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lunedì 5 febbraio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 febbraio.
Il 5 febbraio 1936 esce a New York "Tempi moderni", di Charlie Chaplin.
Il primo film veramente a sfondo sociale di Chaplin. Prima di Tempi Moderni il regista inglese non aveva mai guardato con tanto realismo e attualità alla sua epoca storica, limitandosi a velati accenni inseriti però in un contesto del tutto neutro e atemporale. Un viaggio in Europa dove tocca con mano la disperazione dei senza lavoro lo colpisce e lo convince del bisogno di portare sullo schermo il dramma della sopravvivenza, affinché la crescente disoccupazione e l'automazione presente nelle fabbriche di tutto il mondo abbia voce.
Nasce da questo presupposto uno dei suoi film più conosciuti, icona dell'arte chapliniana. Chaplin era figlio del cinema muto; anche negli anni trenta continuava a realizzare muti i suoi film. Tempi Moderni non è propriamente muto, perché si avvale (come già il precedente Luci della Città) di colonna sonora sincronizzata, all'interno della quale vi è Smile, la melodia più conosciuta di Chaplin.
Non è però assolutamente parlato, perché il regista usa il suono solamente per la musica (come detto), per vari effetti comici (sirena della polizia, lamenti di stomaco, ecc.) e per la canzone alla fine del film, adattamento della Titina, primo contatto con le sue corde vocali che Chaplin concede al pubblico che lo seguiva ormai da vent'anni. Come continuò a fare anche per il resto della sua carriera, il regista non spezza il legame con il suo passato neanche per altre questioni: si avvale infatti di ex-compagni di lavoro in molte scene.
E' con Chester Conklin che Chaplin appare in tutta la sequenza del ritorno in fabbrica ed è Hank Mann uno degli scassinatori che appaiono nella scena del furto ai grandi magazzini, entrambi attori molto noti che lavorarono con lui alla Keystone addirittura ai tempi del suo esordio nel cinema (1914). Del resto anche altri attori presenti nel cast avevano lavorato con lui in passato, come l'onnipresente Harry Bergman, Allan Garcia, Tiny Sandford.
L'unica vera novità è rappresentata da Paulette Goddard, la brava e graziosa gamine, che recita qui per la prima volta insieme a Chaplin, e che diventerà poi anche la sua terza moglie. Il film è molto divertente, ancora oggi ne rimane intatta la comicità, anche se contiene molti spunti drammatici e persino la scena di un assassinio (quello del padre della monella, disoccupato in rivolta). Chaplin non è mai drammatico nel vero senso della parola, la sua è sempre una comicità "allargata", che spazia fino ai confini dell'assurdo, o che si avvale del pathos per esprimere la complessità di un mondo per nulla allegro. Nelle scene in prigione, tra le più divertenti del film, non vi è mortificazione ma perfino pace. E' la società che è ostile, che non accoglie.
L'umanità di Chaplin è anche nella sua diversità. Lui non è un'operaio qualsiasi, è Charlot. Non potrà mai adattarsi ad un lavoro monocorde e stritolante, perché per vent'anni lo abbiamo visto libero. E' la rivolta della coscienza incorruttibile che rende Charlot così popolare, perché è vicino al cuore incontaminato di tutti gli esseri umani, non a uno status sociale determinato o a una condizione di vita specifica. Alla fine del film lui e la gamine si trovano soli in una strada deserta, lei è disperata, ha perso tutto. Charlot fischietta. E' meno triste, e indica alla ragazza la via dell'ottimismo, inducendola al sorriso e all'avvio verso nuove avventure. Per lui è normale, perché è un vagabondo. E' abituato a perdere qualcosa ma anche a ripartire. Non a caso la strada che prenderanno è del tutto libera, non c'è nulla intorno. Alla fine Charlot si riappropria di se stesso, nulla gli è precluso. Per la prima volta nel film non c'è traccia di limiti, visivi o meno.
Chaplin voleva terminare il film in un altro modo. La ragazza avrebbe scelto di diventare suora, per proteggersi dalle minacce della società, e il vagabondo avrebbe intrapreso una strada solitaria, come spesso aveva fatto in altre opere. Girò tutto, ma poi cambiò idea, perché il film aveva bisogno di un messaggio diverso. Charlot non era più solo, aveva trovato una compagna di avventure, si poteva sperare, niente era perduto. Sapeva anche che sarebbe stato un commiato nei confronti del celebre personaggio (che infatti non apparirà più, salvo che nelle sembianze del barbiere ebreo del Grande Dittatore, ma non era più Charlot) ed è senza dubbio uno dei più suggestivi che poteva pensare. Indicando come meta il sorriso verso il futuro, Charlot si era senza dubbio guadagnato il paradiso.
 

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