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venerdì 29 dicembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 dicembre.
Il 29 dicembre 1998 due capi dei Khmer rossi chiedono pubblicamente scusa per il genocidio cambogiano degli anni settanta, che si stima abbia provocato oltre un milione di vittime.
Il regime dei Khmer rossi è considerato come uno dei più sanguinari del XX secolo.
Dal 1975 al 1979, in soli 3 anni e 8 mesi di governo, il Partito Comunista di Kampuchea provocò la morte di un numero imprecisato di persone; certamente più di un milione, qualche storico arriva ad ipotizzarne quasi tre, considerando esecuzioni, carestie e morti per mancanza di cure mediche. Se consideriamo che la popolazione cambogiana allora arrivava a 7 milioni, è possibile affermare che il regime dei Khmer rossi è quello che ha causato più morti tra tutti quelli del XX secolo, non solo a causa delle esecuzioni politiche, ma anche a causa dei lavori forzati, dell’evacuazione delle città attraverso la giungla compiuta senza alcun mezzo di trasporto e delle pessime condizioni igieniche nelle quali i cambogiani erano costretti a sopravvivere.
Il fine del Partito Comunista di Kampuchea era “purificare” la Cambogia da ogni contaminazione occidentale. Per fare questo, i Khmer rossi non si limitarono a isolare la Cambogia dal resto del mondo, ma decisero di cancellare ogni aspetto della Cambogia pre-rivoluzione che poteva contenere “tracce” della cultura occidentale. Abolirono la moneta, collettivizzarono l’economia, desertificarono la capitale Phnom Penh, e tutte le altre città. Smantellarono religione, sistema scolastico e abolirono tutte le professioni borghesi. Imposero ai cambogiani una nuova identità, in nome dell’uguaglianza esplicitata da una sorta di divisa imposta a tutti: un “sampot” nero.
Con i Khmer rossi assistiamo al tentativo di materializzare un’utopia che contiene in sé l’idea del genocidio. Nella Cambogia dei Khmer rossi c’è il completo rigetto della civiltà urbana più siamese, più cinese, più occidentale che puramente Khmer; il rigetto dell’antico ordine assimilato all’ordine straniero. Fare “tabula rasa” attraverso “qualsiasi mezzo” è l’intento del “partito dei puri” in questione, quello dei Khmer rossi. Per sopperire a qualsiasi mancanza di “consenso rivoluzionario” si ricorreva alla violenza più estrema.
La tragedia del popolo cambogiano è rimasta per lungo tempo in secondo piano nel panorama internazionale. Solo nel 1997, un anno prima della morte di Pol Pot, il Khmer Rouge Trial Task Force stabilì di creare una struttura legale e giudiziaria con lo scopo di processare i leader rimanenti dei Khmer rossi per crimini di guerra, genocidio e crimini contro l’umanità.
Il primo processo a carico di uno dei responsabili del genocidio in Cambogia si è svolto a Phnom Pen nel febbraio 2009. Il primo dirigente del Partito Comunista di Kampuchea a sedere sul banco degli imputati fu Kaing Guek Eav, conosciuto anche col nome di guerra Deuch.
Deuch fu considerato direttamente responsabile della morte di 15-20 mila persone che sono transitate tra il 1975 ed il 1979 dalla prigione di Tuol Sleng o S-21, della quale era il direttore, e per questo fu condannato a 35 anni di carcere.
Il 27 giugno 2011 è cominciato il processo ad altri quattro leader membri del Kena Mocchim , il Comitato Centrale dei Khmer rossi:
-Nuon Chea, il “Fratello Numero 2”, Vice-Capo dell'Alto Comando dei Khmer Rossi;
-Khieu Samphan, il “Fratello Numero 4”, Capo di Stato della Kampuchea Democratica e Primo Ministro del governo Khmer;
-Ieng Sary, il “Fratello Numero 3”, cognato di Pol Pot e Ministro degli Affari Esteri della Kampuchea Democratica, fu responsabile di alcuni dei cosiddetti campi di rieducazione;
-Ieng Thirith, moglie di Ieng Sary, responsabile della “Alleanza della Gioventù democratica Khmer”, formata da ragazzini totalmente devoti al regime, usata da Pol Pot nel controllo dell’apparato del Partito.

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