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venerdì 3 novembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 novembre.
Il 3 novembre del 644 d.C. il califfo Omar, secondo discendente di Maometto, viene assassinato da uno schiavo in una moschea.
Abu Bakr, successore di Maometto, guidò l'Islam per soli due anni, morendo nel 634.
 Nel frattempo era però riuscito a domare i dissidi interni e a permettere le prime conquiste arabe esterne alla penisola.
Gli succedette Omar, anch’egli suocero di Maometto, califfo fino al 644. Omar apparteneva al nucleo dei Quarayshiti della Mecca e alla morte di Abu Bakr fu riconosciuto senza discussione da tutti i musulmani diventando il principale artefice dell’espansione araba in Siria, Egitto, Cirenaica, Tripolitania, Palestina e con la battaglia di Nehavend (642) sconfiggendo definitivamente l'impero sassanide. Cercò di amministrare con saggezza i territori conquistati e di impedire ogni separatismo. Creò un consistente tesoro di stato con i bottini delle campagne militari, il cosiddetto "quinto" voluto da Maometto per far fronte alle spese militari, ai premi e alle paghe dei soldati. L'amministrazione del tesoro determinò le invidie nella famiglia dei Omayyadi, facente parte della potente aristocrazia meccana, principale antagonista alla Mecca del Profeta all'inizio dell'Islam, ma che dopo il suo successo politico gli si era alleata e, trasferita a Medina, cercava di contendere la supremazia al rozzo ceto medinese creato da Maometto nella nuova prosperosa città e che era salito al potere. Iran, Siria, e Mesopotamia furono conquistate da Omar che intraprese anche operazioni contro persiani e bizantini. Alla guida dell’esercito soprannominato "la spada di Allah", Khalid, da settentrione, iniziò con l’Iraq la serie delle conquiste. Attraversato il deserto siriano, piombò 18 giorni dopo alle spalle dell'esercito bizantino presso Damasco, da dove si ricongiunse alle forze provenienti da sud. Assunto così il comando supremo, con una serie di sistematiche campagne attaccò il territorio siro-palestinese ottenendo un grande successo a ovest di Gerusalemme. Un’altra parte dell’esercito, guidata da Yazid, sconfisse a Cesarea le truppe del governatore bizantino Sergio. Omar morì nel 644 assassinato da uno schiavo persiano. Lasciò l’incarico di nominare il successore a un consiglio di sei anziani.
Scelsero Othman, fiduciosi di esercitare il potere attraverso un uomo debole e malleabile. Previsione sbagliata, perché tale non era invece la famiglia, quegli Omayyadi che presto videro molti dei propri uomini alla guida dei ministeri più importanti. Othman, sotto il cui califfato gli arabi occuparono l'Egitto e verso occidente la Pentapoli di Cirenaica (Teuchira, Berenice, Apollonia, Cirene, Tolemaide), arrivando fino a Tripoli, pose le basi di una dinastia e le premesse della divisione della comunità musulmana, tradendone l’ispirazione egualitaria e gestendo avidamente i grandi bottini dei territori conquistati: le paghe dei soldati presero percorsi privilegiati, lasciando scontenti gli inviati nelle lontane province. Un gruppo di questi piombò dall'Egitto a Medina il 17 giugno 655 per assassinarlo.
Gli succedette Alì, genero di Maometto e marito di sua figlia Fatima, fino al 661, anch’egli assassinato, stavolta per mano di un estremista della setta dei Kharigiti che lo accusavano di avere snaturato gli insegnamenti del Corano. Con Alì il potere tornò nelle mani della famiglia dei Quarayshiti, ma ciò non impedì che la lotta con gli Omayyadi si inasprisse, tanto da determinare la radicalizzazione tra le due correnti dell’Islam: sciiti, seguaci di Alì, e sunniti ortodossi. Di lì a breve comparirono altre sette come gli Abbasidi (da Abbas) nel 750, gli Hanafiti (da Hanifa) nel 755, gli ultra ortodossi Hambaliti (da Hambal) nell’855. E furono proprio i discendenti di Abbas, zio di Maometto, a dare vita nel 749, eliminato l'ultimo discendente degli Omayyadi, alla dinastia abbaside con Baghdad al centro del loro splendido impero, assorbito, dopo la decadenza, dai Turchi (1258), poi travolto dai Mongoli (1401). In realtà il califfato di Alì rimase sempre in discussione, una volta falliti tutti i tentativi di risolvere, prima con l'arbitrato a Adruh, e poi con le due battaglie del Cammello e del Corano la successione fra Alì e Mu-Hawiya. Alì, pur vincendo gli avversari in queste battaglie, aveva abbandonato la capitale Medina e si era spostato in Iraq ad Al-Kufa. Nel frattempo Mu-Hawiya, forte del proprio esercito in Siria e contando sull'appoggio dell'Egitto caduto in mano del suo generale Amr, nel luglio dell’anno prima a Gerusalemme si era fatto proclamare Califfo. Alì si ritrovava con solo metà dell’impero, avendo contro la vedova di Maometto, A-isha, e perfino suo figlio Asar che si era fatto convincere da Mu-Hawiya a accettare un indennizzo per rinunciare alla difficile successione. Alla morte di Alì fu proclamato califfo Mu-Hawiya che spostò definitivamente la capitale a Damasco in Siria.
I problemi inizieranno dopo la sua morte, il 18 aprile 680, quando le ex regioni persiane attrassero ancora di più a oriente il cuore dell'islam, creando dopo alcuni decenni (nel 750) la potente dinastia degli Abbasidi che, inizialmente aiutati dagli Alidi, governeranno l'Islam dalla nuova capitale Baghad fino alla fine dell'impero arabo (1258). L'epoca degli Abbasidi segnò l'affermarsi ai vertici della società islamica dell'elemento iranico sul piano culturale e di quello turco a livello militare, mentre il predominio arabo andò gradualmente attenuandosi fino quasi a estinguersi quando si spense l'ultimo di quella dinastia degli Abbasidi che aveva dato 37 califfi all'Islam. I mongoli rappresentarono il suo definitivo colpo di grazia.


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