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mercoledì 21 febbraio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 febbraio.
Il 21 febbraio 1905 si apre il processo per il famoso Delitto Murri.
Il processo più famoso del novecento: il caso Murri, che si svolse a Torino nel 1905, per il misterioso omicidio avvenuto a Bologna nel 1902 del conte Francesco Bonmartini.
Protagonisti del macabro fatto, esponenti del bel mondo bolognese: ad assassinare il conte è stato il cognato, l’avvocato Tullio Murri, figlio del più autorevole medico del momento e rappresentante di spicco dei socialisti.
La mandante del delitto, forse, è stata la moglie di Francesco, Linda Murri, che ha un amante e probabilmente relazioni incestuose con il fratello.
Da fatto di cronaca a delitto celebre:  sesso, sangue e mistero.
Questi i motivi per i quali un dramma familiare, e quindi privato, era invece diventato un fatto di cronaca capace di eccitare la curiosità popolare fino ad assumere caratteristiche di vero e proprio “fenomeno morboso”, superando i confini nazionali ed essere paragonato al caso Dreyfus.
Come scrive Renzo Renzi nel suo libro “Il processo Murri”: “Il processo fu un grande fatto spettacolare: un autentico “théatre verité” si potrebbe dire, fondato sopra una storia vera, col suo delitto conclusivo, dove il pubblico cercò di capire la società in cui viveva, scorgendone il volto dietro certe facciate, con una immediatezza che andava decisamente al passo con le ricostruzioni di una tragedia greca o elisabettiana”.
Le indagini e il processo furono minuziosamente seguiti dalla stampa, con giornali che triplicarono le tirature, come il cattolicissimo l’Avvenire d’Italia, protagonista di una vera e propria crociata contro i Murri, colpevoli, prima ancora di essere giudicati, di rappresentare la borghesia progressista, laica, positivista e socialista dell’epoca.
Fango anche sull’austera figura del Prof. Augusto Murri, scienziato di fama internazionale, il più autorevole clinico dell’epoca, titolare della cattedra di Clinica Medica all’Università di Bologna, padre dei due protagonisti del delitto: il giudice istruttore Stanzani tentò di accusarlo di complicità, nonostante la sua completa estraneità all’omicidio fosse evidente, cercando di volgere le indagini alla dimostrazione dell’esistenza di un complotto di famiglia.
Il giudice Stanzani era un cattolico osservante, uno che faceva la comunione tutte le mattine: Augusto Murri si era battuto per togliere l’insegnamento della religione dalle scuole.
Le vite private dei protagonisti della vicenda (personaggi noti, esponenti di spicco del bel mondo bolognese), furono sezionate dai giornali di stampo clericale e date in pasto all’opinione pubblica, generando una battaglia con la stampa socialista che denunciava la falsità delle affermazioni, pubblicate al solo scopo di colpire i Murri per ragioni politiche.
Rivelazioni sensazionali poi smentite in sordina, lettere anonime, colpi di scena, fascicoli giudiziari pubblicati dai giornali ancora prima di essere esaminati dalle autorità (cosa che provocò la meraviglia della stampa inglese), la battaglia politica, contribuirono a creare un clima infuocato che influenzò non poco lo svolgimento delle indagini e che provocarono la decisione di spostare la sede del processo da Bologna a Torino, per legittima suspicione.
L’opinione pubblica provò una grande eccitazione in questa vicenda, che fu quasi la mise en scene di un romanzo romantico e decadente al tempo stesso, ricco di tutti gli elementi necessari a catturare l’attenzione del pubblico, ad appassionarlo alle vicende della protagonista, vittima di un matrimonio disgraziato, che ritrova il suo primo amore di bambina e consuma il suo peccato di donna nella garçonniere di fianco all’uscio di casa, lasciandosi coinvolgere dall’amante in festini a base di ostriche e champagne mentre, tra veleni e pugnali, complotti, messaggi in codice e false identità, il romanzo si trasforma in tragedia mettendo in scena l’atto conclusivo: il delitto, il sangue.
Attraverso l’inchiesta l’opinione pubblica poté penetrare nella vita privata della Contessa Teodolinda Murri Bonmartini e di spiare le sue abitudini fino a toglierle la maschera di madre e moglie modello svelandone il volto nascosto: sotto l’apparenza della signora gentile, colta e raffinata forse si nascondeva una donna corrotta, avida soltanto di piaceri proibiti, capace di spingersi oltre fino ad avere rapporti incestuosi con il fratello mentre intratteneva torbide relazioni con l’amante di lui e così fredda e capace da riuscire ad indurlo ad insanguinarsi le mani per liberarla da un marito ormai divenuto ingombrante. Mistero
Le indagini, orientate più al coinvolgimento di tutti i Murri che a fare vera luce sul delitto, e il processo, che si svolse in un clima acceso, con le cariche della cavalleria a disperdere i tafferugli che si creavano fuori del tribunale tra innocentisti e colpevolisti, non riuscirono, tuttavia, a dipanare l’intricata matassa e a fare luce sul movente, né sul vero esecutore (o gli esecutori), del delitto, malgrado Tullio Murri se ne assumesse la completa responsabilità a gola spiegata.
Ad alimentare l’aura di mistero che ha sempre avvolto il fatto, arrivarono presto a circolare le voci della completa innocenza di Tullio Murri, sacrificato dalla famiglia in favore della sorella.
La tesi dell’innocenza di Tullio iniziò a diffondersi subito dopo il processo, sostenuta da diversi giornalisti e incoraggiata dalla notizia che il Murri stava completando un memoriale, “Fuor del pelago”, dove imputava la responsabilità dell’omicidio ad un terzo complice: il “biondino”, un facchino della stazione scomparso subito dopo l’omicidio e visto da alcuni testimoni in sua compagnia durante la fuga dopo il delitto.
Il memoriale con le prove della sua estraneità all’assassinio del Bonmartini rimarrà, tuttavia, inedito.
Sarà la figlia Gianna Rosa Murri a renderlo noto, in parte, su un opuscolo stampato a proprie spese nella metà degli anni ’70 (prontamente smentita da Roiss ne’ “L’innocenza di Tullio Murri”), mentre pubblicherà, nel 2003, un libro dal titolo emblematico: “La verità sulla mia famiglia e sul delitto Murri”.
Contrariamente alle aspettative generate dal titolo, neanche questo libro riesce a sciogliere i dubbi: infatti, altro non è che un racconto liberatorio, dove le prove non vengono prodotte e documentate, ma soltanto raccontate.
Ancora non trovano risposta le domande che, da oltre cento anni, aspettano la rivelazione: chi fu ad uccidere, e per quale motivo, il conte Francesco Bonmartini nel suo appartamento di Via Mazzini, a Bologna, la notte del 28 agosto 1902?

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