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martedì 13 marzo 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 marzo.
Il 13 marzo 1992 Boris Elstin ordina la chiusura definitiva del giornale "Pravda".
Dal 1912 ha rappresentato per milioni di comunisti il «verbo» di Mosca.
La «Pravda» ossia «Verità» a onor del vero, fu fondata nel 1905 dalla Spilka, l'Unione socialdemocratica ucraina, ma dopo alcune uscita fu ceduta a Trockij che dal 3 ottobre 1908 la fece stampare a Vienna per evitare la censura zarista. Inizialmente Trockij lo concepì come giornale di impostazione socialdemocratica poi nel 1910, fallito il tentativo di ricomporre la scissione del Partito Operaio Socialdemocratico Russo, divenne l'organo della corrente Bolscevica.
Le mutate condizioni politiche interne, consentirono l'inizio delle pubblicazioni a San Pietroburgo e il 22 aprile 1912 per la prima volta la «Pravda» comparve nelle edicole russe. Nei due anni che seguirono il quotidiano fu però costretto a cambiare per ben 8 volte nome a causa della repressione poliziesca. Nei mesi seguenti divenne «Rabochaya Pravda» (Verità degli operai), «Severnaya Pravda» (Verità del nord), «Pravda Truda» (Verità del lavoro), «Za Pravdu» (Per la verità), «Proletarskaya Pravda» (Verità Proletaria), «Put' Pravdy» (Strada della verità), «Rabochy» (Operai) e ancora «Trudovaya Pravda», altro modo per dire «Verità del lavoro» per poi tornare definitivamente «Pravda». Ma solo per pochi mesi, perché nel luglio del 1914, scoppiata la Prima guerra mondiale, il governo zarista impose la chiusura della testata.
Dopo quasi tre anni di silenzio, il giornale riprese le pubblicazioni nel febbraio del 1917 quando la «Rivoluzione di febbraio» aveva spodestato lo zar Nicola II e creato un governo di salvezza pubblica. Vladimir Lenin poté così rientrare dal suo esilio in Svizzera e pubblicare sul numero del 3 aprile le famose «Tesi di Aprile» in cui tracciava le linee guida dell'azione politica dei Bolscevichi per sfruttare la situazione rivoluzionaria nel Paese, prendere il potere e instaurare lo stato socialista.
Appena un mese dopo l'arrivo in edicola, il 13 marzo del 1917 la «Pravda» venne affiancato da «Izvestia», su iniziativa della componente menscevica e socialrivoluzionaria del partito. Nell'agosto assunse la sottotestata di «Giornale del comitato centrale dei soviet dei lavoratori e dei soldati di San Pietroburgo» per poi diventare «Organo del Comitato esecutivo centrale del soviet supremo», vale a dire del Governo. «Izvestia» in russo sta per «Notizie» per cui abbinandolo al nome dell'altra testata, venne fuori un gioco di parole molto popolare in epoca sovietica: «Nella Verità non ci sono Notizie e nelle Notizie non c'è Verità».
Nel 1918 la redazione della «Pravda» venne trasferita da San Pietroburgo a Mosca e ben presto affiancata da altre pubblicazioni come «Komsomolskaya Pravda» e «Pionerskaya Pravda» rispettivamente organi della Gioventù comunista e dei Giovani Pionieri. Senza contare le «edizioni locali» come «Kazakhstanskaya Pravda» in Kazakhstan, «Polyarnaya Pravda» nell'oblasta di Murmansk, «Pravda Severa» in quello di Arcangelo, «Moskovskaya Pravda» nella capitale.
Tra le varie testate però negli anni successivi sarà sempre alla «Pravda» organo del Pcus che si rivolgeranno gli osservatori politici. Soprattutto negli anni della guerra fredda, i cremlinologi dovevano leggere con attenzione ogni singola riga nel tentativo di intuire i movimenti all'interno del Pcus e prevedere i cambi al vertice del potere. Almeno fino al rapido evolversi della situazione nell'intero mondo comunista dalla caduta del muro di Berlino nel novembre del 1989 fino al tentativo di colpo di stato della componente conservatrice del Pcus contro Michail Gorbacëv nell'agosto del 1991. Sciolta l'Unione sovietica, dissolto il Pcus  Boris Eltsin decretò la fine delle pubblicazioni del glorioso quotidiano. Diversi giornalisti fondarono allora un quotidiano dallo stesso titolo, oggi testata d'informazione formato tabloid, mentre qualche anno dopo apparve in internet una sito online con il nome «Pravda». Ma nessuno è in grado di reclamare l'eredità storica e culturale del giornale.

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