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giovedì 7 dicembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 dicembre.
Il 7 dicembre 1852 a Mantova vengono impiccati alcuni dei cosiddetti "martiri di Belfiore".
 Dopo la caduta di Napoleone, a Mantova, la maggior parte della popolazione restò indifferente di fronte al ritorno degli austriaci, anche se il ripristino immediato delle consuetudini conservatrici asburgiche si fece sentire quando entrò a far parte del Regno del Lombardo-Veneto sotto l'Impero. Venne privilegiata la sua funzione di fortezza, che insieme a Peschiera, Verona, Legnago, formava il cosiddetto Quadrilatero.
Il Castello di San Giorgio divenne uno dei carceri di massima sicurezza dell'Italia del Nord. L'Austria, vinta la I guerra d'Indipendenza e repressi i moti del '48-'49, seguì nel  Lombardo-Veneto le indicazioni del Cancelliere dell'Impero, Felice di Schwartanberg, che sosteneva, per scoraggiare qualsiasi tentativo d'autonomia, il bisogno di qualche "salutare impiccagione". Infatti ben 961 condanne a morte vennero eseguite nel regno in un anno; inoltre ai funzionari civili e militari era permesso applicare pene corporali ed infine vennero imposti pesantissimi tributi alle popolazioni. Di fronte ad una stretta così dura, il malcontento cresceva, alimentando le file dei movimenti di rivolta.
Il movimento Mantovano amalgamò le differenze ideologiche esistenti fra i rivoluzionari riconoscendo che era necessario prima di tutto organizzarsi per preparare una coscienza civica.
Le basi dell'organizzazione vennero poste in una riunione tenutasi il 2 novembre 1850 in una abitazione al n 10 dell'odierna via G. Chiassi, per decidere di creare un comitato insurrezionale allo scopo di raccogliere armi e denaro, creare collegamenti con altre organizzazioni ed infine di contrastare l'Austria. Diciotto mantovani parteciparono a questa storica seduta, tra cui Giovanni Acerbi, Carlo Poma, Achille Sacchi, don Enrico Tazzoli, il vero organizzatore e coordinatore del moto, ed altri rivoluzionari. Tra i più attivi, don Enrico Tazzoli aveva stretti contatti con Tito Speri, uno dei più audaci protagonisti delle dieci giornate di Brescia del 1849, Antonio Scarsellini di Venezia, il conte Carlo Montanari di Verona, i fratelli Lazzati e G. Pezzotti di Milano ed inoltre era in accordo con Mazzini, esule a Londra, per lanciare le cartelle del prestito interprovinciale mazziniano per la raccolta di monete di piccolo taglio. L'audacia dei mantovani era tale che le cartelle venivano offerte pubblicamente nei bar senza temere la polizia.
Il 5 novembre 1851 fu giustiziato fuori dagli spalti di Belfiore il sacerdote don Giovanni Grioli, che non faceva parte della congiura, ma  fu accusato falsamente di aver tentato di corrompere due soldati ungheresi e per questo condannato alla pena capitale.
Nel gennaio del 1852, la congiura venne scoperta per una circostanza fortuita: durante la perquisizione in casa di Luigi Pesci, esattore comunale di Castiglione delle Siviere, alla ricerca di banconote false, vennero trovate alcune cartelle del prestito mazziniano.
Pesci interrogato, svelò che un professore del Seminario di Mantova, don Ferdinando Bosio, gli aveva venduto le cartelle.
Questi, dopo aver resistito per 24 giorni agli interrogatori, confessò che il coordinatore del movimento mazziniano era un suo collega, don Enrico Tazzoli, che fu arrestato il 27 gennaio del 1852 . Egli si considerò estraneo alle accuse di don Bosio e non rivelò la chiave di lettura del quaderno su cui annotava, secondo un codice segreto i nomi degli affiliati e le somme raccolte che gli avevano sequestrato. Tra gli altri, venne arrestato anche Luigi Castellazzo, segretario del comitato mantovano che confessò la trama della congiura. Forse diede la chiave per decodificare, anche se non vi è la prova certa, il codice segreto chiamato Pater Noster con cui venivano cifrati i documenti dal Tazzoli. Il 24 giugno, in carcere, don Tazzoli seppe che gli austriaci avevano decifrato la chiave di lettura del suo quaderno. Vennero arrestati Carlo Poma, Tito Speri, Carlo Montanari e altri iscritti di Mantova, Verona, Brescia e Venezia; poiché il centro della congiura era Mantova qui furono condotti tutti i prigionieri.
Quasi tutti i prigionieri confessarono; anche don Tazzoli ritenne assurdo negare l'evidenza; cercò di minimizzare la responsabilità degli altri ma non rivelò i nomi di quelli che si celavano sotto pseudonimo. Furono tutti rinchiusi e sottoposti a torture morali e fisiche, organizzate dallo spietato giudice istruttore tedesco, Krausn, nelle carceri del castello di S. Giorgio o in quello tremendo della Mainolda. Alcuni non resistettero  e morirono in seguito alle sevizie ed alla somministrazione massiccia di Belladonna (una pianta medicinale contenente atropina, un alcaloide che in dosi eccessive provoca delirio e coma); come Giuseppe Maggi di Verona, Giuseppe Clementi di Laives e il milanese Ambrogio Ronchi; mentre Mauro Vimercati e Igino Sartena si suicidarono; Giuseppe Sartena invece impazzi. Furono processate 110 persone.
Il 7 dicembre 1852 furono eseguite le prime condanne a morte per impiccagione. A seguito della sentenza il Vescovo di Mantova, monsignor Corti tentò inutilmente di intervenire affinché si evitasse per don Enrico Tazzoli la sconsacrazione. Fu costretto, su ordine del Papa, a procedere alla mortificante cerimonia: la lettura della formula di condanna, il ritiro dei paramenti sacri tolti di dosso e la raschiatura con un coltello della pelle delle dita che sorreggono l'ostia durante la comunione. La tragedia poteva essere evitata, se solo avessero negato le accuse, infatti l'articolo 443 del codice penale austriaco prevedeva nei casi di alto tradimento 20 anni di prigionia e non la forca, riservata solo a chi si dichiarava reo. Unico patriota che non fu condannato a morte fu Giuseppe Finzi che aveva sempre negato di fronte alle accuse dei compagni, e in base al predetto articolo fu condannato a 18 anni di carcere duro.
Il primo ad essere impiccato fu Giovanni Zambelli, di seguito Angelo Scarsellini, don Enrico Tazzoli, Bernardo De Canal ed infine il medico Carlo Poma. 
Sui muri delle celle, nell'odierno Convento attiguo alla Chiesa di Santa Teresa trasformato in prigione dove trascorsero gli ultimi giorni, don Tazzoli scrisse di perdonare tutti sperando per sé il perdono di Dio mentre Bernardo de Canal annotò angoscioso " Chi avrebbe detto a mia madre, quando me dié la vita: costui aspetta il carnefice? povera madre! Viva l'Italia".
Il processo contro gli altri rivoluzionari proseguì e nel marzo del 1853, in Piazza Sordello, davanti ad uno schieramento imponente composto da due battaglioni schierati con due cannoni in batteria venne letta la sentenza. Il colonnello Kraus, in grande uniforme, lesse le lunghe disposizioni che commutavano a vent'anni di carcere, la pena di morte per 20 dei 23 condannati, mentre diveniva esecutiva per Carlo Montanari, don Bartolomeo Grazioli arciprete di Revere e Tito Speri che il 3 marzo del 1853 vennero impiccati a Belfiore. Il 16 marzo venne emessa un'altra sentenza di morte, riguardante Pietro Frattini. Venne impiccato il 19 marzo, poche ore prima che fosse notificato un proclama di amnistia a tutti i condannati, edito per il compleanno dell'imperatore, da Radetzky.
 Infine, fuori città, nei pressi dell'incrocio tra la via Legnaghese con Strada Cipata il 4 luglio del 1855 fu giustiziato Pier Fortunato Calvi.
Dalla fine del 1848 al 1854 nel Lombardo Veneto vi furono proteste contadine, sfociate a volte in vere rivolte. La reazione austriaca fu sempre spietata: una prima commissione nel mantovano, nominata da Gorzkowski mandò a morte 16 contadini nel periodo tra il 1848-1850. Una seconda commissione nelle città di Este fece condannare, tra il 1851 e il 1854, 245 giovani, accusati di atti di terrorismo, di renitenza e di costituzione di bande armate.
Nel giugno del 1866, durante alcuni scavi per fortificare la zona di Belfiore, da parte di due capimastri mantovani incaricati dal Genio austriaco, si trovarono le spoglie dei Martiri. Per quattro notti, gli Andreani, padre e figlio  lavorarono in segreto per riportare alla luce i resti e trasportarli al cimitero cittadino, dato che il governo austriaco ne aveva vietato il seppellimento in terra consacrata. Nonostante gli sforzi non riuscirono a trovare i corpi di Pietro Frattini e don Grioli che furono rinvenuti l'anno successivo. Nel 1869, il Comune di Mulo prese la denominazione di Villa Poma, mentre al toponimo Fontanella venne aggiunto Grazioli in onore rispettivamente di Carlo Poma e Bartolomeo Grazioli.
Il 7 dicembre 1872 veniva inaugurato solennemente un monumento che racchiudeva le spoglie dei Martiri, al centro dell'odierna Piazza Sordello ed il cippo marmoreo in Valletta Belfiore. Il monumento fu sfregiato da ignoti, tanto che si dovettero ricostruire le effigi dei Martiri e fu nuovamente inaugurato il 5 giugno del 1887. Il 27 settembre 1930 il monumento fu smembrato e la piazza ridotta allo stato attuale. La base con i resti mortali e le figure dei Martiri fu trasferita nel Tempio di San Sebastiano trasformato in Famedio dei Caduti, la statua del "Genio dell'Indipendenza" in Palazzo Ducale, e le lapidi nel museo del Risorgimento.
Nel 2002, 150º anniversario, il monumento fu restaurato e ricomposto nei giardini della valletta di Belfiore e inaugurato solennemente il 20 novembre dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.

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