrison stringe i rapporti soprattutto con quello che sarà il suo futuro tastierista, Ray Daniel Manzarek.
I due si conoscono sulla spiaggia di Venice, vero e proprio luogo scelto da Morrison per le sue peregrinazioni notturne, ormai votato all'alcol e alla vita bohemien. Un libro, oltre a "On the road" di Jack Kerouac, e alle poesie di Allen Ginsberg, sembra averlo appassionato più degli altri: "Le porte della percezione", dello scrittore britannico visionario e geniale Aldous Huxley, l'autore di "Mondo Nuovo" e del saggio-romanzo "L'isola".
L'incontro con Ray Manzarek porta alla nascita dei The Doors, un nome che omaggia il titolo del libro amato da Morrison e che a sua volta, si rifà ad un noto verso del poeta William Blake. I due dunque, impiegano poco tempo a dare vita ad una band, grazie soprattutto al repertorio di poesie di Jim, che per anni, in pratica, non ha fatto altro che buttare giù versi. Il primo brano in assoluto che compongono, il quale però vedrà la luce discografica solo nel secondo disco dei Doors, si intitola "Moonlight drive". Secondo alcuni racconti, Morrison avrebbe canticchiato nelle orecchie di Manzarek le prime strofe del brano, impressionando il pianista e convincendolo a mettere su una band di musica rock.
Un anno dopo, nel 1966, i Doors sono al "Whisky a Go Go", il music club più noto di West Hollywood. Con i primi due, ci sono anche il chitarrista Robby Krieger e il batterista John Densmore: il primo darà vita a "Light my fire", una delle canzoni più amate dai giovani di tutte le generazioni, caratterizzata da un lungo e lisergico assolo di Hammond firmato da Manzarek. Il pianista fa anche da basso, portando il tempo e i giri con la mano sinistra, contemporaneamente.
Intanto però, al Sunset Strip, la zona dei locali di Los Angeles, Jim incontra Pamela Courson, la futura Pam, l'unica donna che amerà e da cui verrà realmente amato.
Intanto, le esibizioni di Morrison scandalizzano i gestori dei locali e anche il Whisky a Go Go decide di allontanare la band, dopo una delle versioni più hot della nota canzone "The End", che il front-man dei Doors canta e interpreta in un modo molto spinto, creando una comunione intensa e talvolta scandalosa con il pubblico presente. Nel giro di poco tempo, Jac Holzman, fondatore della casa discografica Elektra Records, ormai leggendaria, propone ai Doors un impegno contrattuale di sette album, in esclusiva.
Il 4 gennaio del 1967 l'Elektra pubblica il primo, storico, album di Morrison e compagni,che, come consuetudine dell'epoca, si intitola come il nome della band: "The Doors". Il disco è una bomba e contende a "Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band" dei Beatles la palma della prima posizione americana. C'è di tutto: sonorità blues come la vecchia ballata "Alabama Song", ritmi duri e brani arrabbiati come "Break on through" e "Light my fire", scene visionarie e poetiche come "The end" e "The Crystal Ships", unitamente a ritmiche latine, chitarre flamenco e ammiccamenti boogie da parte dell'organo di Manzarek. E, soprattutto, ci sono i versi di Jim e l'impatto lisergico della sua voce: mai perfetta, non eccezionale, spesso esclusivamente baritonale ma, tuttavia, enormemente carismatica.
Il tour che segue è un grande successo. In breve Morrison si ritaglia la fama di istigatore di folle, provocatore, ribelle. Durante i suoi concerti non dà freno a nulla: spesso ubriaco e sotto l'effetto di droghe, invita la gente a salire sul palco, provoca le forze dell'ordine, fa l'equilibrista sul palcoscenico, si tuffa tra il pubblico e simula orgasmi con la voce, a volte causando la fine improvvisa delle sessioni dal vivo. Soprattutto, cerca in tutti i modi di spogliarsi.
Il 1967 segna l'uscita del secondo album, "Strange Days", il quale si attesta al terzo posto della classifica Billboard 200. Durante il tour, i Doors sono nei migliori locali d'America, dal Berkeley Community Theatre al Fillmore, al Winterland di San Francisco, fino allo storico Village Theatre di New York, le più importanti location rock del momento.
In quella stagione, la band viene invitata al "The Ed Sullivan Show", esattamente il 17 settembre. Si tratta del programma più seguito d'America, dove Jim si consacra come simbolo di ribellione. Il conduttore chiede al cantante di evitare la parola "higher" (riferita allo sballo da droghe) e prontamente, Morrison disobbedisce in modo provocatorio, pronunciando la parola in modo ancor più forte, direttamente davanti alla telecamera. Intanto, i The Doors sono già all'apice del successo.
Il 9 dicembre successivo, arriva uno dei tanti arresti sul palco di Jim Morrison, causato dalle continue provocazioni da parte del cantante alle forze dell'ordine presenti in divisa. È una continua provocazione la sua, irrorata di alcol e portata all'estremo dagli allucinogeni, di cui Morrison è sempre più dipendente.
Nel luglio del 1968, quando i Doors sono sempre più croce e delizia del pubblico, arriva il disco "Waiting for the sun", dal brano omonimo contenuto nel disco. Non è un lavoro eccellente dal punto di vista tecnico, ma sono presenti alcune delle canzoni più lisergiche della storia del rock, molte delle quali incentrate sulle esperienze allucinogene del cantante con la sua band. Ad esse, si affiancano alcuni brani d'amore, figlie della relazione sempre più tormentata tra Jim e Pam, come "Love Street" e "Hello, I love you".
Arriva anche uno degli eventi più importanti, come l'atteso concerto all'Hollywood Bowl di Los Angeles, considerato l'evento rock dell'anno. Qui però, a differenza delle ultime uscite, il front-man della band è concentrato sulla performance e non si lascia andare ai suoi soliti comportamenti. Cosa che invece accade durante tutti i successivi concerti, spesso interrotti e devastati dai fan, come quello al Singer Bowl di New York e a quello di Cleveland, dove Jim Morrison inaugura anche il tuffo sulla folla. Nonostante ciò, in quell'estate il singolo "Hello, I Love You" si attesta al primo posto in classifica.
Icona sexy e rockstar incontrollabile, si fa immortalare per sempre nel celebre servizio in bianco e nero firmato dalla fotografa Joel Brodsky, chiamato "The Young Lion" (Il giovane leone). Tuttavia, da questo momento comincia il declino del cantante, che litiga sempre di più con il resto della band e con la sua compagna, ormai preda di alcol e droghe.
L'episodio peggiore è datato 1969, durante il concerto di Miami, al Dinner Key Auditorium. I Doors vengono da un lungo tour europeo più o meno di successo, e soprattutto dal tutto esaurito al Madison Square Garden. A Miami però, Morrison esagera, e il concerto degenera in una vera e propria sommossa: il cantante viene accusato di aver mostrato i genitali al pubblico, sebbene non vi siano prove contro di lui.
Il 20 settembre del 1970, viene processato e condannato per atti contrari alla morale e bestemmia in luogo pubblico, ma non per ubriachezza molesta e oscenità. È l'inizio della fine.
Anche "The soft parade", album uscito nel 1969, non convince il pubblico e si rivela un flop, con strani archi e sottofondi da camera che poco si uniscono al sound aspro e talvolta hard dei vecchi Doors. Inoltre, Morrison si fa arrestare nuovamente, questa volta durante un volo diretto a Phoenix, per ubriachezza e condotta molesta.
A febbraio del 1970, nonostante non sia stato un gran successo di vendite, vede la luce uno dei migliori lavori dei Doors, il disco "Morrison Hotel", contenente la celeberrima Roadhouse Blues. È, o meglio, sarebbe potuto essere, l'inizio di una sfolgorante carriera di bluesman per l'interprete di "The End", genere assolutamente nelle sue corde e in grado di "prestare il fianco", grazie alla propria fisionomia musicale, alle intuizioni scrittorie del cantante.
Morrison non se ne rende conto più di tanto e, nello stesso anno, preda amatoria della giornalista e scrittrice Patricia Kennealy, si unisce a lei in una stramba cerimonia "pagana", che avrebbe dovuto sancire la loro unione, dopo il momentaneo allontanamento da Pamela.
Dal punto di vista strettamente musicale, i Doors dal vivo non sono più quelli di prima. All'Isola di Wight, altro concerto leggendario, Jim inscena una delle sue peggiori performance, dichiarando alla fine che quella sarebbe potuta essere la sua ultima esibizione. Tuttavia, questa arriva il 23 dicembre successivo, al Warehouse di New Orleans, nel quale Jim Morrison dimostra di essere ormai arrivato alla fine della corsa: ubriaco, stravolto, completamente fuori giri e quasi sempre disteso sul palco. Nel febbraio del 1971, Pamela viene raggiunta da Jim a Parigi.
Nell'aprile del 1971, arriva un altro lavoro interessante, l'ultimo in studio della band, altra prova del talento blues di Morrison. Si chiama "L.A. Woman" e contiene brani di repertorio interessanti, come l'omonima canzone che dà il titolo al disco, o gli ottimi "America", "Love her madly" e la celeberrima "Riders on the storm".
L'intento parigino è quello di dedicarsi alla poesia, di ripulirsi. Ma il 3 luglio del 1971, al n. 17 di rue de Beautreillis, a Parigi, Jim Douglas Morrison muore in circostanze mai chiarite, nella sua abitazione, trovato senza vita nella vasca da bagno.
Due giorni dopo, durante un funerale di otto minuti e alla sola presenza di Pam, dell'impresario Bill Siddons, giunto frettolosamente dall'America, e della regista e amica di Jim, Agnes Varda, il Re Lucertola viene seppellito nel Cimitero di Père-Lachaise, quello degli artisti, con Oscar Wilde, Arthur Rimbaud e molti altri.
Forse è stato un attacco cardiaco, com'è la versione ufficiale, ad averlo ucciso, causa l'eccesso di alcol. Forse una morte inscenata ad hoc per fuggire la CIA, incaricata di "fare fuori" tutti i miti della controcultura, i sovversivi come Morrison, come Janis Joplin, come Jimi Hendrix. O forse, come sembra più ovvio credere, date le sue frequentazioni parigine, una overdose di eroina pura. Molte sono e restano le congetture fatte sulla sua morte, per giunta a distanza di diversi decenni quasi impossibili da definire.
Tra i suoi vari soprannomi, si ricorderanno sempre Mr. Mojo Risin (un anagramma del suo nome, ripetuto a non finire nella celebre canzone "L. A. Woman" e significante anche una chiara allusione all'organo sessuale), Re Lucertola (da "Celebration of Lizard", il suo poema) e Dioniso incarnato. Ma per tutti i suoi fan c'è da scommettere che resterà solo e semplicemente Jim.

martedì 8 dicembre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 dicembre.
L'8 dicembre 1976 esce negli Stati Uniti l'album "Hotel California" degli Eagles, che venderà oltre 16 milioni di dischi.
E' il 1976, non un anno a caso. Gli USA si apprestano a festeggiare il bicentenario dell'indipendenza e James Earl Carter, un giovane Democratico, si è appena insediato alla Casa Bianca. Il nuovo Presidente si fa chiamare Jimmy, come potrebbe chiamarsi il vicino di casa di ogni Americano, rifiuta le formalità e dispensa larghi sorrisi ai media, quasi a voler rassicurare la popolazione che il "new deal" proseguirà a dispetto dell'alternanza politica: a qualcuno sembrerà incredibile ma questo lavoro getta le sue solidissime basi proprio a partire da qui.
Gli Eagles hanno appena sostituito il "purista acustico" Bernie Leadon con il "rampante elettrico" Joe Walsh: Bernie se n'è andato sbattendo la porta ed a Joe è stata riaperta con tanto di passatoia stesa mentre Randy Meisner, corpulento bassista del Nebraska, comincia a dare segni di insofferenza.
Gli aquilotti sono all'apice della fama, One Of These Nights è stato un successo commerciale ed un tour trionfale attorno al globo, la raccolta che segue, Eagles-Their Greatest Hits 1971-1975, polverizza ogni record ma la defezione di Leadon offre il polpaccio al crotalo di turno della carta stampata e la band viene accusata di aver "perso il fuoco sull'impegno sociale" oltre che di "decadenza fisica" (Henley, il "vecchio", ha solo 29 anni...).
Benché nasca in questo clima non certo da idillio, Hotel California è un concept album che tratta del "sogno Americano"; il solito Henley affermerà: "è stato tutto ok per 200 anni ma ora dobbiamo sforzarci di cambiare per andare avanti..."
I ragazzi hanno ormai sufficiente esperienza musicale e di show-business da potersi considerare navigati e disillusi e parlano con disinvoltura di altari e polvere, stelle e stalle, sogni infranti da un sano pessimismo cosmico ma, alla fine, c'è sempre la voglia di ricominciare e la speranza di un nuovo futuro.
Per quanto riguarda la "title song", l'intelligente progressione armonica pare sia farina del sacco di Don Felder ma quello che rimane impresso è lo splendido assolo finale in cui si alternano prima ed intrecciano poi le chitarre di Felder e Walsh.
Il testo, geniale nelle sue immagini grottesche e a tinte forti, è opera di Don e Glenn e parla di un viaggiatore che si ferma in uno strano albergo nel quale rimane, suo malgrado, intrappolato. Il significato è proprio quello della vita agli estremi verso la quale vengono spinti i forestieri approdati nel microcosmo californiano di quegli anni: è doveroso, infatti, ricordare come nessun membro della band abbia radici nel Golden State e come L.A. appaia tentacolare ed intrigante nei confronti dei nuovi arrivati.
Il 7 Maggio Hotel California balza in testa alla classifica, l'album venderà 16 milioni di copie nei soli Stati Uniti e i Grammy Award come miglior brano e miglior album saranno una più che logica conseguenza. Innumerevoli le cover ma citeremo quella dei Gipsy King divenuta famosa anche in Italia ed inserita nella colonna sonora del film Il Grande Lebowski. Tra le versioni più apprezzate da notare quella acustica, inserita nell'album Hell Freezes Over del 1994, e quella presente nel DVD del Live in Melbourne: Farewell Tour I, dove l'intro di chitarra è preceduta da un'interessante ouverture di tromba, suonata da Al Garth, che ricorda vagamente il Concierto de Aranjuez di Joaquin Rodrigo.
Sono fiorite una quantità di leggende relative a presunti significati oscuri nel brano Hotel California ma sono tutte quante prive di fondamento. Un'ipotesi parla di una metafora riguardante il cancro, un'altra parla di un'allegoria sull'uso e la dipendenza da stupefacenti. Secondo un'altra teoria, il brano sarebbe riferito al Camarillo State Mental Hospital, un manicomio della California, ed agli abusi cui sarebbero stati sottoposti i pazienti. L'equivoco pare dovuto al campanile dell'edificio nel quale alcuni identificano il "mission bell" citato nel testo.
La più diffusa e bizzarra congettura, invece, riguarda significati satanisti. Ciò che ha acceso la miccia sono alcune frasi considerate sibilline: "they can't kill the beast" e "we haven't had that spirit here since 1969". Mentre la prima non ha bisogno di spiegazioni, la seconda sarebbe un cervellotico riferimento alla strage di Bel Air, avvenuta appunto il 9 Agosto di quell'anno.
C'è chi addirittura si è preso la briga di far scorrere il disco al contrario per individuare tre presunte frasi, verso la fine del brano: "The evil thing named blister" (la cosa cattiva chiamata vescica - intesa come bolla da sfregamento o ustione - n.d.w.), "Are you playing the end with the scanner" (stai suonando la fine attentamente?) e "Oh, his own wise self and his magic self" (oh, la sua sapienza, la sua magia).
Si dice che nella foto di gruppo sul retro di copertina, a destra, spuntino due diavoli e in un arco superiore si possa notare la testa rasata di Anton Lavey, fondatore della "chiesa di satana" a San Francisco.
Persino facendo scorrere al contrario Wasted Time si potrebbe udire "...I have a mind of satan...".
Le "colitas" nominate nella prima strofa sarebbero profumati fiori tipici dei climi aridi. Sembra probabile, invece, stavolta, che il termine sia inteso come "piccole code" ossia le cime della pianta di marijuana.
La frase "steely knives" si direbbe un scherzo nei confronti della band Steely Dan che nella loro Everything You did canterebbero "turn up the Eagles, the neighbors are listening!".
Molti alberghi della zona, tutt'oggi, si attribuiscono la paternità sull'ispirazione del brano ma Henley ha smentito più volte queste fantasie ed in effetti l'hotel che appare in copertina esiste ancora ed è il Beverly Hills Hotel di Los Angeles.

martedì 4 settembre 2012

#FioridiBach #Rock Water: Flessibilià

http://www.foto-sicilia.it/foto.cfm?idfoto=103598


nome italiano: ACQUA DI SORGENTE

Flessibilità

  • Stato d'animo "bloccato":  
    Si è rigidi con se stessi, le regole autoimposte vengono rispettate in maniera impeccabile. Si vuole essere di esempio agli altri senza convincerli ma facendo vedere cosa si fa. E' il fanatico di se stesso, Rock Water, non si concede piaceri e si attiene con forza, determinazione e soprattutto rigidità ai propri ideali. Al contrario del fanatico che vuole convincere gli altri (Vervian), Rock Water pretende di essere perfetto e d'esempio per gli altri.
    A volte questa rigidità mentale ha dei suo corrispettivi fisici. Gli ideali di riferimento possono essere diversi e spaziare dallo sport, all'alimentazione, al lavoro ecc.
    Rock Water è l'unico rimedio di Bach che non è un fiore, ma acqua pura di sorgente.
  • Stato d'animo "trasformato":  
    La vita diventa adattamento, le proprie concezioni ed ideali sono vissuti con libertà e gentilezza
  • Stati d'animo e sintomi collegati al fiore in ordine di importanza:
    • Orgoglio che fa essere maestri di sé stessi
    • Bisogno di perfezione
    • Inflessibili con sé stessi
    • Severità verso sé stessi
    • Si cerca la perfezione
    • Idealismo dogmatico
    • Autocompiacimento
    • Mestruazioni con tensione
  • Personaggio famoso collegato:
    Flander del cartone I Simpson
    Lucia dei Promessi Sposi
  • Frase chiave:  
    "Perfetto, o niente!"
  • Affermazione positiva:  
    "Mi lascio andare e ho fiducia nel corso della vita"

     http://www.fioridibach.it/fiori_di_bach/rock_water.htm

domenica 2 settembre 2012

#FioridiBach #Rock Rose: Coraggio e forza spirituale

http://www.elicriso.it/it/fiori_di_bach/rock_rose/

nome italiano: ELIANTEMO
nome botanico: HELIANTHEMUM NUMMULARIUM

Coraggio e forza spirituale

  • Stato d'animo "bloccato":  
    Quando la paura si trasforma in panico, in terrore e non si riesce a reagire, anche di fronte ad un'emergenza. Per i risvegli improvvisi dovuti ad incubi.
    Lo stato positivo di Rock Rose rende l'individuo forte e coraggioso, nello stato bloccato, nonostante che la persona sappia come comportare di fronte ad un'urgenza ci si blocca, le energie sono bloccate, si ha paura al limite del terrore e non si riesce a pensare e ad agire in modo utile.
    Rock Rose dona energia e ristabilisce un corretto equilibrio nervoso anche dopo eventi particolarmente stressanti. Molto utile negli attacchi d'ansia improvvisi.
  • Stato d'animo "trasformato":  
    La sicurezza e il coraggio permettono di intraprendere qualsiasi iniziativa, anche nelle situazioni di soccorso.
  • Stati d'animo e sintomi collegati al fiore in ordine di importanza:
    • Cuore che sembra fermarsi per la paura
    • Ansia che ci blocca
    • Paura che blocca
    • Paura dopo incubi
    • Loquacità per panico e angoscia
    • Ansia che fa sudare
    • Cuore con ritmo accelerato per angoscia
    • Tachicardia per angoscia
    • Ansia con tachicardia
    • Terrore della morte
    • Paura che non si vuole ammettere
  • Frase chiave:  
    "Quando qualcosa non va mi faccio prendere dal panico."
  • Affermazione positiva:  
    "Sono in pace e dispongo di nuove forze"

     http://www.fioridibach.it/fiori_di_bach/rock_rose.htm

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